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SLAYER - La biografia, prima parte
29/05/2011 (12614 letture)
Los Angeles, da lì a poco la capitale del glam metal. E’ in questo scenario paradossale che trova luogo la genesi della più feroce e veloce band del pianeta, una genesi tutta da raccontare. Ad un provino per una band di southern rock nello stile dei Lynyrd Skynyrd si incontrano, casualmente, i giovanissimi Kerry King e Jeff Hannemann che, a fine session, annoiati, iniziano ad improvvisare cover dei ben più metallici Judas Priest, trovando subito una certa empatia dovuta a quella passione per le chitarre, possibilmente da suonare a velocità notevole. Hannemann, che tra l’altro iniziava allora ad appassionarsi anche al punk, migliorerà molto il suo stile per cercare di emulare King e sincronizzarsi con lui. Qualche tempo dopo, a casa di King bussò un fattorino di pizze a domicilio, Dave Lombardo, che era venuto a conoscenza della fama di chitarrista del ragazzo, e il giorno dopo i due si trovarono per provare assieme una lunghissima lista di brani, quella che King sapeva suonare e chiese a Lombardo di imparare. In quel fatidico giorno di prove, King portò anche Hannemann. Qui entra in scena Tom Araya, che all’epoca frequentava un corso per terapie respiratorie e suonava il basso nei Tradewinds, futuri Quit, assieme all’insegnante di chitarra di King: il giovane chitarrista, dopo aver visto all’opera Araya, lo chiamò nella sua nuova band, concedendogli anche il microfono. All’inizio i quattro improvvisavano cover di Van Halen, Black Sabbath ed Iron Maiden: Araya acquista il disco della Vergine di Ferro per impararne le linee vocali, mentre la band sceglie come moniker Slayer, in quanto semplice da ricordare ed eccitante da urlare durante i concerti. La sezione ritmica di una delle band che sarà tra le più potenti della storia, affonda le sue radici nel background latinoamericano del cileno Araya e del cubano Lombardo, fatto assai curioso a pensarci oggi. Pieni di entusiasmo, i quattro ragazzi adottarono un look fatto di pelle nera e si colorarono il viso col pittoresco corpse paint, mentre King si fabbricò uno spaventoso bracciale con un pezzo di cuoio, trafitto da chiodi acuminati. Sarà lui il principale songwriter dell’act losangelino, e proprio lui scrive il primo pezzo: Aggressive Perfector, ispirata alla priestiana Dissident Aggressor. Era il 1981. Anche se nella loro città il thrash era considerato un genere di nicchia, dinnanzi allo spopolare del glam falso e colorato, gli Slayer decisero di non trasferirsi, sfruttando la già discreta popolarità dei Metallica: da San Francisco giungeva in un alone quasi mistico la fama di questa band, ritenuta ‘la più veloce d’America’, ma gli Slayer erano convinti di poter fare ancora meglio. Unici thrashers di Los Angeles, gli Slayer divennero presto l’unica band che metteva d’accordo sia i punk che i metalhead, miscelando il riffing e la potenza classica dell’heavy con la velocità imbizzarrita e la carica adrenalinica del punk. Dopo aver scritto alcuni pezzi inediti, la band riesce ad entrare in studio di registrazione grazie ai risparmi di Araya ed al contributo del padre di King, ma registra il disco d’esordio tra mille difficoltà: per esempio, Lombardo dovette suonare una prima volta senza l’utilizzo dei piatti a causa della stanza troppo piccola (che creava dunque delle dissonanze), sovraincidendoli in un secondo momento. Il drummer, dunque, dimostrò subito grande orecchio ed abilità. Show No Mercy uscì nel 1983, a breve distanza dall'album seminale del thrash metal californiano (Kill’Em All), figurando a pieno titolo tra i seminali pionieri del genere. Era un disco ancora fortemente influenzato dall’heavy metal classico inglese, accelerato e miscelato alla sinistra energia dei Venom, ed è un piacevole esempio di cosa erano gli Slayer prima di diventare davvero gli Slayer. I quattro erano ragazzini per bene, un po’ irrequieti forse: disastravano lo studio facendosi la guerra con pistole ad acqua, ma nonostante ciò furono bravissimi a registrare bene il loro debut, sfruttando i pochi tentativi permessi dal budget limitato. I testi delle canzoni erano ancora infantili e tendenti al ‘satanico’, nell’accezione più innocua del termine: nella lista dei ringraziamenti sul retro copertina venne menzionato anche tale Herbert M. Clayton: secondo una succosa leggenda metropolitana il nome era inciso su una lapide rubata dai quattro in un cimitero locale! I due lati del disco vennero chiamati ‘side 6’ e ‘side 666’, mentre sui solchi del vinile venne inciso il nome SLAYER. La leggenda era iniziata: il binomio King/Hannemann affinò un chitarrismo lancinante ed atonale del tutto inedito, che conquistò anche i thrashers di Frisco nelle prime trasferte nella Bay Area della band losangelina. Il loro satanismo tenebroso attirava la gente, i loro show energici e arricchiti da rudimentali effetti ‘speciali’ addescavano plotoncini di metalheads curiosi; ma la svolta arrivò per davvero nell’agosto 1984, col brevissimo EP Haunting The Chapel (tre canzoni), nel quale gli Slayer sembrarono subito più maturi, più cupi e lontani dal satanismo ingenuo degli esordi. Facevano davvero paura e cercarono di documentare i loro show bollenti col Live Undead, che però alcuni detrattori ritengono essere un falso live, in cui le voci del pubblico furono aggiunte a registrazioni in studio.

Man mano che gli Slayer mettevano a ferro e fuoco il Continente, i loro fans acquisivano sempre più la fama di mangiatori di band, nel senso che quasi da subito si resero celebri per strapazzare di insulti e bottigliette le formazioni che aprivano per i loro beniamini, chiamati a gran voce dal loro urlo inflessibile: Slayer, Slayer! Nel 1985 la band americana compì un grande passo nella propria carriera, imbarcandosi in un tour continentale assieme agli Exodus ed alle leggende inglesi Venom, tra i principali ispiratori di tutti i thrashers americani. Il Combat Tour fu qualcosa di memorabile per potenza, velocità, violenza sonora. E fu anche ricco di aneddoti, come quello che riguarda Araya e Cronos, storico leader dei Venom: in un banchetto post-concerto, il singer degli Slayer, visibilmente brillo, chiese dove fosse il bagno e Cronos, con un’ironia tutta british, osò rispondere ‘qui, nella mia bocca’. Araya pisciò in faccia a Cronos, e completò il tour con un bell’occhio nero in bella vista. All’epoca, i testi pseudo satanici creavano confusione attorno alla band, che spesso veniva etichettata come ‘black’: peraltro, il termine ‘thrash’ era ancora solo agli albori, nato sulle fanzine o probabilmente derivato dal pezzo degli Anthrax, Metal Thrashing Mad. All’apoca, Kerry King riuscì addirittura a meritarsi la chiamata di Dave Mustaine e suonare cinque concerti nei Megadeth, ma i suoi compagni rimasero delusi da questo suo ‘tradimento’ e lui, anche a causa del dispotismo di Mustaine, tornò in pianta stabile negli Slayer. Ormai affiatati e conosciuti come band abrasiva negli States, i quattro si prepararono al loro primo tour europeo, affrontato senza soldi, senza esperienza, con nessuno a dar loro una mano e guidando un minuscolo pulmino a nolo, nel quale non c’era nemmeno spazio per dormire o per mettere tutti gli strumenti. King, che fin lì aveva retto le redini del gioco, era esasperato e tentato dal ritorno a casa: ma gli altri si imposero e il quartetto sbarcò a Londra, con destinazione… Belgio: attraversarono il Vecchio Continente chilometro dopo chilometro ed al confine nascosero le t-shirt del merchandising negli amplificatori; peccato che questi siano pieni di fibre di vetro, particolare che creò non pochi problemi ai ragazzi del pubblico che acquistarono quelle magliette, indotti a pruriginose grattate collettive. Era ormai pronto il nuovo capitolo discografico della band, che segnò un passo avanti notevole nel definirne la direzione stilistica: Hell Awaits, pubblicato dalla Metal Blade, era ancora ricco di song blasfeme (come Necrophiliac, nella quale Araya narrava di improbabili amplessi col cadavere di una fanciulla), ma anche arricchito da pezzi dalle tematiche filosofiche o sociali (Praise of Death). Musicalmente, aumentò l’impatto violento e si accentuò la velocità, ma soprattutto le canzoni divennero lunghissime e dalla struttura intricata, ricca di cambi di tempo, svariati gruppi di riff cuciti assieme e assoli folgoranti: King la definì come ‘fase Mercyful Fate’, riferendosi al virtuosismo tecnico quasi progressive della celebre band danese, ora emulato dai giovani Slayer. Basti ascoltarsi Crypts Of Eternity per imbattersi in un sound compiuto e non più infantile, che sancì la definitiva grandezza degli Slayer. Parallelamente alla grandeur, giunsero però le prime note dolenti. All’epoca, Tom e Jeff facevano ampio uso di droghe di ogni tipo e, non avendo molti soldi, ricorrevano spesso al veleno per topi; Kerry King, invece, ammette candidamente di non essersi mai drogato, definendosi ‘uno che beve’. Nonostante questi sprazzi di irresponsabilità giovanile, e soprattutto a dispetto dei testi blasfemi della band, Araya (che comunque non scriveva le liriche) era già un cattolico praticante, credeva nell’amore di Cristo, in un Essere superiore giunto per salvare l’umanità e in un Dio superiore che ama tutti incondizionatamente. Contradditorio? Affatto: il cantante ha sempre definito le canzoni degli Slayer aperte a diverse interpretazioni, dunque tutt’altro che sataniche. Nel 1986 la band passò da Metal Blade a Def Jam, una label celebre per le sue produzioni hip hop: la cosa destò parecchi clamori, in aggiunta ad un assolo che i rappers Beastie Boys commissionarono a Kerry King, che apparse anche nel video della loro No Sleep ‘Till Brooklyn. Ma i fans potevano dormire sonni tranquilli, anzi permettersi addirittura qualche sogno particolarmente eccitante. Quel 1986 sarebbe stato l’anno più pazzesco e stellare della storia dell’heavy metal e degli Slayer, che se ne usciranno con un disco epocale, destinato a lasciare segni memorabili.

Una mazzata di thrash prepotente, furioso, velocissimo, come nessuno mai si era azzardato a fare. Reign In Blood è una pioggia di sangue e riff, scanditi da una qualità tecnica e acustica stellare, da una precisione disumana nell’esecuzione, da un suono squartatore, assolutamente devastante e psicotico. La velocità implacabile dei riff sparati da King e Hannemann è raddoppiata dalla potenza disarmante del prodigioso Dave Lombardo, il tutto cucito sotto i testi minacciosi urlati da un Araya furente. Lo sapevano, gli Slayer: sarebbe stato l’album più veloce e più cazzutamente incredibile di sempre fin dall’artwork, raffigurante una scena di dannazione infernale con tanto di demoni in spudorata erezione. A qualcuno, nella band, la copertina non piaceva: ma qualcun altro la mostrò a sua madre, che la trovò disgustosa, dando il crisma ufficiale per la scelta. Nel disco erano presenti canzoni violente e trascinanti, incendiate da riff apocalittici e leggendari come quelli di Raining Blood; il suono generale era secco e immediato, dotato di una produzione elevatissima, e metteva in bella mostra la straripante abilità dietro le pelli di Lombardo, soprattutto nelle pluviali sezioni in doppia cassa. Canzoni leggendarie come Angel Of Death, che narrava i terribili crimini compiuti dal folle scienziato nazista Joseph Mengele, erano destinate a suscitare scalpori e polemiche decennali, unitamente ai pungenti attacchi anticristiani di mazzate quali Jesus Saves; il thrash scorreva furibondo, in pezzi dalle liriche truculenti, utilizzate come documentari dell’orrore: Piece By Piece è un truce racconto di morte e smembramenti, Necrophobic narra di una persona che ha paura di morire e traccia una lista di modi coi quali potrebbe perdere la vita; Criminally Insane è una serie di riflessioni farneticanti di un maniaco omicida, Postmortem è pregna di invettive e violenza riguardanti l’oblio della morte, mentre proprio Raining Blood, costruita da un cacofonico accordo di quattro note e due triplette (che costituisce un riff ormai leggendario) scorre a velocità folle, descrivendo il Diavolo che regna all’inferno, circondato da impalati e innaffiato da una pioggia di sangue. Eseguita nei live, questa canzone vede i fans della band in preda ad un delirio implacabile. Si fanno letteralmente a pezzi. Reborn è invece il racconto di una strega che minaccia di tornare a punire i suoi carnefici: il disco copre una durata di ventotto minuti appena, perché i due chitarristi dicevano di stancarsi in fretta di ripetere i riff troppo a lungo, ed è un manifesto perfetto dell’essenza più violenta e incontenibile del thrash. Mai un minuto di pausa, la maturazione tecnica e stilistica ormai portata a livelli eccelsi dalla band, un suono perfetto, curato da Rick Rubin e privato di tutto il riverbero tipico dei dischi precedenti, cosa che lo rendeva il primo disco thrash con produzione nitida della storia. Ovviamente le polemiche si sprecarono, e ci fu anche chi non voleva pubblicare il platter nei negozi: sotto la lente finì soprattutto Angel of Death, prepotente cazzotto in faccia, musicalmente ma anche dal punto di vista tematico. Auschwitz, il significato del dolore: composto da Hannemann, appassionato di memorabilia naziste e belliche in generale (in quanto figlio di un tedesco che aveva combattuto nella II Guerra Mondiale), il brano racconta le torture e gli esperimenti inflitti da Mengele agli internati del lager. Vittime operate senza anestesia, bruciate vive, congelate, gonfiate di liquidi, cucite assieme, abbacinate, avvelenate: Mengele, l’Angelo della Morte, ne fece di tutti i colori, spingendosi a tingere gli occhi degli ebrei con colori diversi. Lo stile degli Slayer fu duramente attaccato, perché non era una condanna e non esprimeva giudizi negativi; si metteva nella mente del criminale, ma senza mai volersi schierare dalla sua parte. La band ha sempre negato di essere nazista, e del resto con un cantante cileno di pelle scura la cosa sarebbe stata alquanto bizzarra. Accusati sempre e comunque, gli Slayer si sono sempre limitati a lasciare all’ascoltatore la completa interpretazione dei dati oggettivi riportati senza sbilanciamenti nelle loro canzoni. Lo stesso Hannemann definisce la musica della sua band come una lezione di storia, e infatti soltanto l’ignoranza e il pregiudizio portano accuse insensate e gratuite. Le ‘brave persone’ che accusano gli Slayer sono le prime a non voler parlare di tematiche scottanti e complicate come il genocidio, le prime a pretendere allegre stronzate dai mass media, attaccando come colpevole chi, invece, si prende la briga di portare alla luce le cose scomode.



Fabio Rasta
Martedì 15 Agosto 2017, 10.51.48
10
Biografia a grandi linee, ma "montata" in maniera avvincente. Non mancano le chicche (quindi Thrash sarebbe stato coniato dagli ANTHRAX?). Ma la cosa che ho maggiormente apprezzato (oltre alla bella analisi di Reign In Blood, sulla cui meraviglia le parole si sprecano e non sono mai abbastanza allo stesso tempo), è la lucida analisi finale sul discusso tema di Angel Of Death. E se il tempo ha dato ragione ad HANNEMAN e soci (oggi è finalmente chiaro l'intento), in particolare le ultime 3 righe della recensione sintetizzano un discorso che, applicato ai giorni nostri, non fa che enfatizzare l'ipocrisia imperante. Ancora oggi negli States, pare sia quasi tabù parlare di ciò che i bianchi hanno combinato ai Pellirosse Nativi (Hitler in confronto fu magnanimo). X non parlare dei media di casa nostra, da sempre genuflessi ai potenti di turno, a loro volta tenuti al guinzaglio dalle multinazionali. Ciò che cantano gli SLAYER, x come la vedo io, è che ci sarà sempre delle Auschwitz nel mondo. E' la natura umana. Ed è proprio il lato oscuro di questa natura che affascina da sempre la Band, denunciandone, palesandoli, gli indicibili orrori. E adesso mi leggerò la seconda parte.
MetallaroRosso
Mercoledì 2 Novembre 2016, 22.33.20
9
Slayer i migliori in campo thrash, fiero di portare la loro maglietta
MetallaroRosso
Lunedì 5 Settembre 2016, 23.11.33
8
Onore agli Slayer, uno delle migliori band metal
the Thrasher
Lunedì 11 Luglio 2011, 22.00.50
7
Grazie grazie, mi lusinghi AL!
AL
Lunedì 6 Giugno 2011, 17.16.07
6
articolo da paura! rino il numero 1 come sempre!
the Thrasher
Domenica 29 Maggio 2011, 21.54.44
5
grazie dei complimenti, è sempre un piacere!
jek
Domenica 29 Maggio 2011, 20.43.11
4
Ennesimo articolone del grande Rino, che ha avuto il merito di farmi riavvicinare al sound degli Slayer un po' da me trascurati. Come sempre tanti aneddoti che mi fanno sempre più amare questa grande band.
alessio
Domenica 29 Maggio 2011, 18.40.16
3
e oltretutto lessi che gene tenne ferma la batteria di lombardo durante la registrazione di chemical warfare, data la grande velocità la batteria tendeva a mioversi troppo e quindi non stava ferma al suolo. comunque pernso che quando si parla di metal estremo il nome dei slayer salta subito fuori ,anche quando si parla con gente che non segue particolarmente questa musica il loro nome è conosciuto .
Nightblast
Domenica 29 Maggio 2011, 14.14.42
2
Bell'articolo. Nulla da fare, gli Slayer sono e saranno sempre una band superiore...
il leccese
Domenica 29 Maggio 2011, 11.38.00
1
piccolo aneddoto..gene hoglan insegno a dave come usare la doppia cassa durante le registrazioni di show no mercy
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