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SUMMER BREEZE - Dinkelsbühl, Germania, 18-20 agosto 2011
29/08/2011 (3168 letture)
Il Summer Breeze Open Air 2011 propone una sfilza infinita di nomi: sono oltre 100 le band che si alternano sui palchi principali (Main, Pain, Party Stage). Seguirle tutte è ovviamente impossibile, dato che le esibizioni si svolgono anche in contemporanea e senza alcuna sosta.
Come tutti i presenti ho dovuto fare delle scelte, a volte davvero difficili. La più sofferte, ad esempio, sono state quelle che mi hanno impedito di seguire Tarja ed i Primordial per presenziare rispettivamente agli Obscura e ai Vomitory (ho fatto valere la mia natura extreme). Per il resto è stato un vero e proprio ping pong tra le postazioni d’ascolto.
Interessanti tutte e tre le giornate, con l’indiscutibile picco registrato al venerdì, in cui si sono presentati sui palchi nientemeno che Helrunar, Hail Of Bullets, Enslaved, Turisas, Bolt Thrower, Amorphis e Einherjer.

Essendo impossibile esporre una sciorinata di cronache infinita, vi propongo un gioco: quello della torre. Chi butto giù e chi tengo in questo Summer Breeze?
Partiamo dai gruppi locali più attesi.
A valle finiscono gli In Extremo, noiosi, ripetitivi e davvero molto tamarri. Lo spettacolo, che chiude il Main Stage del day 1, suona stanchissimo con un Einhorn svogliato e più attento a controllare il ritmo delle braccia degli intervenuti, piuttosto che il proprio timbro vocale che, in ben più di un occasione, va a rane. Lo show è poi spezzato da numerosi intramezzi parlati che non fanno altro che scarnificare lo show. Sempre carine Herr Mannelig e Viva La Vida, ma nel complesso mi tocca bocciare anche per lo scarso tiro che hanno i pezzi del nuovo Sterneneisen.
Altrettanto noiosi, e dunque da gettare senza appello dalla torre, gli acustici Corvus Corax che, seppur ammirevoli nella loro voglia di intrattenimento, paiono totalmente fuori luogo con la loro strumentazione storica e gli abiti d’epoca. Uno, due, forse tre pezzi possono essere retti con facilità (carine Mille Anni Passi Sunt ed In Taberna), ma l’ora a loro dedicata è troppa e davvero esageratamente monocorde. Su disco mi piacciono, ma in sede live - soprattutto affiancati a batterie di band elettriche - mi paiono inutili e dannosi per il ritmo di un open air. Ma rassegnatevi: loro li troverete in qualunque festival in terra tedesca. Fenomeno incomprensibile…
Molto meglio i Saltatio Mortis, che godono della tenuta sul palco davvero gagliarda di Alea der Bescheidene. C’è molto movimento a sostenere il lato visivo dello show, mentre i brani sono eseguiti con sufficiente fedeltà rispetto alle registrazioni, anche se in più di un’occasione si percepiscono arrangiamenti un poco sempliciotti. Viene chiaramente lasciato spazio agli episodi del nuovo ed imminente Sturm Aufs Paradies e la cosa pare avere poca risonanza nel pubblico, che forse si aspettava un set più deciso e caloroso, magari rispolverando qualcosa in più dei primi grandi successi.
Assolutamente da tenere con me sulla torre gli assurdi J.B.O.: intendiamoci, prima di sentirli al Summer Breeze non sapevo manco chi fossero. Dal vivo il loro hard rock suona mediocre e scontato onde poi capire, ma per questo basta alzare gli occhi al pubblico, che i nostri riarrangiano su matrice rock vecchi e nuovi brani pop inserendo liriche satiriche. Riconosco Vamos A La Playa dei nostrani Righeira e Backstreet Back dei Backstreet Boys, ma poi mi perdo nel delirio della gente. Metallari di ogni tipo (dai più mansueti ai death/grinder) accorrono per assistere ai J.B.O.. Strumentalmente sarebbero da bocciare, ma la loro goliardia positiva trascina e diverte. Pollice alto e… buona ricerca a tutti.
Altra band che fa dello spettacolo il suo principale motivo live sono i Powerwolf. Truccati, vestiti di tutto punto e contornati di drappi e fiamme, i tedeschi fanno il loro ingresso al Party Stage sorretti da una folla urlante. Strumentalmente sono precisi anche se mi sorprende l’assenza di un turnista al basso (su disco è Charles Greywolf ad occuparsi dell’occorrenza): gli arrangiamenti sono comunque assicurati dalle tastiere di Falk Maria Schlegel che, oltre a dare il proprio - importantissimo - contributo sonoro, si preoccupa di intrattenere il pubblico con movenze molto teatrali e continui duetti con i propri compagni di viaggio. Altra cosa che mi sorprende è il continuo cambio di posizione dei due axemen Charles e Matthew, che però appare un po’ troppo “teleguidato” e finto. Attila Dorn è invece un po’ troppo statico (soprattutto a confronto dei colleghi), ma si rifà dal lato vocale, che si delinea davvero molto fedele. Lo show ha divertito me e le migliaia di persone che lo hanno seguito sotto il tendone del Party Stage: anche loro li terrei con me sulla torre.
Di tutt’altra pasta e risultato sono gli Obscura che, al contrario dei conterranei sin qui affrontati, propongono uno spettacolo totalmente incentrato sulla musica: li attendevo al varco, soprattutto considerando le ottime prove su supporto fonografico di Retribution, Cosmogenesis e Omnivium, e devo dire che mi hanno affascinato come nessun altro in questi tre giorni (forse solo i Decapitated e gli Hail Of Bullets possono essere loro paragonati in quanto ad efficacia, escludendo i fenomenali Amorphis). Se infatti su cd potrebbero apparire un po’ freddini e troppo dediti alla tecnica fine a se stessa, dal vivo assumono un carattere ed una decisione davvero impensabile, anche grazie agli ottimi settaggi dell’impianto. Eccezionali le varie Septuagint (che apre lo show), Incarnated ed Euclidean Elements ed eccezionali i duetti chitarristici tra Muenzner e Kummerer che, oltre a deliziare con la sei corde (violentata in tutti i modi possibili ed immaginabili), sprigiona un growling davvero spettacolare, sia nelle parti in deep sia in quelle in mid. Inutile sottolineare la precisione della sezione ritmica: i passaggi alle pelli di Grossmann sono semplicemente perfetti, mentre si può ben notare un certo impaccio nel nuovo Kausenitzer che rimane un poco sulle sue, senza mai strafare. Dal lato scenografico i nostri rimangono chiaramente molto compiti, stante la notevole difficoltà dei pezzi, ma la cosa non infastidisce ed anzi ricorda la compostezza con cui un certo Chuck Shuldiner affrontava i live. Finito il concerto (lungo circa quarantacinque minuti) - mentre tutti urlano soddisfatti - dalla zona mixer parte Symbolic. Profezia? Intanto bravissimi e vicinissimi al sottoscritto sulla torre (che si fa sempre più affollata).
Una nota favorevole la meritano anche gli Helrunar, che si dimostrano gradevole rivelazione dell’ultimo quinquennio: sia dal lato discografico, con un Sól che continua la scia dei buoni Frostnacht e Baldr Ok Íss, sia da quello live, in cui i nostri dimostrano tanto capacità intrinseche, quanto cattiveria, gli Helrunar si fanno spazio nell’affollatissimo mondo del black insaporito di temi pagani e naturalistici. Servirebbe un pizzico di personalità in più, soprattutto sul palco dove ancora i tedeschi mostrano una limitata padronanza, tuttavia il percorso è in discesa. Mi sono piaciuti: li tengo con me!

Continuiamo il nostro gioco considerando gli spettacoli offerti dalle band provenienti dalla scena internazionale.
Non malaccio (ma neanche bene) l’esibizione degli svedesi Arch Enemy, che hanno tenuto fede al proprio nome, senza strafare e senza però impressionare più di tanto. La Gossow, che di certo non può vantare lo status di cantante ineccepibile, ha retto abbastanza bene al pubblico del Summer Breeze, anche se la sua voce è effettatissima e completata da un fortissimo chorus che la stravolge completamente: l’effetto live non è dei peggiori, rasentando però l’anonimato (soprattutto in considerazione dei celebri natali). Sugli scudi, in una prestazione che vede la band privilegiare l’ultimo Khaos Legions in un delirio “pseudo-commerciale” (Yesterday Is Dead And Gone, No Gods, No Masters, Thorns In My Flesh), l’immenso Daniel Erlandsson, che dalla retroguardia sforna una prestazione incredibilmente violenta e precisa. Soliti intrattenimenti chitarristici per i fratelli Amott, che disegnano melodie ed assoli perfetti, ma che alla lunga diventano stucchevoli e, soprattutto, davvero poco vari. Inutile ribadire che la gamba “zoppa” rimane Angela, che tuttavia rivela sul palco una natura davvero scalmanata. Il pubblico apprezza molto, ma di mio rimango sempre perplesso su quest’ultima formazione: loro sono uno i quei gruppi di cui, in fondo, non so che farmene. Un po’ mi dispiace ma, a conti fatti, mi tocca bocciare. Giù dalla torre, Arch Enemy
Altra delusione (annunciata) sono i Marduk, che dal vivo non riesco proprio a digerire, data la freddezza dei suoni e la confermata incapacità di Evil e Devo di tenere degnamente il palco (troppo fermi, troppo statuari). Rispetto a quando li vidi a Romagnano Sesia di supporto ai Deicide godono sul Pain Stage di migliori suoni e di un Mortuus davvero fenomenale al cantato. Il vocalist pare molto ispirato e la sua ugola risuona in tutta la pianura antistante il major set del Summer Breeze. I Marduk sono una di quelle band che trovano la migliore condizione su disco, così come la maggior parte delle black metal band. Ma è poi realtà? Mah... Intanto vi basti sapere che durante lo stage mi soffermo più volte sul basso distortissimo di Devo (peraltro ottimo produttore): le perplessità che mi avevano attanagliato la prima volta che vidi la band continuano e le sue partiture, altisonanti sia in Wormwood sia nell’ultimo, ferale Iron Dawn, risultano semplificate. Tale atteggiamento incide inevitabilmente sul risultato del riffing di Evil che, da unico chitarrista, gioverebbe nell’avere un sottofondo più marcato (ok, il quattro corde è distorto ed effettato, ma qualche “vuoto” lo si percepisce facilmente). I Marduk mi piacciono, ma al Summer Breeze non mi hanno soddisfatto. Pronti a saltare?

Continuiamo con le delusioni. Una delle maggiori sono stati i Turisas. Il loro concerto, confinato sul Pain Stage nel tardo pomeriggio di venerdì, ha attirato moltissimi presenti, tutti curiosissimi di ascoltare i nuovi brani di Stand Up And Fight. Come ho più volte sottolineato commentando il nuovo album, che ritengo un ottimo prodotto, tuttavia esasperato a livello verticale, il rischio - effettivamente manifestatosi - è quello di non riuscire ad essere totalmente fedeli, nemmeno con l’ausilio di basi preregistrate. A dire il vero, nemmeno i brani storici (Battle Metal, per fare un nome) mi hanno soddisfatto, suonando molto scarni e poco solenni come invece vorrebbe il genere proposto. Intorno a me vedo tanta gente appagata ed impegnata in balli sfrenati, ma la resa non è delle migliori. Su tutti il violino di Olli Vanska risulta totalmente fuori tono, com’anche il vocalism di Mathias Nygård si rivela di frequente affaticato e sforzato. Peccato perché le doti (almeno per quanto sentito su cd) non mancano. Bisogna però definire arrangiamenti migliori per le occasioni live. Bocciati e messi alla forca virtuale.
Dovendo fare un paragone con i Turisas, aprendo così la sfilza di esibizioni che mi sono piaciute, ho invece apprezzato i Tyr, gruppo che sulla carta non mi ispira moltissimo. I faroensi godono (e sfruttano a dovere) la perfezione sonora del Party Stage e sfoderano grande personalità. Il loro set si esaurisce prestissimo, stante brani piuttosto lunghi ed articolati, quasi senza accorgersi. Le due chitarre di Skibenæs e Joensen, quest’ultimo impegnato anche nel vocalism, coprono correttamente tutte le frequenze, suonando solide e melodiche allo stesso tempo. Tutti bravi quando trattasi di provvedere ai tanti momenti corali. Ottima performance davvero. Un posticino sulla torre è assicurato.
Così come se lo meritano sia i Vreid, ben piantati sul palco e divertenti nella loro interpretazione “rolleggiante” del black metal, sia i Kampfar, trascinati da un Dolk in forma smagliante che si muove con grande impeto lungo tutta l’area disponibile dispensando sguardi magnetici e screaming apocalittici da vero trascinatore. Entrambi gli show si consumano in quel del Party Stage, irrorati da una coltre fumosa di aspettative assolutamente ripagate. Se da un lato i Kampfar fanno suonare i brani di Mare tanto bene da apparire suite di Mellom Skogkledde Aaser, dall’altra i Vreid, adornati come di consueto con l’uniforme para-militaresca, si stagliano un po’ troppo sulle distorsioni magre e sulla ritmica “andante”, risultando alla lunga un po’ debolini sulla restituzione. A fare da contraltare a questa scelta tecnica vi sono sia la buona presenza scenica (i Vreid non eccedono come i Kampfar, ma la loro compostezza e rigorosità ben si sposa con le tematiche delle lyrics e l’immagine stessa della band), sia una encomiabile fedeltà alle registrazioni. Se devo per forza classificare, pongo i Kampfar un pelino sopra i Vreid, impedendo tuttavia ad entrambi di “gettarsi di sotto”.

Passiamo oltre, per descrivere una delle migliori prestazioni di tutto il Summer Breeze 2011, quella dei finlandesi Amorphis che con il loro spettacolo lasciano tutti a bocca aperta. La band di Helsinki, immersa in una coltre di ghiaccio secco che fa da schermo a ricercatissimi giochi di colore da parte dell’impianto illuminante, cerca (e trova) suoni limati e precisi che sostengono egregiamente sia i momenti “riflessivi”, sia quelli più decisi. Joutsen può scatenare il suo growl profondissimo fin dall’inizio dello show, aperta dalla cattiva My Enemy (venendo dopo i Bolt Thrower, la scelta è azzeccatissima) che offre al Summer Breeze il panorama del nuovo The Beginning Of Time. I primissimi vocalizzi in clean sono sporcati dalla freddezza delle sue corde, ma il vocalist si assesta immediatamente e sulla successiva Sky Is Mine, singolo di Skyforger completamente in “pulito”, dimostra le proprie immense qualità. Sul palco Tomi è scatenato, mentre i compagni - come da copione - tengono dignitosamente le proprie posizioni: gli unici che, ogni tanto, escono dalle consegne sono il bassista Niclas Etelävuori e il chitarrista ritmico Tomi Koivusaari, mentre Esa Holopainen (lead guitar) rimane totalmente inchiodato all’estrema sinistra di Joutsen, quasi a nascondersi dalle decine di migliaia di occhi puntati su di lui. Singolare la prestazione di Kallio alle keys che, al loro ingresso, risuonano lungo tutta l’area concerti in un’apoteosi melodica. È comunque ovvio trovare in Joutsen il vero mattatore della serata: la sua mobilità e carica non ledono in alcun modo alla performance vocale, davvero da brividi in tutti i registri da egli utilizzati. Un merito da riconoscere agli Amorphis, oltre a quanto già detto, risiede poi dall’atteggiamento on-stage. Mai una parola di troppo, nessun trionfalismo, nessuna perdita di tempo: i nostri sfruttano l’ora scarsa a loro disposizione per accontentare i fan, consci che ogni scelta relativa alla scaletta presuppone una rinuncia (un’ora è un tempo risicato e si devono accettare tagli dolorosi quali l’assenza, ad esempio, di Black Winter Day, From The Heaven Of My Heart, Her Alone e Silent Waters). La setlist non può evitare i brani del new album (oltre a My Enemy vengono esibite Mermaid, You I Need e Crack In A Stone), ma include i grandi classici Against Windows, My Kantele e The Castaway, aiutati dalle più recenti Silver Bride, Towards And Against e House Of Sleep (con cui si chiude grandiosamente il concerto). Show stupendo, commovente e corroborante: nessun dubbio a proporre loro il comando delle truppe che stiamo assoldando su questa virtuale torre di metallo!
Sulla scia dei vincitori di questo Summer Breeze 2011 vanno annoverati anche gli olandesi Hail Of Bullets, b-project di Martin Van Drunen (Asphyx), Ed Warby (ex Gorefest ed ora The 11th Hour), Paul Baayens (Asphyx e Thanatos), Stephan Gebédi (Thanatos) e Theo Van Eekelen (ex Thanatos). Martin e soci suonano alle 15.15 di un assolatissimo venerdì, ma non si risparmiano nemmeno un secondo: sotto il sole cocente migliaia di fan accorrono per la loro esibizione, certi di essere ripagati da quella che è la più importante rivelazione dell’old school degli ultimi anni. Gli Hail Of Bullets salgono carichissimi divaricando le orecchie dei presenti con la prima Operation Z, seguita dalla fenomenale General Winter. La riproduzione dei brani dei due capolavori …Of Frost And War e On Divine Winds è macchiata solo da una distorsione delle chitarre leggermente meno impastata, recuperata dall’altisonanza concessa dalla zona mixer al basso di Theo. Impeccabile la presentazione on stage con Paul e Martin a fare da mattatori ed un Ed Warby impressionante dietro le pelli (alcuni passaggi mi paiono perfino più complessi di quanto eseguito in sala registrazione). Con Kamikaze, Advancing Once More e Ordered Estward (in cui canta con ottimo risultato anche Gebédi) si scatena un pogo dalle reminiscenze novantiane a cui non resiste nemmeno il sottoscritto. Superfluo commentare il vocalism dell’ex Pestilence che, ancora una volta, si dimostra uno dei frontman più preparati ed aggressivi della scena. Mortiferi i dialoghi chitarristici che “bombardano” (è proprio il caso di dirlo) le orecchie ancora assonnate dei tanti presenti. L’approccio è poi molto sereno: tutti sfoderano sorrisi compiaciuti e ringraziamenti (non lecchini, questo mi preme sottolinearlo) all’organizzazione e al pubblico; Martin, Ed (standing ovation per lui), Paul, Theo e Stephan sembrano divertirsi a far divertire. Un connubio perfetto che non può passare inosservato. Hail, Hail Of Bullets
Rimanendo sulle frequenze del death metal va fatta luce anche sulla prestazione (ottima) degli inglesi Bolt Thrower che, come un tank appena revisionato, spianano l’arena concerti del Summer Breeze a suon di chip and charge ritmici e profondissimi growl. Fautori di un sound (grezzo e scarno) che li rende unici al mondo, i nostri mi sorprendono presentandosi con quello che è il loro maggior successo: The IVth Crusade, dall’omonimo album. L’ampissimo Main Stage va perfino largo alla band: Karl Willetts dimostra con impaccio i quasi 45 anni e si muove lento e pachidermico assieme ai compagni Gavin Ward e Barry Thompson (i due axemen) che forniscono un riffing really old school. Fuori dalle mire ottiche la mitica Jo Bench, una delle prime donne a far parte di un gruppo death metal, che se ne sta “buona” nella propria posizione arretrata. La scaletta è un crescendo di perversione sonora che si chiude con When Cannons Fade: nel mentre Dalvo, The Killchain e Anti-Tank da Those Once Loyal; Mercenary e No Guts, No Glory da Mercenary; Remembrance, When Glory Beckons e … For Victory da … For Victory; Where Next To Conquer da The IVth Crusade; Cenotaph da War Master; World Eater da Realm Of Chaos (Slaves To Darkness) e Forgotten Existence da In Battle There Is No Law!. La scelta di distribuire brani da tutta la discografia lascia tutti a bocca aperta e totalmente ipnotizzati sotto la guida del bravissimo Willetts, che dà prova di avere ancora le corde vocali di un ventenne. Non all’altezza l’impianto luci, che si trova anche a dover combattere il momento dell’imbrunire e che per ovviare alla variazione dell’ambiente tiene troppo chiaro il set. Fatto salvo questo piccolo neo ed una certa macchinosità nell’occupazione degli spazi della band (non proprio dinamica), a questi veterani del metal va fatto un grandissimo battimano. Averne di gruppi così! Anche i Bolt Thrower me li tengo stretti sulla torre! Altroché…

Chiudo con qualche indicazione dei concerti che ho sfiorato (o che, per stanchezza, non sono riuscito a seguire con la doverosa attenzione): sugli scudi Enslaved (bravissimi nel creare un’atmosfera agghiacciante ad oltre 30 gradi), Decapitated, Vomitory e God Dethroned. Questi ultimi (assieme ai Decapitated) mi sono parsi molto a proprio agio in sede live, tramutando la loro performance in un vero e proprio spot pubblicitario. Un po’ meno “devastanti” i Vomitory che, eccedendo in violenza, hanno forse giocato troppo con le distorsioni risultando, in definitiva, impastati ed incomprensibili.
Molto meno efficaci i seguenti gruppi: Engel (li attendevo ma non mi hanno per nulla colpito), Farmer Boys (terribili… mi è rimasta impressa una cover dei Depeche Mode da far rizzare i capelli a me che non li ho) e Suicidal Tendencies. Ora, sui californiani va detto che la grinta è stata davvero massima, anche se la sostanza si è poi rivelata piuttosto povera: sul Main Stage del Summer Breeze ho visto una formazione stanca e logora, che vive sul nome e sulla fama costruita vent’anni or sono. Mike Muir, al suo rientro sulle scene, è sembrato malmesso e zoppicante e l’assenza di un tal Trujillo si è sentita come un macigno sulla testa. Da un lato sono felice di averli potuti rivedere e di aver potuto riascoltare successi alla Bring Me Down (sparata proprio in apertura del set), Istitutionalized e Subliminal, dall’altro ho dovuto cedere alla consapevolezza che i tempi del Clash Of The Titans sono lontani e non più ripercorribili: insomma, più tristezza che gioia.

Sono finalmente giunto alla conclusione di questo report, faticoso come le tre giornate passate tra le colline di Dinkelsbuhl. Dovendo tirare le somme devo ammettere di essermi divertito molto e di non vedere l’ora di potermi rimettere in gioco in un altro festival europeo (in Italia non se ne parla neanche).
Non sei più un ragazzino – contesterà qualcuno di voi…
Vero, ma per eventi di questo genere è possibile trovare ancora una forza, fisica e interiore, da ventenne.
Ci credo, ci credo, ci credo…
Sì, ci credo: e allora…
… arrivederci, Summer Breeze!

Tutte le foto a cura di Cristina Mazzero.



Giasse
Mercoledì 31 Agosto 2011, 23.19.25
4
Ciao Dave. Essendo da solo, invece degli Hammerfall, ho scelto di vedere la fine dei Vicious Rumors e poi i Powerwolf sul Party Stage. Sorry.
Dave Insane
Martedì 30 Agosto 2011, 22.59.27
3
i marduk da quando sono andati via B. War e Fredrik Andersson dal vivo sono veramente indecenti in effetti. Hai fatto un ottimo report, ma gli Hammerfall? (che diciamo potrebbero essere definiti gli headliner di questo summer breeze)
alzailcorno93
Martedì 30 Agosto 2011, 15.22.11
2
bastano tre parole per descrivere questo report: invidia, invidia e ancora invidia!!! io ti odio! ed il bello è che sapevo già ancora prima di leggere che alla fine avrei pensato queste cose a parte gli scherzi: report scritto molto bene (strano eh) perchè non è la solita lista della spesa delle band viste, ma ti intrattiene nella lettura... complimenti! per quanto riguarda i concerti quoto in toto il discorso marduk (io li ho visti all'estragon l'anno scorso e la delusione la sento ancora adesso) ed il discorso turisas, dove è successo quello che temevo e che avevo già scritto nella recensione del cd nuovo, ossia che non riescono a rendere bene le canzoni nuove, peccato. gli amorphis mi avevi già invogliato a vederli dopo il report dell'estragon e adesso ancora di più quindi inizio già ad organizzarmi per la data di quest'anno al new age!!!
Lizard
Martedì 30 Agosto 2011, 9.55.26
1
Grande Max! Quello che scrivi in chiusura è stato il mio stesso pensiero e stato d'animo dopo l'Hellfest non è solo il divertimento, è una sensazione più ampia e coinvolgente di soddisfazione, che va al di là delle sterili polemiche dei disfattisti col culo pesante, di chi si lamenta continuamente senza avere la minima volontà di migliorare davvero. Basta recarsi a questi festival per capire che tutto è possibile.... E maledettamente bello e giusto.
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