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SUMMER BREEZE - A.D. 2011, uno sguardo al festival
28/08/2011 (3348 letture)
Giunto alla sua quattordicesima edizione, il Summer Breeze Open Air si svolge per la sesta volta tra i dolci movimenti della terra del circondario di Ansbach (Baviera), più precisamente nei dintorni di Dinkelsbuhl. Disposto su tre giorni principali (giovedì, venerdì e sabato) aiutati dall’”introduzione” del mercoledì - utile soprattutto per allietare la graduale composizione dello sterminato accampamento - , vede la partecipazione di oltre cento band distribuite lungo tutti i generi del metal. Dai bricconi J.B.O. - indescrivibile ed assurdo fenomeno locale che ha coinvolto ogni qualsivoglia presente - agli efferatissimi deathster Vomitory, il bill si dimostra in grado di soddisfare la maggior parte dei metallari interessati ad intraprendere una simile maratona musicale (che richiede fisico e motivazione, questo mi preme sottolinearlo).

Il festival si dispone in un’immensa area pianeggiante a circa quattro chilometri da Dinkelsbuhl, cittadella medioevale meta di turismo internazionale. Fuori dalle mura della stessa una serie di esercizi commerciali che “aiutano” gli approvvigionamenti di cibo e bevande direttamente disponibili all’interno dei confini del Summer Breeze. L’organizzazione dell’open air in questo senso è molto chiara: è permesso introdurre ogni tipo di sostentamento, di forma solida o liquida, purché non confezionata in packaging vitrei: largo dunque a lattine, bricchi, bottigliette di plastica e stop a tutto il resto (sono stato accuratamente perquisito, automobile inclusa) in tutte e tre le giornate. È dunque normale constatare la presa d’assalto dei supermercati del circondario, al di fuori dei quali si intravedono i primi, allegri bivacchi. Volendosi poi addentrare nelle viette storiche di Dinkelsbuhl l’atmosfera diviene perfino surreale: i tanti colori dell’architettura, dei fiori a decoro dei balconi, sono contrastati da un blocco nero che, ciondolante, passeggia educatamente (e silenziosamente) tra le strade ed i caffè. Il mercatino degli ortaggi, coltivati e venduti direttamente dagli agricoltori, è visitato tanto da anziane massaie, quanto da integerrimi soldatini di metallo che osservano con stupore le stadere a bilancia, simbolo di un approccio tecnologico ben distante da quello a cui siamo normalmente abituati. Tutti, riconoscendosi parte di una medesima comunità, si scambiano sguardi complici, rovistando tra i loghi più disparati delle magliette. Ad un certo punto mi sento chiamare:

Ciao Max. Dove hai lasciato gli strumenti? – Max. Io mi chiamo Max e mi giro cercando di capire a cosa si riferisce un atipico soggetto di grigio vestito.
Sorry, non sono un musicista, ma un semplice addetto stampa – gli riferisco mostrandogli il mio accredito.
Scusami… Sei identico a Max, il tourmanager degli Amorphis. Una somiglianza pazzesca! Scusami ancora. Io suono, dopo ci si vede al festival! – controbatte subito. Aaaahhh, ok. Uno scambio di persona. Nel frattempo c’è chi mi chiede se faccio parte dei Necrodeath, semplicemente perché indosso una loro maglietta (??) e ho al collo un V.I.P. Pass…
Stranezze.

Dicevo della gente. Nessuno pare infastidito o incuriosito da così tanti metallari. Devo ammettere che l’approccio che ogni partecipante al festival ha nei confronti della cittadina e dei suoi abitanti mi fa invidia: educazione, rispetto, silenzio (ad esempio vicino ai luoghi sacri) mostrano un popolo tranquillo e conscio di essere, per ben 4 giorni, ospite a casa altrui. Un esempio di civiltà e consapevolezza di ruolo che mi fa ragionare sulla nostra realtà quotidiana, sul pregiudizio della gente nel Belpaese, ma anche e soprattutto sull’incapacità, di noi metallari italiani, di farci un “buon nome” all’interno della nostra società. Tutti quesiti che mi fanno riflettere e che mi fanno propendere, sempre di più, per un vizioso concorso di colpa da parte di tutti: addetti ai lavori e semplici fan! Tutti, siamo tutti contemporaneamente vittime e carnefici!
Facciamo ora un passo indietro al momento del mio arrivo.
Il biglietto, del costo di settantadue euro, è comprensivo di area campeggio e parcheggio. Io, nonostante fossi accreditato come stampa - condizione che permetterebbe di usufruire di uno spazio dedicato e più tranquillo - decido per comodità di alloggiare all’hotel Wender a Vehlberg, piccolissima cittadina ad una ventina di minuti da Dinkelsbuhl. L’arrivo è foriero di buonissime notizie. Parcheggio l’auto ed immediatamente vengo rincorso da un figuro dai lunghi capelli che scopro essere il gestore dell’albergo.

Hey amico, tu non puoi mentire! - mi dice - Tu sei qui per il festival! Benvenuto metalhead!

In effetti, per come sono abbigliato, non posso proprio passare inosservato tra le galline zampettanti nell’aia adibita a parcheggio. Entro e a far bella mostra nella reception un cartello completo di logo dell’evento che cita testuale: Summer Breeze visitors welcome.
Appesa sotto, un’Ibanez nera.
Siamo nel paese del metal. Plausi.

Tutto sembra davvero organizzato ai massimi termini. Arrivati nelle vicinanze dell’area concerti basta dare un’occhiata al campeggio per capire quanto la precisione tedesca entri anche in queste situazioni. Le auto, perfettamente allineate, fanno da scudo alle tende ed ai gazebo montati dalle migliaia di intervenuti. Guardare questa coloratissima tendopoli mi riempie il cuore ed il cervello. Facendo lo slalom con la macchina fotografica puntata è un continuo esultare, chiamare, urlare verso di me. Tutti vogliono farsi fotografare: non appena manifesto la mia italianità un gruppetto di locali si mette subito in posa sfoderando i boccali (rigorosamente di plastica). È un urlo di gioia quello che riservano al mio “cheers”… Atmosfera corroborante anche per il sottoscritto!
Una fiumana umana trascina, ogni santo giorno, verso l’ingresso. La spianata è impressionante e già dalle prime ore della mattina si macina musica a volumi impressionanti. Il “campus” è così composto: i due palchi principali, il Main ed il Pain Stage - affiancati - si rivolgono verso un kilometrico parterre circondato da banchetti dedicati alle cibarie. Il Main è decisamente più generoso ed imponente: la soletta su cui si muovono gli artisti è rialzata di parecchi metri, così da garantire piena visibilità da ogni postazione e l’impianto luci è di quelli da stadio. Il Pain è invece un bel po’ più piccolo e leggermente dimesso (se confrontato al fratello maggiore), seppur in grado di garantire la necessaria mobilità ad artisti impegnati in una performance da open air. Anche la spianata di casse a supporto degli stessi è commisurata ai due ordini di grandezza: un muro di amplificatori posti in verticale contorna i fianchi del Main Stage, mentre casse poste ai lati bassi del palco compongono la line del Pain. Entrambi garantiscono comunque una buona resa sonora, qualità che esalta soprattutto le band dai suoni smaltati tipo Tarja (Main Stage) ed Amorphis (Pain Stage), tanto per iniziare a fare qualche nome. Gli spettacoli si svolgono in alternanza, ognuno a 5 minuti dal precedente; la tattica è la solita: mentre si suona in una zona, nell’altra si provvede al cambio-palco ed al line-check, così da essere immediatamente pronti alla ripartenza. In tal modo si azzerano i tempi morti mantenendo altissimo il tasso di adrenalina dei presenti. Nel mezzo, proprio tra i due stage, l’enorme megaschermo che trasmette le immagini carpite in diretta. La precisione con cui procedono le performance è davvero svizzera (??), ma come dubitarne in cotanta organizzata struttura: in tre giorni di concerti l’unica sbavatura se la permettono, un po’ boriosamente, i padroni di casa In Extremo che, a furia di siparietti ed inutili chiacchiericci, sforano di circa 20 minuti facendo slittare a notte inoltrata la performance dei successivi Marduk. Ma è davvero una piccolezza.
Un terzo palco, nominato Party Stage, è disponibile proprio di fronte al gigantesco ingresso. In questo, qualitativamente eccelso - anche meglio dei due principali - e posizionato sotto una grandissima tensotenda che permette nei momenti di grande caldo un discreto refrigerio, si svolgono gli show delle band più estreme e di nicchia (Obscura, Decapitated, Vomitory, Moonsorrow, Rotting Christ, Kampfar, Vreid, Helrunar, ecc…). Rispetto al major set, lo spettacolo è penalizzato dal cambio della strumentazione che avviene in modalità seriale al termine dei vari concerti. Ciò permette qualche breve riposo, impossibile nell’area principale, costantemente sottoscacco della musica live, ma di contro spezza il ritmo forsennato del festival. Le uniche imperfezioni si conclamano proprio sul Party Stage con l’avvicendamento tra Atheist (programmati) ed i Vicious Rumors (a loro sostituzione), e, mi dicono - io non c’ero - con la riprogrammazione ad ora più tarda degli israeliani Melechesh (nella giornata di mercoledì).
A concludere il ventaglio di scelta di questa maratona sonora il cosiddetto Camel Stage, piccola sede dedicata a cover band ed emergenti semisconosciuti. Anche in questa infinitesimale “cella” musicale si riesce a scovare del buono: una simpaticissima formazione dedita ai Rammstein intrattiene il pubblico con i grandi successi degli industrialers di Berlino, attirando la mia attenzione e riscuotendo pure un discreto successo tra i passanti. Ma il festival, come immaginerete, è su altre (alte) frequenze.

Come ad ogni open air che si rispetti anche al Summer Breeze una buona parte del circondario è dedicata al mercatino. Nulla di nuovo all’orizzonte, anche se è effettivamente presente una grande scelta di cianfrusaglie. Non mancano spazi a cura delle label e dei distributori (Season Of Mist, Napalm Records, Nuclear Blast, EMP, Punishment 18) in cui è possibile trovare chicche a basso costo (ho completato la mia collezione di Sopor Aeternus con pochissimi euro) e novità di imminente uscita. E poi abbigliamento (quello per i kids è semplicemente spettacolare), pellame, scarpe… e chi più ne ha più ne metta.

Concludo con qualche informazione a dimostrazione della grande attenzione verso il pubblico:
1) I costi dei cibi e delle bevande sono assolutamente popolari e la varietà perfino esagerata: si va dalla pizza all’asiatico, passando per grigliate, pasta, hot-dog, panini di ogni tipo, ecc...
2) Sono presenti stand alimentari per vegetariani.
3) Sul fianco sinistro del major set sono organizzate, a rotazione, signing session in cui incontrare i propri beniamini (incredibile la folla per Tarja e per i Sonic Syndicate).
4) La V.I.P. Area, a cui il sottoscritto ha accesso, è quanto mai provvidenziale. Al suo interno vi sono spazi per scrivere al computer (alimentati elettricamente), bar e ristorante privati, punti ristoro, bagni dedicati. Avere la possibilità di sedersi per rilassarsi a piacimento è certamente un grande vantaggio.

Bene. Per questo primo articolo siamo giunti alla fine. E delle esibizioni non parliamo?
Niente paura, presto saprete tutto.
Stay tuned!

Tutte le foto a cura di Cristina Mazzero.



Mimi
Lunedì 29 Agosto 2011, 20.39.18
6
Che peccato non aver partecipato....spettiamo la prosima puntata con foto inedite.
Topo
Lunedì 29 Agosto 2011, 11.44.29
5
E Bravo Max..aspettiamo la seconda parte!
Metal4ever90
Domenica 28 Agosto 2011, 16.16.42
4
Dalle immagini mi sembra uguale al Wacken!! anche se alla fine la nazione è quella....
MAIDEN
Domenica 28 Agosto 2011, 11.37.47
3
Belissimo , mi sarebbe piaciuto esserci , aspetto la seconda parte .
Lizard
Domenica 28 Agosto 2011, 11.30.00
2
Spero siano proprio in tanti a leggere quest'articolone e che la consapevolezza si apra agli occhi di tutti.
Khaine
Domenica 28 Agosto 2011, 11.23.40
1
Che festival con le palle che dev'essere.
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La locandina del Summer Breeze 2011
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