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CORREVA L’ANNO - # 7 - 1976
23/09/2012 (4684 letture)
A piccoli passi verso la ricerca del proprio ego: potrebbe essere questa l'estrema sintesi del periodo di transizione vissuto dall'embrionale heavy metal attorno al 1976, annata significativa per svariati motivi. Una nuova band stava per accingersi a rivoluzionare l'intero movimento, scandendone l'evoluzione a quello che ancora oggi intendiamo come metallo pesante: erano i Judas Priest, provenienti da Birmingham proprio come i Maestri Black Sabbath. La classe operaia delle fuligginose cittadine inglesi era pesantemente frustrata da anni ed anni di ideali delusi, ed era rassegnata a piegare la testa, vivendo la propria vita unicamente al servizio di lavori pesanti, pericolosi, sporchi e mal remunerati; da questa classe provenivano Glenn Tipton e KK Downing, due ragazzini con la passione per il rock: avevano imbracciato la chitarra proprio inseguendo un'utopia, vivere di musica lontano dalle ciminiere, e si erano uniti sotto quel moniker così dissacrante. Downing era un ragazzino biondo e belloccio, che al primo approccio con i Priest era apparso assai approssimativo nella sua tecnica chitarristica; ma col tempo si era migliorato ed al fianco di Tipton costituirà una coppia di chitarre gemelle destinate a far storia. Attraverso parecchi cambi di formazione e dopo l'abbandono del singer originario Al Atkins, la band era giunta al tanto sospirato debut album nel 1974: ma Rocka Rolla era troppo scialbo e privo di verve, aggrappato ad un prog rock poco ispirato che aveva lasciato pochi segni nonostante l'ingresso in line-up di un cantante dalla voce acuta come Rob Halford, lungo capello biondo, pantaloni a zampa e vistose camice floreali. Quel 1976, però, rappresentò la svolta irreversibile: mentre il punk rock e la filosofia nichilista dei punk inglesi iniziavano sempre più a fare proseliti, scandita dalle note scarne e farsesche dell'omonimo debut dei Ramones, mentre James Carter si insediava alla Casa Bianca ed in Cina moriva Mao Tse Tung, i cinque ragazzi britannici sferrarono un colpo non indifferente come Sad Wings Of Destiny, il quale mostrava clamorose novità rispetto al predecessore. Tipton e Downing rafforzarono il parco riffing, iniziando a modellare il tipico sound priestiano, ed inspessirono le trame portanti con le celebri sovrapposizioni, dando più dimensione alle composizioni ed accelerando le velocità: oggi questo stacco rispetto allo stile pre-esistente potrebbe sembrare minimo e quasi impercettibile, ma al tempo fu epocale. Anche l'artwork di copertina -raffigurante un angelo caduto in una sorta di inferno gotico- e le linee vocali sempre più evocative di Halford ridisegnarono il concetto di heavy metal, conferendogli uno status quasi mitologico, figlio del destino. Non potrebbe essere altrimenti con brani drammatici come la campale Victim of Changes, preludio di tanti inni intrisi di pathos, dolore, atmosfera, oppure Tyrant e The Ripper, acuminate come schegge e assolutamente affilate per l'epoca; pezzi in cui le chitarre suonavano energiche ed ispirate, raddoppiate dalla voce affilata e ficcante di Rob Halford: i Judas Priest erano appena all'inizio del loro processo di irrobustimento, ma già così suonavano più duri di ogni altra band esistente sulla faccia della Terra, paritetici soltanto ai primi tellurici lavori dei Black Sabbath. L'idea di partenza era comunque quella di creare un disco progressivo, ma privandolo di elementi eccessivamente sperimentali, in modo da renderlo fruibile sia ai fan del progrock che a quelli dell'hard rock più aggressivo ed orecchiabile; il co-produttore Geraint Hughes affermerà di essere rimasto soddisfatto dalle registrazioni, nonostante la sua intenzione fosse quella di rendere più sperimentale il platter: 'Erano dei puristi; Glenn Tipton reagì piuttosto male quando provai a passare la sua chitarra attraverso un sintetizzatore per creare un insolito effetto filtrato, Downing calmò le acque ed arrivammo ad un compromesso'. Il quintetto partì per il tour di supporto al disco il 6 aprile, al Plaza di Truro, e rimasero in tour fino al 20 giugno: dopo ventuno date tutte in Gran Bretagna, la calata si concluse a Londra, al Rondhouse. Al tempo, tuttavia, era ancora tutto in salita, tanto che grossi problemi finanziari spinsero i componenti della band a cercarsi un lavoro alternativo: il bassista Ian Hill guidava un camion, Downing faceva l'operaio in fabbrica, Tipton dovette mettersi a dipingere le pareti di un'autorimessa locale; il drummer Alan Moore fu costretto ad abbandonare il gruppo per la seconda volta, mentre la band si cercò un'altra etichetta discografica per poter andare avanti.

I Judas Priest erano ragazzi semplici e tutto sommato alla mano; Hughes descriverà Tipton come 'Un tipo molto serio, altre volte un giocherellone, la principale forza motrice della band', aggiungendo che prendeva la chitarra e la band molto seriamente, ed amava pescare; Downing era 'un tipo leggermente più amichevole di Glenn, anche se un pò cattivello', anche lui prendeva le cose in maniera assai professionale e fungeva da mediatore durante i litigi. Ian Hill era una persona timida e di poche parole, ma dai modi gradevoli, Moore animava la truppa con i suoi scherzi burloni mentre Halford era la figura più enigmatica: 'Un tipo indecifrabile e complicato, avvezzo agli sbalzi d'umore, uno stakanovista per la voce. Non parlava mai della sua sessualità, ma dubito che questo avrebbe avuto importanza'. Non c'erano solo i Preti di Giuda a movimentare la scena internazionale: evento tra i più significativi dell'anno fu l'uscita di Rising, secondo studio album dei Rainbow del ribelle Ritchie Blackmore; appena sei tracce e mezz’ora di musica per cambiare volto alla musica dura. Il deus ex-machina che aveva animato l'ascesa dei Deep Purple mette in piedi una nuova creatura e dopo un buon album di debutto fa il botto, ponendo le basi per generi come il power, l’epic ed il metal sinfonico. Le velocità si fanno notevoli per l’epoca e canzoni come A Light in the Black e Stargazer esaltano la sezione ritmica martellante di Cozy Powell e la teatrale interpretazione vocale di un gigantesco Ronnie James Dio, cantore magico e ispirato, pronto ad influenzare tutte le nuove generazioni di vocalist che verranno; l’italo americano pone l’accento sull’epicità e sulla maestosità, a discapito dello stile più aggressivo e stradaiolo che a quel tempo era quasi ordinario. Anni dopo, l'ispirato singer italoamericano racconterà: 'Non ho mai descritto il male in modo costruttivo, anzi. Da piccolo mi immergevo in contesti fantasy, leggendo libri di fantascienza o storie che lasciavano correre la mia immaginazione, per questo mi piace creare situazioni che non per forza arrivano ad una conclusione, ma rimangono sospese nel limbo, oniriche. Almeno le cose di cui scrivo io sono belle come gli arcobaleni, invece che dannate o malvagie, crudeli o blasfeme; se la gente é stanca di sentirmi parlare di arcobaleni allora non compri i miei dischi. I critici non saprebbero fare il mio mestiere, mentre io potrei fare il loro: sparare merda su un foglio di carta. Io ricevo cartoline dai miei fan, e spesso ci sono arcobaleni disegnati sopra. Credo che i gusti personali della gente, quando si tratta di giudicare un album o un prodotto artistico, in generale siano molto relativi, ma per sfortuna i critici sono i critici. Almeno parlano dei miei arcobaleni, e non di quanto sono basso'! L'ex formazione di Blackmore, nel frattempo, non se la passava molto bene: l'ascia prescelta per sostituire l'insostituibile, Tommy Bolin, era afflitto da gravi problemi di tossicodipendenza e questo sviliva Jon Lord e Ian Paice, che avevano sempre evitato la droga e gli spacciatori che si incontravano ai concerti. Durante uno show in Indonesia avvenne il fattaccio: una mal riuscita iniezione di eroina causò a Bolin una semiparalisi del braccio, la band proseguì le date con gravi deficienze e alla fine il singer David Coverdale sbottò di brutto, lasciando il palco nel bel mezzo di una prestigiosa esibizione a Liverpool. Bolin morirà d'overdose pochi mesi dopo, portando la storica formazione inglese allo scioglimento, che persisterà fino al 1984. Tornando alle questioni prettamente musicali, superlativo fu anche il nuovo masterpieces degli americani Aerosmith, che nel titolo già sintetizzava tutte le sue caratteristiche: Rocks era aggressivo e maturo, un hard rock classicissimo ma che iniziava a discostarsi dalle influenze di matrice britannica per delinearsi definitivamente nello stile tipico e riconoscibilissimo dell'act capitanato da Steven Tyler, singer dalle doti incredibili. La grande macchina commerciale che vestiva i calzari spaziali ed il cerone spesso dei Kiss non intendeva intanto rallentare il proprio passo e produsse un altro caposaldo di quel rock ruffiano, semplice e facilone come Destroyer, un classico del decennio; a poca distanza da questo prodotto, i quattro newyorkesi mascherati esploderanno un altro colpo convincente come Rock and Roll Over, duro, solido e senza alcun tipo di orpello: uno schiaffo di rock spudorato, che ribadiva l'ottimo stato di forma del four pieces americano, sempre più lievitante verso il rango di rockstar divinizzate, con tutto il siparietto dettato dal merchandising che già ne conseguiva. Al di qua dell'Oceano, i Thin Lizzy si facevano sentire con Jailbreak ed i decani Led Zeppelin rilasciavano il loro prodotto più cupo e tosto, Presence, che comunque -pur essendo un disco di gran qualità- non raggiungeva le vette qualitative dei predecessori. In ambito prog, desta scalpore l'uscita di 2112 dei canadesi Rush: il quarto disco del terzetto d'oltreoceano diventa in breve un autentico manifesto del genere, con le sue trame sofisticate e articolate, ma mai fini a sè stesse o prive di una specifica musicalità, a conferma del grande sonwriting dei Nostri.

Nonostante la ricerca certosina di questi ragazzi portasse ad un livello superiore la qualità e la virtù del caro vecchio rock'n'roll, le masse tendevano ovviamente a prediligere i suoni schietti e diretti perpetuati da band più grezze e stradaiole, che non facevano certo della tecnica il loro punto forte: in tal senso é dunque rilevante la portata di due uscite targate AC/DC, vale a dire la ristampa internazionale di High Voltage -uscito in Australia nell'annata precedente- e il rilascio del terzo album Dirty Deeds Done Dirt Cheap, quello del definitivo salto di qualità; non che la musica si discostasse granché dai semplicissimi canoni dei dischi precedenti, ancorati su schitarrate tipicamente seventies, riff energici imbastiti attorno ad una matrice statica e comune, cori coinvolgenti e la timbrica acidula di Bon Scott. Eppure, grazie alla distribuzione della Atlantic Records, i cinque rockers di origine australiana ottennero maggiori consensi anche al di fuori dei britannici confini, portando l'epilettico 'passo' del chitarrista-scolaretto Angus Young sulle copertine delle maggiori fanzine europee. Le uscite interessanti iniziavano ad essere davvero molte: ne sono un esempio Alice Cooper Goes to Hell del solito zio Alice, High and Mighty degli Uriah Heep o l'ottimo e roccioso Virgin Killer, quarta release dei tedeschi Scorpions, dotata di alcuni frammenti di gran classe, al di là della tanto polemicizzata copertina, la quale ritraeva una ragazzina pre-adolescente, compeltamente nuda, con un effetto grafico a coprirne i genitali. Nuova uscita anche per gli inglesi Queen: A Day At The Races proseguiva sulla scia classica e raffinata di A Night at the Opera, alternando aggressivi scariche rock come Tie Your Mother Down a sperimentalismi di gran spessore, come il rock-gospel di Somebody to Love o l'evocativa opera struggente di Teo Torriatte; non mancavano episodi più orecchiabili e travolgenti (Good Old-Fashioned Lover Boy), passaggi soft eseguiti al piano e le consuete meraviglie sonore affidate alla possente ugola di Freddie Mercury, solidamente abbinate al chitarrismo fluido e roccioso di Brian May. I Queen, che inizialmente volevano pubblicare quest'album ed il predecessore come doppio, si erano ormai appropriati del trono dell'hard rock continentale. La stampa inglese tendeva a bistrattarli, ma nessun ostacolo sembrava interporsi tra i quattro inglesi e la gloria unanime, garantita anche da live-shows intensi e spettacolari, animati dalle istrioniche e provocanti performances di Mercury, che mai ha tentato di nascondere la propria ambiguità sessuale. Tuttavia, restando in ambito prettamente heavy metal, si era ancora agli albori: il clamoroso scossone dei Judas Priest di cui si diceva in apertura, infatti, restava una fiammata isolata, anche perché gli stessi pionieri Black Sabbath mossero un mezzo passo falso con un disco un pò scialbo come Technical Ecstasy, un tentativo di virare verso un hard rock sempre più leggero e mainstream. Le granitiche e cupe atmosfere doomy degli esordi erano lontanissime e questa volta né il chitarrismo di Iommi né le vocals di Ozzy bastarono a sfornare un prodotto memorabile, cosa che sancì la prima piccola crepa in un mosaico fin lì magistrale. Infine, qualcosa di significativo si stava muovendo, in quei mesi, nello Yorkshire: ex membri di due piccole band locali, Son of a Bitch e Coast, infatti, formarono il primo nucleo dei Saxon, futuri alfieri di un heavy genuino e sferzante.



Le Marquis de Fremont
Mercoledì 9 Gennaio 2013, 13.47.14
16
Voilà, è stato il mio primo anno in UK, a Cambridge. Effettivamente non ricordo molto degli album che avete citato, a parte, ovviamente i mostri sacri dei Led Zeppelin, i Kiss (che tutti definivano glam e nessuno rock...) e sopratutto i Queen. Anche l'album dei Sabbath, sopratutto anche per la "strana" copertina non aveva fatto molto scalpore. Mi ricordo che eravamo in atmosfera pre-punk e l'Inghilterra di allora era parecchio grigia e sfigata. Au revoir.
Nerchiopiteco
Mercoledì 26 Settembre 2012, 14.01.22
15
Già solo Rising basta e avanza a rendere speciale e storico il 1976!! Nello stesso anno poi, anche se non hanno avuto certo la storia delle band citate, si sono formati anche gli heavy load. Tecnicamente poi secondo me Presence è uno dei dischi migliori dei led zeppelin, un po' sottovalutato.
jek
Martedì 25 Settembre 2012, 20.42.08
14
Anche il '76 è un anno memorabile, cominciava il boom Priest, usciva il più bel disco Hard Rock della storia, Rising, e purtroppo finiva l'epopea Sabbath con Ozzy. Bravo Rino fa sempre piacere mettre in ordine certi avvenimenti.
Delirious Nomad
Martedì 25 Settembre 2012, 7.10.42
13
Ok, sei certamente meglio informato di me !
the Thrasher
Martedì 25 Settembre 2012, 0.23.13
12
i Maiden hanno iniziato a formarsi nel '75!
Delirious Nomad
Lunedì 24 Settembre 2012, 22.34.28
11
@Vichingo: anch'io sarei tentato di definirlo tale! Ora che ci penso però... nel '76 non erano stati fondati i maiden?
il vichingo
Lunedì 24 Settembre 2012, 16.26.49
10
Proprio ieri sera ascoltavo Rising... che capolavoro, probabilmente il miglior disco Hard rock di sempre...
Lizard
Lunedì 24 Settembre 2012, 15.11.33
9
Fatto
Delirious Nomad
Lunedì 24 Settembre 2012, 15.08.34
8
Sempre splendidi ed esaustivi questi pezzi, bravo RIno (ancora più bravo se puoi correggere quel "2012" al posto di "2112" )
fabio II
Lunedì 24 Settembre 2012, 14.49.31
7
Concordo con Pietro, ovviamente 2112 è un disco importantissimo proprio per quello che dici tu: all'epoca doveva suonare 'forte' tanto quanto 'Operation Mindcrime' negli '80 e 'Images & Words' nei '90
Pietro
Lunedì 24 Settembre 2012, 14.42.26
6
2112 è uno dei dischi più importanti di quell'anno come detto però paradossalmente, pur appartenendo al mondo "prog" è molto più aggressivo di diversi dei dischi hard rock citatii. Io lo ritengo quasi più heavy che prog
Painkiller
Lunedì 24 Settembre 2012, 11.56.29
5
Come ho avuto già modo di scrivere in altre occasioni, Rising è l'album hard rock definitivo, così come Painkiller lo è per il metal. La line-up di Rising e l'alchimia tra i componenti e gli strumenti è "magica", come direbbe il buon Ronnie...Black Sabbath, Deep Purple, Led Zeppelin...nessuno ha mai raggiunto questa vetta. Sui Judas non commento nemmeno
Lizard
Lunedì 24 Settembre 2012, 11.53.36
4
@Alkibiades: no, non sbagliavi, corretto grazie
d.r.i.
Lunedì 24 Settembre 2012, 11.52.17
3
Direi che come uscite discografiche è stato un anno prolifico! Bell'articolo come sempre!
Alkibiades
Lunedì 24 Settembre 2012, 11.48.59
2
Ottimo articolo, ma sbaglio o c'è qualcosa che non quadra nella parte finale?
fabio II
Lunedì 24 Settembre 2012, 10.52.42
1
Sono d'accordo con te Rino, 'Rising' è uno dei dischi più importanti dalla storia dell'hard n heavy, basti pensare che anche i Sabs di 'Heaven & Hell' pagheranno pegno. Sull'altra sponda dell'Atlantico va segnalato il debutto omonimo degli Starz; davvero il prototipo insuperato dell'american way of hard rock
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