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ALCATRAZ - MILANO

16/06/20
DEATHLESS LEGACY
CRAZY BULL - GENOVA

CORREVA L’ANNO - # 3 - 1972
11/07/2012 (4911 letture)
1972: Mentre a Parigi ancora si punivano due omicidi con la ghigliottina e in America sorgeva la società progenitrice della Microsoft Corporation, il mondo del rock viene immediatamente ravvivato da un'uscita esplosiva come quella di Machine Head dei Deep Purple, perfetta sintesi del sound grezzo e di quello più sperimentale che aveva caratterizzato le releases precedenti della formazione capitanata da Ritchie Blackmore; a fine anno, l'act inglese ribadirà il suo grande momento con il memorabile live Made in Japan, unanimemente riconosciuto come uno tra i migliori prodotti dal vivo della storia del rock, nonché un compendio essenziale della discografia dei Purple. Ci si stava inoltrando di gran carriera in un decennio magico e prolifico, che avrebbe visto la musica dura cambiare volto ed evolversi giorno dopo giorno con sorprendente fertilità: l'energia e la passione pulsavano ovunque, sospinte ancora dagli echi di Woodstock e dalla voglia di ribellione, emancipazione e novità. Proprio 'novità' era la parola significativa per sintetizzare l'intensità del periodo: i musicisti sperimentavano nuove idee, rigiravano la musica stessa a proprio piacimento e, tra una fumata e l'altra, fornivano ai giovani adepti un vangelo rivoluzionario, santificato dalla distorsione elettrica. Molto attive erano, all'epoca, band come i Blue Öyster Cult (che rilasciarono il disco omonimo), gli Uriah Heep (presenti sul mercato con ben due pubblicazioni: Demons & Wizards a maggio e The Magician's Birthday in novembre) e Thin Lizzy, mentre da segnalare é il debutto omonimo degli Elf, formazione guidata al microfono da un giovanissimo Ronnie James Dio. Eppure, Deep Purple a parte, i grossi calibri della musica pesante continuavano a provenire ineluttabilmente dalla prolifica fucina di casa Iommi, dato che in quel 1972 lo scettro di band più potente e aggressiva del pianeta rimase saldamente in mano ai soliti Black Sabbath, che pure intrapresero nuovi sentieri stilistici rispetto al loro passato recente. Nei loro primi tre lavori, essi avevano esplorato le sfaccettature più cupe, oniriche e abbiette dell'animo umano, parafrasandole con possenti e granitiche interpretazioni musicali dal profilo opprimente e innovativo, rivoluzionario nel loro taglio ultra-heavy e nella corposa muscolarità sonora della quale erano intrise; con Volume IV, tuttavia, la band di Birmingham tenterà un primo approccio con sperimentazioni differenti e sonorità meno telluriche, cosa che le permetterà di evolversi senza scadere nell'autoplagio. L'iconica corazzata albionica inglobava ora elementi progressive rock, calcava la mano sulla melodia e dava un ulteriore tasso tecnico alla dimensionalità delle proprie composizioni: anche se i testi restavano profondi e intensissimi nella loro opera di contemplazione rassegnata nei confronti della decadente realtà umana, la musica si proiettava ora su canoni ariosi e affatto opprimenti, mantenendo comunque un valore globale elevatissimo.

Canzoni come Wheels of Confusion, dai tratti psichedelici, Tomorrow’s Dream, Supernaut, Snowblind e le altre presenti nella tracklist non possono che essere qualificate come ennesima manciata di classici, anche se qualche fan della prima ora non gradì la svolta stilistica dei propri beniamini; le vecchie ritmiche maciullanti ed i riff pesantissimi di tipica matrice sabbathiana rimanevano confinati ad un numero limitato di pezzi, come Cornucopia, mentre i detrattori che un tempo si scandalizzavano per le tematiche occulte potevano ora storcere il naso per i riferimenti alla droga, palesi in Snowblind: i quattro profeti dell'heavy-doom primigenio avevano già da qualche tempo iniziato la loro opera di autodistruzione, affogandosi nella tossicodipendenza e rimpinguando i luoghi comuni sui rocker dalle abitudine sregolate. Fortunatamente questo non impedì a Iommi e compagni di sfornare un disco maturo, elegante, raffinato e di qualità invidiabile; eppure lo stesso Bill Ward ricorderà, in seguito, che Volume IV é un grande album, ma riascoltandolo lo vedo come un punto di svolta per me, il momento in cui droga ed alcool smisero di essere divertenti. Era un'epoca ancora troppo diversa da quella contemporanea, un periodo in cui le reminescenze del Sessantotto si avvertivano ancora e che contribuirono a sancire il legame forte tra rock ed eccesso: e i Black Sabbath non facevano nulla per smentire questa nomea. Non era solo il folle Ozzy, come si potrebbe immaginare, a esagerare col divertimento: anche Butler, Ward e Iommi ci davano parecchio dentro, tanto con gli allucinogeni quanto con le donne, sperperando -o ispirando, a seconda dei punti di vista- un grandissimo talento musicale e compositivo. La fama e il successo rischiano sempre di alterare le situazioni positive: i pionieri dell'heavy metal, tuttavia, avrebbero saputo reggere ancora er un bel pezzo. Il mondo del rock conosceva anche altre releases pregiate, come Living In The Past dei Jethro Tull: una sorta di antologia con pezzi risalenti al periodo 1968-1972 più due tracce live datate 1970. Un heavy ancora primitivo anima Hard Attack, secondo album dei newyorchesi Dust, epico e ruvido ma ancora infarcito dei palesi riferimenti al rock zeppeliniano, caratterizzato da piacevoli melodie vocali e assolutamente d'avanguardia per l'epoca. L'artwork di copertina e accenni lirici risultano essere una dei primissimi incroci tra musica dura ed iconografia guerriera barbarica. Anche il provocante Alice Cooper regalò alle platee un disco ottimo, altrettanto storico, School’s Out, grezzo ed armonioso come tipico dello stile del cantante americano: attraverso l'innovativo approccio della tragicommedia-rock, si sanciva una nuova via per shockare, rapire e stupire il pubblico, ancora voglioso di novità e ribellione sulle ali dei fervidi movimenti sessantottini.

Gli anni settanta segnarono, in tutto e per tutto, una completa semina di futuri dogmi e canoni stilistici per tutto l'heavy metal: se i Black Sabbath avevano dettato le regole predominanti, alzando l'asticella della tecnica ed inspessendo la corposità granitica del sound oltre che il misticismo e la sensibilità dei contenuti lirici, tutti i loro coevi apportarono novità e modifiche rivoluzionarie che oggi diamo per scontate. Gli stessi Led Zeppelin, per esempio, furono ancora più attratti dall'esoterismo rispetto ai quattro di Birmingham: Page era interessato di satanismo ed occulto, tanto da aquistare la casa in cui era vissuto l'occultista Aleister Crowley e lasciando fioccare attorno alla sua figura un nutrito numero di leggende metropolitane e aneddoti misteriosi; anche testi e copertine erano intrise di presunti messaggi subliminali e criptici significati intrinseci, che spinsero i critici ad una ricerca continua e paranoica di riferimenti blasfemi o demoniaci. Al tempo stesso, Robert Plant fu tra i primi ad incarnare la figura del rocker sessista ed arrapato, ponendosi come antecessore di tutto quanto verrà celebrato nell'orgia del glam metal ed aprendo anche l'epoca dei grandissimi screamers assieme a Ian Gillan e David Byron degli Uriah Heep. Questi ultimi, per esempio, furono dei precursori sia per quanto concerne l'utilizzo di cori ed armonizzazioni vocali che per l'iconografia barbarica e mitologica, che affiorava in testi di ispirazione medevale, autentici prodromi dell'immaginario fantasy che pervederà l'essenza stessa dell'heavy metal. Uriah Heep e Deep Purple ponevano le proprie radici nel prog e contribuirono a dare la spinta decisiva all'evoluzione strutturale del metal, attraverso ampie sezioni strumentali: se oggi possiamo ammirare stupefacenti digressioni con doppia chitarra sferzante e mirabolanti incroci ultratecnici lo dobbiamo anche alla lungimirante e visionaria illuminazione di Jon Lord e Ritchie Blackmore, quest'ultimo chitarrista pregiato, autori di un connubio tastiera-chitarra che fece scuola e partorì momenti di grande rock suonato.



Le Marquis de Fremont
Mercoledì 5 Dicembre 2012, 15.16.36
11
Merci, Monsieur fabio II. So che More (il film) è ambientato nelle Baleari. Cirrus Minor e Cymbaline sono le mie canzoni preferite ma una si intitola "Ibiza Bar". Sei ancora sicuro che sia ambientato a Formentera? Mi è poi venuto in mente una altro masterpiece del 1972, ovviamente rock e poco doom: "Live - The Road Goes Ever On" dei Mountain di Leslie West e Felix Pappalardi. Invito i metallers più open minded ad ascoltarsi "Nantucket Sleighride" un pezzo di più di 17 minuti, un vero must. Lo avevo anche usato per una presentazione di diapositive "sonorizzate" basate su un libro del fotografo Ernst Haas "The Creation". Con registratore a cassette e proiettore a comando manuale... What a times and what a music...
fabio II
Mercoledì 5 Dicembre 2012, 14.02.37
10
Beh... come ben sai 'More' è il soundtrack dell'omonimo film; quello fa da testimone in questo caso, credo. Il castello di moog era il termine usato dalla stampa britannica per definire la faraonica strumentazione di Keith Emerson
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 5 Dicembre 2012, 13.31.08
9
Monsieur fabio II, sei sicuro che fosse a Formentera? Di solito la Hipgnosis usava locations quasi sempre British... Poi, il mio casato ha un paio di castelli in Francia ma non quello di Moog (dov'è) e io sono nato ad Amboise.
fabio II
Martedì 4 Dicembre 2012, 14.35.30
8
Grande Marquis è proprio quello l'aspetto della vicenda; d'altronde da uno nato dentro il fantasmagorico Castello di Moog dovevo aspettarmelo. PS: Invece ho cercato di capire dove fosse quello dei Pink Floyd di 'More' a Formentera, ma nessuno che sapesse niente
Le Marquis de Fremont
Martedì 4 Dicembre 2012, 14.08.03
7
Voilà, è stato l'anno dove ho cominciato ad ascoltare "questa" musica. Allora, in Francia le radio propinavano solo Sylvie Vartan, Gilbert Becaud e il massimo della trasgressione era Serge Gainsbourg. Mia madre ascoltava solo questa roba, mio padre solo musica classica. Ricordo che mi piacevano tutte le band "progressive" più i Black Sabbath. Ho passato nottate intere ad ascoltare i primi quattro album sopratutto il primo. Durante il mio primo viaggio in UK, appunto nel 1972, sono andato in "pellegrinaggio" al Mapledurham Watermill, il mulino sul Tamigi a ovest di Londra dove era stata scattata la foto del primo album. Naturalmente ho ascoltato tutti gli album menzionati nell'articolo (eccetto quello dei Dust...) ma, quotando fabio II, vorrei anch'io sottolineare una perla assoluta del 1972: Argus dei Wishbone Ash. Non sono dei precursori del metal, ma le "twin guitars" sapevano fare grande musica. Ed era già il loro terzo album.
fabio II
Martedì 11 Settembre 2012, 11.01.22
6
Wishbone Ash di 'Argus' , progressivo & epico
BILLOROCK fci.
Giovedì 12 Luglio 2012, 16.51.03
5
ps. dimenticavo " GRANDE RINOOOOOO "....
BILLOROCK fci.
Giovedì 12 Luglio 2012, 16.50.19
4
oltretutto Vol 4 è uno dei dischi dei Sabbath che più preferisco, magnifica " changes", psichedelica " Supernaut" e la tossica "snowblind"...
d.r.i.
Giovedì 12 Luglio 2012, 14.51.38
3
Io stavo iniziando a dire per bene mamma, papà, ozzy
jek
Giovedì 12 Luglio 2012, 13.35.05
2
Che anni. Una prateria da conquistare dove tutti con qualche cosa da dire potevano provarci e dove innovazione creava innovazione. Ora secondo me è tutto più difficile.
BILLOROCK fci.
Giovedì 12 Luglio 2012, 9.27.49
1
Primi anni 70 ovvero la nascita e consacrazione del grande rock n roll, 40 anni di passione e sentirli tutti... oh yeah Long life to rock n roll!!
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