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SUMMER BREEZE - Day Two– Dinkelsbuhl, Germania, 17/08/2012
28/08/2012 (2892 letture)
Il risveglio al Summer Breeze, nonostante tutto e considerata la congestione ai timpani praticamente perenne (i volumi, soprattutto la sera sono abbastanza potenti), è comunque una bella esperienza dato che, oltre ai momenti musicali, c’è tutto un mondo parallelo da scoprire. In realtà non è strettamente necessario (anche se limitante, in un certo senso) fare del campeggio l’unica scelta possibile. Il sottoscritto, come già lo scorso anno, ha scelto difatti di “sopravvivere” altrove, ossia decentrandosi dalla pianura circostante Dinkelsbuhl per alloggiare in quel della vicina Vehlberg (una ventina di Km dal fest).
Ciononostante la sveglia va puntata ad un’ora parecchio “giovane”, per almeno tre motivi:
1- Le ore 9.00 tedesche corrispondono al nostro mezzogiorno: se salti la colazione ti tocca la fame.
2- La fidanzata/moglie/compagna, per agghindarsi ed allacciare gli anfibi a 1000 buchi, impiegherà un tempo indefinitamente lungo che potrebbe compromettere la presenza al concerto del tuo gruppo preferito.
3- Ciò che si può vedere passeggiando in prossimità dell’area concerti al risveglio è qualcosa di assolutamente impagabile.

È proprio partendo da quest’ultima “perla di saggezza” che vogliamo proseguire l’articolo.
Se è vero che è lo spirito di aggregazione ad essere il vero motore in questo genere di esperienze, è altrettanto vero che l’essere circoscritti in una nicchia di “propri simili” incentiva comportamenti ed atteggiamenti che difficilmente troverebbero spazio nella vita normale. Ecco perché partecipare ad un open air significa anche venire a contatto con situazioni e personaggi piuttosto “folkloristici”. Vediamone qualcuno pescando dagli occhi del nostro Giovanni Perin “Giomaster”.

MIRABOLANTI BIZZARRIE E STRAVAGANZE ASSORTITE
La natura è generosa nei suoi insensati esperimenti sul genere umano. Perché il genere umano non dovrebbe avere il diritto di fare degli esperimenti su se stesso?

Il porre a stretto contatto un gruppo consistente di esemplari di Homo Sapiens, senza alcun tipo di legge che ne regoli la moralità e ponga limite alla dissennatezza, dà origine ad una serie di comportamenti che esulano dalle regole tipiche di una convivenza sociale.
Il pudore cessa ben presto di esistere: ecco così che si vengono a creare situazione non prive di un certo imbarazzo, in cui dei poveri malcapitati passeggiano per le vie del campo e notano degli esemplari alfa che mettono in mostra il proprio membro con un sorriso trionfale. Alla peggio può accadere che gli stessi avanzino proposte ben poco carine (ma pur sempre con spirito goliardico e senza risultare molesti) alle povere malcapitate. Capita, molto raramente, di osservare comportamenti analoghi nella femmina, che più pudicamente sceglie di mettere in mostra il corredo mammellare che madre natura le ha fornito nella speranza di adescare qualche costipato poveraccio.
Una simile promiscuità sfocia in fenomeni inspiegabili: vere e proprie giurie, disposte ai lati dei sentieri che chiedono alle passanti di mostrare loro le virtù (talvolta con risultati inaspettamente ripugnanti), donzelle a spasso con enormi falli gonfiabili, copricapi fatti a cappuccio gommoso.
Un’ulteriore deviazione è rappresentata dalla perdita di ciò che viene tipicamente riconosciuto come amor proprio: in questo caso il simpatico animale decide di indossare costumini uber-ascellari che lasciano (purtroppo) ben poco all'immaginazione, caratterizzati da intensa fluorescenza.
Allo stesso modo, in diversi preferiscono mantenere una dignitosa apparenza, bardandosi con le insegne dei tutori della legge proposti dalla DC Comics: abbiamo un uomo pipistrello, uno con una lucerna di colore verde, un altro con delle strane orecchie gialle che si muove a scatti rapidissimi.
Altre varianti prevedono un indumento integrale estremamente succinto che trasforma l'esemplare in un imitatore professionista, raccogliendo la simpatia dei propri simili.
Infine un gentiluomo, con tanto di elmo forgiato da molteplici brassicacee botrite, che fa da bottegaio ambulante e propone fornicazioni in cambio di una pozione violacea. Per evadere alla lasciva richiesta è sufficiente acquistare la pozione stessa, ricevendo in cambio delle vischiose insegne con cui adornare la propria veste (recanti diciture quali Prinzesin, Pornostar ed altri simpatici appellativi), o diniegare gentilmente: toccherà ad un prossimo malcapitato grattare la rogna in vostra vece. La cavalleresca mania tocca molti dei presenti, che improvvisano cavalcature con carrelli della spesa, erigono monolitici obelischi di latta oppure sfruttano lo stesso metallo per fabbricare armature che più che proteggerli fanno da cilicio (ricordando il preistorico amico a quattro zampe dalle carminie zanne).
Tra i fenomeni sociali si evidenzia la tendenza a creare spazi virtuali in cui la percezione del dinamismo subisce un'alterazione crono-dimensionale: speciali poligoni demarcano l'area soggetta ad un rallentamento del movimento oppure ad una brusca accelerazione, se tale regola implicita non viene rispettata si viene appellati con coloriti ed incomprensibili epiteti tipici della regione.

Per oggi è tutto, vi ringraziamo per l'attenzione e vi invitiamo a seguire la prossima puntata di Mirabolanti bizzarrie e stravaganze assortite: andremo alla scoperta dell'incredibile ed eccitante vita del Bradypus Tridactylus, tra colpi di scena e pura adrenalina!

I CONCERTI
Passiamo ora alla cronaca dettagliata dei concerti del secondo day di Summer Breeze. Prima di proseguire va detto che il bilanciamento delle giornate è stato davvero pensato in modo intelligente, con le performance più interessanti equamente distribuite. Anche questo, a mio avviso, rappresenta la grande professionalità espressa in questo genere di eventi internazionali.

THE FORESHADOWING
Fortunatamente, un festival come il Summer Breeze accoglie realtà musicali provenienti da tutti i paesi e, pur spingendo molto le band tedesche (peccato non essere altrettanto lungimiranti con i grossi festival nella nostra terra), anche l'Italia trova rappresentanza all'open air di Dinkelsbuhl. Tra le tre band che tengono alto il vessillo italico, i più giovani - discograficamente parlando - sono i The Foreshadowing, act romano in forte crescita grazie alla propria qualità. Il contesto in cui il sestetto è inserito, poco prima di mezzogiorno e con il sole che infuria, non è il migliore per la proposta “notturna” della band, ma i nostri non si lasciano influenzare da tutto ciò, sfoderando una prestazione di gran classe. Per l'occasione il batterista ufficiale, Jonah Padella, è sostituito da Giuseppe Orlando (Novembre, Airlines Of Terror) che non fa avvertire alcun calo qualitativo, pur dando un'interpretazione personale dei brani; ma tutta la band è monolitica e molto partecipe durante l'esecuzione, invitando l'audience a fare lo stesso. Spicca in particolare il timbro sepolcrale del cantante Marco Benevento, mesto proclamatore dell'imminente apocalisse. La setlist è incentrata specialmente sull'ultima fatica Second World, facendo un solo salto indietro nel tempo a Days Of Nothing con The Wandering, ma il pubblico dimostra di apprezzare la scelta di brani proposta dai The Foreshadowing.

SETLIST THE FORESHADOWING:
1. Aftermaths
2. Outcast
3. The Forsaken Son
4.The Wandering
5.Ground Zero
6. Havoc


CROWBAR.
Presentare i Crowbar alle ore 14.25 del pomeriggio, con un sole cocente e soli quarantacinque minuti a disposizione, mi sarebbe sembrato non più tardi di un mese fa totalmente insensato. In realtà, seppur dovendo ammettere che il confort e l’ambientazione perfetta per un simile show sarebbero da cercarsi altrove, va registrato che mischiare il sound fangoso della band di New Orleans con un clima inaspettatamente desertico (per latitudine, quantomeno) ha il suo perché. Guidati da un Kirk Windstein decisamente affaticato dalla malsana combinazione peso/barba/calura, i nostri propongono un set che si avvicina nel tempo solo con New Down, The Cemetery Angels e Sever The Wicked Hand, lasciando invece molto spazio alla produzione del glorioso decennio novantiano. Conquering, All I Had (I Gave) e The Lasting Dose sono solo alcune delle nove tracce presentate che rappresentano il fiore all’occhiello dei Crowbar. Il sound non è perfetto, a causa del basso distorto di Patrick Bruders che risuona in modo piuttosto fastidioso, tuttavia il risultato finale non ne risente in modo particolarmente negativo. Kirk canta con voce potente, in totale sintonia con la sporchissima distorsione della sua sei corde; Brunson rema ad occhi chiusi sulla propria ascia insieme ad un Buckley che picchia con grande forza sulle secchissime pelli. Il ritmo è lento, “rotolante”, strascicato e la risposta del pubblico altrettanto “disperata” e calorosa. Le parole verso gli astanti al Main Stage sono poche, ma negli occhi di Windstein si nota comunque la soddisfazione di poter presenziare, dopo tanti anni di gloriosa carriera, ad un evento europeo così importante. Ed anche io, per loro, ne sono felice!

MONO INC.
Fautori di un gothic rock estremamente leggero, i Mono Inc. col metal non ci azzeccano nulla, ma si sa che in Germania amano ficcare qua e là nel bill band tra le più varie e a me ogni tanto il cambio di sonorità non dà fastidio. Sono accorsa allo show perché ho gradito il loro concerto al M'era Luna dell'anno scorso e perché ascolto sempre volentieri il loro album Viva Hades: leggerissimo, piacionissimo, forse anche un po' tamarro, ma carino. Arrivo a concerto già iniziato trovando il frontman Martin Engler impegnato a far cantare il pubblico sulle note di The Passenger di Iggy Pop. Dopo un breve assolo della batterista Katha Mia i nostri ripartono con il loro repertorio di canzoni semplici e sicuramente facili da suonare, ma efficaci nel commuovere e nel far muovere i piedini. Interessante il pubblico sotto al palco: ovviamente sono presenti tutti i goticoni del festival, ma si notano anche magliette dei Metallica, dei Sepultura, del Big Four, dei Manowar, del Paganfest... A dimostrazione del fatto che i metallari tedeschi se ne fregano di ciò che è o non è "trve" e delle etichette, e che seguono esclusivamente i loro gusti personali. Il concerto è gradevole, anche se è un peccato che i Mono Inc. non facciano uso di un tastierista preferendo piuttosto usufruire in sede live di basi registrate.

NILE
Con il nuovo album At The Gate Of Sethu i Nile hanno diviso critica e fan, esattamente successo da Ithyphallic in poi. Sul palco però gli americani non hanno mai lesinato performance rocciose e dunque apprezzate dai numerosi curiosi che non mancano mai alle loro esibizioni. Lo stesso succede al Summer Breeze, festival in cui la preponderanza non è certo a favore dell’extreme metal, in cui sotto al palco dei Nile si presentano però numerosi metalhead intenzionati a scatenare la chioma sotto i colpi del brutal-death dalle tinte egiziane che i nostri propongono. L’orario di apertura del set è di quelli che iniziano ad essere interessanti (l’avvio è previsto per le 17.10, quando il calore fortunatamente concede una tregua), ma la scelta del Pain Stage, che talvolta pone qualche problema di bilanciamento dei suoni, rappresenta una variabile molto critica e potenzialmente penalizzante. E così difatti è: l’avvio del quartetto (in sede live è presente anche il bassista Todd Ellis), autorevole e tritaossa, è infatti parecchio confuso a causa della preponderanza di volume dedicata alla voce di Toler-Wade e al drumkit di Kollias, decisamente esagerati (meno presente il deep-growling di Karl Sanders). Il batterista greco, tra l’altro, pur mostrandosi spaventoso alle alte velocità, sceglie una restituzione talmente plasticosa da divenire, alla lunga, nauseabonda. L’eccezionale Sacrifice Unto Sebek si presenta ad esempio talmente impastata da essere riconoscibile solo grazie alle vocals principali, perfettamente udibili e performate in modo più che decente da Dallas. Che i Nile siano un gruppo abile con la strumentazione non v’è dubbio: solo concentrandosi sul manico della sei corde di Sanders si può avere una panoramica soddisfacente della complessità delle partiture, certamente non consueta per una band che propone musica tanto efferata. Lo spettacolo pesca episodi dai vari capitoli discografici, anche se il nuovo disco viene incessantemente “promosso” dalle parole dei due frontmen che non perdono occasione per ricordare la recente pubblicazione (ciò, francamente, mi è parso come un continuo ed inutile spot pubblicitario). Defiling the Gates of Ishtar, Ithyphallic, Supreme Humanism of Megalomania, Permitting the Noble Dead to Descend to the Underworld, 4th Arra of Dagon, Sarcophagus, Lashed to the Slave Stick e Black Seeds of Vengeance vengono snocciolate con una cattiveria impressionante che però mal si sposa con le continue risate (grasse e fintissime) di Karl tra un brano ed il successivo. Se la prestazione ha delle evidenti lacune solo riflettendo sulla restituzione, è altresì vero che l’atteggiamento generico on stage non è dei più accattivanti, essendo gli americani molto statici e impersonali durante l’esecuzione. Sicuramente positive le prestazioni singole, con un lavoro vocale davvero notevole (buona come sempre la penetrazione tra i due registri di Sanders e di Toler-Wade). In definitiva mi sono piaciuti solo in parte: indiscutibilmente tonici ad occhi chiusi (peccato solo per l’impasto non molto definito), piuttosto compassati e scazzati ad occhi aperti.

BLACK SUN AEON
Tra gli artisti partecipanti al Summer Breeze non mancano gli amanti della doppietta: ecco che ritroviamo il finlandese Tuomas Saukkonen , mastermind e tuttofare dei Before The Dawn che opera in modo simile in un progetto dai connotati più doom, dal nome Black Sun Aeon. In sede live Tuomas si occupa della batteria e del cantato growl, accompagnato solamente dalle due chitarre di Mikko Heikkilä (anche clean vocalist) e Pyry Hanski. La proposta della band è molto lineare, un doom/death di scuola finlandese con pochissimi fronzoli ma molta atmosfera che coinvolge con una certa facilità il pubblico accorso per assistere all'esibizione del trio. La formazione si allarga con l'arrivo della potente voce di Janica Lönn, già nei Lunar Path, per la riproposizione dei brani dell'ultima fatica Blacklight Deliverance, riuscendo ad arricchire le composizione con il timbro deciso ma fino alla conclusiva A Song For My Funeral con cui Saukkonen si accomiata (per il momento) dall'audience.

SETLIST BLACK SUN AEON:
1. Funeral Of The World
2. Frozen
3. Solitude
4. Oblivion
5. Nightfall
6. A Song For My Funeral


HEIDEVOLK
Primo concerto al Pary Tent per me, e primo vero e proprio bagno di folla: riesco a raggiungere le prime file e per poco non finisco in mezzo ad un improvviso wall of death! Del tipo che ad un certo punto mi accorgo di non essere più schiacciata come prima, mi giro e... Oh cacchio! Al Party Tent c'è un rimbombo pauroso, ma pazienza. Gli Heidevolk dal vivo sono, come d'altronde già sapevo, grandiosi: brani d'impatto, suoni potenti, massimo coinvolgimento del pubblico e cori tra i due cantanti semplicemente da brividi, anche se purtroppo la voce di Joris si sente un po' di meno in confronto a quella di Mark. I pezzi forti sono Nehalennia, con cui aprono il concerto, Ostara e soprattutto la marziale Vulgaris Magistralis. Rispetto all'ultima volta che li avevo visti è aumentato l'utilizzo di sporadici growl, sia da parte dei due cantanti sia da parte del bassista Rowan, che rendono i loro brani ancora più duri e virili. Il pubblico va letteralmente in visibilio per questi olandesi e finito il concerto la gente inneggia alla band urlando in coro "Au! Au!" (300 ha davvero lasciato il segno in Germania). Se non li conoscete ancora, sbrigatevi a rimediare: sono una sicurezza sia su disco sia live e non ho paura a definirli una delle band più interessanti che questo 2000 ci ha portato, almeno in ambito folk/viking/pagan.

BEFORE THE DAWN
Come preannunciato, Tuomas Saukkonen non si ferma dopo l'esibizione con i Black Sun Aeon ma decide di raddoppiare suonando con la formazione che lo ha consacrato: i Before The Dawn. È ben presto evidente che la dimensione più adatta alla band è quella del live, in cui la fisicità dello show e l'impatto dei suoni, minuziosamente regolati, possono mettere a tacere (almeno per il momento) le accuse di mediocrità a loro non di rado rivolte. Se da un lato infatti bisogna riconoscere che i Before The Dawn non hanno inventato proprio nulla, dall'altro bisogna spezzare una lancia a favore di Saukkonen e soci: dal vivo eseguono i brani senza imperfezioni, sanno fare spettacolo e coinvolgere il pubblico con molta facilità. Decidendo di lasciare un certo spazio al recente Phoenix Rising, il concerto procede con un andamento piuttosto piatto e senza particolari variazioni al tema. Pur risultando piacevole all'ascolto, oltre una certa durata la proposta comincia a provocare qualche sbadiglio per l'assenza di break o strutture che interrompano il ritmo. Certo una band che rivedrei volentieri come spalla a qualche nome più importante, ma che dubito sarei invogliato a seguire da headliner.

SETLIST BEFORE THE DAWN:
1. Exordium
2. Pitch Black Universe
3. Cross To Bear
4. Fear Me
5. Repentance
6. Throne Of Ice
7. Unbreakable
8. Phoenix Rising


SIX FEET UNDER
Slot di cartello per i Six Feet Under che susseguono i Nile sul Pain Stage in prima serata. Purtroppo anch’essi rimangono vittime di suoni non perfettamente interpretati da parte dei tecnici, situazione che compromette un pochino l’ora scarsa a loro disposizione, comunque molto divertente. In tal senso va difatti precisato che, a differenza del brutal tecnico dei conterranei del South Carolina, il death ‘n’ roll dei Six necessita di una minore pulizia per essere efficace; lo stesso vocalism di Barnes è talmente effettato e gracchiante da coprire spesso tutto l’ensemble strumentale senza destare particolari noie o mal di pancia. Altra grande differenza con la band di Sanders, che dal vivo segna molti punti a favore, è la grande grinta con cui tutti – Chris in testa – interpretano il palco: headbanging, movimenti frenetici, coinvolgimento del pubblico… I Six Feet Under sono degli ottimi animali da spettacolo che sanno come impreziosire la propria musica (di impatto ma non di particolare valore): a tratti sembra di avere a che fare con un gruppo metalcore, tanto dinamismo viene impiegato nell’esecuzione dei brani. In mezzo alla bella scaletta che non manca di insistere sull’ultimo Undead, vanno segnalate la sbalorditiva la cover di T.N.T. degli Ac/Dc, così come quella di Hammer Smashed Face dei cugini Cannibal Corpse (con cui Barnes, lo ricordo, ha firmato molti capolavori), ottimamente accolte dai fan. Se io, che non sono per niente un loro sostenitore, ho apprezzato, vedete voi…

INSOMNIUM
Pur avendo in comune il tipo di proposta e la patria con i Before The Dawn, di ben altra caratura è la prestazione degli Insomnium. Da Above The Weeping World, la band ha dimostrato di saper unire una vena di malinconia ad un death melodico con influenze swedish, sfociando in composizioni caratterizzate da una notevole attenzione ai dettagli. Lo spettacolo si apre con Inertia, tema introduttivo del recente One For Sorrow, incentrandosi per la maggior parte sull'ultimo lavoro ed ospitando ben presto Mikael Stanne nel brano Weather The Storm, scritto in collaborazione tra il singer dei Dark Tranquillity ed il quartetto finlandese. La band è precisa e partecipe durante l'esecuzione, il growl di Niilo Sevänen non perde in corposità dal vivo ed il nuovo chitarrista Markus Vanhala mostra di essersi integrato perfettamente nei ranghi degli insonni, scherzando e divertendosi durante tutto il concerto. In particolare su Unsung si pesta il cavo, staccandolo dallo strumento, in corrispondenza dell'assolo conclusivo: presto se ne accorge, lo raccoglie e lo ruota ridendo, mentre lo ricollega per concludere quel che rimane da eseguire del fraseggio. Le maree più gioiose (tipiche dell'ultimo lavoro) si abbassano quando tornano in scena i brani più datati: Mortal Share e Down With The Sun strappano qualche accendino ondeggiante al pubblico, che si lascia avvolgere dalla cappa di malessere che le composizioni portano con sé. Ricapitolando: prestazione molto buona per gli Insomnium. Certamente da rivedere, sperando che in futuro vogliano riproporre qualche successo in più tra quelli datati.

SETLIST INSOMNIUM:
1. Inertia
2. Only One Who Waits
3. Weather The Storm
4. Down With The Sun
5. The Killjoy
6. Unsung
7. Through The Shadows
8. Mortal Share
9. One For Sorrow


WITHIN TEMPTATION
Attesissimi, i Within Temptation hanno profuso una carica difficilmente riscontrabile in realtà “simil-pop” tipo la loro (chi parla è Massimiliano Giaresti “Giasse”, per eventuali linciaggi mediatici), firmando però una prestazione il cui esito è da considerarsi solo sufficiente. La principale problematica è la voce scarica e troppo “soave” della den Adel che dalla sua ha però il grande vantaggio di non rischiare di strafare come accade anche ad altre sue famose colleghe (chi ha detto Simone Simmons?). Dal lato strumentale gli olandesi si comportano sicuramente bene, anche se la medesima questione sollevata agli Epica (ossia quella di utilizzare campionamenti eccessivi e coprenti) può tranquillamente essere anche a loro contestata. Non mi hanno infastidito, tuttavia non mi hanno trattenuto un minuto più del dovuto inducendomi a lasciare la posizione conquistata per assicurarmi la migliore visuale possibile per l’imminente prova dei Dark Tranquillity. Comunque, soprattutto considerato lo stile dell’ultimo The Unforgiving, per il sottoscritto i Within Temptation stanno al Summer Breeze, come i Mayhem al Festival di Sanremo.

DARK TRANQUILLITY
La giornata di venerdì è sicuramente la più ricca in quanto a band death melodico/swedish, ma il coronamento viene raggiunto solo in serata con la presenza dei Dark Tranquillity sul Pain Stage, davanti a cui si raduna un nutrito gruppo di persone per ascoltare i propri beniamini. Le caratteristiche tipiche di uno show degli svedesi ci sono tutte: grande precisione nell'esecuzione, Mikael Stanne è più che mai affabile e si relaziona molto con il pubblico, l'acustica è di gran qualità. L'unico punto debole dell'esibizione del six-piece svedese è la scelta dei brani, che esclude lo storico The Gallery per lasciare spazio alle tracce più amabili degli ultimi anni. Trovano infatti ampio spazio il recente We Are The Void e predecessori, tagliando comunque anche alcuni dei brani più intensi come Insanity's Crescendo e Lost To Apathy a favore di una setlist più diretta. Il comparto strumentale, guidato dal preciso Anders Jivarp, è massiccio e implacabile, arricchito dai synth struggenti di Martin Brändström. Solo Mikael Stanne dà inizialmente l'impressione di avere una potenza vocale inferiore al solito, producendo uno scream ribassato che fatica un po' a fare presa, ma che viene compensata dall'impegno che il vocalist profonde nella propria esibizione e dalla sua presenza scenica; fortunatamente, con il proseguire dell'esibizione, la radianza laringea sembra migliorare. Non mancano i momenti in cui la componente malinconica del sestetto prende il sopravvento, vedasi l'interlude clean di The Sun Fire Blanks, ma i nostri sanno benissimo destreggiarsi anche con i ritmi più serrati, in cui l'inarrestabile batteria scatena le movenze del pubblico. Lo show si conclude con la dolceamara The Fatalist, in cui la voce delle migliaia di accorsi si riunisce in un solo enorme coro:

The day has come, you are the fatalist
The day has come, you are the fatalist
You walk on soil, that dreams of beyond


Ancora una volta, la band di Gothenburg dimostra di essere meritevole di essere vista dal vivo, non solo per la grande capacità di resa dei brani, ma più di tutto per la passione e la calorosa attitudine che ne caratterizza le esibizioni.

SETLIST DARK TRANQUILLITY:
1. Terminus (Where Death Is Most Alive)
2. In My Absence
3. Misery's Crown
4. The Treason Wall
5. The Sun Fired Blanks
6. Zero Distance
7. Dream Oblivion
8. Therein
9. Final Resistence
10. The Fatalist


IMMORTAL
Il cielo è ormai buio e le luci del Main Stage si spengono: stanno per entrare in scena gli Immortal, per condurci nel gelido regno di Blashyrkh. Pochi secondi di silenzio ed ecco che uno scricchiolio sinistro introduce l'ingresso in scena del trio, accolto da un clamore euforico dell'arena. La macchina del tempo parte: non c'è molto spazio per il recente All Shall Fall, poco male, ma tutti i lavori storici della band norvegese vengono toccati durante i novanta minuti a disposizione di Abbath e soci. Si comincia con una doppietta di At The Heart Of Winter, Withstand The Fall Of Time e Solarfall, con Horgh in grande spolvero, furioso più che mai nei blast-beat. Sfortunatamente, da subito l'esecuzione alla chitarra appare fumosa e poco intellegibile. Il suono della distorsione è ruvido e poco definito, ridotto all'osso senza troppi fronzoli, al contrario il clean è identico al timbro che si ode su disco: glaciale e fortemente riverberato. Le uniche occasioni in cui Abbath ha modo di dare prova delle proprie doti tecniche sono i rari assoli presenti nei brani, in questi frangenti l'axeman tenta di improvvisare qualche fraseggio con risultati piuttosto scarsi: in fondo nessuno si aspetta una lezione di shred e questa risulterebbe piuttosto fuori luogo. Il frontman si diverte inoltre a scaldare il pubblico a più riprese, conscio dell'ascendente che riesce ad avere sugli accorsi, e a richiedere il sostegno nell'annunciare i titoli dei brani, ma senza mai rivolgere troppo calore. In generale l'attitudine del vocalist è un po' distaccata, ma mai altezzosa, inoltre questo non rinuncia ai suoi tipici (e simpatici) “balletti” per spostarsi da un'estremità all'altra dello stage. Dal punto di vista scenico la band non è iperattiva, ma Apollyon ed Abbath si lasciano andare spesso all'headbanging e cercano il più possibile di coinvolgere il pubblico spostandosi ad ogni angolo del palco. La prova vocale è in linea con quanto si sente negli ultimi lavoro, certo più simile ad un gracchiare che ad un vero e proprio scream, ma dignitosa e costante in intensità per tutta la durata del concerto. L'esibizione scorre velocemente, tra i numerosi richiami a Sons Of Northern Darkness e gli effetti speciali che intervengono ripetutamente durante il concerto: fuoco, nebbia e scintille si alternano per creare un'atmosfera oscura che calza a pennello con le composizioni. In conclusione, forse le aspettative inizialmente riposte negli Immortal erano davvero molto alte, per questo motivo si spiega il gap iniziale nell'affrontare il loro concerto. Certo, alcuni aspetti della resa dal vivo potrebbero essere migliorati per offrire al pubblico qualcosa di più, ma sentire un'icona senza tempo riproporre i classici che le hanno conferito l'aura di immortalità fa sempre un certo effetto.

SETLIST IMMORTAL:
1. Withstand The Fall Of Time
2. Solarfall
3. Sons Of The Northern Darkness
4. The Rise Of Darkness
5. Damned In Black
6. Triumph
7. At The Heart Of Winter
8. In My Kindom Cold
9. Call Of The Wintermoon
10. Tyrants
11. One By One
12. All Shall Fall


OUTRO
Un’altra giornata molto intensa se ne è andata, ma la stanchezza lascia comunque spazio alla soddisfazione di prendere parte ad eventi del genere, talmente curati da far sembrare le esibizioni a cui siamo abituati delle semplici esercitazioni scolastiche.
C’è ancora un terzo giorno e bisogna riposare. Speriamo dunque di non essere importunati nelle prossime ore da qualche simpatico figurante travestito da genitale maschile… X_X
Buona notte!

CREDITS
Report di Mono Inc. e Heidevolk a cura di Carolina Pletti “Kara”.
“Mirabolanti Bizzarrie E Stravaganze Assortite” e report di The Foreshadowiong, Black Sun Aeon, Before The Dawn, Insomnium, Dark Tranquillity e Immortal a cura di Giovanni Perin “Giomaster”.
Intro, outro e report di Crowbar, Nile, Six Feet Under e Within Temptation a cura di Massimiliano Giaresti “Giasse”.
Foto a cura di Cristina Mazzero.



GioMasteR
Venerdì 31 Agosto 2012, 18.31.00
6
Quasi dimenticavo: impagabile Dallas Toler Wade con la maglietta che rappresanta un crocifisso e sotto la didascalia "gli uomini con i sandali fanno la fine che meritano"!
HeroOfSand_14
Mercoledì 29 Agosto 2012, 14.16.37
5
E' vero, ragione di gusti. Però è anche oggettivo che lei ha una voce molto chiamiamola angelica, basta ascoltare i loro lavori precedenti, e forse live anzi probabilmente live non rende l'energia delle canzoni versione studio. Infatti i loro lavori precedenti all'ultimo non mi fanno impazzire, proprio per via della voce, canzoni troppo moscie, delle ideali ninnananne.
GioMasteR
Mercoledì 29 Agosto 2012, 12.04.23
4
Ciao Max: abbiamo un'opinione simile. In fin dei conti è quello che ho espresso anch'io, ma credo sia colpa delle aspettative che sono troppo elevate. Mi spiego: se avessero fatto un pessimo show i Naglfar sarei rimasto molto più sorpreso/deluso - sarebbe stato totalmente inaspettato viste le loro doti - ma non è stato così. Gli Immortal ripropongono dal vivo esattamente quello che si trova in All Shall Fall, Abbath che ha un timbro molto spossato e che non rasenta la capacità di Demonaz alla chitarra. Ci aggiungi un suono molto old school ed il gioco è fatto, ma sono pur sempre gli Immortal e da loro la gente non vuole uno show perfetto, laccato e impeccabile, anzi. Fanno della tradizione la loro forza, ma in fondo non sono gli unici..
Max
Mercoledì 29 Agosto 2012, 10.16.01
3
Aggiungo che secondo me gli Immortal, o meglio Abbath ha suonato in maniera pessima, non che solitamente facciano concerti memorabili (sono un loro fan e ho visto la band molte volte) ma questa volta il tutto, sempre per colpa della prova di abbath alla chitarra è sfociato in un concerto insufficiente, peccato pensando al palco e ai suoni ottimi....
Giasse
Martedì 28 Agosto 2012, 21.08.19
2
Guarda. L'album e' discretamente piaciuto anche a me, nonostante il genere sia lontano anni luce dalle mie preferenze, ma nel contesto mi parevano proprio fuoritema. Riguardo alla vove li ho visti 2 volte ed in entrambi i casi mi e' parsa una cantante dal timbro troppo "soave". Ma son gusti
HeroOfSand_14
Martedì 28 Agosto 2012, 20.53.47
1
Bella ancora la parte extra-festival! Per quanto riguarda le band, e i Within Temptation, si nota che a Massimiliano non è piaciuto The Unforgiving, e capisco che la band non era adatta a suonare in un festival cosi, cosi come concordo sulla musica simil pop. Però ho amato il loro ultimo album, ed anche se è stata una svolta commerciale, e dopo un pò stufano, la voce di Sharon è una cosa incredibile, e non pensavo che sfigurasse live, da come descritto qua. In altri live è sempre stata al top, forse era la grionata no, o forse l'essere vicina a band black-death l'ha terrorizzata, non so, ma resta una cantante sopraffina!
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