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METALCAMP - Day Two & Day Three - Tolmin, Slovenia, 06-07/08/2012
16/08/2012 (2244 letture)
Dopo un primo intenso giorno di concerti il Metalcamp entra ancora più nel vivo con la seconda e la terza giornata, sul palco del festival sloveno infatti si sono susseguiti grandi nomi come i Paradise Lost, i Korn e gli At the Gates, oltre che ovviamente a tanti altri gruppi altrettanto interessanti che hanno riscaldato con la loro musica i cuori delle migliaia di metallari presenti all'evento. A voi il racconto di queste due vivaci giornate.

DAY 2

BLAAKYUM
Il secondo giorno di festival si apre per noi sul Second Stage con i libanesi Blaakyum, fautori di un heavy/doom granitico e non proprio così lento nell’incedere, i quali, pur non spiccando per originalità, si fanno valere più che bene; va detto che i Nostri sono in giro dal 1995 e sono tutt’altro che novellini.
La mezz’oretta a loro dedicata vola via accompagnata dalla solita birra e dall’incitamento sincero dei pochi presenti; a quell’ora probabilmente la gran parte delle persone si stava rinfrescando nel fiume, visto che sul palco principale non c’era ancora nessuno d’importante. La buona tecnica dei quattro musicisti provenienti dal Vicino Oriente è abbastanza evidente e l’impegno da loro profuso è massimo, per quanto il pubblico fosse appunto assai scarno. Le canzoni propongono testi impegnati, ma sono piuttosto orecchiabili, il cantante dimostra di possedere una notevole estensione vocale prodigandosi in acuti o growl quando necessario e in evidenza risulta essere soprattutto il bassista, dalle ragguardevoli capacità tecniche ed esecutorie.
Nel complesso manca purtroppo ancora qualcosa per poter raggiungere traguardi maggiori, ma il tempo concesso loro è stato tutt’altro che sprecato.

FURIOUS HORDE
Sono circa le 16.50 quando, incuriosito dal genere proposto, mi piazzo davanti al Second Stage per assistere all'esibizione di questo giovane gruppo inglese fautore di un symphonic black piuttosto derivativo.
I blackster inglesi salgono onstage con un pesante face-painting e cercano di creare atmosfera con movenze ben studiate e un atteggiamento scenico carico di pathos (nonostante l'orario e il sole che in parte colpisce il palco non aiutino).
È la musica che purtroppo per adesso manca, le tastiere che dovrebbero caratterizzare il sound sono spesso latitanti e poco efficaci mentre tutto il resto oltre ad essere piuttosto ripetitivo non è nulla che non si sia già sentito.
Tecnicamente però si tratta di musicisti validi e l'età media non mi è sembrata particolarmente alta, ragion per cui c'è ancora speranza per il futuro.

MADBALL E SHUTDOWN
Per chiunque abbia sottomano il running order dell’evento potrà notare come i concerti di Madball e Shutdown fossero praticamente in contemporanea, i primi sul Main Stage, i secondi sul Second Stage.
La mia intenzione iniziale era quella di assistere con attenzione al primo dei due, visto il maggior rilievo del monicker in questione, ma accortomi dell’inutilità di vedere per intero il concerto degli statunitensi ho deciso di fiondarmi dopo circa una ventina di minuti sull’altro palco, per vedere più da vicino uno dei pochi gruppi heavy di quest’edizione del Metalcamp. E per fortuna che è andata così, perché i Madball altro non sono se non una normalissima band hardcore che da anni ripete all’infinito la stessa soluzione: tanta potenza, tanto “groove”, tanta rabbia gratuita, tanto movimento, ma ben poca sostanza. E parla uno a cui il genere non dispiace nemmeno. Molto meglio invece gli Shutdown, i quali, essendo sloveni, giocavano in casa. Dalla loro avevano anche una folta schiera di amici e/o parenti posizionati accuratamente in prima fila, tutti con le loro magliette addosso, e un banchetto a lato palco in cui vendevano CD e t-shirts a 10 €. Chi fa da sé fa per tre, no? E di gente accorsa a comprare o l’una o l’altra cosa a fine concerto ne è andata parecchia. In ogni caso, la loro proposta musicale è assolutamente derivativa degli splendenti anni Ottanta e dell’heavy metal classico di band come Iron Maiden e Judas Priest, con grande piacere dei presenti, me compreso.
Non proprio una band originalissima, ma per allietare la giornata andava più che bene.

FINNTROLL
Al Main Stage c'è grande attesa per la band finlandese, cosa che si può dedurre dal gran numero di persone presenti sotto il palco nonostante siano appena le 18.30 e il sole colpisca ancora in pieno lo stage (cosa che mette non poco in difficoltà fisica il povero Vreth visibilmente a disagio per il calore).
Nonostante ciò, riesce a dare una gran prova di sé con un cantato cattivo e tagliente al punto giusto, coadiuvato da una prova strumentale eccelsa di tutti gli altri membri: Routa e Skrymer svisano riff taglienti, le tastiere di Virta sono ben presenti, e la ritmica guidata da Beast Dominator e supportata dal basso di Tundra trascina i pezzi in modo violento ma ordinato.
Vreth dialoga con il pubblico, è tutto meno che distaccato e riesce a mettere in piedi dei circle pit di enormi proporzioni che raggiungono il picco durante l'esibizione di Solsagan, mentre l'animo più festaiolo della folla esce durante l'immancabile Trollhammaren.
Altro concerto memorabile quello dei Finntroll, fisicamente intenso ma davvero degno di essere ricordato.

KATAKLYSM
È quasi sera quando salgono sul Main Stage i Kataklysm, posti in scaletta tra i folkster finlandesi Finntroll e i ben più pacati inglesi Paradise Lost, e la gente radunatasi nello spiazzo lì davanti andava via via aumentando. Anche per questo motivo scegliamo di assistere al concerto da una posizione meno ravvicinata, riuscendo lo stesso a vedere piuttosto bene tutto il palco. La band canadese si dimostra come sempre granitica e compatta, tirando su un muro di suono degno del loro nome, che spinge la gente ad un forsennato headbanging e, con tutta probabilità, ad una morte definitiva della poca erba rimasta davanti le transenne. Il coinvolgimento del pubblico è davvero alto e l’impatto generale tra i più devastanti del festival. Preferisco non seguire la setlist fino in fondo giusto per mettere qualcosa tra i denti prima dell’arrivo dei co-headliner della serata, ma quanto visto è stato assolutamente positivo.

WITHIN DESTRUCTION
Durante una frugale cena nella zona del Second Stage ho modo di vedere dal vivo i Within Destruction, giovane gruppo death sloveno dal grande impatto live ma ad un primo ascolto privo di idee particolarmente originali ed innovative.
Prendo però spunto da questo mini-report per sottolineare quanto la band abbia puntato sulla promozione del loro concerto durante i giorni precedenti al live, l'area del Second Stage infatti era tappezzata di loro volantini e non è stato un caso isolato tra le band minori, anche considerando l'agguerrita concorrenza che hanno dovuto affrontare per via dei big sul Main Stage.

PARADISE LOST
Giungiamo ad uno degli act più attesi dal sottoscritto dell'intero festival, i maestri inglesi del gothic doom che non avevo mai avuto occasione di vedere in sede live.
Le aspettative sono state assolutamente ripagate dal momento che il live messo in piedi dai britannici è stato qualcosa di assolutamente memorabile. L'intensità e il coinvolgimento psicologico di quell'ora e un quarto sono stati una delle punte più alte del Metalcamp 2012.
I suoni sono stati buoni a parte per la voce di Nick Holmes leggermente bassa in apertura, il basso di Stephen Edmondson era ben udibile come anche le chitarre, cosa che ha permesso di udire perfettamente la prova di Greg Mackintosh il quale, coadiuvato da Aaron Aedy, ha dato vita ad alcuni degli arpeggi e dei solos più commoventi che mi sia mai capitato di sentire dal vivo.
Dietro le pelli Adrian Erlandsson non ha sbagliato nulla dando ordine all'esecuzione e mostrando le sue innegabili capacità.
Eseguiti molti pezzi dal nuovo CD, compresa la titletrack Tragic Idol, e altre canzoni di livello come Honesty in Death, As I Die o Faith Divides Us – Death Unite Us.
L'unica nota negativa della serata è da ricercarsi nell'atteggiamento di Nick Holmes, poco ben disposto verso le persone sedute sulla collina alla sinistra del palco (ree di non partecipare al concerto con convinzione) che vengono mandate poco cortesemente a stendere.

HATESPHERE
Finito il concerto dei Paradise Lost (i miei preferiti fino a quel momento) mi dirigo verso il secondo palco per assistere a quello degli Hatesphere, ma mi accorgo con disappunto che purtroppo è già iniziato, nonostante in teoria avrebbe dovuto esserci un divario di venti minuti tra l’uno e l’altro. Distrutto dalla pesante giornata, decido di guardare lo show messo su dai cinque danesi seduto su una semplicissima panca presa in prestito dal tendone delle bibite, e ciò a cui assisto è un signor concerto, con l’unica pecca di avere poco pubblico presente per via degli At the Gates che suonavano nel mentre sul palco principale. Ma quei pochi sembravano davvero estasiati dalla musica potente e cattiva degli Hatesphere, e come dargli torto. Pur non avendo mai approfondito più di tanto la loro discografia, mi trovo di fronte ad una band matura che sa come gestire un palco sicuramente più piccolo rispetto ai loro canoni con maestria e accuratezza. Impossibile non restare svegli, anche dopo una giornata come questa del Metalcamp.

AT THE GATES
Prima di parlarvi del concerto degli At the Gates devo ammettere di averlo visto da grande distanza, provato dalla giornata intensa, ciò mi ha impedito di capire bene tutto ciò che veniva detto sul palco o di vedere in faccia i musicisti, dunque non ho davvero potuto notare se dietro le pelli ci fosse sempre Adrian Erlandsson, cosa che mi pare probabile dato che ha sicuramente suonato con i Paradise Lost e che gli At the Gates non hanno segnalato nessuna possibile sostituzione, complimenti dunque ad Adrian per la tenuta fisica, dal momento che suonare per quasi tre ore non è una cosa da tutti i giorni.
Il concerto degli svedesi è stato assolutamente coinvolgente e questo nonostante i suoni osceni riscontrati, specie durante il primissimo pezzo Slaughter of the Soul; sembra infatti che questa canzone sia stata usata per settare da zero i suoni dal momento che per i primi secondi si sentiva letteralmente solo la batteria e successivamente sono emersi gli altri strumenti (voce compresa).
Nonostante ciò, la prova degli svedesi è stata professionale e decisa, forse non il massimo a livello di coinvolgimento, ma sicuramente vedere suonare musicisti di questo calibro è sempre impressionante.
Notevole per cattiveria la prova del singer Tomas Lindberg e perfette le asce dei fratelli Björler e di Martin Larsson.

SETLIST AT THE GATES
1. Slaughter of the Soul
2. Cold
3. Terminal Spirit Disease
4. Raped by the Light of Christ
5. Under a Serpent Sun
6. Windows
7. World of Lies
8. The Burning Darkness
9. The Swarm
10. Forever Blind
11. Into the Dead Sky
12. Suicide Nation
13. Nausea
14. The Beautiful Wound
15. Unto Others
16. All Life Ends
17. Need


ENCORE
18. Blinded by Fear
19. Kingdom Gone


DAY 3

NILE
Primo gruppo della terza giornata sono per noi i Nile, che suonano un’ora soltanto, ma sono a tutti gli effetti i primi big in elenco. Spossati dalla fatica accumulata in precedenza, decidiamo infatti di prenderci una mezza giornata “libera”, riuscendo anche a fare due passi per gli stand posti tra un palco e l’altro.
Arrivati nei pressi del Main Stage, ci posizioniamo sul lato destro, giusto per non risentire troppo del caldo né respirare troppa polvere (la zona sotto il palco è oramai priva di ogni rimasuglio di verde). L’impatto col soundchek è dei più tremendi: la cassa a volumi improponibili è, come sempre, il dato di maggior rilievo; per fortuna che quando la band statunitense fa il suo ingresso il tutto viene un po’ coperto dagli altri strumenti e dalla voce. Non sono mai stato un grande appassionato dei Nile, ma devo ammettere che l’impressione avuta dal vivo è delle migliori. Le tematiche inerenti all’Antico Egitto fanno ovviamente da contesto ideale alla scenografia messa su dai Nostri e il coinvolgimento del pubblico, anche grazie alla particolarità della proposta, è massimo. Quando l’ora giunge al termine, posso ritenermi ampiamente soddisfatto di quanto visto. Rivalutati.

EPICA
Ammetto che quello degli Orange fosse uno dei concerti che più attendevo dell'intero festival, non è un mistero che mi piacciano parecchio e oltre al concerto di cui tratterò tra poco vorrei anche far notare l'estrema disponibilità della band durante il meet and greet e sopratutto la tranquillità con cui tutti i membri (esclusa per ovvi motivi Simone) ha passato le ore prima del concerto in spiaggia in mezzo alla gente che molto cortesemente non li ha disturbati o importunati mentre si rilassavano.
Il concerto è andato davvero molto bene, come sempre i musicisti non hanno sbagliato nulla e Simone era particolarmente in forma (c'è stata solo un po' di confusione probabilmente dovuta alle spie di palco durante l'esecuzione di Storm the Sorrow). La scaletta è stata in verità abbastanza prevedibile, però gli olandesi stanno crescendo immensamente come live band, giocando con le loro canzoni, modificandole rispetto al CD in modo da renderle più efficaci in sede live (con tanto di interruzioni per far giocare il pubblico) e con variazioni delle linee vocali di Simoneche spesso ha addirittura complicato i passaggi rispetto a quanto si è potuto udire su CD e i suoni sono sempre stati adeguati. Purtroppo sono state eseguite ben poche canzoni, ma penso sia un problema piuttosto ovvio con pezzi che durano in media otto minuti, un piccolo difetto tipico dei festivals che non ha comunque inficiato più di tanto la loro prestazione live.

ELUVEITIE
Non c'è tempo per respirare, appena gli Epica terminano il loro set ecco i fonici sgombrare il palco per prepararlo per una band ancora più numerosa, trattasi degli svizzeri Eluveitie, che ho modo di vedere dal vivo per la seconda volta.
Il concerto è esattamente come mi ricordavo, un vero massacro condotto dal leader Chrigel Glanzmann che -supportato da tutti gli altri sette membri- ha guidato una prova energica e coinvolgente (specie per chi si è trovato tra le prime file e ha partecipato ai continui circle pit).
La scaletta è stata incentrata su pezzi estratti dal nuovo disco Helvetios, cosa che ha permesso alla ghirondista Anna Murphy di mettere in luce la sua buona voce (specie nella ballad A Rose for Epona); non sono comunque mancate song fondamentali come Inis Mona o Kingdom Come Undone anche se non mi sarebbe dispiaciuto risentire una Quoth the Raven ad esempio.
Non penso riuscirò a scordare la gentilezza del singer che ha passato molto del tempo a disposizione a ringraziare il pubblico presente e che ha pure invitato nel backstage un ragazzo da lui nominato per guidare il moshpit.
Nel complesso una prestazione da ricordare, supportata anche da dei suoni insolitamente buoni per una band così tanto numerosa.

KORN
Motivo principale della mia presenza in terra slovena, i Korn hanno mostrato una volta di più il loro reale valore concedendosi in un’ora e mezza di vero spettacolo musicale. La scenografia messa in piedi è fin da subito facilmente accostabile al nuovo album: contorni di luci colorate e quant’altro fanno da preambolo alla loro serata da headliner.
Dopo un’intro atmosferica è tempo di entrare nel vivo del live con pezzi come Divine, Predictable, No Place to Hide e Good God, tra i più adatti a scaldare i tanti presenti. Accolte forse con meno favore di pubblico le tracce estratte dal nuovo album, The Path of Totality; queste hanno inoltre a loro discapito il problema di risultare praticamente come un unico muro di suono, talvolta confuso, con dei bassi a dir poco esagerati. Sarà che non avevo mai ascoltato pezzi dubstep in un concerto metal prima d’ora, ma il mio primo impatto non è stato dei più positivi. La prestazione della band è comunque eccellente e si vede che vuole a tutti i costi regalarci un concerto indimenticabile; finora le aspettative di tutti sono abbastanza soddisfatte, ma il pezzo forte è lasciato, come spesso capita, per la parte finale dello show.
Tra canzoni del calibro di Here to Stay, Freak on a Leash e Falling Away from Me, i Korn mettono in piedi un concerto coi fiocchi: la voce di Davis appare ispirata e in formissima, le chitarre suonano vive più che mai, anche grazie al turnista Wesley Geer che, relegato al fondo del palco, compie il suo lavoro senza mai sbagliare, mettendo così anche in buona luce il ben più noto James “Munky” Shaffer. Inossidabile il batterista Ray Luzier, che dietro al suo kit composto su misura per lui, sfodera tutte le sue carte migliori. In risalto anche il basso di Ryan Martinie, membro dei Mudvayne e sostituto temporaneo di Reginald "Fieldy" Arvizu per le date estive. C’è tempo ancora per la cover dei Pink Floyd Another Brick in the Wall (davvero stupenda in versione live) prima della meritata pausa sul finire della scaletta.
Le cornamuse di Shoots and Ladders suonate dal cantante Jonathan Davis introducono gli ultimi pezzi, che oltre alla traccia appena citata sono questa sera Got the Life, seguita dall’assolo di batteria, e dall’immancabile Blind. I Korn salutano il loro pubblico e nonostante mi trovassi proprio sotto le transenne, nemmeno questa volta riesco a portarmi a casa un ricordo tangibile della serata. Ma almeno il ricordo di ciò che ho visto, quello sì, non mi potrà mai essere tolto.

AVA INFERI
Sul Main Stage stanno per cominciare i Korn, ma non potevo ignorare i portoghesi Ava Inferi sul Second Stage; alla fine credo di non aver potuto fare una scelta migliore dato che il concerto messo in piedi dalla band lusitana (più ovviamente il chitarrista norvegese Rune Eriksen) è stato insieme a quello dei Paradise Lost uno dei concerti più emotivamente impegnativi dell'intero fest, il -poco- pubblico (e il sottoscritto) era fermo, come rallentato, rapito ed ipnotizzato al limite del trance dal gothic doom estremamente lento ma teatrale che stava venendo suonato davanti ai loro occhi.
La cantante Carmen Susana Simões oltre ad avere una voce stupenda è una interprete fenomenale: è entrata sul palco totalmente buio con una lanterna e ha cominciato poi a recitare una parte che è durata tutto il concerto, coperta da un abito nero anche sul volto e probabilmente pesantemente truccata sul volto.
La prova degli altri strumentisti è stata magistrale, ma ammetto che è stato particolarmente difficile focalizzarsi sui dettagli tecnici considerato tutto l'insieme di quello che mi si stava parando davanti agli occhi.
Ho apprezzato questa band su disco, ma devo ammettere che dal vivo è assolutamente meritevole e se siete amanti del genere non potete davvero perderveli.

Siamo arrivati alla fine dei primi tre giorni del festival, il riscontro di quante piccole e -forse- interessanti band non abbiamo visto è sempre più impietoso, ma la consapevolezza di aver assistito lo stesso a concerti strepitosi ed indimenticabili è altrettanto forte. Ora è meglio avviarci verso la tenda, nei prossimi due giorni avremo a che fare con vichinghi e narratori di guerre provenienti dalla fredda Svezia.


SETLIST KORN
1. Divine
2. Predictable
3. No Place to Hide
4. Good God
5. Narcissistic Cannibal
6. Kill Mercy Within
7. Chaos Lives in Everything
8. My Wall
9. Get Up!
10. Way Too Far
11. Here to Stay
12. Freak on a Leash
13. Falling Away from Me
14. Another Brick in the Wall (Pink Floyd cover)


ENCORE
15. Shoots and Ladders / One
16. Got the Life / Drum Solo
17. Blind


Report di Furious Horde, Finntroll, Within Destruction, Paradise Lost, At the Gates, Epica, Eluveitie e Ava Inferi a cura di Gianluca Leone “Room 101”.
Report di Blaakyum, Madball, Shutdown, Kataklysm, Hatesphere, Nile e Korn a cura di Arturo Zancato “Flight 666”.



Flight 666
Sabato 18 Agosto 2012, 11.12.30
2
Ringrazio per la segnalazione, abbiamo corretto la svista!
Mac
Venerdì 17 Agosto 2012, 16.29.18
1
Al basso con i Korn per queste date non c'è Fieldy, ma il bassista dei Mudvayne
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