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VISION DIVINE - Tra Cecco Angiolieri e le stelle....
26/09/2012 (2556 letture)
Un vulcanico Olaf Thorsen non si è sottratto a tutte le domande che gli abbiamo proposto, dicendo sempre la sua senza compromessi. Un’intervista che affronta temi che vanno al di là del nuovo disco dei Vision Divine e che si occupa più o meno di tutti gli aspetti che gravitano al giorno d’oggi intorno all’universo metal. Quello che segue è il lungo resoconto della telefonata tra me ed Olaf di una decina di giorni fa. Buona lettura!

Rob: Ciao Olaf, Benvenuto su Metallized.it! Iniziamo subito se per te va bene?
Olaf Thorsen: Sì sì, certo!

Rob:Partiamo ovviamente dall’ultimo nato in casa Vision Divine. Vorrei chiederti di descrivere brevemente il concept che sta alla base del nuovo album...
Olaf Thorsen:Sì, bene anche perché il concept così com’è stato presentato nei trailer ufficiali non rende proprio merito a quello di cui noi parliamo. Anche perché per la prima volta nella mia carriera, il concept, per quanto riguarda i testi prende spunto non tanto da un tema filosofico ma s’ispira a un tema socio-politico, in un momento che stiamo vivendo tutti ancora oggi: l’Italia ma il Mondo in generale è messo molto male. Io penso che ci sia un po’ di scoraggiamento o disprezzo, a seconda dei caratteri che abbiamo, verso la classe politica, la classe di potere che abbiamo, che siano i politici o altro. Insomma mettila come ti pare, però diciamo che tutto il panettone messo insieme non è dolcissimo. Da subito sono partito -e non so perché- dal collegamento che ho avuto con questa poesia di Cecco Angiolieri (poeta medievale giocoso e goliardico -ndr) S’io fossi foco, arderei ‘l mondo, e apro una parentesi piccolissima, non ha -tutto sommato- questo reale valore distruttivo, no? Perché se uno legge gli ultimi versi, si rivela meno distruttiva di come sembrerebbe, però inizialmente mi era piaciuto questo collegamento e ho iniziato, come si fa sempre, cercando spunti in questa direzione. Ho pensato: se io avessi i soldi e se ci fosse veramente una tecnologia che me ne desse la possibilità, cosa farei? Farei quello che scrivo nell’album, cioè mi leverei dalle palle! (risate -ndr). Perché per me oggi il mondo com’è messo, nemmeno tanto a livello politico -perché ti dico sinceramente che sono totalmente disinteressato-, ma anche a livello di inquinamento, di qualità della vita così come ce l’abbiamo oggi... Io se potessi costruirei una bella Arca e me ne andrei. (risate -ndr) Immagino una comunità di persone guidate da quest’uomo che decide di andarsene dicendo: “tenetevelo sto mondo, l’avete rovinato, ormai è andato... non ci interessa neanche più, tenetevelo, sguazzateci, noi ci leviamo proprio di torno e ci cerchiamo qualcosa di meglio”. Tutta la parte centrale però, piano piano si sposta da quelli che sono i problemi reali a problemi un po’ più interiori, cioè di nuovo la ricerca dell’uomo di ricreare un mondo nuovo, un po’ quella che sarebbe la città chiamata Utopia, solo che non la trovano e quindi vagano per anni in questo Spazio, un luogo freddo che dà luogo per altro, nel brano che la edel ha utilizzato come singolo (Mermaids From Their Moons -ndr) ad allucinazioni; ho cercato di immaginare cosa succederebbe in un luogo angusto, perché non è l’astronave di Star Trek quella che immagino io, è una nave con cabine piccolissime e c’è un po’ anche un richiamo alle atmosfere di The Perfect Machine, c’è un po’ questo limbo che attanaglia i protagonisti fino verso la fine per trovare effettivamente questa nuova terra, dove queste persone possono finalmente scendere e dare origine a questa società perfetta a cui aspirano. Non so se è il caso che ti riveli anche il finale, però, chi mi conosce sa che i miei finali non sono mai a lieto fine...

Rob: No no, non credo sia necessario. Il finale, comunque, ti anticipo che mi è piaciuto molto. Mi interesserebbe chiederti, essendo comunque una tematica di fantascienza sociale, se la vogliamo mettere così, quali sono i tuoi scrittori preferiti, quali ti hanno influenzato o ispirato maggiormente.
Olaf Thorsen: Come ti ho detto inizialmente, cercando uno spunto, avendo due o tre idee, guardando la televisione, ma ti parlo di più di un anno e mezzo fa, quindi non c’era neanche lo spread! (risate -ndr), però vidi un politico, di cui non voglio fare il nome, che sorrideva dicendo che andava tutto bene e lì proprio mi sono sentito preso per il culo, perché avevo appena pagato una tassa di quelle vergognose e mi venne in mente Cecco Angiolieri, non so neanche dirti perché. Pur non entrandoci nulla da un punto di vista filosofico e fantascientifico, Cecco Angiolieri è stato proprio quello che ha dato il via al concept. Come scrittore preferito -io l’ho sempre detto, non è un mistero-, il mio è Luigi Pirandello e rimarrà per sempre. Continuo tutt’ora a rileggermi le sue opere. Sono affascinato dalle sue tematiche, e poi Pirandello è quello che ha influenzato la trilogia Stream Of Consciousness, The Perfect Machine, The 25th Hour.

Rob: Ascoltando l’album ormai da diverso tempo, ho colto diverse sfumature. Anche se in parte mi hai già risposto, vorrei sapere se il voler andare oltre della trama del disco, la ricerca del nuovo, dell’ignoto, una tematica che affascina l’uomo da sempre, è proprio la sua natura, tutto questo può essere visto, e qui correggimi se sbaglio, come una fuga dall’Italia musicale? L’Italia è un Paese dove si può fare Musica (e intendo metal in questo caso), ci sono le condizioni per fare buona musica?
Olaf Thorsen: Mah... hai fatto un’analisi che pur non essendo il centro dell’album, ci può essere accostata molto facilmente. Hai fatto un’ottima analisi. Diciamo che se non era il mio messaggio principale ne fa sicuramente -forse anche in maniera inconscia- parte, perché l’Italia non è sicuramente il miglior Paese per fare -io credo- musica in generale, perché conosco tanti musicisti classici che non dovrebbero avere problemi e pure vivono più o meno nella nostra condizione. L’Italia è un Paese dove siamo tutti un po’ tecnici di calcio, ma siamo anche tutti un po’ musicisti. Si tende sempre a disprezzare il lavoro altrui, senza magari pensare a quello che si potrebbe fare a livello comunitario. Io credo che visto da fuori, analizzandolo attentamente, l’Italia debba essere un Paese fiero di quello che ha fatto; poi come in tutte le cose della vita, nell’arco del tempo, parlando a livello singolo di band, o un’altra band che possa aver fatto un disco migliore e l’altro peggiore, questo fa parte della vita. Non si può neanche costringere sempre i musicisti a fare 100, e poi 101, 102... e poi il voto massimo è 1000, ma io non parlo di voti di album, dico in generale. Non si può aspirare sempre al 10 massimo e bisogna anche giustificare che magari a volte ci sono delle band che hanno anche bisogno di fare altro, che magari non vogliono neanche ottenere per forza quello che gli altri si aspettano. Però, se invece di valutare le band singole, o ancora peggio di valutare i singoli musicisti che fanno parte di una band, noi valutassimo la realtà italiana per quello che è... noi siamo una realtà che negli anni ha sfornato dei grandissimi dischi, che ha tirato fuori delle grandissime band, e che se noi come Italiani fossimo delle persone un po’ diverse, come dico anche nel disco, forse oggi avremmo in mano qualcosa di più. Se ancora oggi siamo considerati un Paese di serie B o C, e dobbiamo ancora sentir dire o leggere nelle recensioni “la band italiana”, che è come dire “il cantante di colore”, fondamentalmente, anche se a livello inconscio si è già “razzisti” a mio avviso. Dire “la band italiana” è già “razzista”, perché non dire semplicemente “la band”? E questo è colpa nostra, non è colpa di chi fa una recensione e mette 100 oppure 60, ma è colpa di chi ha trasformato la musica in una semplice competizione di numeri, di velocità, di acuti, di produzione. Oggi si giudica se un disco sia bello o brutto quasi da come suona un rullante e questo mi fa un po’ sorridere. E questa è una necessità dell’Italiano, anche se in maniera minore anche all’estero, in maniera molto meno forte, di voler sempre criticare. Penso che da noi non si ascolti più un disco inteso come opera di musica, ma lo si fa solo per cercare i difetti e questo purtroppo negli anni ha portato a un degrado della qualità, non tanto della musica che facciamo, ma piuttosto del modo in cui la percepiamo.

Rob: Parlando invece del disco, della fase di gestazione, di songwriting, è andato tutto come sempre, oppure anche magari il rientro di Torricini in line up ha cambiato qualcosa?
Olaf Thorsen: No, guarda, questo album -e io lo scrissi anche tempo fa sulla nostra pagina Facebook- è stato il primo album dai tempi di Stream Of Consciousness per il quale noi ci siamo volutamente fermati e abbiamo speso -credo che ad oggi sia-, un anno e mezzo. Abbiamo un attimo tirato il freno a mano su quelle che sono le dinamiche del business, dove purtroppo i contratti discografici, o per necessità reali di promozione di esposizione mediatica per poter far parte di tour e via dicendo... abbiamo proprio bloccato il motore, abbiamo detto: “stavolta ci fermiamo e usciamo solo quando saremo assolutamente certi di aver fatto il disco così come noi lo volevamo”. Questo è uno dei motivi per cui vado particolarmente orgoglioso di questo album, al di là di come possa essere poi percepito dagli altri, ma perché so che, a partire dalla scrittura e finendo con la produzione del disco, è un album di cui al cento per cento abbiamo sempre avuto il controllo fino all’ultimo secondo. E di questo, quindi, sono molto orgoglioso.

Rob: A questo proposito infatti ricordo di aver letto sulla tua pagina Facebook che questo sia realmente il miglior album dei Vision Divine...
Olaf Thorsen: Sì, sì. Tra l’altro, per far capire che non è la solita frase, perché io sono convinto che chiunque preso dall’entusiasmo tenda a pensare che l’ultimo album su cui si lavora è sempre il migliore, però stavolta ho provocatoriamente detto che se così non fosse -ne sono assolutamente sicuro- se per la fine dell’anno non sarà così, io posso anche smettere. Ma è la verità, perché so di averci speso veramente tutto, quindi che artisticamente possa non piacere, diamine, fa parte dei giochi che a te un disco possa non piacere, ma che oggettivamente qualcuno ascoltandolo mi possa dire “è una vera merda!”, non ci credo. Non ci credo perché suono da tanti anni, perché oltre a fare il musicista faccio anche il produttore, so di aver fatto anche a livello di produzione un disco competitivo, tutto lì.

Rob: Per quello che conta il mio giudizio, posso confermarti che è un disco, dal punto di vista di produzione, suoni e quant’altro, molto valido, con un tale “calore” anche nei suoni...
Olaf Thorsen: Di questo ti ringrazio molto.

Rob: A mio avviso, a partire da 9 Degrees West of the Moon c'è stato uno step in più a livello di suoni rispetto al passato. Gli altri album, che comunque avevano una buona produzione, mi sembrava che mancassero di qualcosa...
Olaf Thorsen: Mah, tu ora mi nomini 9 Degrees che è un disco al quale sono legatissimo a livello di concept, perché molti purtroppo non l’hanno capito, e questo è un male di chi scarica più di chi legge il booklet. Chi l’ha letto dovrebbe aver capito, dato il tipo di tematica, che quello è un album che io ho scritto per me ancor prima che per gli altri: ci sono delle tematiche, delle parti e degli stralci di testo che solo io posso capire per quello che realmente valgono ed a questo, che già rendeva l’album abbastanza complicato da realizzare, c’è da aggiungere un produttore che non è stato all’altezza, e che ha fatto delle scelte che hanno completamente distrutto il disco. Posso fare un esempio pratico invece di lamentarmi e basta. Io non so se ti è piaciuto o meno questo album, spero di sì, e spero magari anche più di 9 Degrees a livello di produzione, però io invito tutti quelli che leggeranno questa intervista a fare un giochino: prendere un brano a caso di 9 Degrees sfogliarlo col player e trovare una linea di chitarra acustica, vedrete che non c’è più, non che non c’è mai stata, ma che non c’è più, perché il produttore ha deciso di togliere tutte le chitarre acustiche. Ora, se noi prendiamo Destination Set to Nowhere e un produttore decidesse di togliere tutte le chitarre acustiche di questo album, io credo che il risultato finale non sarebbe più così eccellente, non perché abbiamo fatto un disco di chitarre folk, ma perché se i brani nascono in una certa maniera e poi tu in missaggio li tagli... allora è come fare un quadro e poi uno arriva e decide che il rosso e il verde non ci stanno più bene e li toglie. Così come Fabio ha avuto il suo tempo per cantare il suo disco in tranquillità, che poi parliamo di cinque giorni, mentre su 9 Degrees ha avuto otto ore per cantarlo tutto, perché era stato deciso da chi produceva di fargli tirare fuori l’anima live. Queste cose chi non fa parte della band, o degli addetti ai lavori, è anche giusto che non le sappia, però è anche giusto che dopo due anni e mezzo io possa togliermi un po’ di sassolini, perché se lo avessimo prodotto come abbiamo fatto con questo album, magari sarebbe valutato in maniera diversa, ma non come canzoni, perché -ripeto- le ho scritte prima per me e poi per gli altri...

Rob: Dal mio canto posso dirti che comunque 9 Degrees è un disco a cui sono molto legato. Ora non sto qui a dirti qual è il mio preferito, perché è un discorso che non ha molto senso per me...
Olaf Thorsen: No, quello non ha assolutamente senso e fa parte dei giochi. Quando una band comincia ad avere sei o sette dischi, è anche giusto ed è una fortuna se più persone hanno un album differente come preferito, questo mi va bene ed è una cosa di cui non mi lamenterò mai, anzi, ben venga. Io vorrei che ci fossero persone che abbiano sette album su sette preferiti (risate -ndr) perché significherebbe che in momenti diversi abbiamo incontrato i gusti di persone differenti, no?

Rob: Certo. E’ vero che magari uno scrive per se stesso, ma credo sia vero anche il contrario, cioè che uno scrive comunque per avere delle risposte e non mi riferisco alle vendite, ma un feedback da parte dei fan. Cambiando argomento e facendo parte di Metallized da più di sei anni, una domanda che faccio sempre nelle mie interviste riguarda il ruolo di Internet. Quanto ha cambiato la musica? E se l’ha fatto, l’ha cambiato in positivo oppure in negativo, come magari il download illegale a cui hai accenato poco fa?
Olaf Thorsen: Beh sì, io credo che Internet come tutte le tecnologie “estreme”, chiamiamole così per semplicità, abbiano profondamente modificato la nostra vita e credo che come tutta la tecnologia abbia dei pro e dei contro. Tanto per fare un esempio al di fuori della musica, basti pensare alla scoperta dell’atomo che potenzialmente avrebbe potuto semplificare la vita con la sua energia, ma diventa distruttiva se ne fai una bomba. Internet è la stessa cosa. Ha un vantaggio enorme e credo che mai come oggi, tra cellulari, computer, banda larga, ci sia questa possibilità di essere tutti più in contatto. Realtà come la vostra, come Metallized, fanno sì che i veri amanti della musica non debbano più aspettare l’uscita della rivista una volta al mese, oppure comprare un disco a scatola chiusa come succedeva una volta. Io ho comprato delle ciofeche abominevoli facendo così! (risate -ndr) O perché il recensore era ubriaco, o perché la copertina era fica, o perché quelle rare volte che ti davano la possibilità di ascoltare un pezzo, loro furbamente ti mettevano l’unico pezzo che sapevano essere decente del disco. Questo è il bello della tecnologia e credo che dovremmo essere tutti contenti di avere i mezzi di poterlo fare. Il male qual è? È che purtroppo Internet è una terra selvaggia, quindi di nuovo la natura delle persone viene fuori per quella che è, quindi tutti scaricano dischi illegalmente. Ti posso assicurare che non ne faccio un discorso economico, non è quello il problema principale, fermo restando che ancora oggi una band spende diverse migliaia di euro per fare un disco ed è impensabile non fermarsi nemmeno un attimo a pensare su come fanno le band a spendere dei soldi. Qualcuno più poetico potrebbe dire che le vere band di true metallari vanno in fabbrica a lavorare e mettono da parte i soldi per i dischi ed è in parte vero, ma se tutti andassimo in fabbrica, dubito che si avrebbero ancora le energie da dedicare alla musica dopo dieci ore di lavoro, e quindi potrebbe venir meno anche l’aspettativa di ascoltare dischi sempre freschi e ispirati. È un discorso complicato che non mi sento neanche di affrontare. Io sono contrarissimo al download e ci sono persone che mi odiano per questo. L’ho sempre detto chiaramente, per me scaricare un disco è come spaccare il vetro della vetrina e rubare i CD da un negozio. Si va a ledere la proprietà di una persona che ha investito tempo, denaro, energie in una cosa e non gli si riconosce il giusto merito per averla creata. Io la vedo così. Oltre tutto, c’è un fenomeno secondario e l’Italia è uno dei paesi dove questo fenomeno è maggiore, quello dei forum, che sono terra spesso di persone che si nascondono dietro a un nick per aggredire continuamente e gratuitamente persone che nemmeno conoscono e su tematiche che poi fanno sorridere. Io cito sempre me stesso, pur non essendo un grande fruitore di forum, perché altrimenti dovrei cuocermi il fegato con le cipolle tutti i giorni (risate -ndr)... però, la mia domanda è: esce un disco dei Vision Divine e vende per fortuna molto più di quanti commenti ci siano nei forum, dove ci sono commenti feroci e gratuiti nei confronti miei e della band, allora vorrei chiedere a questi signori: perché ti sei scaricato il mio disco se ti faccio schifo come musicista e come persona? Poi, perché hai la premura di andare a cliccare sulla news della mia band e scrivere commenti distruttivi? Queste sono le cose che non capisco di Internet, sono lontane dalla mia concezione, ma anche culturalmente e per un motivo anche di età: non sono ancora vecchio, ma ho vissuto la mia adolescenza nel periodo in cui ancora non c’era internet, mi divertivo diversamente. A me, per esempio, non piacciono i Cradle of Filth e non ho mai cliccato su una loro recensione o su una loro news, ma proprio per motivi pratici. Ho ascoltato qualcosa su YouTube, ma non mi sono mai informato più di tanto perché proprio è una band che non mi piace, non mi tange, ma non sono mai andato a scrivere commenti offensivi nei loro confronti.

Rob: Cambiando argomento, non so se hai avuto modo di vedere i documentari Overload...
Olaf Thorsen: Certo, l’ho visto perché Farina è un caro amico, e poi anche perché ha fatto un video diciamo amatoriale ma girato benissimo di un brano dell’ultimo album, quindi ho seguito quello che ha fatto e secondo me ha fatto un lavoro eccezionale. Lui non è un professionista, non è stato pagato, per cui c’ha solo messo passione, tempo e denaro, quindi va triplamente elogiato.

Rob: Non posso che essere d’accordo con te. Comunque, prendendo spunto dalle tematiche che ha affrontato, mi piacerebbe conoscere il tuo concetto di cover, visto che con i Vision Divine ne avete registrate diverse. Quand’è che una cover ha ragion d’essere e quando invece viene messa lì solo come specchietto per le allodole?
Olaf Thorsen: Ah, questa è una bella domanda. È un argomento infinitamente complesso. Non so neanche come risponderti, perché non sono in materia il verbo fatto carne. Ti dico la mia. Io ho sempre suonato cover, addirittura quando siamo liberi da impegni, con amici, con Roberto Tiranti, con Fabio, e con altri ragazzi, noi abbiamo una band con la quale andiamo a suonare solo cover ma per puro divertimento. Non facciamo neanche prove, quindi ti lascio immaginare le cose che vengono fuori. Andiamo completamente a caso, improvvisiamo e così via. Per me la cover ha una duplice funzione: nel mio caso serve anche a tributare le band che mi hanno aiutato a diventare un musicista, quindi in ogni album ho sempre realizzato la cover di una band che per me aveva un valore affettivo enorme. E poi ha un valore di tributo verso la musica stessa. Non dimentichiamo che la musica è nata per farci divertire. Quindi quando io faccio una cover non porto la tribute band in giro per far vedere che suono il brano come l’originale se non meglio, ma lo faccio semplicemente per stare con amici, per invitare sul palco persone che sono venute a vederci e che poi spesso sono diventate nostri amici. La musica deve unire, sembra una frase fatta, ma è la verità. Io quando vedo degli amici musicisti al mio concerto e che poi facciamo salire, dico un nome a caso, un Ross Lukather che suona con noi Highway Star, è una cosa eccezionale fondamentalmente dal punto di vista del divertimento. Per me le cover hanno valore solo ed esclusivamente quando si parla di divertimento. Quando si parla di business, di band fotocopia dell’originale... ho visto cose agghiaccianti nel documentario, gente che ormai ha preso le sembianze degli originali... allora resto un po’ agghiacciato, e si torna anche al discorso di prima, dipende tutto dall’utilizzo che si fa di una certa cosa. Il fiorire delle cover band ha portato anche un po’ alla rovina della scena italiana, perché è vero che tanti locali fanno suonare solo loro, perché prendono pochi soldi e di nuovo non ne faccio un discorso economico, perché anzi, fortunatamente come band ho un cachet e offerte di tour in giro per il mondo, quindi potrei anche ritenermi fuori da questo discorso, però conosco e produco band di ragazzini che facendo un disco proprio sanno già che non suoneranno mai, se non pagando profumatamente per entrare in un tour, ed è una cosa tristissima. Oltretutto, al di là del boom negli anni scorsi delle cover band, il pubblico si è anche stufato di vedere sempre dei cloni degli originali, sempre le stesse cose e si è stufato di andare a vedere dei live, e ci sono dei locali nella merda, quindi secondo me si vive una situazione un po’ infelice per tutti. Per essere chiari, io sono favorevole alle cover band, ma non alle tribute band, affinché la cover band sia nata solo ed esclusivamente per il divertimento. Fare una tribute band equivale a venti, trenta anni fa a fare un gruppo che suona il liscio! (risate -ndr)

Rob: Hai appena citato il fenomeno, ahimé crescente, del pay to play. Come dicevi tu, l’unica strada per farsi conoscere al giorno d’oggi per una band emergente è quella di pagare per agganciarsi ad una band nota che ha un pubblico proprio...
Olaf Thorsen: Secondo me il fenomeno del “pay to play” è stato troppo semplificato al giorno d’oggi. Cosa vuol dire? “pagare per suonare”, orrore, brividi e raccapriccio, e siamo tutti d’accordo. Ma in realtà, il “pay to play” c’è sempre stato e, potenzialmente - esagero volutamente-, anche gli Iron Maiden pagano per suonare, cioè, quando loro fanno un loro tour investono dei soldi in scenografia, in strutture, in crew, quindi anche loro hanno una spesa. Il “pay to play” ha senso quando una band ha la necessità di mettersi in mostra, se vogliamo in discussione, per raggiungere più consensi; qualsiasi band vada in tour paga per suonare, che poi abbia un cachet di ritorno, che venda tanti biglietti, è collegato al fatto che questa band spenda soldi per andare in tour. Tornando indietro, si torna al discorso di internet: io credo che oggi ci siano troppe band, credo che ci siano più musicisti che ascoltatori “veri”. Tutti vogliono avere una band, tutti vogliono fare dischi, tutti vogliono andare in tour e questo non è fisiologicamente possibile, perché non c’è spazio per tutti, proprio a livello di richiesta di mercato. Anche perché oggi ci sono troppe uscite discografiche e nessuno può comprare tutto. Tornando al discorso live, molte di queste band, che magari hanno un solo disco alle spalle, non sarebbero nemmeno pronte per esibirsi in giro e qui si è creato un business di agenzie che addirittura hanno un listino prezzi...

Rob: ...e infatti è proprio questo il punto dove volevo arrivare...
Olaf Thorsen: eh, lo so, ma ti faccio una domanda io. Quando vedi le prostitute in giro per strada, è colpa loro che battono, oppure è colpa di chi le cerca e di chi va a mignotte?

Rob: Beh, sì, è vero anche questo. (risate -ndr)
Olaf Thorsen: Cioè con chi ci dobbiamo arrabbiare, con l’agenzia che ti chiede cinquemila euro per fare tot date, oppure con le band che pagano quelle cifre? Ceri fenomeni, anche quelli negativi, esistono perché c’è un’utenza che li recepisce, altrimenti non esisterebbero più. E questo si ricollega al fatto che in Italia manca quella figura che curi quegli interessi di una band, che investa su di essa. Non abbiamo manager in Italia, non abbiamo booking Agency vere che tramite un manager decidono di investire su una band perché ci credono veramente. Quindi, queste tre band quest’anno vanno, le chiamo e le mando in tour, le altre dieci, non so nemmeno chi cazzo siano, ma mi danno diecimila euro e le butto dentro in un altro tour e intanto ho guadagnato dei soldi. Un musicista da solo non ce la può fare. Noi abbiamo avuto la fortuna di iniziare in anni in cui questi fenomeni non c’erano, o erano ancora embrionali. Io tutt’oggi pago per suonare, nel senso che ho delle spese da affrontare. Noi il 28 Settembre andremo a presentare il nuovo album in Spagna, quindi ho spese di trasporto e tutto il resto. È ovvio che lo faccio perché magari rispetto ad altre band minori ne ho un ritorno economico. Ma questo limite tra spesa e guadagno deve essere valutato da tutti. Non posso criticare il gruppo di ragazzi che paga diecimila euro per andare in tour, ma rimpiango la mancanza di figure che sappiano guidare e valorizzare le tante band che abbiamo, ma che restano sepolte nell’anonimato, perché magari, come dicevi tu, non hanno i soldi per andare in tour e quindi “vince” quello che ha più soldi, anzi non vince perché io credo che la legge della musica dal vivo non perdoni, quindi puoi comprare quanti tour vuoi, ma se dal vivo fai cagare, non hai speranze! (risate -ndr)

Rob: Il cambio di etichetta quanto può essere utile a voi, ma più in generale ad altre band che salgono di livello come contratto discografico?
Olaf Thorsen: Io credo che quando una major come Edel mette sotto contratto i Vision Divine dovrebbe far contenti tutti, a prescindere dalle gelosie da vecchie suocere. Perché significa che, al di fuori dell’Italia, riscuotiamo ancora interesse da parte di questi colossi... voglio dire, la band che ha firmato prima di noi si chiama Skunk Anansie, anzi, abbiamo dovuto ritardare il contratto di un mese, proprio perché avevano altre cose a cui pensare. Da un punto di visto pratico queste sono quelle cose che avrebbero la possibilità di aprire una scena e invece finiscono in quei litigi da bar nei forum sotto falso nome e quindi dispiace...

Rob: Si, questo è un discorso lungo. Per esempio posso citare i Lacuna Coil...
Olaf Thorsen: Bravissimo! Loro più hanno successo e più vengono criticati e questa è davvero una cosa imbarazzante. Io non sono il più grande fan della band da un punto di vista musicale, ma come persone sono dei grandi, li conosco di persona e posso dire che loro hanno pagato con le loro vite il successo a cui sono arrivati. Loro per quasi un decennio hanno suonato gratis e quel poco che raccoglievano lo mettevano in cassa per comprare magari il telone per il prossimo tour. Quindi, quando arriva il successo dagli USA, tutti dovremmo essere contenti e fieri di quello che raccolgono. Non c’è questo distacco artistico in Italia, e mi dispiace. Per esempio, in Finlandia le band vengono sostenute e la situazione è totalmente all’opposto, ed è per questo il motivo per cui i finlandesi ci fanno sistematicamente il culo. Quando tu hai il tuo paese che ti garantisce totmila copie e mi dispiace che qualcuno possa pensare che io parlo solo di soldi o copie, ma se hai dei costi da sostenere, devi anche coprirli, altrimenti il giocattolo dopo poco si rompe. Quando hai il sostegno del tuo Paese e vale per i brasiliani, i tedeschi e via dicendo, ci sono delle band che magari valgono poco in quel momento a livello mondiale, ma riescono ad andare avanti e dopo qualche altro album riescono a sfondare, come magari è successo agli Stratovarius con Episode che non era il loro primo album. Questo purtroppo in Italia non può avvenire, perché se una band non fa i numeri che l’etichetta si aspetta, non gli farà più un contratto e loro sono costretti ad andare avanti con le proprie forze, producendo il tutto di tasca propria, una cosa che si può fare per poco, e così le band durano poco.

Rob: Visto che abbiamo esteso il discorso all’estero, puoi dirmi qual è il responso della stampa internazionale?
Olaf Thorsen: me la posso tirare? (risate -ndr) Questo è il miglior disco che abbiamo fatto come responso della stampa. Non abbiamo mai avuto un’unanimità tale di consensi e di giudizi. Al di là del voto, che comunque interessa, perché siamo un po’ tutti feticisti, quindi subito corriamo a vedere il numeretto, mi ha colpito molto il contenuto di quello che contengono le recensioni. Ho appena finito il giro di interviste per gli Stati Uniti e l’Inghilterra, due paesi notoriamente ostici e stiamo avendo un responso mai avuto in questi Paesi, dove unanimemente si è riconosciuta la qualità della produzione, del songwriting, allo stesso Fabio viene riconosciuta la sua miglior prestazione, non su pezzo singolo, ma nella globalità dei registri, delle sfumature presenti sul disco.

Rob: Non posso che confermare quanto dici. A me personalmente ha ricordato una sua prestazione di molti anni fa, su A New Religion? degli Athena...
Olaf Thorsen: lo stanno nominando in molti e io sono d’accordo. Non sto parlando di acuti o prestazioni circensi, ma di prestazione artistica. In questo album lui ha messo un po’ la sua Bibbia: in questo album canta alto, melodico, basso, aggressivo e via dicendo e lo fa in maniera assolutamente credibile. Sono contento per lui e per me, che faccio parte della sua band. Oltretutto, lui in questo anno -lo saprete meglio di me- ha avuto una serie di proposte anche molto interessanti da un punto di vista artistico e si è trovato a dover fare delle scelte, quindi sono molto contento che una delle sue scelte siano stati i Vision Divine.

Rob: Tour all’orizzonte? Mi dicevi di questa presentazione in Spagna il 28 Settembre...
Olaf Thorsen: Si adesso faremo questa presentazione in Spagna il 28 Settembre. Abbiamo già delle richieste e stiamo valutando delle date in Italia, però per la prima volta veramente ci siamo concentrati sull’Europa e io credo anche grazie a Edel, si sta muovendo veramente anche un interesse per portare i Vision Divine in Europa e non col “pay to play”! (risate -ndr) Stiamo valutando delle situazioni che ci sono state proposte, e una, anzi, due sono situazioni alle quali aggregarci e poi c’è un’altra situazione che ci è stata proposta per fare un tour da soli e, ti dico la verità, stiamo anche aspettando un po’ i risultati finali di questo disco, che per il momento sta andando veramente in maniera pazzesca, ed erano anni che non vedevamo certe cose prima ancora che l’album uscisse. Stiamo puntando molto sulla possibilità di suonare in Europa perché ci terremmo molto. Tra le altre cose, devo dirti che ci hanno contattato anche tante band italiane, eventualmente per aggregarsi e devo dirti che purtroppo sono quasi tutti rassegnati -e mi è dispiaciuta questa cosa- e le richieste che fanno al nostro management è “quanto costa aprirvi un concerto?” ed è una cosa tristissima questa. È un sintomo di un malessere che ormai tutti hanno accettato, anche controvoglia. Io ne approfitto della tua intervista per chiarire che noi non chiediamo un euro a nessuno! Qualora facessimo un tour e portassimo delle band italiane, non chiederemmo un euro. Dov’è che il “pay to play” può avere senso, nel momento in cui dico alla band che si aggrega che deve prenotare un tour bus. Il tour bus costa x euro al giorno e sono dieci giorni, se vuoi venire ti devi pagare il tour bus. Ci tenevo a chiarire, perché anche come management l’abbiamo sempre precisato. Noi non chiediamo un euro per suonare: è una cosa veramente meschina.

Rob: Senti Olaf, progetti personali che vadano al di là di Labyrinth e Vision Divine ne hai?
Olaf Thorsen: Guarda, al momento sono mentalmente sfinito, da un punto di vista pratico proprio. Negli ultimi due mesi e mezzo io sono stato sempre in studio perché abbiamo registrato l’album nuovo e appena finito abbiamo iniziato a registrare un ‘best of’: vista anche la risposta positiva delle prevendite, ci hanno detto di tornare in studio e di registrare i brani vecchi, quindi è stato come uno che corre i cinquemila metri e sul traguardo gli dicono che deve farne altri cinquemila. Questo ‘best of’ verrà allegato al disco ma per una edizione limitata e quindi ora sono molto pieno mentalmente. Una volta ricaricate le batterie sì, ho in mente delle idee che mi stanno a cuore, ma che devo valutare. Una peraltro è una cosa molto particolare che abbiamo già fatto ma solo da un punto di vista live, che invece vorrei provare a portare su album, ed è un’idea che vorrei cercare di realizzare insieme a Fabio, Roberto (Tiranti -ndr) e Morby. È stata una cosa nata così, ma ora sono stremato da un punto di vista artistico e per farti un esempio sono tre o quattro anni che lavoro al mio disco solista, ma che poi continua a rimanere fermo lì, perché comunque per me la priorità è la band in cui suono, anzi, anche stavolta è finito su questo album qualcosa che avrebbe dovuto far parte del disco solista, ma sono contento così, anzi ben venga.

Rob: Per me è tutto Olaf. Ti ringrazio per la disponibilità e la gentilezza e per non esserti tirato indietro a nessuno dei temi che ti ho proposto. A te la parola per chiudere l’intervista.
Olaf Thorsen: Io posso ringraziare veramente tutti quelli che ci stimano e che ci hanno dato fiducia e che magari possano aver accettato il fatto che un album poteva essere più o meno bello di quello che si aspettavano, anzi, quelli li ringrazio maggiormente rispetto a quelli che ci hanno sempre stimato a prescindere. Mi fa piacere che domani possano riapprezzare quello che stiamo facendo. Per quelli che non ci apprezzano e che non ci hanno mai apprezzato, io potrei solamente invitare a prendere la vita in maniera più ‘easy’, nel senso che se io non sono il miglior musicista, se non siamo la miglior band della loro vita, ci sono così tante band da ascoltare, per cui non credo che valga la pena accanirsi su di noi per sfogare le proprie frustrazioni. Per cui, invito quelli che hanno un pochino di astio nei nostri confronti a moderare un po’ di più i toni, se a loro piacciono altre band, o come spesso leggo che ci sono tante band underground che valgono più di quelle conosciute -e sono d’accordo con loro, ce ne sono tante-, allora che si impegnino e diventino loro fan per promuovere questi gruppi. Però questo non dovrebbe togliere nulla a noi, che facendo dischi non è che togliamo la possibilità agli altri. La musica è la cosa più democratica del mondo, tutti fanno musica e tutti hanno la possibilità di farsi conoscere grazie ad internet. Poi che noi siamo presenti in qualche festival, ricordo qualche lamentela sul fatto che noi siamo stati presenti su troppi palchi, ma questo è frutto dei tanti anni di gavetta che abbiamo fatto e che ci sono valsi diversi contratti, che è la stessa cosa che farebbero quelle band underground che oggi vengono stimate di più per essere underground. Chiunque fa il proprio lavoro cerca di farlo al meglio e se arriva a certi traguardi dovrebbe rendere un po’ più contenti tutti. Ripeto: bisognerebbe distinguere tra il tifo da stadio e la soddisfazione di vedere band italiane che fanno qualcosa, questo forse manca in Italia. Ti ringrazio per l’intervista, è stata veramente interessante, abbiamo parlato molto anche di tanti aspetti che non sono i soliti ‘parlami del disco...’, che sono un po’ le cose che mi ammazzano quando faccio le interviste di fila, quindi ti ringrazio, è stata una bella intervista.



Icarus
Giovedì 27 Settembre 2012, 7.41.32
8
"Fare una tribute band equivale a venti, trenta anni fa a fare un gruppo che suona il liscio! " , grande intervista, finalmente qualcuno che dice le cose come stanno, complimenti
wanderer
Mercoledì 26 Settembre 2012, 16.25.44
7
Bella intervista. Chiara, istruttiva. Grazie a Olaf e a Roberto Tirelli "your darkest hour".
Cristiano
Mercoledì 26 Settembre 2012, 11.44.43
6
Wow, intervista grandiosa, e Olaf è davvero una grande persona!
Vittorio
Mercoledì 26 Settembre 2012, 10.59.23
5
Olaf Thorsen, un grande!
blackstar
Mercoledì 26 Settembre 2012, 10.57.21
4
Bella intervista. Complimenti ad entrambi. Olaf è uno che non le manda certo a dire. Grande!
MrFreddy
Mercoledì 26 Settembre 2012, 10.25.23
3
Fantastica recensione, Olaf sembra davvero una persona squisita, disponibile, senza peli sulla lingua e molto critico nei confronti dei grandi problemi della scena metal italiana.
Smegma
Mercoledì 26 Settembre 2012, 9.22.44
2
grande Olaf..quest'intervista andrebbe insegnata nelle scuole elementari..
The Sentinel
Mercoledì 26 Settembre 2012, 1.49.40
1
Quante semplici verità in quasi tutte le risposte...il solito grandissimo Olaf, grande musicista certo ma soprattutto grande persona e uno che parla davvero per esperienza e cognizione di causa della musica e dell'ambiente relativo. Se di gente come lui ne avessimo 1000 volte di più in Italia, forse le cose andrebbero molto meglio nell'ambiente a tutti i livelli.
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