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I-DAYS - AREA EXPO - MILANO

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ALCATRAZ - MILANO

16/06/20
DEATHLESS LEGACY
CRAZY BULL - GENOVA

CORREVA L’ANNO - # 10 - 1979
24/11/2012 (5552 letture)
L'impatto é di quelli rivoluzionari, terremotanti: nell'anno domini 1979, i Judas Priest decidono di trasformare l'heavy metal a loro forma e somiglianza, definendone l'immagine ed il suono, finalmente completato attraverso l'epocale Killing Machine, il disco che coronava la crescita costante e l'evoluzione progressiva tra hard rock ed heavy metal, fieramente portata avanti attraverso i precedenti tre album: l'ultima istantanea di una sperimentazione intensa che, dal disco successivo, troverà una forma concreta e stabile, che si arrogherà il diritto di essere la definizione stessa dell'heavy metal in senso ampio. I cinque di Birmingham irrompevano sul palco con un look completamente rivisitato rispetto ai merletti degli esordi ed al denim degli ultimi anni: avvolti nella pelle e coperti di catene, i Preti di Giuda non stavano che seguendo la direzione mossa per prima dal loro leader carismatico, Rob Halford, il quale sfoggiava un 'chiodo' da motociclista, pantaloni attillati in pelle nerissima e lucente, occhiali ray-ban e cappellino da poliziotto, sfidando senza ritegno né pudore la società conservatrice inglese. Ben presto arrivarono anche le borchie, i pantaloni rosso fuoco di Glenn Tipton ed una rombante Harley Davidson con la quale scorazzare sul palco, infervorando simultaneamente i cuori di headbangers e bikers. Sul palco, i Judas Priest scatenavano un'energia straripante e puntavano il dito contro la decadenza sociale, l'abuso scriteriato delle tecnologie, l'appiattimento delle emozioni e la corruzione dei Governi: eppure lo facevano con uno stile tutto loro, lasciandosi capire soltanto da chi aveva il buonsenso e l'intelligenza di andare a fondo nelle loro invettive, senza fermarsi all'apparenza. Chi li giudicava dall'esterno li trovava frivoli e trasgressivi, capaci di mescolare perversioni sessuali e ideali nazisti: niente di più ridicolo, col senno di poi, conosiderata anche l'omossessualità dichiarata del furbissimo Halford. Potenza e carisma venivano rimarcati attraverso un'immagine volutamente porno-gay che non scatenava l'ironia ma, paradossalmente, accentuava l'immagine 'macho' della band, attraverso tutta una serie di doppi sensi: chi li capiva e li accettava, percepiva e comprendeva il messaggio priestiano, sottile e ribelle, mentre chi badava soltanto all'aspetto esteriore veniva accecato e terrorizzato da un'immagine virile che, in realtà, nascondeva parecchi contenuti rilevanti. Rob Halford affermava: 'La gente non si rende conto, pensa che stiamo copiando qualche altro precursore, ma invece é avvenuto spontaneamente nella nostra musica'. Era evidente: 'Guardarsi allo specchio prima di salire sul palco e vedersi vestiti in pelle piuttosto che con un paio di pantaloncini blu e della calze a pois dà sicuramente quella smania di andare a darci dentro'. Dal punto di vista musicale, Killing Machine (che in America uscì col titolo alternativo Hell Bent For Leather a marzo, seguendo la release europea del novembre 1978) era ancora più duro dei precedenti, compattato sotto i colpi quadrati di una sezione ritmica decisa e infervorato dal consueto riffing affilato, ancora radicato in uno stile hard rock ma decisamente orientato a qualcosa di più tagliente. Il suo successore British Steel sarà definibile heavy metal in tutto e per tutto, ma intanto Killing Machine rappresentava il totale ed effettivo raggiungimento della maturità, il completamento di una prima fase di carriera: era l'apice dell'heavy rock, la boa oltre il quale non ci sarebbero più potuto essere spazio per dubbi o discussioni, ma soltanto heavy metal puro, sano, genuino, granitico. Ancora una volta emergeva l'efficacia delle chitarre gemelle, ben coese e sincronizzate nei loro assalti solistici scottanti ed in trame che ora sembravano più dirette, meno progressive che in passato; eppure la scena era letteralmente rubata dalla performance squillante di Rob Halford, ormai pienamente assurto al rango di Profeta dell'Acciaio. Il singer riempiva il palco con una personalità straripante, con le sue pose ambigue ed i suoi completini sadomaso, armato di frustino e capace di incarnare le visioni da apocalisse prossimo venturo narrate nelle canzoni; la sua voce gareggiava con le due chitarre in quanto a potenza ed acutezza, e la sua figura era quanto di più simile a quella di un sarcedote del Male impegnato nella celebrazione di un rito sacro ed orgiastico al tempo stesso, al cospetto del quale i fans adoranti si trasfiguravano in una sorta di trance mistica. Per la prima volta, l'heavy metal stava iniziando ad andare oltre il semplice concetto di genere musicale, trasformandosi non solo in stile di vita ma addirittura in credo religioso presso i suoi sostenitori. Il vocalism altissimo ed aggressivo di Halford contribuì a delineare lo stile caratteristico dell'HM, eliminando definitivamente le ultime reminescenze hard e blues di emeriti colleghi come Robert Plant e Ian Gillan; ormai il balzo verso un nuovo mondo era compiuto, irrevocabile, ma non fu pianificato a tavolino, come racconta lo stesso screamer inglese: 'Inventavo la mia tecnica vocale man mano che andavo avanti, in realtà. In giro non c'era granché, e nessuno forte al punto di dire che volevo somigliare a questo o imitare quello'. Semplicemente, era se' stesso: un autentico innovatore.

Il disco si apriva con un brano molto duro ed incisivo come Delivering The Goods e proseguiva con due pezzi atipici, come l'anthem corale Rock Forever e la melodica Evening Star, ancora debitori di un hardrock settantiano, ma entrava nel vivo attraverso la terrificante Hell Bent For Leather, il primo grande inno heavy metal della storia: una bestia metallica dal riffery inconfondibile e pericoloso, un chorus aggressivo e trascinante, un assolo stordente. Halford bardato di cuoio narrava una storia di strada e motori, l'inseguimento della velocità finito in tragedia, lo scontro tra la dura realtà ed il desiderio di fuga: la canzone divenne presto la colonna sonora imprescindibile nell'ambiente dei motociclisti, che così iniziava sempre di più ad accostarsi a quello dell'heavy metal, e rappresentava un cavallo di battaglia spettacolare per l'act di Birmingham, che fino ai giorni nostri non se ne sarebbe mai più privata in sede live. Take on the World era un altro anthem da stadio, di quelli da far cantare in coro ai concerti, mentre la cupa e pesante Burnin' Up, peraltro illuminata da una sezione centrale più ariosa, confermava la volontà di alternare passaggi più corposi ad altri meno opprimenti; la titletrack non era un episodio irresistibile, ma già con la bellissima Running Wild si tornava su territori più efficaci: il brano é tipico dello stile ormai definito dei Priest, maturo ed asciutto, scandito da un riffato minaccioso che infatti sarebbe stato imitato da non pochi nuovi adepti (ascoltarsi The Wicker Man degli Iron Maiden per rendersene conto). Before the Dawn era una ballata struggente ma non certo mainstream, mentre la ritmata Evil Fantasies concludeva il platter con un approccio cadenzato e quasi sabbathiano. Sul finire del 1978, la band aveva tenuto un mini-tour in arene sempre più grandi rispetto al passato, come i teatri di Glasgow, Manchester e Birmingham. Dopo un'altra entusiasmante tappa all'Hammersmith Odeon di Londra, diverse serate da sold-out e lo show conclusivo a Peterborough, i Judas Priest -o, meglio, la loro casa discografica- dedicarono parecchia attenzione alla cura del proprio marchio, con lo scopo di poter far breccia nel cuore di un pubblico più vasto: i cinque, dunque, suonarono la nuova Take On The World in un'esibizione a Top of the Pops, trasmessa dalla BBC, ed incisero la cover di The Green Manalishi (originariamente scritta da Peter Green per i Fleetwood Mac) per l'edizione americana dell'album. In particolare, fece scalpore la loro presenza sulla BBC: i produttori chiesero ad Halford di non mostrare davanti alle telecamere il frustino e le manette appese alla cintura, per non urtare la sensibilità di giovanissimi, anziani e conservatori. Il singer non potè che adattarsi, pur di spingere la propria band ad un livello di raggiungibilità più marcato. A febbraio, il combo inglese partì per il nuovo tour, tornando in Giappone ma ricevendo un'accoglienza più tiepida del previsto, anche a causa della laringite che inficiò le capacità vocali di Rob; dopo due date a Tokyo e due a Osaka, la carovana si spostò negli Stati Uniti, dove suonò anche a New York, al Music Hall di Houston, al Civic Center di San Antonio nel Texas e per tre serate di fila allo Starwood Club di Los Angeles. Fu nel corso di questi concerti, a supporto di Ufo, Angel e Pat Travers, che Halford si presentò per la prima volta sul palco in sella ad una Harley Davidson, nel corso di Hell Bent For Leather: la casa motociclistica non stava vivendo un momento economico prolifico, ed apprezzò parecchio la pubblicità dei Nostri. L'energia sprigionata era sempre sferzante: senza concedersi soste rilevanti, i Nostri proseguirono tra Washington, Seattle e San Diego, salirono in Canada e, dopo ben sedici date nel Nuovo Continente, tornarono nella vecchia Europaa Glasgow, prima di altri sedici eventi in Inghilterra (due dei quali nella natia Birmingham). Ancor auna volta furono imponenti le performance esibite all'Hammersmith odeaon, il 28 ed il 29 maggio; l'attività proseguì con una capatina al Dalymont festival Park di Dublino, a luglio, e decollò definitivamente a settembre, con una nuova full immersion negli USA, omaggiati con altre ventidue esibizioni. Nel frattempo, Les Binks aveva frettolosamente lasciato la batteria a Dave Holland, forse perché ritenuto eccessivamente tecnico per il metal 'da arena' suonato dai suoi compagni; in seguito ci furono persino delle date a supporto dei famosissimi Kiss, perché l'intenzione era quella di portare il proprio sound e la potenza dell'heavy metal a quante più persone possibili, senza snaturarsi o ricorrere a trucchetti commerciali: il segreto era solo il sudore, come racconterà in seguito Rob Halford: 'A quei tempi la comunicazione era lentissima. Dovevi metterti sulla strada e restarci. Tutti quegli anni che sono stato nei Priest, sono stati letteralmente vent’anni sulla strada insieme, con pochissime pause. Senza soste. Non c’era MTV, non c’era Internet. Non c’era il passaparola delle riviste. Era tutto estremamente primitivo e allo stato iniziale'. L'ultima sezione del tour, assieme agli AC/DC, toccò Belgio, Olanda, Germania (ben sedici date), Svizzera e Francia (nove date: la prima il 6 dicembre a Metz, le ultime due a metà dicembre, entrambe a Nizza, dopo una serie di performances culminate in quella del 9 dicembre al Pavillon de Pantin a Parigi): il clangore dell'acciaio priestiano aveva echeggiato tra le platee più esigenti e preparate. Le strepitose esibizioni live dei bikers cuoioborchiati venenro documentate nel monumentale Unleashed in the East, ritenuto dalla critica uno dei migliori live-album della storia e prima collaborazione con l'ingegnere del suono Tom Allom; una sintesi eccellente di una prima parte di discografia memorabile, forte di un mix irruente di pezzi vecchi e nuovi anthem i Judas Priest sembravano rivendicare la paternità del nuovo look da associare all'heavy metal. Come fidi scudieri, Tipton e Downing attorniavano il proprio Messia, in plastiche pose sceniche, quasi intenti a domare quelle chitarre imbizzarrite; a metà degli anni ottanta, Downing avrà buon motivo di vantarsi: 'Abbiamo portato l'heavy metal in tutto il mondo, ed ora sta prendendo piede ovunque; tutti adesso indossano quello che noi portiamo addosso da tanti anni: pelle e borchie'. L'impatto visivo fu rivoluzionario.

Il 1979 fu un'annata particolarmente prolifica anche per i Motorhead, freschi di passaggio sotto le insegne della Bronze Records e autori di due capisaldi della musica rock internazionale, entrambi prodotti da Jimmy Miller; la proposta della band, ancora approssimativa e primordiale nell'esordio omonimo, venne qui perfezionata e guadagnò parecchi punti, tanto nella resa esecutiva quanto nell'irruenza dei singoli brani. Overkill, trainato dalla titletrack e da episodi come Stay Clean o Damage Case, fu registrato in una sola nottata, e puzzava di birra, locali sudici e sbronze colossali: un devastante mix tra r'n'r, punk, metal e venature blues, assemblato con una potenza ed una foga esecutiva decisamente fuori dalla norma. Il suono era corposo e violento, grezzo all'inverosimile e del tutto estremo per l'epoca: di identica fattura era Bomber, che già nel titolo lasciava presagire la pesantezza e l'irruenza tellurica dei brani contenuti al proprio interno. Spiccavano la pesante urgenza del guitarism di Eddie Clarke, ribbattezzato Fast Eddie proprio in ossequio alla sua proverbiale urgenza esecutiva, ed il drumworking martellante di Phil Taylor, al fianco dello straripante carisma del leader Lemmy Kilmister: col suo cappellaccio da cowboy, la voce roca e gutturale, i basettoni inconfondibili, l'immancabile sigaro ed il neo che celebrava il trionfo dell'antiestetismo, Lemmy incarnava il protipo del rocker per eccellenza, un amante dell'alcool, del sesso, e degli stupefacenti; Lemmy era un elemento primario nell'economia del sound motorhediano, e non solo per le stimmate da leader e l'impatto scenico, ma anche dal punto di vista prettamente musicale: il suo vocalism grossolano e lo stile selvaggio col quale percuoteva il proprio basso lasciarono segni tangibili nel background di tanti ragazzini, sedotti dal fascino trasgressivo dei Motorhead e che proprio a questa band si sarebbero ispirati per dar vita, una volta divenuti musicisti professionisti, a generi popolari come il thrash metal. Kilmister era figlio di un ecclesiastico che abbandonò la propria famiglia quando lui aveva solo tre anni, cosa che provocò nel ragazzo un odio profondo e cronico verso la religione; aveva avuto un'adolescenza complicata, era stato persino roadie del suo idolo Jimi Hendrix e, suonando in varie band tra le quali gli Hawkind, aveva affinato una tecnica bassistica tutta particolare: egli infatti utilizzava la propria ascia quasi come una rythm guitar, usando accordi piuttosto che singole note, e questo rese ancor più pesante e violento lo stile dei Motorhead, sempre e comunque aggrappati alla sua attitudine strafottente e al desiderio ardente di mandare tutti a quel paese. Non a caso, il primo moniker della band era stato Bastards: celebre la frase con la quale, durante i concerti, Kilmister spiega che 'Noi siamo i Motörhead e vi prenderemo a calci nel culo'. Il personaggio di Lemmy Kilmister é pura leggenda, arroganza allo stato puro, e meriterebbe ben più cospicui approfondimenti: o lo si ama o lo si odia, eppure bisogna ammettere che -al di là di quanto possa piacere o meno la sua musica- é un uomo coerente con se stesso, che non si é mai adagiato sugli allori, non ha mai rinnegato il proprio stile di vita, non ha mai fatto la vita da rockstar (nell'accezione negativa del termine) e ha sempre ignorato le mode, le regole, le imposizioni. Ostenta un'infinita sicurezza di sé e canta senza mai abbassare lo sguardo sul pubblico, eppure anche lui nasconde striature di umanità: Ogni volta che salgo sul palco ho paura, come se stessi affrontando la morte, ma mi riprendo dopo un po’, ha affermato una volta con il suo solito humour. Un grande, senza possibilità d'appello. Dopo la pubblicazione dei masterpieces citati, la band si imbarcò in un importante tour nel quale raccolse materiale per la pubblicazione dell'EP live The Golden Years (che sarebbe stato pubblicato l'anno successivo); nel corso di quelle serate gagliarde, i Nostri erano supportati da una giovane band dello Yorkshire, i Saxon: il loro debutto omonimo, uscito proprio in quei mesi, era ancora acerbo ma figlio di un hard rock assai incivile, aggrappato a riffoni bastardi e distorsioni villane; un omaggio proprio al tipico Motorhead-sound, ma che negli anni a venire avrebbe trovato una personalità propria, contribuendo a innalzare i propri fautori tra le leggende dell'heavy metal più genuino e verace. Un curioso destino legava questa release all'altrettanto omonimo debutto dei tedeschi Accept, capeggiati dal nanerottolo Udo Dirkschneider e anch'essi ancora troppo distanti dal loro stile classico: Accept era ancora fortemente debitore della lezione impartita dagli AC/DC, lontano da ogni sorta di tentazione metallica ed unicamente costituito da abrasive e gracchianti canzonacce di hard rock da saloon. A proposito degli immarcescibili canguri anglo-australiani, destò scalpore la pubblicazione del loro stupendo Highway To Hell, punta di diamante dell'era con Bon Scott alla voce: il disco riproponeva pedissequamente i tipici stilemi stradaioli del quintetto dei fratelli Young, ma mostrava sensibili miglioramenti nel rifferrama, refrain ancor più travolgenti e pezzi densi di energia come la titletrack, autentico classico imprescindibile di ogni concerto. Definito in sede di recensione come un vero e proprio bignami dell'hard rock, Highway To Hell condensa in ogni suo frammento tutta la carica dinamitarda esalata dai sudatissimi rocker capitanati da Angus, naturalmente a suo agio nelle solite vesti di scolaretto ribelle e più epilettico che mai nel balzare da un angolo all'altro del palco con il suo famigerato 'passo', un vero trademark.

Gli AC/DC erano già allora venerati come un'istituzione del panorama rock europeo, e il loro logo compariva con frequenza sulle spille e le toppe apposte sui primi esempi di gilet in jeans: la crescita qualitatva derivata dal nuovo disco permise al five pieces di conquistare anche le platee americane, rimaste fino a quel momento abbastanza tiepide nei loro confronti. Al disco seguì un grandissimo tour mondiale da headliner, e nella data parigina venne registrato il live AC/DC: Let There Be Rock, che ritraeva la band in forma straripante, trascinata dalla grinta carismatica e dalla voce acidula di Bon Scott, idolatrato tanto quanto il fido Angus. Si stava entrando in un'epoca nuova, eppure i vecchi dinosauri si facevano ancora sentire: In Through The Out Door fu l'ultimo album ufficiale dei Led Zeppelin, un tentativo di restare al passo con i tempi mescolando pop, rock, soul e musica caraibica, ma tuttavia incapace di bissare le antiche glorie; i Kiss rilasciarono Dinasty, uscì l'album solista di Ian Gillan, gli Scorpions pubblicarono Lovedrive e i Rainbow di Blackmore il valido Down to Earth, mentre i Queen immortalavano la prima parte di carriera con l'imponente e spettacolare Live Killers: un Freddie Mercury ancora vestito di pelle, costumini attillati e dai capelli lunghi guidava con successo una macchina ben oliata, autrice di un rock ora più aggressivo ed ora più raffinato, sempre e comunque dalle trame ragionate e dal profilo provocatorio. Era il primo anno dalla fondazione che la band britannica non pubblicava un album di inediti, e pertanto la massima attenzione fu concentrata sui live shows: lo spettacolo offerto era unico, sia dal punto di vista musicale che da quello scenico. La Regina si esibì con ampi consensi al Nippon Budokay di Tokyo, poi si dedicò al Crazy tour -organizzato in piccoli locali con lo scopo dichiarato di offrire un maggior contatto col pubblico- e concluse l'annata con una trionfale serata natalizia all'Hammersmith Odeon di Londra. In Inghilterra stavano muovendo i primi passi delle band che avrebbero in seguito popolato l'universo della NWOBHM, come i Samson, al debutto con Survivors; dall'altra parte dell'oceano, invece, tornarono a vibrare il loro hard rock vispo e arrembante i Van Halen, che diedero seguito al debut con l'altrettanto godereccio Van Halen II, disco che ribadiva la classe indubbia del chitarrista Eddie Van Halen, dotato di un tocco virtuoso decisamente all'avanguardia: un musicista capace di distinguersi dalla media dei suoi colleghi, e che stava sancendo nuovi importantissimi paletti nell'approccio con le sei corde. Sensazione clamorosa fu destata in Inghilterra da un EP, o meglio un demotape, The Soundhouse Tapes, raffazzonato in fretta e furia da cinque sbarbatelli londinesi: gli Iron Maiden. Il giovanissimo leader Steve Harris aveva strenuamente resistito alla moda del punk e, arroccato nel sacro covo del Ruskin Arms, aveva sempre rifiutato la corte di quei discografici lucrosi che, pur avendo colto le capacità di questi adolescenti, voleva farli virare verso una sorta di punk appetibile radiofonicamente. Mai e poi mai Harris avrebbe scarnificato il proprio stile, devoto al prog-rock di matrice settantiana: e, anche se le versioni primordiali di Iron Maiden, Prowler e Invasion erano ancora acerbe, troppo lente e poco curate tecnicamente, già conosceva la direzione pomposa che avrebbe voluto seguire nel decennio che stava per nascere. Il dischetto veniva puntualmente suonato nella discoteca metal da cui prendeva il nome, il Soundhouse appunto, covo dei pochi metallers e rockers che tentavano di fuggire al dilagare ancora sentito del punk: fu in questo locale che il nastro assunse l'aurea di registrazione-culto, per poi finire nelle mani del manager Rod Smallwood; questi decise di contattare quella band promettente, e la fece suonare il 3 settembre -in apertura ad un concerto dei Motorhead- ed il 19 ottobre al Marquee di Londra.



the Thrasher
Mercoledì 28 Novembre 2012, 20.19.19
17
@hm is the law: figo! la differenzazione del titolo è dovuta alla censura, ma anche la scaletta era leggermente diversa. per il resto non sopporto l'esistenza di versioni ''diverse'' da paese a paese, soprattutto quando le divergenze tra le tracklist sono troppo marcate... alla fine un disco passa alla storia per quello che è.. voglio dire, tutti sanno che la quinta canzone di master of puppets è disposable heroes, tutti sanno che l'ultima di number of the beast è hallowed be thy name e via così.. non si può invertire o stravolgere l'ordine, aggiungere o togliere tracce, in questo sono dogmatico! infatti odio le ristampe alternative, le bonus track delle versioni giapponesi, thailandesi o quello che é, e tutte quelle similarità...
Attila Zù Bergamasch
Lunedì 26 Novembre 2012, 18.03.50
16
ahahahaha che grande uomo lemmy
hm is the law
Lunedì 26 Novembre 2012, 13.03.46
15
@ the Thrasher: possiedo la versione in vinile americana
the Thrasher
Lunedì 26 Novembre 2012, 12.53.25
14
Cmq ci tengo a precisare che killing machine uscì in europa a novembre 1978 ed Hell Bent For Leather in america a marzo, ma ho preferito parlare del disco in sè nell'articolo del 1979 (e non del 1978) perchè il risalto del disco a livello internazionale lo si ebbe proprio con l'uscita americana, che ne ampliò il seguito sui due continenti.
fabio II
Lunedì 26 Novembre 2012, 11.12.33
13
L'anno zero, bravo Rino a ricordarsi del debutto dei Samson; a proposito di BBC e John Peel, ci sono i primi passi dei Def Leppard con 'Getcha Rocks Off'. Cominciano insomma circolare i primi singoli o ep, oggi materiale rarissimo che può però essere recuperato nel doppio cd 'NWOBHM '79 Revisited', pubblicato nel '90 e curato da Lars Ulrich e Geoff Barton, il fondatore di Kerrang! E' l'anno zero anche per me, comprai lo stereo per ascoltare un dei dischi più clamorosi delle storia dell'hard: Highway to hell
the True
Lunedì 26 Novembre 2012, 10.32.39
12
Anno bomba, gli Ac/ dc esplodono, i Queen sono al massimo e gli Iron che mostrano i loro lavoro, e noi invece siamo qui con 4 boy bands e 4 digital metallers del cavolo, mah!!
Polifemo
Lunedì 26 Novembre 2012, 9.12.37
11
Hirax: 1979 Unleashed In The East. 1978: Stained Class e Killing Machine.
HIRAX
Lunedì 26 Novembre 2012, 8.23.05
10
Minchia che anno! Sbaglio o nel 79 i Judas pubblicano anche Stained Class?
Maurilio
Domenica 25 Novembre 2012, 17.26.52
9
Per quanto riguarda un altro clamoroso cambio di look, da segnalare quello effettuato dagli Scorpions su Lovedrive, dove appaiono tutti con il chiodo, a differenza di Tokyo tapes del 1978 che li vedeva ancora con pantaloni a zampa di elefante, tacchi alti e camicie a fiori decisamente improbabili.
the Thrasher
Domenica 25 Novembre 2012, 16.15.01
8
parlare di una sciagura o di una cosa negativa significa in ogni caso porre l'accento su di essa, muovere la gente ad una riflessione, per cui ''denunciarla'', anche perchè una rock band da sola non può avere nessun intento salvifico per il semplice motivo che non può certo cambiare il mondo...
Polifemo Mezzo Scemo
Domenica 25 Novembre 2012, 13.05.42
7
Aggiungo che "heavy metal in tutto e per tutto" lo era già Sad Wings Of Destiny.
Polifemo Mezzo Scemo
Domenica 25 Novembre 2012, 12.56.39
6
Però Killing Machine uscì nel 1978, mica nel 1979! E "puntavano il dito contro la decadenza sociale, l'abuso scriteriato delle tecnologie, l'appiattimento delle emozioni e la corruzione dei Governi:" mice vero: il punto di vista dei JP è quello cinico e distaccato di chi prende le sciagure, le miserie e le disgrazie e ne parla con compiaciuto voyeurismo, come se fossero un telegiornale in pelle e borchie, senza alcun intento salvirfico o missione diversa dall'affermazione di sè stessi.
jek
Domenica 25 Novembre 2012, 12.23.33
5
Nel '79 con l'uscita di Dinasty dei Kiss cominciava la mia fede nel Metal, possiamo dire che Gene Simmons & c. mi hanno tenuto a battesimo
anvil
Domenica 25 Novembre 2012, 12.18.41
4
Il 1979 è stata un ottima annata per la nostra musica preferita , ci sono album che sono delle vere e proprie icone del genere , a cui moltissime band a venire si sono ispirate . Articolo fondamentale per la conoscenza del Metal .
Radamanthis
Domenica 25 Novembre 2012, 12.08.37
3
1979...nasce Radamanthis!!! Eh eh, questa si che è una notiziona per il mondo del metal!!!! Si si, sogna Radamanthis, sogna...comunque bellissimo articolo come sempre Rino, davvero complimenti!
sergio 60
Domenica 25 Novembre 2012, 10.33.22
2
gran bell'articolo,complimenti
Delirious Nomad
Domenica 25 Novembre 2012, 9.40.48
1
Come sempre un gran bel lavoro! E con il prossimo anno si entra proprio nel vivo dell'azione!
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1979
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