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TYGERS OF PAN TANG + RAIN + DEVIL'S MOJITO - Viper Theatre, Firenze, 20/02/2011
23/02/2011 (3305 letture)
In occasione della stampa di un nuovo EP, questa volta dedicato allo storico Spellbound, contenente brani risuonati per l’occasione dall’attuale line up, i grandi Tygers of Pan Tang tornano nel Bel Paese con un mini-tour di 3 date assieme agli italianissimi Rain: questo il racconto dello show tenuto a Firenze.

Ti rendi conto di quanto cambino i tempi veramente, solo quando vai ad un concerto metal. Approfondirò meglio il concetto più avanti, per ora tenetelo a mente. Arrivo al Viper Theatre poco prima dell’apertura della porta e trovo una ventina di persone in fremente attesa mentre altre arrivano nel frattempo. Impossibile non notare l’età media piuttosto elevata dei presenti ed anche, tutto sommato, l’emozione per quello che è a tutti gli effetti un piccolo evento: il ritorno degli storici Tygers Of Pan Tang a Firenze, guidati oggi proprio dal fiorentinissimo frontman Jacopo Meille.

OPENING ACT: DEVIL'S MOJITO
Per chi non lo conoscesse, il Viper non è proprio enorme e visto che il numero dei presenti si aggira presto attorno alle cento-centocinquanta persone, possiamo dire che non sembra poi così vuoto. Ad aprire le danze, per questa data, troviamo i Devil’s Mojito band fiorentina composta da Cris Pinzauti (voce e chitarra), Mario Assennato (chitarra e voce), Michele “Mike” Fanfani (batteria) e l’ottimo Andrea “Ace” Bartolini (basso e voce, anche nei Mantra). Il loro è un hard rock molto robusto ed agile, condotto dalle chitarre e dal drumming potente e preciso di Fanfani, mentre Bartolini oltre a linee di basso vorticose, si concede spesso anche al microfono, corroborando con ottime armonie a tre voci la musica del gruppo. L’ispirazione preminente appare quella della tradizione a stelle e strisce: Kiss, Y&T ed anche Tesla si mescolano nella musica della band che, riuscendo ad intrattenere anche un buon rapporto col pubblico, bada molto al sodo e sfrutta l’occasione per presentare al meglio il proprio repertorio. L’assoluta convinzione e la partecipazione evidente che traspare dai volti dei musicisti, confermano in pieno l’ispirazione sincera della loro musica. Un’ispirazione che consente di dribblare il puro citazionismo conferendo ad ogni brano quel qualcosa in più che lo rende riconoscibile ed interessante, come nel caso delle ottime On Top of The World e Right Kind of Woman. La mezz’ora a loro disposizione va via velocissima e, tra una battuta e l’altra, con Let’s Meet At Trip, elogio del classico ritrovo rock fiorentino, il gruppo si congeda lasciando un’ottima impressione.

SETLIS DEVIL'S MOJITO:
01 Welcome To The Show
02 Trick To God
03 Devil's Mojito
04 On Top Of The World
05 Right Kind Of Woman
06 Fake
07 Let's Meet At Trip


ONLY FOR THE RAIN CREW
Tocca adesso ai bolognesi Rain, band che vanta una storia ormai trentennale (!) alle spalle ed autrice di tre full-lenght: Bigditch 4707 del 2000, Headshaker del 2003 e Dad is Dead del 2008. In particolare, quest’ultimo album pare aver riscosso discreto successo all’estero e li ha portati in tour in tutto il mondo; di questa esperienza il gruppo ama ricordare soprattutto –e giustamente- il mese di supporto ai grandi Wasp negli States. Il ritorno in Italia coincide con l’uscita del DVD live Rain Come Back Alive che la band propone per intero stasera. Poco da dire: i ragazzi ci sanno fare. Ottimo hard rock muscolare ed adrenalinico, a metà strada tra AC/DC e il glam losangelino anni ’80, graffiato dalla voce acuta di Francesco Grandi, centrato sui buoni solismi di Massimiliano Scarcia ed Alessio Amorati e su melodie sfacciate, di presa immediata. Segnalo in particolare l’indiavolato Gianni Zenari al basso, unico membro originale della band, che non si risparmia un secondo per tutto il concerto, cantando e percorrendo il palco in lungo e largo. Sicuramente l’esperienza live del gruppo si nota e va rimarcata. Purtroppo, il pubblico fiorentino non è particolarmente reattivo nei loro confronti, limitandosi ad applaudire con convinzione alla fine dei brani e poco più. Per niente intimoriti, i ragazzi, stivaloni texani d’ordinanza in bella mostra, ci danno dentro offrendo tra l’altro un’ottima versione del classicone Rain dei The Cult. Chiusura in crescendo nettissimo con Only For The Rain Crew e, finalmente, anche il pubblico sembra voler dare un po’ di soddisfazione alla band, doppiata da Highway To Hell, con la quale i ragazzi si congedano, meritandosi i giusti applausi. Penalizzati forse da un repertorio non molto conosciuto e dalla fremente attesa per la band principale, i Rain si rivelano comunque ottima sorpresa per tutti gli amanti dell’hard rock più anthemico.

SETLIST RAIN:
01 Love In The Back
02 Dad Is Dead
03 Mr. Two Words
04 Rain
05 Swan Tears
06 Rain Are Us
07 Red Kiss
08 Bang Bus
09 Only For The Rain Crew
10 Highway To Hell


GLI ARTIGLI DELLA TIGRE
Prima di parlarvi del concerto dei Tygers Of Pan Tang occorre una breve premessa: Robb Weir, storico chitarrista e leader della band non ha partecipato a questo tour, rimanendo in Inghilterra a causa di problemi di salute che lo hanno colpito il 17 febbraio, giorno precedente all’inizio del tour. La scelta, come giustamente sottolineato da Meille durante lo show, era far saltare le date con un preavviso inesistente oppure provarci lo stesso con una inedita formazione a quattro. La decisione è stata immediata e, posso dirlo senza timore di smentita, Robb può essere fiero dei suoi Tygers e l’Italia può essere fiera di un fuoriclasse come Jacopo Meille. Il timore quando si decide di andare a vedere un gruppo dal così lungo percorso e dalla storia travagliata come quella della band inglese, è di trovarsi di fronte una cover band sbiadita di quello che fu un nome storico. Sono convinto che molti hanno temuto questo destino per il gruppo di Whitley Bay: ebbene, senza dubbio si tratta di una paura che viene smantellata dall’esibizione di stasera. Rinunciare al proprio leader, al membro che dà autorevolezza e credibilità alla band e condurre uno show potente ed a alto voltaggio come quello proposto, è segno inequivocabile che il gruppo crede in se stesso e nella propria musica e sta facendo di tutto per tornare ai livelli che gli competono. Privato di una chitarra, il sound della band perde qualcosa dell’heavy metal puro proprio dell’album simbolo Spellbound, rivelando una natura più classicamente hard rock, corroborata da accelerazioni e fraseggi metal come da migliore tradizione NWOBHM. Il gruppo non rinuncia a proporre diversi estratti dal proprio bestseller ma punta anche sul ripescaggio di brani da tutto il proprio repertorio (con l’esclusione dei pessimi The Wreck-Age e Burning In The Shade), tra cui le vecchie perle provenienti dal debutto Wild Cat. In questa veste, complice un pubblico più che solidale e di parte, il gruppo rivela tutto il proprio potenziale: Dean Robertson si accolla tutte le parti di chitarra confermandosi ottimo solista e buon ritmico, mentre il veterano Brian West al basso tiene assieme il tutto, riempiendo e sostenendo la band, aiutato in questo compito da Craig Ellis alla batteria. Quest’ultimo è un vero diavolo scatenato e costringerà più volte i roadies ad intervenire per rimettere in piedi i piatti, malcapitate vittime della sua veemenza e di una pedana non proprio stabile. Su tutti, si erge l’ugola di Meille: il frontman intrattiene un fitto dialogo con l’audience, rivelando poi tutta la propria emozione per trovarsi in queste vesti sul palco “di casa”. Una emozione che evidentemente si trasmette al pubblico che, finalmente, si lascia andare coinvolto dall’atmosfera speciale della serata e canta e incita la band e il frontman in più occasioni. Semplicemente da urlo la sua prestazione che dona alla band uno spettro nuovo e vitale, riconducendola al suo periodo migliore senza ricalcare le gesta dell’illustre predecessore, quel Jon Deverill da molti considerato tra le migliori ugole della NWOBHM. Meille possiede infatti una estensione notevolissima ma sempre calda, rimembrante il miglior Robert Plant e non lesina vocalizzi da urlo lungo tutta la scaletta, riempiendo sovente i “buchi” lasciati dall’assenza di una seconda chitarra. Ovviamente, buona parte dello show è composto dai classici della band ma il gruppo non si limita al revival, proponendo ben 4 canzoni dell’ultimo Animal Instinct, che confermano alla grande lo stato di salute compositivo della band, uscendo vincitrici dal confronto col resto del repertorio. Divertente il siparietto che si crea quando Meille annuncia una canzone che in molti paesi non vogliono neanche sentir nominare e si augura che in Italia l’accoglienza sia diversa: parte il riff di Love Potion N. 9 ed io non riesco a trattenere un sorriso. Mi domandando quanti in realtà si possano ricordare dell’enorme polemica e delle roventi accuse di tradimento e di commercializzazione che piovvero sul gruppo, all’indomani della pubblicazione dell’album The Cage. Polemiche che appaiono lontanissime di fronte ad un riff semplice e scanzonato ma divertente e assolutamente non fuori contesto, oggi. Il climax si raggiunge però –ovviamente- con gli estratti da Spellbound, in particolare le violente Hellbound e Gangland, con i più facinorosi nel pubblico che si lanciano in uno spericolato pogo e arrivano anche a salire sul palco di fronte ad un divertito Robertson. Il gruppo esce e risale subito per la conclusiva Don’t Touch Me There, salutando tutti tra applausi più che meritati: bentornati!!

Ora, un nota sul pubblico per riprendere la frase con cui ho aperto: l’età media come detto era piuttosto elevata, il che contribuisce non poco a spiegare la freddezza e lo scarso entusiasmo dimostrato in apertura di concerto. Troppo scafati i presenti per lasciarsi andare e sostenere le band di supporto. Quello che però mi è sembrato quasi incredibile è stato vedere almeno un terzo dei presenti troppo occupati a fare foto con mille cellulari e macchine digitali per farsi minimamente coinvolgere dallo show. Decine di riprese da caricare –immagino- su youtube, che narrano un concerto praticamente quasi non partecipato fisicamente. Niente come un concerto metal, che si presuppone fonte di emozione e sudore, di adrenalina e sfogo fisico, si presta quindi a spiegare il passaggio generazionale appena trascorso, che ci ha forse tutti abituati a vivere anche momenti come questi con la mediazione di un supporto tecnologico, attraverso il quale distilliamo ricordi ed emozioni. Nessun intento polemico da parte mia, intendiamoci, solo la constatazione del cambio dei tempi e del modo di fruire le esibizioni dal vivo. Sarà colpa dell’età che saggiamente (?) consiglia di tenersi un po’ fuori dalla mischia, sarà che non ci si emoziona più così facilmente, ma certo fa una strana impressione, visto dall’esterno, questo stuolo di luci artificiali che trasformano il palcoscenico in un teatro di posa televisivo.

CONCLUSIONE
In conclusione, una bella serata aperta da due band italiane di buono spessore e conclusa nel migliore dei modi da un gruppo storico che ha trovato in Italia l’elemento che le mancava per tentare un rilancio forse insperato ma sicuramente voluto e sentito. Chiaramente penalizzati dall’assenza dello storico Robb Weir, i Tygers Of Pan Tang hanno dimostrato comunque di credere molto in questa formazione e nel valore della propria musica, un atteggiamento che merita rispetto e ne rivela la passione mai doma a fronte di una prestazione ottima.

SETLIST TYGERS OF PAN TANG:
01 Raised On Rock
02 Dark Raider
03 Lived For The Day
04 Suzie Smiled
05 Never Satisfied
06 Take It
07 Don't Stop By
08 Tyger Bay
09 Rock Candy
10 Rock'n'Roll Man
11 Love Potion n° 9
12 Hellbound
13 Euthanasia
14 Gangland

--- Bis ---

15 Don't Touch Me There



AL
Giovedì 24 Febbraio 2011, 14.57.51
1
putroppo non sono riuscito a venire.. ho preferito altri concerti in questo inizio di 2011.. grande gruppo!
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