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SLAYER - La biografia, seconda parte
13/06/2011 (10946 letture)
Una carriera in ascesa implacabile, da Signori del metal estremo: non c’era tempo di fermarsi di fronte a nulla, per gli Slayer che nel 1986, freschi del loro masterpiece assoluto, si imbarcarono in un tour con gli Overkill, nel quale suonarono l’intero Reign In Blood con aggressività devastante, conquistando il pubblico ad ogni serata, in ogni locale. I loro fans continuavano a scatenare moshpit degenerati e ad insultare chiunque osasse aprire per i loro idoli, ma ciò non frenò la folle volontà degli WASP, che vollero suonare assieme ai californiani. King si chiese a quale razza di idiota del cazzo potesse venire in mente una simile idea, e ricorda che non ci fu partita: gli WASP, ovviamente, furono massacrati, ed è quasi divertente ricordare come due anni prima erano già stati umiliati anche dai fans dei Metallica, altra band con le palle alla quale avevano osato chiedere la collaborazione. Qualsiasi band ha sempre avuto grande difficoltà a dividere il palco con gli Slayer, è un dato di fatto. Eppure, alla fine di quel tour memorabile, Lombardo annunciò di voler lasciare la band per continue incomprensioni dovute alla presenza in trasferta della mogliettina Theresa, mal gradita al resto della formazione. Theresa non dava alcun fastidio, ma Dave, per quanto tranquillo e misurato, era anche tremendamente testardo, e non accettò i maltrattamenti subiti dalla sua donna, oltretutto aggiunti a degli stipendi non pagati. Si tagliò i capelli e trovò un lavoro, venendo sostituito dal diciottenne Tony Scaglione degli Whiplash, che però non convinceva appieno la band. I ragazzi corteggiarono a lungo Dave, pregandolo di tornare nei ranghi, e alla lunga ci riuscirono. La band venne coinvolta nella colonna sonora del film Less Than Zero, per la quale registrarono l’orrenda cover di In-A-Gadda-Da-Vida degli Iron Butterfly, e si mise al lavoro su un nuovo studio album. Nel 1988 uscì dunque South Of Heaven, che clamorosamente rallentava le poderose velocità del predecessore, facendole confluire in atmosfere anche cadenzate, dalla melodia sinistra ma più spiccata che in passato; il drumwork era potente e compatto, e il disco presentò un nuovo stile per la formazione californiana, che inserendo pezzi meno cruenti e linee vocali lievemente più melodiche al fianco delle canoniche killer tracks arricchì il suo spettro sonoro, rendendolo decisamente più vasto. Qualche fans storse il naso, ma il disco vedrà il suo apprezzamento lievitare col progredire degli anni. Era errato paragonarlo a Reign In Blood, perché la stessa band, ormai, non intendeva più essere ‘solo ed esclusivamente veloce’, a tutti i costi. Tuttavia, Kerry King ammetterà di non gradire troppo né le sue prestazioni, su questo disco, né le parti ‘troppo cantate’ di Araya. L’album resta però un capolavoro che arricchisce il palmarès della band, che come molte fiere esponenti del thrash metal dell’epoca si mostra formazione intelligente, capace di spaziare nelle liriche tra diversi problemi sociali come la guerra, l’aborto, la corruzione. Araya, particolarmente ispirato nel comporre testi attorno alle figure di celebri serial killer, ha sempre sostenuto che c’è sempre qualcosa da dire, perché c’è sempre qualche problema. Nella tracklist oltre alla titletrack spiccavano futuri classici come Live undead, la ritmata Mandatory Suicide, la rapida sfuriata Ghost of War, la cover priestiana di Dissident Aggressor, la trascinante Silent Scream ed altre magistrali dimostrazioni di un heavy-thrash cupo e ossessivo compenetrato di perfida possenza. Ormai la band era professionale, si era completamente ripulita da droghe ed alcool, si era abituata a suonare di fronte a pubblici ampi ed aveva visto il consolidarsi dell’amicizia tra Araya e Hannemann, mentre gli altri due erano individui meno avvezzi alle uscite di gruppo. Gli Slayer passarono sotto contratto con la Def American, nuova etichetta di Rubin, ed acquisiva un’immagine sempre più matura. I concerti, però, restavano fottutamente viscerali, tra risse, invasioni di palco, gente che si gettava dalle balconate, locali distrutti e botte tra i turbolenti fans del combo americano. Gli Slayer fanno paura alla gente comune, intimidiscono, incutono rispetto e conquistano orde di ragazzini: alla fine del tour Lombardo era letteralmente sfinito, eppure la band si imbarcò presto per nuove date con Overkill e Motorhead.

All’inizio del 1989 gli Slayer iniziarono a preparare il materiale per un nuovo disco, che scelsero di pubblicare con un videoclip della titletrack (dal sound più melodico che in passato, cosa che fece venire qualche brivido ai fans, e girato nel deserto egiziano): a ottobre 1990 fu pubblicato Seasons In The Abyss, che con l’opener War Ensemble riportava immediatamente la band alla velocità travolgente del recente passato. Spiccavano nuovi testi duri come Dead Skin Mask (che trattava di un serial killer), mentre Araya si definiva anche ‘poeta’; in sfuriate come Hallowed Point gli Slayer ritrovarono il loro classico thrash da capogiro a velocità elevata, completando il tutto con la sinistra e inquietante Skeleton Of Society o con le tematiche ‘sataniche’ di Born Of Fire, lontane dal ‘giochino’ dissacrante degli esordi e orientate su temi delicati, con King a scagliarsi contro le religioni organizzate ritenute ‘stampelle’ per le persone troppo deboli. Il thrash metal era all’apice del suo fulgore, e nacque l’idea eccitante di un tour dei celebri ‘Big Four’: ma l’idea saltò a causa del rifiuto dei Metallica. Poco male: gli Slayer si imbarcarono nel Clash Of the Titans con Megadeth, Testament, Suicidal Tendencies e, in seguito, Anthrax. La band si impegnò molto, nonostante i dissapori con Mustaine (che accusò gli Slayer di ‘vendere’ meno della sua band), con un Lombardo sugli scudi, pronto a confermarsi come numero uno. Ma il batterista stava per lasciare per la seconda volta la band: lo sforzo del tour si protrasse fino all’estate 1991, dopo la quale il drummer se ne andò sbattendo la porta, forse per mancanza di puntualità alle prove da parte degli altri membri, e forse attirato da nuovi generi come il jazz. King si mise alla ricerca di un rimpiazzo, analizzando montagne di VHS, e scelse Paul Bostaph dei Forbidden: il chitarrista ascoltò i dischi della band, e non ne fu entusiasmato, ma concesse comunque una chance al ragazzo, che al provino sbagliò solo tre volte nell’arco di nove brani. Si era chiuso così il primo decennio di vita della band e la prima, importantissima, porzione della sua carriera, celebrato con il live senza incisioni Decade of Aggression, che fotografava splendidamente le abilità tecniche della band all’apice del suo splendore (ancora con Lombardo alle pelli). Mentre il mondo musicale era attraversato dai fenomeni grunge e black metal norvegese, nel 1992 gli Slayer partecipano al Monster of Rock di Donington;King, che iniziava a perdere i capelli, decise di rasarsi completamente la testa. Nel 1994 la band pubblica il nuovissimo Divine Intervention, velocissimo manifesto di thrash furioso, accostato addirittura a Reign In Blood e impreziosito da pezzi come Dittohead, uno dei più veloci in assoluto dell’act californiano. Qualcuno disse che il disco fu mixato male, ma i fans ne furono soddisfatti.

Tra il 1995 e il 1996 la band va incontro ad un nuovo clamoroso addio, quello di Bostaph (senza precisa motivazione), sostituito da John Dette (anche se la band avrebbe preferito assoldare Gene Hoglan). Dopo aver calcato gli assi dell’Ozzfest ’96, la band viene incolpata dell’omicidio di una quindicenne da parte di tre ragazzi che, si scrisse, furono spinti da alcune canzoni degli Slayer: le solite accuse infondate ed irrazionali, sollevate più per destar scandalo che peraltro. Nel frattempo era iniziato il lavoro di songwriting per il nuovo album, con Dette che appariva però fuori posto ed incapace di comunicare con la band: sia Lombardo che Bostaph manifestarono la volontà di rientrare, e polemicamente gli Slayer scelsero Bostaph, che partecipò dunque alle registrazioni di Undisputed Attitude, album di cover punk che avrebbe inizialmente dovuto essere un disco di cover di Judas Priest, Deep Purple, UFO e Doors (alcuni tra i principali ispiratori della band): un’uscita un po’ sottotono, fatta per sfizio, che la band sapeva non avrebbe avuto molto successo. Il disco venne supportato da un breve tour nei piccoli pub, prima di imbarcarsi in un nuovo tour mondiale in cui la band fu affiancata dai nascenti System Of A Down, dimostrando un carisma, un’esperienza e una professionalità ormai invidiabili. Il 1998 vide l’uscita di un disco come Diabolus In Musica, imbevuto di qualche elemento nu-metal che disturbò i fans della prima ora, sebbene gli stessi Slayer (King in primis) dicessero di disprezzare quel filone stilistico. il disco era comunque pesante, a tratti lento ed a tratti più aggressivo. La fine del millennio trascorse abbastanza tranquilla, fino al 10 settembre 2001, quando furono presentati in anteprima i nuovi brani di God Hates Us All. L’indomani, il drammatico attentato alle torri gemelle sconvolse tutti i piani del tour e portò Araya ad additare il fanatismo come male allo stato puro. Il nuovo album tendeva a ricollegarsi allo stile thrash originario, attaccando nelle liriche le religioni organizzate, incapaci di fornire risposte concrete. Interpellato sulla crudeltà impareggiabile dei suoi testi, Kerry King sostenne di farsi bastare un’ora di autostrada per trovare qualcuno contro cui scagliarsi. Non era uno dei migliori dischi della band, ma “solo” un disco rispettabile. Nel dicembre 2001 Bostaph divenne il secondo batterista a lasciare gli Slayer due volte di fila (per un’apparente lesione al gomito): contro la volontà di King, il manager richiamò all’ovile Lombardo, inizialmente come scelta temporanea. Nel frattempo continuarono i provini per assoldare un drummer ufficiale, ma il tempo aveva ammorbidito i rapporti tra i ragazzi e Lombardo sarebbe di lì a poco tornato a tutti gli effetti nella band. King fece qualche apparizione inspiegabile (per esempio nel singolo dei Sum 41, What We’re All About Rock!), dando ai fans qualcosa di cui chiacchierare nell’attesa di Soundtrack to The Apocalypse, box celebrativo alla carriera della band. Nel giugno 2004, Lombardo suonò una data assieme ai Metallica per sostituire temporaneamente l’acciaccato Lars Ulrich (un evento memorabile per i fans delle due band), e poco dopo la band brillò all’Ozzfest, affiancando nella line-up originaria leggende come Judas Priest e Black Sabbath, anch’essi (entrambi) riuniti nella formazione storica. Un trionfo del revival per il caro vecchio heavy metal, che nei Nineties aveva subito duri colpi alle proprie coronarie. Il 06/06/06, che venne definito ‘il giorno dell’Anticristo’, fu elevato dai fans della band a ‘giornata internazionale degli Slayer’, che intanto stavano per partorire un nuovo full lenght, l’ancor più veloce Christ Illusion, che si rivelerà non particolarmente trascinante. Tra i brani spiccava Jihad, che descriveva la strage dell’11 settembre dalla prospettiva dei terroristi ma era musicalmente banale. Le censure, sdegnate per la copertina che ritraeva un Cristo straziato, si fecero sentire non poco, risollevando le antiche polemiche religiose nei confronti dei thrashers.

Gli anni 2000 scorrono dunque con gli Slayer ancora duri, cattivi e veloci. Ma sia la band che i suoi sostenitori iniziano a porsi dubbi sull’effettiva longevità della storica band californiana, perché prima o poi i vecchi leoni dovranno pur smettere e l’età inizia a farsi sentire, con Araya che inizia ad accusare qualche acciacco in maniera più pesante. Un thrash così violento, per una band tanto ‘fisica’, non può permettere certo agli Slayer di tirare avanti fino ai sessant’anni. Nel 2007 arriva un inaspettato Grammy e gli Slayer affrontano il tour più ‘mainstream’ della loro lunghissima epopea, col controverso Marilyn Manson; nell’annata successiva viene annunciato il ritiro nel 2011 e l’ultimo disco nel 2009, quel World Painted Blood che pone un gustoso capitolo finale all’avventura di questa band tremenda e assassina. Un disco di thrash vecchio stile, di gran lunga superiore rispetto agli ultimi tre capitoli in studio, che riporta la band direttamente ai fasti migliori, pur senza pretendere di comparire tra i masterpieces assoluti. 2011, dunque: vedremo se sarà davvero l’atto finale, quel che è certo è che questa band, questo titano dell’heavy metal di ogni epoca e generazione, ha saputo arricchire l’enciclopedia hard’n’heavy con violente mazzate di storia, annichilendo ogni avversario sotto i propri colpi inflessibili. Scandito dall’urlo dei fans, il moniker Slayer si è proiettato nei decenni scolpendosi nell’immaginario collettivo dei metalhead come leggenda, un monumento al quale dobbiamo essere grati. Per la musica, furente, inconfondibile, velocissima, da delirio orgasmico; per le verità rivelate con schiettezza e onestà, a costo di scatenare polemiche ed affrontare la censura, i perbenismi, i conformismi, i pregiudizi. Scorre inevitabile un brivido lungo la schiena, mentre per l’ennesima volta facciamo partire Metalstorm-Face The Slayer, per regalarci ancora qualche momento di irrazionale follia, qualche fuga nel delirio, un moshpit indemoniato. Per celebrare ancora una volta, Signore e Signori, i Padroni delle Tenebre: gli Slayer.



ObscureSolstice
Martedì 15 Agosto 2017, 15.03.32
14
Ma la coerenza non contava niente? (cit.)
Fabio Rasta
Martedì 15 Agosto 2017, 12.09.53
13
La coerenza verso loro stessi e verso i fan li ha ripagati alla grande. In termini di rispetto e dignità! Come dice PINO SCOTTO, le palle si vedono alla lunga distanza. Concordo sul giudizio della cover di In-A-Gadda-Da-Vida: orrenda!. Bella Biografia. Utile a chi conosce la Band, utile a chi volesse avvicinarvisi oggi. Grazie Rino Gissi "The Thrasher", grazie METALLIZED.
MetallaroRosso
Martedì 12 Luglio 2016, 15.56.21
12
grande band, in assoluto la mia preferita
BILLOROCK fci.
Giovedì 16 Giugno 2011, 17.56.48
11
bel articolo !! oh yeah
AL
Mercoledì 15 Giugno 2011, 11.53.26
10
assolutamenti grandi! a leggere l'articolo mi è venuta voglia di andare al big 4... bell'articolo del mitico rino!
jek
Lunedì 13 Giugno 2011, 20.31.27
9
Ottima articolo per coronare l'epopea di una band fenomanale. Lunga vita ai "Padroni delle Tenebre"
GIANLOCO
Lunedì 13 Giugno 2011, 17.25.11
8
GRAZIE DI ESISTERE
Metal4ever
Lunedì 13 Giugno 2011, 13.19.45
7
Se gli Slayer hanno ancora la metà della grinta che mi hanno dimostrato al concerto di Roma, posso scommetere sulla loro longevità per altri 10 anni!
Hook in Mouth
Lunedì 13 Giugno 2011, 11.51.53
6
vino...
Radamanthis
Lunedì 13 Giugno 2011, 11.04.20
5
Eh eh, ci hai azzeccato...una bella mescolanza! Rissi non suona bene, invece Gino si...Vabbè, a essere sincero è stato un errore di battuta ma poteva saltar fuori qualcosa di peggio...in zona (delle lettere della tastiera) poteva venir fuori chessò Fino, Dino, Tino, Eino...
Zarathustra
Lunedì 13 Giugno 2011, 10.57.49
4
@Radamanthis: Gino è una crasi di Rino e Gissi o il nuovo soprannome del nostro Thrasher? Ditemelo così mi adeguo
Radamanthis
Lunedì 13 Giugno 2011, 10.56.05
3
Grande Gino e grandissimi i Padroni delle Tenebre: gli Slayer!!!
Nightblast
Lunedì 13 Giugno 2011, 10.18.34
2
Ottimo articolo. SLAAAAAAAAAAYEEEEEEEEEEERRR!!!
Painkiller
Lunedì 13 Giugno 2011, 9.03.19
1
Complimenti a Rino per l'articolo, molto coinvolgente. Ritengo che questa band straordinaria, seppur non ritenga gli ultimi due album dei capolavori, resterà sulle scene ancora per molto. Alla summa del big four, tra le scarse prestazioni dei Metallica, la compattezza ma certamente l'incertezza che sempre aleggia sulla line-up dei Megadeth, per non parlare degli Anthrax (spero tanto che il nuovo lavoro sia all'altezza), alla fine, i veri BIG sul palco sono sempre loro.
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