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WACKEN OPEN AIR - Day 2, 05/08/2011
17/08/2011 (3694 letture)
La prima giornata di concerti se ne è andata rapidamente, ma a Wacken non c'è tempo per riposarsi! La seconda si preannuncia infatti tra le più pesanti, dal momento che i concerti si susseguiranno senza sosta da mezzogiorno sino alle 3 del mattino. Ecco a voi il resoconto di tutti quelli che ci è stato possibile vedere!

ENSIFERUM
Tocca ai finnici Ensiferum aprire la programmazione del Black Stage all'inizio del secondo giorno di concerti. Si parte puntuali alle 12 alla volta di un'ora di viking metal coinvolgente e deciso, l'area concerti di fronte al palco è già strapiena (andrà leggermente svuotandosi proprio alla fine dell'esibizione) e gli Ensiferum -reduci da un lungo tour di spalla ai Children of Bodom- possono dare sfogo a tutte le loro energie come consuetudine in un festival importante come questo.
Dopo aver letteralmente sparato in faccia ai presenti By the Dividing Stream e la classicissima From Afar si può partire con un po' di dialogo con il pubblico. “Alzi la mano chi è già ubriaco!! perfetto..e ora alzi la mano chi si ubriacherà!”. Inutile dire che praticamente tutti i presenti hanno obbedito entusiasti, prima di godersi Twilight Tavern.
La setlist proposta pesca maggiormente da From Afar ma è comunque ben bilanciata tra tutti i lavori della band. Brani epici (grazie sopratutto all'apporto di Silvennoinen alle tastiere), diretti, cantati da un Petri Lindroos sugli scudi, con una sezione ritmica tiratissima e precisa, oltre ad una prova delle asce più che incisiva.
Insomma, un concerto degli Ensiferum a Wacken è esattamente ciò che si definisce “cominciare la giornata con il botto” (e con un discreto massacro nelle immediate vicinanze del palco).

PRIMAL FEAR
La band tedesca nata negli anni 90' ha una doppia prova da affrontare a Wacken: il confronto "diretto" con i loro più vicini ispiratori, i Judas Priest che suonano a poche ore di distanza, e la presentazione di alcuni brani nuovi dal disco in uscita. Anche loro però sembrano determinati a fare un'ottima figura: Ralf Scheepers (che tra l'altro ricorda un po' Rob Halford nel look di capelli rasati e vestito di pelle) è una figura imponente e riempie il palco con al suo fianco Henny Wolter, Magnus Karlsson e al basso Mat Sinner. Osservandoli da una posizione più esterna ci si rende conto che l'afflusso del pubblico è in continuo aumento: ovvero che i Primal Fear attirano la curiosità anche di chi semplicemente passa di lì. La voce di Scheepers è una calamita che utilizza con disinvoltura tanto il growl e i bassi (arriva sino ai B5) quanto linee melodiche, in brani come Running in the Dust. La sua è infatti una voce che non stona in un ambiente musicale come il power. Anzi, sentendolo dal vivo lo si può immaginare molto bene in un gruppo come gli Helloween di adesso, in cui Andi Deris stenta un po' a raccogliere l'eredità di Kai Hansen. I brani si susseguono con impeto, puliti e precisi: Angel in Black è incisiva ma la batteria la penalizza un po', Running in the Dust è grandiosa con i suoi acuti; non si può dire che la band sia dinamica a livello di movimenti, anzi, sono abbastanza fermi ,ma l'azione si vede bene tra i fan che appaiono soddisfatti e, quando tra i classici spicca anche Chainbreaker dal primo album del 1998, si scatena un entusiasmo vivo e vitale. Concludono con Metal is Forever, il loro biglietto da visita, il cui testo è un vero inno a tutti gli appassionati del genere: in effetti nessuno si esime dal cantare questa frase-simbolo e l'effetto è quello di un giuramento tra migliaia di fratelli. Uno show più che riuscito da una band che meriterebbe più seguito anche in Italia e capace di tirare fuori gli attributi anche su una scena importante.

SUICIDAL TENDENCIES
Dopo una breve pausa (15 minuti) ecco salire sul True metal stage gli americanissimi Suicidal Tendencies, il pubblico per loro è molto più ridotto rispetto a quello presente per gli Ensiferum e riusciamo ad arrivare quasi sotto il palco.
Beh è un peccato che molti metallari evitino certe sonorità poco tradizionali, perché tecnicamente parlando il concerto dei Tendencies è stato qualcosa di ineccepibile.
Groove è la parola d'ordine: già dopo il primo pezzo (You Can't Bring Me Down) constato che la sezione ritmica che mi trovo di fronte è tra le più intricate che mi sia mai capitato di sentire dal vivo, Eric Moore dietro le pelli è qualcosa di sensazionale (e lo dimostra nel suo assolo), ho visto tanti batteristi far girare le bacchette tra le dita ma colpire i tom in modalità “maniscalco incazzato” ad ogni giro delle bacchette e senza interrompere la rotazione è qualcosa di fenomenale.
Stesso discorso per il bassista Thundercat Brunner che mette totalmente in soggezione i due chitarristi Clark e Pleasants con linee arzigogolate e funamboliche da far calare le mascelle ai presenti.
Buona anche la prova di Mike Miur alla voce, decisa e incazzata al punto giusto (e ve lo dice uno che non è esattamente un amante dei cantati troppo rappati), l'unico appunto che mi sento di fare è : al di là delle intro rappate che essendo legate alle canzoni sono perfettamente contestuali, è il caso di presentare i pezzi in un ingl....americano stretto da ghetto? Ho assistito ad esibizioni presentate in tedesco molto più comprensibili... giuro!

VAN CANTO
Nonostante non siano tra i più famosi (in Germania sicuramente più che in Italia, ma a mio avviso ancora non abbastanza) sono sicuramente fra i più disponibili e gli piace farsi amare dai fan. Il loro stato di band metal "a cappella" necessita di un soundcheck davvero molto rapido (batteria, microfoni..) e dalla prima fila si notano dettagli quali Bastian Emig con una bandana che allena le braccia o Ross Thompson che saluta il pubblico e poi scende alle transenne. Il "rakataka motherfucker", come si è fatto amichevolmente conoscere, sta un po' con noi, fa foto, si fa offrire una birra e distribuisce autografi (compreso al mio avambraccio che lo porta per tre giorni con fierezza). Il resto della band si apposta dietro le quinte e al momento giusto "esplode" (Bastian nascosto da due ore dietro la batteria ha sciolto i capelli). Iniziano con Lost Forever ed è già divertimento. I ragazzi sanno che -sempre per il fatto che possono contare solo sulle "loro" forze- devono dare il meglio fisicamente per essere convincenti. Philip Dennis Schunke è una vera forza della natura: salta, corre, usa gli amplificatori come ostacoli e va da ogni membro della band per interagirvi. L'affiatamento è innegabile, specialmente tra lui e Inga Scharf o tra Stefan Schmidt e Ingo Sterzinger. Inoltre il vocalist, nonostante sia a casa sua, alterna inglese e tedesco ed è divertente come cerca di far intuire il brano in arrivo. Fanno soprattutto cover di altre band, a modo loro : Whishmaster dei Nightwish, Master Of Puppets dei Metallica, Primo Victoria dei Sabaton. Il concerto sembra diviso in due modi: quando ci sono le cover, la band si concentra su sè stessa, sicura che il pubblico seguirà bene, aiutato dalla fama di questi pezzi. Ma quando fanno pezzi loro, tratti da Tribe Of Force del 2010, si espongono di più: invitano a battere le mani, a cantare con i pezzi e a fare il coro. Con One to Ten si conta insieme, in To Sing a Metal Song siamo "tutti per uno e uno per tutti". La folla è compatta - a beneficio dei crowdsurfer che sono continui e molti recidivi. Una sorpresa è il pezzo Water Fire Heaven Earth dove a fare una ottima performance è Inga Scharf. La sua voce pulita negli album -ai limiti del lirico, il tocco che funge come il "collante" melodico tra le altre voci maschili- si rende leggermente più dura per il live e si allinea a quella di Philip Dennis Shunke. Lo show è semplice nelle decorazioni e negli effetti e questo dà ai Van Canto ancora più merito, perchè a conquistare tutti i fan sottostanti sono solo loro, puri e puliti. Dovevano aver puntato su uno show energico, perchè non rallentano la scaletta facendo brani come Last Night of the Kings o Frodo's Dream: hanno tuttavia compensato con la loro splendida cover di The Bard's Song.

MORBID ANGEL
Sudore freddo e brividi lungo la schiena, in attesa dello show degli storici Morbid Angel; dopo l'uscita dell'ultimo, terribile, Illud Divinum Insanus, il terrore era quello di trovarsi di fronte una band sfinita e inascoltabile. Fortunatamente le mie peggiori aspettative sono state almeno in parte smentite da uno show non perfetto ma che rende un po' merito alla grandezza del nome che campeggiava sul telone dietro il palco. La band di Azagthoth e Vincent è stata infatti autrice di uno show rispettabile, in cui le canzoni tratte dall'ultima fatica in studio sono state fortunatamente solo una parte; è comunque vero che queste stesse canzoni, dal vivo, guadagnano parecchio, forse perché quando la band deve arrangiarsi con la classica formazione a quattro, senza il supporto della tecnologia in studio, sa ancora cosa voglia dire tirare fuori death metal. Pur privi del mio idolo batteristico Pete Sandoval, i Morbid Angel presentano dietro le pelli un sostituto assolutamente di gran livello, ossia Tim Yeung, autore di una buonissima prova. Ad aiutarli anche la risposta di un pubblico caldo e accogliente, disposto a dimenticare l'ultima prova in studio (ma la fredda accoglienza all'annuncio dei brani tratti dalla stessa è stata significativa), e desiderosa solo di disintegrarsi le ossa pogando al ritmo di anthem indimenticabili come Immortal Rites o Maze Of Torment. Missione questa abbondantemente riuscita, perché sui pezzi storici la prestazione dei Morbid Angel è stata assolutamente ottima. In definitiva uno show molto difficile, che aumenta ancora di più il senso di smarrimento di fronte ad una band capace di eclissare la proprio grandiosa e meritatissima fama con prove in studio terribili, ma che mantiene live gran parte del proprio fascino. Ma fino a quando potranno mettere a dura prova la fedeltà dei propri fan?

SODOM
Suonare in pieno pomeriggio, per una band storica del thrash metal mondiale, e per di più di casa, non è certo un grande attestato di stima. Ma i Sodom, da grandi signori, ignorano questa atmosfera non certo congeniale alla loro proposta musicale, presentandoci uno spettacolo coinvolgente, con un'ottima scaletta perfettamente eseguita.
Pur essendo uno dei pochi gruppi di questi giorni ad essere penalizzato, almeno per i primi due brani, da suoni non benissimo bilanciati, i thrashers tedeschi aprono le danze alla grande, col thrash metal che non disdegna aperture melodiche di In War And Pieces, ma lasciando subito spazio a grandi classici pescati tra le ormai due decadi abbondanti di attività. Ecco quindi che lo show trova i suoi picchi qualitativi in brani come The Saw Is The Law, Agent Orange, o la violentissima Outbreak Of Evil. Gran merito del successo dello show va al mitico Tom Angelripper, la cui voce, soprattutto al confronto con molti colleghi thrash, sembra migliorare con gli anni, apparendo sempre più potente e graffiante, più incentrata su tonalità medio-alte rispetto al passato, ma sempre in grado di rendere benissimo i brani più vecchi. Qualche scontento tra il pubblico per la mancanza di alcuni brani (tra tutti, Ausgebombt, di cui esiste anche una versione tedesca che effettivamente avrebbe fatto furore) ma in generale lo show ha avuto un ottimo riscontro da parte del pubblico. In generale, posso concludere, dopo aver visto finalmente questa band dal vivo, che ci troviamo di fronte ad un trio davvero incredibile, che certamente ha avuto alcuni momenti discussi e discutibili, ma che sta reggendo alla grande la prova degli anni, sia in studio che live.

RHAPSODY OF FIRE
Sul party stage è difficile non riconoscere il loro logo blu con la scritta rosso fuoco. Il pubblico è abbastanza impaziente (per l'occasione sono riuscita ad aggiudicarmi la prima fila) e bisogna dire che una delle caratteristiche dei Rhapsody Of Fire è proprio la solennità dei loro inizi. Quando con Triumph or Agony entrano in scena, è come se facessero una sorta di scommessa: trionfo o gloria a Wacken, davanti ad una folla maestosa. Sfoderano le armi, inizia la "battaglia"e i ragazzi sono carichi: Fabio Lione incalza e sfodera una voce davvero magnifica, preparata e calda. Si muove abbastanza ma senza esagerare (fortunatamente anche la sua capigliatura "lionina"...fa scena. Anche se parla con il pubblico fra un brano e l'altro, non sembra vederlo del tutto e questo lo posso garantire poichè nella prima fila le mani che si agitano cercando la sua complicità non trovano particolare attenzione, ma questo perchè è concentrato a non sbagliare nulla (e in effetti particolari errori non vengono commessi). Stranamente non vengono fatti brani dai due album più recenti From Chaos to Eternity del 2011 e The Cold Embrace of Fear del 2010: l'ipotesi più plausibile è che abbiano voluto andare sul sicuro per un pubblico così variegato come quello di Wacken e allo stesso tempo "viziato" come quello tedesco che forse non ha ancora avuto modo di approfondire i nuovi pezzi. In effetti un concerto dei Rhapsody Of Fire ha bisogno di partecipazione da parte del pubblico, di cori e di mani. Questi tre elementi si scatenano in brani storici come The Village of Dwarves, Dawn Of Victory o Holy Thunderforce. Inaspettatamente non c'è molta partecipazione su Lamento Eroico ma è facile intuire che la lingua italiana non sia così popolare come quella inglese (così come anche per i pezzi in latino di Reign Of Terror). Gli altri componenti non stonano con l'energia di Fabio Lione: sono da segnalare in particolar modo Patrice Guers al basso, che mantiene vivo il contatto con il pubblico -anche se si fa sentire poco con lo strumento- e Alex Staropoli che con le sue tastiere vive ogni brano con grande pathos, agitando la testa e i capelli davvero molto biondi... Un'abile mossa è di concludere con Emerald Sword, brano non solo storico, ma di grandiosa vitalità che unisce il pubblico alla band in un unico canto a squarciagola; se sul palco avevano cominciato in cinque, concludono in migliaia perchè tutti sono stati conquistati e la battaglia si può definire vinta (with triumph). Il saluto è accompagnato da Sea Of Fate acustica che sfuma e conclude con delicatezza.

AS I LAY DYING
Premessa: non sono un fan del metalcore. Si tratta di un genere che non rientra particolarmente nelle mie corde, ma che è riuscito ogni tanto a scalfire la mia dura scorza thrash per farmi quantomento interessare. È per questo motivo (e perché i concerti contemporanei mi interessavano ancora meno, ad essere onesti) che a metà pomeriggio della seconda giornata mi sono posizionato poco distante dal Black Stage per assistere allo show degli As I Lay Dying, band metalcore ormai diventata famosissima grazie a dieci anni di attività ed una serie di album di gran successo commerciale. Più di una volta i miei pregiudizi sono stati smentiti, e proprio in campo metalcore saranno, nella stessa giornata, i Trivium a farlo, stupendomi particolarmente, ma con gli As I Lay Dying devo dire che la cosa è riuscita solo a metà. La metal band americana non ha infatti deluso, sia chiaro, ma mi ha dato l'idea di molta potenzialità sprecata dietro all'atteggiamento di un singer che appare sempre forzare linee vocali al limite delle proprie capacità; intendiamoci, si tratta di un più che buon cantante, ma che come ogni cantante ha i proprio punti deboli, e in questo caso mi pare non sia completamente conscio di quali siano i suoi. Di tutt'altra pasta invece la prestazione della sezione ritmica, rocciosa e convincente (anche se per merito di suoni molto pompati), il che riveste una grande importanza in sede live, in quanto ruolo fondamentale per ottenere una grande risposta dal pubblico, come sempre impegnato in pogo e crowd-surfing senza sosta. Le canzoni, che devo ammettere di non conoscere, mi sono sembrate tendenzialmente un po' troppo omogenee (ma è un po' il mio problema con gran parte del metalcore moderno), il che lungo 60 minuti di show rischia di comprometterne la qualità. Non posso comunque, nonostante leggeri pregiudizi, bocciare la prova degli As I Lay Dying, che a mio avviso godono di un eccessiva celebrazione da parte di molti settori ma che dimostrano di essere una band in grado di infammiare grandi palchi e di mantenere il proprio status di gruppo ormai affermato nel panorama mondiale.

TRIVIUM
Ecco il turno degli statunitensi Trivium, dei quali ho sentito parlare benissimo in sede live. Date le mie aspettative è un peccato che la band abbia iniziato male la sua performance al Wacken: problemi tecnici al microfono di Matt Heafy minano l'inizio della loro esibizione, tant’è che non ho sentito una singola parola dell’opener In Waves, title-track del loro nuovo disco (in uscita in questi giorni). Risolto il problema al microfono ci pensa A Gunshot To The Head Of Trepidation a far scaldare i motori: la band nell’esecuzione del brano si dimostra grintosa e coinvolgente, successivamente Heafy chiederà sempre più partecipazione da parte di un pubblico già in visibilio (fans donne in primis).
I Trivium decidono di includere in scaletta ben quattro pezzi del nuovo album (In Waves, Dusk Dismantled, Black, Built To Fall), songs che rendono davvero bene e che sono massacranti dal vivo, eccezion fatta per Black, che mi è sembrata innocua.
Non mancano i classici come Like Light To The Flies, e Pull Harder On The Strings Of Your Martyr, che riscuotono molto successo tra il pubblico, mentre io a dire la verità ero più desideroso di sentire qualcosa dell’album Shogun. Desiderio esaudito: la chiusura dello show infatti è affidata proprio a Down From The Sky e Throes Of Perdition.
In conclusione i Trivium hanno dimostrato di essere veramente bravi a tenere il palcoscenico, la loro è stata una buona prova, energica e precisa. Ottima l’idea di eseguire quattro tracce su dieci del loro prossimo album; dal momento che quasi tutti i brani presentati mi hanno dato ottime sensazioni, che si stia prospettando un altro buon album ai livelli di Shogun? Lo spero sinceramente.

JUDAS PRIEST
Uno dei momenti più attesi di tutto il festival: il concerto dei Judas Priest. L’attesa è spasmodica, lo spettacolo delle 75mila persone attorno a noi è semplicemente ineguagliabile, non è cosa da tutti i giorni vedere tanta gente tutta assieme. L’accoppiata iniziale, composta da Rapid Fire e Metal Gods, è subito delle migliori. Bastano queste due canzoni per capire quanto la band sia in forma quest’oggi; dai Priest c’è da aspettarsi sempre il meglio. Trattandosi dell’Epitaph Tour, la band ha scelto di proporre una scaletta comprendente l’intera loro carriera, non c’è da stupirsi quindi se ci si ritrovava a cantare canzoni fino ad allora poco considerate in tour, come la mediocre Heading Out the Highway o le fenomenali Never Satisfied e Blood Red Skies. Non sembra aver avuto alcun problema ad ambientarsi il giovane Richie Faulkner, sostituto alle sei corde del leggendario K.K. Downing; la nuova formazione è già ben amalgamata e gira alla perfezione. Impressionanti, come sempre, alcuni acuti del “Metal God” Rob Halford, che in certi momenti sembra davvero quello di un tempo, pur se talvolta si percepisce una certa difficoltà da parte sua a mantenere la linea vocale originaria. Ma d’altronde cosa vi aspettavate? Unica nota veramente negativa è l’aver voluto affiancare le due immancabili perle Breaking the Law e Painkiller, col sacrificio della prima, che è stata proposta in versione strumentale, con Halford che dirigeva il microfono verso il pubblico. Diciamo che non è proprio la stessa cosa se non è lui a cantarla. Lo show, protrattosi per quasi due ore, è stato ancor più emozionante per i due encore offerti dalla band, con la presenza delle più “leggere” e frizzanti You’ve Got Another Thing Comin’ e Living After Midnight, poste proprio in chiusura di setlist. Insomma, i Judas Priest ci hanno regalato ancora una volta uno spettacolo indimenticabile, compiendo insieme a noi un tragitto lungo più di quarant’anni. Emozioni senza tempo.

SIRENIA
Il palco dove i Sirenia vengono fatti esibire, il W.E.T. Stage, è giusto per loro: non troppo grande e raccolto sotto un tendone, dando l'effetto quasi di un antro "alla Tolkien" ma più gotico. Questa atmosfera gli si addice parecchio, in quanto rappresentanti del symphonic gothic metal norvegese, con un apparato di luci fredde e fumi che danno un aura di mistero. Da questi fumi appaiono Michael S. Krumins -chitarra solista e voce death- e Morten Veland alla chitarra ritmica (Jonathan A. Perez era già appostato dietro la sua batteria); per ultima la bella Ailyn (nome d'arte di Pilar Giménez Garcia, spagnola e nel gruppo dal 2008) con il look classico della cantante gothic. Si comincia con Path to Decay e l'inizio è ottimo: la voce di lei è liscia è scivola sulle chitarre e sui sintetizzatori, Michael S. Krumins, anch'egli una new entry dal 2008, è concentrato e il pubblico lo guarda poco; Morten Veland è invece molto a suo agio, in quanto figura storica e fondatore del gruppo, nonchè ottimo musicista. Lei cerca di muoversi sinuosa, ma non gli riesce granchè e allora punta sulle braccia che alza continuamente; il pubblico interpreta questo movimento come un invito a darsi da fare e in effetti c'è una certa partecipazione (nonchè un buon numero di persone). Purtroppo proseguendo nella scaletta ci si rende conto che il materiale è tutto abbastanza omogeneo; la sua voce da interessante diventa neutra e in certi momenti si "nasconde" dietro il sostegno musicale dei suoi compagni. Dal nuovo album The Enigma of Life vengono tratte The End of it All, The Other Side e Oscura Realidad (che diventa motivo di ovazione per un gruppo di fan spagnoli). Lo spagnolo le riesce meglio essendo la sua lingua, ma a contatto con una musica che come nessun'altra inneggia al nord, al gotico e al celtico, si perde e sembra che la band si divida in due concerti diversi. Nel frattempo si può notare la sorpresa dello spettacolo che i Sirenia stanno mettendo su: luci saettanti, colori intonati ad ogni brano, fumo e il tutto che rimane racchiuso dalla tenda facendo partecipare anche il pubblico a questa "atmosfera". Insomma, un gran bello spettacolo da vedere, ma ci si concentra su questi dettagli perchè le canzoni non riescono a prenderci; diventa addirittura difficile seguire il numero dei brani e a distinguerli. Questo perchè il gruppo, sin dal suo esordio nel 2001, non è riuscito a crearsi uno stile particolarmente incisivo o diverso, differenziandosi dai Nightwish o dagli Epica. Si mantiene classico ma non eccellente.

TRIPTYKON
Alla notizia della sostituzione dei Cradle Of Filth coi Triptykon il pubblico deve essersi diviso in maniera sostanziale: gli amanti della band autrice di capolavori come The Principle Of Evil Made Flesh o Dusk And Her Embrace da un lato, e i sostenitori del leggendario Thomas Gabriel Fischer, leggenda del metal coi Celtic Frost e ora tornato alla carica con la sua nuova band e il recente disco Eparistera Daimones. A scanso di equivoci, devo precisare da subito che io rientro in questa seconda categoria, e che pertanto attendevo con molte aspettative questa straordinaria band dal difficilmente identificabile miscuglio di black/doom con accenni gothic. Aspettative pienamente soddisfatte da una prestazione di gran classe, particolarmente anormale per un grosso festival come il W:O:A, sotto molti aspetti fredda e poco comunicativa, ma estremamente efficace e perfetta sotto il punto di vista esecutivo. I Triptykon sono infatti una di quelle band che porta avanti nella maniera più pura il messaggio dell'artista sperimentale, che anche in sede live è dedito alla totale compenetrazione dei suoi sensi con la musica suonata, e non allo scambio col pubblico; poche parole, saluti e ringraziamenti, e tanta musica lenta, destabilizzante, oscura. Gli amanti di Fischer ne avranno sicuramente apprezzato l'ottima prova vocale, che provoca un sussulto al cuore di nostalgici con i suoi rimandi alla linee vocali di capolavori come To Mega Therion, ma anche al cuore degli amanti delle sonorità più recenti, con linee abrasive e graffianti. La musica è, come prevedibile, tratta sia da Eparistera Daimones che dagli storici episodi dei Celtic Frost, il che ci consente di apprezzare una grande scaletta ma che spezza un po' il "ritmo" (termine da prendere assolutamente con le pinze). In sostanza una prova di difficile assimilazione, adatta ai più scatenati fan della band, ma destinata a far discutere buona parte dei numerosi presenti di fronte al Black Stage; una prova comunque di assoluta classe, che conferma Thomas Gabriel Fischer come uno dei miti viventi del metal mondiale.

SKINDRED
Preceduti dalla loro fama di "schiacciasassi" live, gli inglesi Skindred offrono una delle performances più consistenti della giornata. Guidati da Benji Webbe, frontman di colore carismatico al punto da risultare istrionico, gli Skindred riempiono il W.E.T. Stage (in cui addirittura molti fan non sono riusciti ad entrare) ed esaltano i presenti. Molti i brani dal nuovo album Union Black (Warning, che usa per concludere e Doom Riff) ma nei 45 minuti a loro disposizione Webbe & Co. regalano anche qualche pezzo meno recente. Aiutati da un comparto tecnico ottimo (suoni potenti ma molto ben bilanciati e luci più che buone) non c'è nulla che non gli riesca: perfino l'idea -quantomeno bizzarra- di far ballare la robot-dance al pubblico è accolta con entusiasmo da tutti i presenti e il tendone del W.E.T. Stage si riempie di automi vestiti di nero (potenza del metal, anche se in questo caso è commisto a punk rock e reggae). Ma non solo: pogo e crowdsurfing sono di ordinaria amministrazione al cospetto di questo "banditore" massiccio e coinvolgente. D'altra parte, non possiamo fare a meno di ripetere quanto il reggae-metal degli Skindred sia stato di impatto coinvolgente come poche altre proposte nel week-end di Wacken.

AIRBOURNE
Quello degli Airbourne è stato uno dei concerti più genuini a cui ho assistito in quest’edizione del Wacken Open Air. Seppur io non abbia avuto la possibilità di godermelo fino alla fine (provate voi a stare alzati fino a tarda notte dopo un’intera giornata di concerti!), per quel che ho visto è stato davvero grandioso. Innanzitutto sembrava che ci fosse ancora più gente di prima (e forse era proprio così dato che era appena finito il concerto dei Triptykon, non certamente il migliore della giornata...), e poi l’atmosfera che si respirava era davvero adrenalinica. Negli ultimi anni si sono sprecati i paragoni con gli AC/DC, ma a vedere come questi quattro australiani sanno conquistare la folla, sembra davvero di assistere ad un concerto di Angus e soci. La loro presenza a Wacken appare sempre più giustificata e quasi mi dispiace non riuscire ad essere nelle prime file, ma le mie gambe mi fanno capire che non sarebbe una grande idea. L’apertura con Raise the Flag è spettacolare, la voce potente di Joel O’Keeffe cattura l’attenzione del pubblico tedesco e lo trasporta al centro del vortice sonoro creato dal rock ‘n’ roll grezzo e stradaiolo della band australiana. Born to Kill è un’altra botta di vita, nonostante la fatica accumulata non posso fare a meno di muovermi al suono di queste canzoni così accattivanti. La stessa cosa potrei dire per le successive Diamond in the Rough, Chewin’ the Fat, Blackjack, e tutto il resto della setlist, perché, proprio come gli AC/DC, anche gli Airbourne non dimostrano certo una grandissima originalità tematica o compositiva. Ma si può vivere anche con altro, e loro questo lo hanno imparato più che bene.

SALTATIO MORTIS
Il pubblico serale dei Saltatio Mortis è davvero molto tedesco, anche perchè il gelo che è calato su Wacken alle due di notte è impegnativo e le persone "locali" lo sopportano decisamente meglio. Il genere che caratterizza questa band è un ruggente medieval rock-metal, ma a differenza di band quali i Subway to Sally che fanno lo stesso genere con un atteggiamento più moderno e aperto a nuove sperimentazioni, i Saltatio fanno del loro retaggio storico un tratto impeccabile. Quasi tutti i brani sono in tedesco e latino, molte prese dalla tradizione dei Carmina Burana, come ad esempio In Taberna, la cui mancanza nella setlist è stata alquanto deludente. Alla loro entrata l'uso del fumo sintetico crea una buona atmosfera. Alea der Bescheidene accede al palco con platealità, ma purtroppo c'è un problema di suoni: la sua voce risulta più bassa rispetto agli strumenti (il numero dei componenti della band è alto) in particolare rispetto a ben tre cornamuse. Questo è il loro strumento favorito, suonato dallo stesso Alea e da Falk Irmenfried von Hasen-Mümmelstein e Cordoban der Verspielte (anche i loro nomi sembrano confermare la loro identità di tedeschi tradizionalisti, ma se tocca chiamarli insieme è un gran casino). La seconda traccia sembra vivificare il tutto: Tritt Ein ha una magnifica unione di cornamuse che vengono suonate dai tre ruotando su loro stessi come ballerine sincronizzate; la batteria e le percussioni in generale sono le più potenti (anche questo è un loro tratto distintivo, anche perchè a suonarle sono in due). Il pubblico risponde decisamente bene a questi eroi nazionali e alza inni in tedesco -perdonatemi la non comprensione- decisamente favorevoli. Per la traccia Salome c'è una sorpresa: una vivace Doro Pesch, una delle prime pioniere del rock anni 60' e poi del metal (e in splendida forma, anche canora), entra a duettare con Alea. Le tracce continuano, purtroppo non è semplice capire i singoli titoli tra il suo parlare e il nostro inneggiare; si capisce bene quando fanno Prometheus tratta dall'album nuovo Manufactum II. C'è veramente da dire che la loro è una esibizione coinvolgente, forse un po' troppo "chiusa" nei confronti dei soli fan locali, ma anche questa è una prerogativa della band, che sceglie subito di dare il massimo nei confronti di chi può meglio apprezzarli. A differenza delle Girlschool loro avrebbero dovuto anticipare la loro esibizione per permettere un'affluenza anche di soli curiosi. Peccato (anche per il rapporto suono-voce).

SETLISTS

JUDAS PRIEST
1. Rapid Fire
2. Metal Gods
3. Heading Out to the Highway
4. Judas Rising
5. Starbreaker
6. Victim of Changes
7. Never Satisfied
8. Diamonds & Rust (cover di Joan Baez)
9. Dawn of Creation
10. Prophecy
11. Night Crawler
12. Turbo Lover
13. Beyond the Realms of Death
14. The Sentinel
15. Blood Red Skies
16. The Green Manalishi (With the Two Pronged Crown) (cover dei Fleetwood Mac)
17. Breaking the Law (Strumentale)
18. Painkiller

--- Encore ---

19. The Hellion
20. Electric Eye
21. Hell Bent for Leather
22. You've Got Another Thing Comin'

--- Encore ---

23. Living After Midnight

RHAPSODY OF FIRE
1. Triumph or Agony
2. Holy Thunderforce
3. The Village of Dwarves
4. On The Way To Ainor
5. Dawn of Victory
6. Lamento Eroico
7. Unholy Warcry
8. The March of the Swordmaster

--- Encore ---

9. Reign of Terror
10. Emerald Sword
11. Sea of Fate (versione acustica) Outro


Report di Ensiferum e Suicidal Tendencies a cura di Gianluca Leone "Room 101"
Report di Primal Fear, Van Canto, Rhapsody of FIre, Sirenia, Skindred e Saltatio Mortis a cura di Francesca Basso "Valkyria Celtica"
Report di Trivium a cura di Eugenio Usai "Metal4Ever90"
Report di Morbid Angel, Sodom, As I Lay Dying e Triptykon a cura di Nikolas De Giorgis "Agent Orange"
Report di Judas Priest ed Airbourne a cura di Arturo Zancato "Flight 666"



Lizard
Giovedì 18 Agosto 2011, 23.50.20
12
Alla fine, nonostante le polemiche, l'abbandono di KK, gli anni che avanzano impietosi.... I Judas si confermano una macchina devastante, dal vivo
Radamanthis
Mercoledì 17 Agosto 2011, 19.33.54
11
@nerkiopiteco: ovviamente i JP possono fare qualunque cosa...effettivamente all'età di Rob già solo l'urlo iniziale di Painkiller ti fa venire uno sciopone! Detto ciò ribadisco che Breaking the law è abbastanza semplice vocalmente parlando e non credo che Halford facesse chissà quale fatica!
Metal4ever90
Mercoledì 17 Agosto 2011, 18.29.05
10
Halford immenso!! e per il sottoscritto i Judas hanno fatto il miglior show del Wacken, anche se c'è da dire che la durata del concerto ha inciso.
nerkiopiteco
Mercoledì 17 Agosto 2011, 18.12.32
9
@Radamanthis: qualunque sia stata la ragione, loro possono tutto , e comunque, avevi mai sentito un pezzo come Pankiller cantato da Uno come Halford? a quell'età rischi che ti parte un embolo....
Radamanthis
Mercoledì 17 Agosto 2011, 17.06.12
8
Mah, sinceramente il far cantare un brano al pubblico per "conservare la voce" non l'avevo mai sentito...inoltre Breaking the law non ha chissà quale difficoltà o altissima tonalità da prendere, è abbastanza semplice da eseguire e metterla prima di Painkiller andrebbe benissimo anche cantata!
Flight 666
Mercoledì 17 Agosto 2011, 14.19.20
7
@ nerkiopiteco: in un certo senso hai ragione, perché la versione di Painkiller eseguita al Wacken è stata davvero grandiosa! Mi è solo dispiaciuto non sentire Breaking the Law cantata da lui...
Radamanthis
Mercoledì 17 Agosto 2011, 14.12.09
6
Ah ecco perchè l'unico show che avevo visto era qullo degli Iced Earth a differenza delle altre band di quel giorno...non erno nello stesso giorno...Ok, chiarito l'arcano!
Khaine
Mercoledì 17 Agosto 2011, 13.49.16
5
Scusate ragazzi, devo fare una piccola rettifica: il report degli Iced Earth non apparteneva a questa giornata ma a quella che andremo a pubblicare domani. Scusate ancora dell'errore.
nerkiopiteco
Mercoledì 17 Agosto 2011, 13.45.38
4
GIORNATA P A Z Z E S C A! grandissima invidia secondo me però l'aver messo Breaking the Law e Painkiller una appressa all'altra è stata una buona idea: Halford si è potuto preparare per bene e per farlo aveva bisogno prima di un pezzo che potesse coinvolgere tutti (il pubblico) al 100% e Breaking the Law era perfetta, e per quanto riguarda l'esibizione di Madrid, alla quale ho assistito, si è rivelata una mossa vincente, visto che l'interpretazione di Painkiller è stata eccezionale; più che "nota negativa" direi che è la prova dei segni del tempo, non si può chiedere di più, ahimè!!
Flight 666
Mercoledì 17 Agosto 2011, 11.42.11
3
@ Radamantis: concordo, quella canzone mi è proprio mancata!!
Radamanthis
Mercoledì 17 Agosto 2011, 10.36.35
2
Anche questa giornata (stando all'ottimo report della redazione di Metallized) deve esser stata una vera mazzata sui denti...spettacolo allo stato puro. Di queste band (eccezion fatta per gli Iced Earth) però non posso dir la mia poichè a differenza delle altre giornate qui non ho visto in streaming neanche la replica il giorno dopo purtroppo. Mi soffermo sulla band di Schaffer allora, prova concreta e senza sbavature e con un Barlow che pensare che abbandonerà ancora la band mi fa solo tristezza. Un Barlow in forma perfetta! Comunque grandissima band ma con una grave pecca in scaletta: Dracula x me non può mai e ripeto MAI mancare!
BILLOROCK fci.
Mercoledì 17 Agosto 2011, 9.30.20
1
deve essere stato un concertone della madonna.....
IMMAGINI
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Rob Halford, voce dei Judas Priest, in una recente foto ufficiale
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