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CORREVA L’ANNO - # 13 - 1982
27/12/2012 (5379 letture)
Sorgendo dall’Inferno e dalle tenebre senza pietà, attraverso l’eco perenne delle grida di vendetta: solo coloro che conservano la fede fuggiranno all'ira del Metallian, Maestro di tutti i metalli. Con queste note apocalittiche, poste a presentazione dello sferzante Screaming For Vengeance, i Signori dell'Acciaio, i Judas Priest, sintetizzavano inconsciamente la tempesta metallica che si sarebbe abbattuta su quel memorabile 1982. La colata d'Acciaio ha un impatto senza pari, scandita dai rintocchi roboanti di dischi importanti, pubblicati uno dopo l'altro. Come nel 1980, le notizie migliori giungono ancora una volta dalla coppia costituita da Judas Priest e Iron Maiden, entrambi alle prese con releases destinate a ridefinire le coordinate del loro sound; se per i bikers di Birmingham il già citato Screaming For Vengeance rappresenta un ulteriore irrobustimento delle sonorità, per la Vergine di Ferro The Number of the Beast sigla l'inizio di una nuova epoca, una pietra miliare che diviene immediatamente un classico imprescindibile nella collezione di ogni appassionato. Dopo il tour di Killers, il leader Steve Harris aveva cacciato il ribelle Paul Di Anno a causa dei suoi troppi eccessi, ed aveva contattato il poliedrico Bruce Dickinson dei Samson. Questi, dopo un iniziale rifiuto, accettò la proposta e superò il provino cantando Prowler, Sanctuary, Running Free, Remember Tomorrow e Murders in the Rue Morgue. L'ingresso in formazione fu festeggiato con una sbronza collettiva al pub, ma rappresentò a posteriori la svolta internazionale per l'act londinese: nato da un tentativo fallito di aborto, cacciato da scuola in età adolescenziale ma dotato di laurea in storia e letteratura, Bruce Dickinson trascina gli Iron Maiden in una dimensione nuova, introducendo testi e refrain sempre più colti, ispirati da romanzi, avvenimenti storici, opere letterarie e cinematografiche. Di pari passo, la band intera maturò un nuovo stile, più epico e power-oriented, abbandonando le sfumature stradaiole dei primi due lavori: Adrian Smith aveva preso pieno possesso delle proprie capacità, ed ora la sua chitarra poteva scagliarsi in monumentali galoppate ultramelodiche, duettando fino allo sfinimento con quella di Dave Murray, oltre che col basso pulsante di Steve Harris. I due chitarristi riprendevano la lezione priestiana e la arricchivano con una più spiccata dose di tecnica e melodia, creando degli assoli ancor più avvolgenti, morbidi e trepidanti, nei quali centuplicavano la velocità e sembravano moltiplicare i tasti premuti sulle sei corde: di fatto, pareva di subire un attacco simultaneo di tre o quattro chitarre, quando in realtà erano 'soltanto' in due. Adesso gli Iron Maiden intessevano trame complesse e maestose, scatenando delle tempeste fibrillanti di note cristalline, sontuosamente incrociate tra refrain grandiosi e ampie digressioni strumentali: i riff poderosi e gli assoli al fulmicotone godevano della consueta imponenza melodica, ma erano proiettati in un contesto marziale che diede un alone di maturità e prestanza alla band inglese, la quale ora godeva di una voce molto più potente e poliedrica, capace di volare altissima, su tonalità irraggiungibili per il vecchio Di Anno. La tracklist del disco era un concentrato esplosivo di classici, un dinamitardo assemblamento di melodie assuefacenti e arazzi palpitanti, dinnanzi ai quali era impossibile non provare i brividi, sentendosi immediatamente trasportati in un mondo parallelo, fatto di cuoio e metallo: si apriva con la discreta e veloce Invaders e si sublimava nella fastosa Children of the Damned, che dopo uno struggente avvio da ballad sfociava in una sezione solista orgasmica ed irresistibile; altrettanto brillanti erano i velocissimi assoli che Smith e Murray distillavano in The Prisoner e Acacia Avenue, mentre l'impatto della titletrack, The Number of the Beast, fu da subito una sberla in faccia nei confronti di società e detrattori. Musicalmente era un pezzo in classico stile Iron Maiden: riff memorabile, crescendo vocale denso di pathos, refrain trascinante da urlare in coro, assoli zeppi di melodia ed un finale ancora più incalzante. Socialmente, il brano fece urlare allo scandalo: in realtà parlava di un incubo avuto da Steve Harris, o più probabilmente di un horror visto dal bassista, ma la morale pubblica si scandalizzò all'urlo di quell'innocuo 'six six six' a tal punto da etichettare come 'satanici' i cinque britannici, che da allora non si scrollarono più di dosso quella dicitura. Non che abbiano fatto nulla di particolare per farlo, anzi, avrebbero provocatoriamente ribadito velati riferimenti infernali -dimostrandosi più acuti e dotati di ironia rispetto ai tanti bigotti bacchettoni- ma fatto sta che da allora l'heavy metal viene costantemente definito come genere maligno. La ricchezza intrinseca che stava in quel disco era molto più consistente di quanto potessero far pensare i riduttivi epiteti dei censori: la bellissima Run To The Hills, per esempio, faceva riferimento al genocidio dei pellerossa, ed é scritta per metà dal punto di vista dei nativi americani e per metà da quello dei coloni americani. Musicalmente, si trattava di un altro gioiello. Non era molto intricata, eppure conteneva un refrain esaltante da cantare in coro e l'ennesimo assolo eccitante. Il pezzo che concludeva il disco, poi, era qualcosa di assolutamente mostruoso: si chiamava Hallowed Be Thy Name, superava i sette minuti di durata ed annetteva al suo interno tutte le peculiarità tipiche del nuovo corso maideniano. Riff solenni ed epici, cantato sacrale in tono crescente, un'esplosione di energia che si scatenava dopo un avvio sinistro ed una folgorante sezione strumentale posta in coda, nella quale le due asce scorazzavano a briglia sciolta, intessendo archittetture meravigliose, velocissime ed impreziosite da vezzi tecnici, copiose armonizzazioni, continui ribaltamenti di tensione. Una composizione ambiziosa e capace di lasciare il segno, una sublimazione magistrale per un disco epocale: The Number of the Beast era di gran lunga migliore rispetto ai predecessori, e rappresentava il nuovo corso dell'act inglese, sempre costantemente accompagnato dallo zombie Eddie; questa volta, egli giganteggiava all'Inferno, muovendo Satana dall'alto, come un burattinaio, quasi a voler significare che gli Iron Maiden erano più forti delle fiamme sulfuree, sia per la straordinaria forza melodica scatenata dalla propria musica sia in relazione alle frivole accuse di blasfemia. Loro, in altre parole, erano superiori a queste sciocchezze.

L'arrivo di Bruce Dickinson conferì nuovo vigore alla band, non solo per quanto concerne il songwriting e l'epicità complessiva, ma anche quando era ora di calcare i palcoscenici: il cantante possedeva una voce incredibile, che dal vivo suonava ancora più forte ed acuta che sul disco; inoltre, faceva sfoggio di un carisma straripante, correva sulle rampe, giganteggiava tra le scenografie ed aizzava la folla, fomentando il delirio come mai avrebbe potuto fare il più statico Di Anno. Era un autentico frontman, Dickinson, un animale da palco che rubava tutta la scena: non a caso iniziarono immediatamente i battibecchi con Steve Harris, il quale avrebbe voluto rimanere il leader visivo della sua creatura. Era imposibile: il pubblico adottò da subito Bruce, coperto di borchie e avvolto nei suoi lucenti pantaloni di pelle. Con i suoi lunghi capelli al vento ed il chiodo a cingere le catene e la canottiera strappata, Dickinson incarnava la figura di emissario del verbo, un guerriero bardato di cuoio e acciaio, paladino onesto e invincibile dell'intera corrente heavy metal: non c'era confronto con Paul Di Anno, più devoto al punk-rock, perché con Dickinson la band aveva innestato al suo interno un metallaro a tutti gli effetti. Sullo sfondo dei suoi salti mirabolanti e delle sue corse a perdifiato, impazzava l'energia varipinta delle tre asce, Smith, Murray ed Harris, fasciati nei loro spandex colorati e intenti in sfiancanti duelli sulle corde. Assistere ad uno spettacolo degli Iron Maiden in quegli anni era un'esperienza indimenticabile, e difatti il tour di supporto fu un successo clamoroso, una campagna trionfale attraverso la quale la corazzata inglese conquistò tutte le città nelle quali si esibì. Basta ammirare la band in azione nel videoclip di Run To The Hills per provare ad immaginare l'impatto visivo che potesse avere all'epoca: gli Iron Maiden erano aggressivi e trasgressivi, cattivissimi nei loro completi in pelle nera, ed imbattersi nella loro immagine era molto scioccante per quel tempo. Per supportare il nuovo masterpiece, i cinque inglesi si imbarcarono nel tour The Beast on the Road, aperto da numerose date inglesi tra febbraio e marzo; addirittura, il 16 marzo venne registrato a Newcastle il videoclip di Run to the Hills, prima che il pubblico affollasse la sala. Strepitosa la performance del 20 marzo all'Hammersmith Odeon di Londra, registrata e consegnata ai posteri ma resa disponibile al pubblico soltanto a distanza di diversi lustri, quando grazie alle moderne tecnologie divenne possibile ristrutturarne i contenuti: la truppa britannica é ai massimi livelli, sprigiona energia e pathos in ogni pezzo, inondando il pubblico con ondate fulgide di note esplosive. La carovana si muove su e giù per l'Europa, soffermandosi a lungo in Germania e Francia, affiancando gli Scorpions per un'esibizione ad Amsterdam e spostandosi in America a metà maggio. Nel nuovo continente, la band di Steve Harris non era ancora in grado di rivestire i panni di headliner in un tour dedicato, e così fece da supporto a varie formazioni come Scorpions, 38 Special e Judas Priest, preferendo ritagliarsi soltanto delle piccole date isolate come band principale: un modo per tastare il polso alla scena locale, senza correre rischi eccessivi. In particolare, rimane negli annali la brillante esibizione al Palladium di New York, datata 29 giugno, con un Bruce Dickinson sontuoso, tanto nella riproposizione dei nuovi cavalli di battaglia come Hallowed Be Thy Name, Children of the Damned, Run to the Hills o The Number of the Beast, quanto col vecchio materiale ereditato da Di Anno, da Wratchild a Phantom of the Opera, da Sanctuary ad Iron Maiden. La locandina di quel concerto mostrava Eddie con in mano la testa mozzata di Ozzy Osbourne: forse un modo per mettere in chiaro chi fossero i nuovi sovrani dell'heavy metal, ma in ogni caso una mossa che non piacque al management del Madman, il quale fece rimuovere prontamente l'immagine. Gli Iron Maiden visitarono l'Australia (e fu la prima volta che una band internazionale visitava il Paese dei canguri dai tempi dei Rainbow, 1976)e conclusero il tour con dieci date in Giappone: a Niigata, Clive Burr suonò per l'ultima volta con la Vergine di Ferro, prima di essere allontanato da Harris per intemperanze alcooliche. Circa centottanta date per mettere a ferro e fuoco il pianeta, un'incessante opera di colonizzazione che spinse la band fuori dalla ristretta nicchia della NWOBHM e la collocò ad un livello più ampio ed elevato: lo scenario sul palco era caratterizzato da uno sfondo tratto dall'artwork di copertina, e prevedeva un Eddie gigantesco che deambulava tra i musicisti, oltre che una ballerina intenta a danzare col diavolo; la setlist più comune prevedeva nell'ordine Murders in the Rue Morgue, Wratchild, Run to the Hills, Children of the Damned, The Number of the Beast, Another Life, 22 Acacia Avenue, Total Eclipse, Transylvania, The Prisoner, Hallowed Be Thy Name, Phantom of the Opera, Iron Maiden, Sanctuary, Drifter, Running Free e Prowler. A differenza di altri generi più superficiali, l'heavy metal ha sempre posseduto dei grandi significati lirici insiti nei testi delle proprie canzoni, e anche la band londinese ha contribuito notevolmente alla costituzione di uno scenario lirico profondo e acculturato, come ha avuto modo di spiegare Steve Harris: 'Non abbiamo mai composto canzoni romantiche; tutti scrivono di quanto amano la propria 'piccola', e tutta quella roba lì. Scrivono di quanto sia dura la vita on the road, ed è vero, di quanto si sentano soli, che può essere vero allo stesso modo; a loro manca il loro amore, con cui vorrebbero tanto stare, e tutto il resto. Ma trovo queste cose piuttosto noiose. Non penso di non possedere in me un po' di romanticismo, ma semplicemente non mi interessa scrivere di queste cose. A differenza di altre band, a noi non interessa neanche focalizzare i versi del gruppo sulle esperienze personali. Un'altra tematica su cui molti scrivono é l'essere macho e conquistare molte ragazze, ma tutto quello che i Maiden hanno scritto su questo genere di cose è Charlotte the Harlot ed Acacia Avenue, che sono pezzi molto diretti. E' un modo per dire alle altre band che siamo in grado di andare oltre quelle cose. Ed é piuttosto divertente! In molti dei nostri brani c'é un umorismo che spesso non viene colto, o viene mal interpretato. Questo é vero sopratutto in The Number of The Beast, che ha un soggetto che molti fautori della persuasione biblica hanno preso troppo seriamente. Abbiamo incontrato dei maniaci o dei fanatici religiosi, nell'America del Sud qualche idiota urlava 'brucia all'inferno, brucia all'inferno' mentre la band scendeva dal palco. Se solo si fossero soffermati sui testi del disco, avrebbero avuto ben pochi motivi per accusare la band. E' stato pazzesco! Ovviamente nessuno li aveva letti. Ancora oggi scoppiamo a ridere quando ci accusano di satanismo'. Riguardo The Number of the Beast é stato detto e scritto di tutto, al fine di catturarne l'essenza e l'importanza storica; ma il giudizio più sintetico e significativo é quello dato da un esperto di metalli cromati come Rob Halford: ''Dopo la NWOBHM, quel disco dimostrò veramente che gli Iron Maiden erano diventati una potenza mondiale, globale. Il titolo è magnifico, e mostra un altro lato del metal che stava uscendo dal Regno unito. E’ importantissimo per definire il movimento britannico dell’epoca. Ci sono delle risorse importanti nel metal, come in tanta parte della musica, e questa era abbastanza importante'. Non mancarono le leggende metropolitane sugli strani eventi accaduti durante le registrazioni del full length, utili ad accrescere il misterioso alone mistico che aleggia attorno al platter. Non solo si ruppe il registratore principale, ma capitò anche un incidente al produttore Martin Birch, che si era scontrato con un predicatore religioso: la somma da pagare era esattamente di 666 sterline! Alla fine, onde evitare complicazioni, preferì pagarne 667.

I decani Judas Priest, nel frattempo, erano ancora sulla cresta dell'onda, splendidamente capaci di reggere la concorrenza col sound moderno e vivace dei ragazzi di Steve Harris. Dopo un disco più easy-listening, i bikers per antonomasia ripresero il discorso interrotto con British Steel e lo compattarono sotto colate vigorose di acciaio cromato: Screaming For Vengeance era un ulteriore passo avanti, annetteva tutti gi elementi imprescindibili del metal moderno e, pur contenendo tracce ancora intrise di un flavour seventy, era un infinito inno all'Acciaio pesante: la titletrack era devastante, per l'epoca, completamente cantata in screaming dall'immenso Rob Halford e scandita da ritmi velocissimi, sui quali la coppia gemella Tipton-Downing imbastiva riff taglienti ed assoli melodici al fulmicotone. Il disco era aperto dall'epica intro The Hellion, dedicata ad una sorta di figura mitologica creata ad hoc per difendere la sacralità dell'Acciaio, e si infuocava immediatamente sulle ali della poderosa Electric Eye, un atto di denuncia contro la tecnocrazia ed un manifesto metallico gonfio di adrenalina, atmosfera prestante e forza chitarristica. I graffi di Tipton e Downing erano meno stratificati rispetto a quelli di Smith e Murray, ma l'impatto era ugualmente squisito ed emozionante, perfetto nel modularsi dalla melodia sopraffina all'irruenza più impellente. Il loro operato granitico e la performance acutissima di Halford rendeva stupendi pezzi come Riding on the Wind, Fever o Devil's Child, sferzanti incroci tra riff rocciosi, assoli squillanti e vocals epiche, mentre la più ritmata You've Got Another Thing Comin', l'episodio meno duro del platter, fu scelto come singolo. Le reminescenze settantiane erano invece udibili in passaggi quali Bloodstone o Take this Chains, ideale completamento di un'opera variegata ed incisiva. In copertina, svettava trionfale un'aquila metallica d'argento, rappresentante The Hellion, la quale si ergeva in volo oltre il sole bruciante; inizialmente la band avrebbe voluto optare per un'immagine simbolica, un personaggio rappresentativo come era Eddie per i Maiden, ma a conti fatti fu saggio non plagiare l'idea della mascotte. La band si mise on the road in estate, solcando gli States in lungo in largo, esibendosi a ottobre in un concerto sold out al Madison Square Garden di New York e toccando pure il Canada; la setlist si apriva con la tripletta che inaugurava il nuovo lavoro, ossia The Hellion-Electric Eye-Riding on the Wind, prima di ripercorrere l'intera carriera dell'act di Birmingham attraverso classici come Metal Gods, Breaking the Law, Sinner e The Ripper, riproposte con un'energia dirompente. Le immagini del memorabile Live Vengeance ci tramandano una formazione in stato di grazia, irresistibile sopra le assi del palco: Rob Halford, a petto nudo e con l'immancabile gilet di pelle, é il leader carismatico di una truppa d'assalto, sagacemente compattata sotto gli sfibanti duelli tra i due chitarristi. Tipton, con i suoi luccicanti pantaloni di pelle rossa, e Downing, corazzato fino al collo di pelle nera, catene e borchie, rappresentavano la sublimazione visiva di quello che era e sempre sarà l'essenza dell'heavy metal. Mentre le loro fulgide chiome si muovevano all'unisono, seguendo i dinamitardi intrecci chitarristici, lo stesso Halford giganteggiava, arrampicandosi a travi e piloni, anch'egli vestito di borchie e armato di frustino, manette, cinturone da duro. Come da tradizione, in Hell Bent For Leather il singer cavalcava una Harley rombante: per i metalkids, assistere a scene simili e rispecchiarsi nei propri eroi, vestiti come guerrieri e pronti a dar battaglia all'ultimo sangue contro la noia della routine e l'ingiustizia della società, era come partecipare a un rito sacro, nel quale si celebrava la vera essenza del proprio ego. Tutto quello che c'era all'esterno, le costrinzioni, la sofferenza, le imposizioni, l'ingiustizia, gli stereotipi e i pregiudizi, venivano demoliti sotto bordate musicali irresistibili, dimenticati grazie all'emozione di trovarsi improvvisamente arruolati in un esercito di militanti cuoioborchiati, tutti uniti sotto un'unica bandiera, tutti legati da una fratellenza metallara che pulsava fortissima e si identificava in quei signori sul palco, profeti del Verbo. In alcune date americane, come visto, i Preti di Giuda furono spalleggiati per la terza ed ultima volta dai nuovi Iron Maiden; un giornalista di Sounds scrisse che 'I Judas Priest ci regalano novanta minuti di allestimento preciso, simmetria e desing che non soffocano la band e i suoi punti di forza, ma li sottolineano. I Priest hanno messo su uno spettacolo consistentemente ottimo e totalmente coinvolgente'. Dalla stessa rivista giungevano lodi spericate: 'Screaming segna il ritorno del prete velenoso, carico di tutta la vendetta al vetriolo minacciata nel titolo. Dimenticatevi di Sinner, e long live The Hellion'! Per lasciare spazio ad oltre cento concerti in terra americana, la leg europea del tour fu spostata all'annata successiva, cosa che scatenò qualche critica da parte dei fans britannici.

A proposito di epicità ed esaltazione metallara, quello che si stava muovendo in quei mesi nella città di New York era assolutamente imprescindibile. I Manowar erano nati quasi per caso, dall'incontro tra il bassista Joy DeMaio, ex roadie dei Black Sabbath nel corso di un loro tour americano, e Ross the Boss, chitarrista di una band di supporto: i due reclutano il drummer Donnie Hamzik ed il prodigioso cantante Eric Adams -di origine italiana come DeMaio, essendo registrato all'anagrafe come Louis Marullo- e, di fatto, pongono origine all'epic metal. Grazie ad un demo si erano accaparrati le attenzioni della Liberty Records, la quale aveva fatto pressione per ottenere al più presto un nutrito numero di canzoni, al fine di pubblicare un album d'esordio: Battle Hymns, dunque, mise in luce le potenzialità inestimabili di questi ragazzi, dediti al culto delle motociclette, dell'heavy metal e delle battaglie gloriose. Anche se si trattava ancora di un heavy rock molto spinto, il disco era il primo di una lunga serie di releases ad alto contenuto epico, e sintetizzava nella solenne titletrack tutta la grande carica evocativa che avrebbe reso immortale questa band: testi e ritmi erano solenni, cadenzati e drammatici, intrisi di melodia enfatica e atmosfere insacalfibili, un perfetto biglietto da visita di tutto quello che sarebbe seguito, arroccata su riff semplici ma rocciosi, oltre che sulla prestazione mostruosa di Eric Adams, straordinario con i suoi acuti prepotenti. Il resto della tracklist era contraddistinta da pezzi ancora semplicissimi e acerbi, ma in ogni caso erculei e di ottima presa come Shell Shock, l'autoreferenziale Manowar, il primo inno all'Acciaio Metal Daze, la tosta opener Death Tone e la più epica Dark Avenger, la quale si fregiava addirittura della narrazione dell'attore Orson Welles. Ricorda Eric Adams che 'il nostro chiodo fisso era creare un vero gruppo heavy metal; all'epoca la maggior parte delle metal bands proveniva dall'Europa e noi volevamo tenere alto il blasone e l'orgoglio americano anche in questo settore. Tutto partì da questa idea, con l'aquila di pietra a simboleggiare la potenza dei Manowar'. La band si guadagnò la possibilità di supportare Ted Nugent nel corso del suo tour, ma il musicista li allontanò dopo poche date, perché spaventato dalla facilità con la quale quei ragazzini gli stavano rubando la scena; le loro prestazioni live erano irresistibili e devastanti, e difatti i problemi continuarono quando i Manowar si organizzarono per conto proprio un mini-tour allestito in poche settimane: furono infatti contestati, nelle città in cui si esibirono, a causa dei volumi altissimi dei loro strumenti. Una mania che li caratterizzerà per tutta la carriera. Nel frattempo i Prodi guerrieri americani si erano fatti un nome negli States e riscossero i primi apprezzamenti in Germania ed Inghilterra; a causa dello stress elevato, Hamzik lasciò il proprio seggiolino al giovane e promettente Scott Columbus, mentre la band firmava per la più nota Music For Nations. La stessa casa discografica stava muovendo i primi passi nell'industria musicale, e aveva da poco messo sotto contratto la sua prima band: i Virgin Steele, per i quali aveva prodotto l'esordio omonimo, anch'esso proiettato verso un'epicità crescente ma ancora marcatamente predisposto ad un potente suono hard rock.

Venti di rivoluzione soffiavano anche in Europa, dove i danesi Mercyful Fate rilasciavano il loro primo EP, Nuns Have No Fun; la miccia più clamorosa fu però Black Metal, il disco della maturità e della consacrazione per i trasgressivi Venom, killers di Newcastle capaci di sconvolgere l'opinione pubblica e la morale benpensante con il caotico e primitivo stupro sonoro che era stato, nel 1981, Welcome To Hell. Il nuovo disco presentava composizioni più curate ed eseguite con maggiore perizia, una serie di velocissime stoccate da headbanging intrise di inni satanici e reminescenze infernali, scandite dal drumworking tellurico di Abandon e dalla ruvidissima chitarra di Mantas, oltraggioso nel prodursi in riff violenti ed assoli al fulmicotone, che qui presentavano maggiori contenuti musicali rispetto al raffazzonato debut, ancora acerbo e spigoloso. Pur prodotto meglio, Black Metal restava un disco devastante per l'epoca, un eccesso continuo e spaventoso; bastava la copertina a terrorizzare i fruitori più sensibili: il volto bianco di un demone su sfondo nero, un pentacolo sulla sua fronte, una croce rovesciata sul corno di sinistra e la scritta 666 su quello di destra. Nel disco, Cronos, cantante e bassista, incendiava con la sua voce rozza brani come la sfibrante titletrack, la furiosa Raise The Dead, l'irriverente Teachers' Pet, la massacrante Heaven's On Fire o la maestosa e tetra Countess Bathory, antesignane di tutto quello che verrà in seguito etichettato come metal estremo. Le tematiche sataniche, i pentacoli, l'offensività di musica e liriche, le ritmiche martellanti che ispireranno i movimenti black, death e thrash: ogni nota di Black Metal é destinata a segnare la storia, spingendo ogni oltre limite la soglia d'oltraggio annessa all'heavy metal medesimo. Anche i leggendari Motorhead, che pure erano stati i più rozzi e potenti musicisti espressi dalla scena fino a quel momento, sembravano più curati e raffinati rispetto al terzetto di Newcastle; non che la band di Lemmy avesse ammorbidito la propria proposta, anzi, il nuovo Iron Fist era un'altra mazzata nei denti, seppur meno ispirato dei predecessori. Fu l'ultimo disco della band con Clarke alla chitarra: il rapido axemen lasciò per divergenze interne, rilevato da Brian 'Robbo' Robertson, ex dei Thin Lizzy. In Germania, gli Accept vibrarono un colpo vigoroso, il più incisivo della loro carriera fino a quel punto: Restless and Wild gettava i semi del power metal teutonico, trainato dall'ottantiana titletrack e dalla devastante Fast As A Shark, un pezzo che non conosceva rivali, al tempo, in potenza e velocità esecutiva. La voce gracchiante di Udo e le rasoiate chitarristiche iniziavano a definire una nuova concezione del metal, mentre oltremanica si consolidava la scena della NWOBHM: gli energici Raven confezionavano una nuova mazzata sulla schiena come Wiped Out, ancora grezzo e saturo di energia, i Diamond Head pubblicavano Borrowed Time e le Girlschool il loro terzo Screaming Blue Murder, mentre samson e Tygers Of Pan Tang se ne uscivano rispettivamente con Before The Storm e The Cage; oscuro debutto per i Witchfinder General, il sinistro Death Penalty.

Il fermento metallico era internazionale ed incontenibile: in Canada gli Anvil ribadirono il colpo col crudo Metal on Metal, seguito ancor più quadrato del debut Hard'n'Heavy e in Giappone i Loudness tentavano col secondo disco Devil Soldier di portare certe sonorità anche nel Paese del Sol Levante, in via ancora sperimentale. Anche i vecchi pilastri dell'hard rock e del metal primigenio non restavano a guardare, pur senza ricalcare gli antichi splendori: gli Aerosmith di Rock In A Hard Place erano discreti ma non più straordinari come in passato, i Led Zeppelin di Coda non rilasciavano altro che una non eccezionale raccolta di inediti precedenti alla morte di Bonham, i Rainbow di Straight Between the Eyes non erano più quelli di Dio e solo i Kiss di Creatures of the Night o gli Scorpions di Blackout riuscivano a soddisfare gli esigenti palati dei vecchi fans, con una nuova ventata di energico hard rock. I vecchi Black Sabbath, inoltre, incidevano nei solchi di Live Evil una cvuriosa e rara istantanea di Ronnie James Dio alle prese con i vecchi classici dell'era Ozzy, come NIB, Black Sabbath, Iron Man, War Pigs, Paranoid e Children of the Grave, affiancati ai brani recenti della nuova line-up del combo di Birmingham. Fu un banco di prova molto atteso, ma divenne anche il presunto pomo della discordia tra il folletto italoamericano e Tony Iommi: i gossip volevano infatti il singer intento a recarsi nottetempo negli studi di registrazione per alzare il volume della propria voce, a discapito degli strumenti dei colleghi. Una motivazione apparentemente banale e incredibile, che però fu seguita da un crescendo di incomprensioni e dall'inevitabile split. Neppure il vecchio Ozzy se la passava granché, dato che un incidente aereo si portò via il suo talentuoso guitarist Randy Rhoads, il ragazzo che ne aveva rilanciato la carriera e che era in breve divenuto un amico fraterno capace di cacciarne la depressione: la perdita fu immane per tutto il mondo musicale e non solo. Fortunatamente, il mercato del rock veniva scosso anche dal debutto dei Twisted Sister, attivi fin dal 1973, ma solo recentemente stabilizzatisi nella line-up. Il loro Under the Blade era come loro: sudicio, trasgressivo, provocante. Un hard'n'heavy semplice, con coloriti riferimenti hair metal e ritornelli ultracatchy, quelli del carismatico leader Dee Snider, assolutamente shockante nel suo costume da maitresse. Gli avvenimenti si accavallavano e si succedevano in maniera incalzante, senza lasciare respiro a chi seguiva il grande romanzo dell'heavy metal: Ace Frehley e Eddie Clarke lasciarono le loro storiche formazioni, i Kiss e i Motorhead, mentre i Queen dirottarono clamorosamente in un guazzabuglio di disco dance disastroso come Hot Space; in California, i giovanissimi Metallica silurarono il bassista Ron McGovney e soddisfarono la richiesta del fenomenale Cliff Burton, che accettò di entrare nella band solo a patto che questa si trasferisse nella sua città, San Francisco. Nella scena della Baia, i quattro scapestrati consolidarono una grande fama underground, mettendo a ferro e fuoco i locali colmi di giovani con il loro speed metal velocissimo e furioso, innovativo e rivoluzionario. Le chitarre di Hetfield e Mustaine correvano come rasoi, la rabbia contro la società ed il divampare del metal da classifica fecero il resto ed in poco tempo la città fu ai loro piedi, peraltro anche grazie al contributo di parecchie altre band emergenti, pronte a suonare oltre ogni limite.



Steelminded
Domenica 25 Maggio 2014, 18.25.20
34
E comunque scherzo, non vorrei si offendano i fan di lars...
Steelminded
Domenica 25 Maggio 2014, 18.20.58
33
Sorry, mi riferivo al correva l'anno dell 81, ho commentato nel posto svagliato...
Steelminded
Domenica 25 Maggio 2014, 18.18.34
32
Cioe' praticamente secondo l'articolo, l'ingrsso di lars nella band lo si deve ad una mazzetta? Grande rino, e visto come suona ci si puo anche credere...
Steelminded
Venerdì 23 Maggio 2014, 19.50.30
31
Capolavoro della musica come thriller, pluralismo metallaro...
Francesco
Venerdì 15 Marzo 2013, 1.01.21
30
Le Marquis de Fremont: capisco che non ti piacciono il soul, il funky e il dance, ma non puoi permetterti di parlare male di un capolavoro della musica come Thriller... Questa è una bestemmia
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 30 Gennaio 2013, 13.34.19
29
Mi ricordo benissimo le due palle con Michael Jackson e il suo Thriller che si sentiva dappertutto e per uno che non sopporta il soul-funky-dance era (ed è!) quite insopportabile... Però, il disco più venduto di tutti i tempi non era Dark Side of the Moon dei Pink Floyd?
metallica chi?
Giovedì 3 Gennaio 2013, 13.51.53
28
chiaramente i metallica anche qui..e che palle...gaurdate li potete mettere anche negli anni 70, anche nei 60. Anno 1963: nasceva l'astro della batteria internazionale: lars ulrich!!!
BILLOROCK fci.
Mercoledì 2 Gennaio 2013, 11.39.26
27
AHAHAHAH mitico Lambruscore, auguroni anche a te e ai tuoi cari. speriam di non avere un Governo Monti o Berlusconi fra 2 mesi...odino aiutaci...
LAMBRUSCORE
Mercoledì 2 Gennaio 2013, 11.29.52
26
Auguri Billo, ti auguro che l'inter possa vincere tutto e non compri dei giocatori già rotti.....
BILLOROCK fci.
Mercoledì 2 Gennaio 2013, 11.21.37
25
Auguri anche a te mitico Radamanthis e sempre w inter e la buona musica rock / metal....
Radamanthis
Mercoledì 2 Gennaio 2013, 11.19.09
24
Billo, auguri di buon metalloso 2013! Forza Inter e metal up your ass!!!
BILLOROCK fci.
Mercoledì 2 Gennaio 2013, 11.08.27
23
Altra grande annata, come volevasi dimostrare !!
jek
Sabato 29 Dicembre 2012, 20.55.59
22
Complimenti dovuti al "Grande" Rino. Come per il capitolo precedente tutti i dischi citati o li ho in vinile o li ho avuti duplicati in cassetta. Il premio "mi sta sui coglioni" quest'anno va a Dee Snider e i suoi Twisted Sister, mai digeriti.
Painkiller
Venerdì 28 Dicembre 2012, 22.27.51
21
Beh jena, il mio nick dice tutto...ma non proseguo, andrei troppo off topic. Tornando invece agli avvenimenti tra le due band, quanto da me scritto é il sunto di vari articoli che ho letto e di due video interviste che ho ascoltato, una a Halford e Dickinson ai tempi della collaborazione su resurrection, e l'altra di Dickinson ai tempi della sua prima collaborazione con Roy Z, che ha lavorato con entrambi, in cui entrambi hanno confermato che i problemi furono causati da di anno, che approfittava di ogni occasione sul palco per dire che avrebbero fatto il culo ai priest, che loro erano i migliori etc...roba passata. Certo, non fa piacere a nessuno avere una band di spalla tanto brava ma credo che con l'halford di quei tempi i priest davvero non avessero nulla da temere. Tornando al 1982 é bene ricordare che è stato l'anno di thriller di Michael Jackson, l'album più venduto della storia, con il grande assolo di van Halen in beat it!
jena
Venerdì 28 Dicembre 2012, 18.20.42
20
@Painkiller : certo, neanche a me piace metterle in competizione,( se proprio vogliamo è come Mercedes VS Bmw ) la mia opinione personale è che ascoltandole in modo profondo per 23 anni i Maiden mi hanno come dire "stancato", mentre i Priest no. Sono piu' che altro morbosamente curioso sui rapporti che hanno avuto tra loro le due bands nel corso degli anni, ad esempio, in una delle sue prime interviste ( credo poco prima del Soundhouse Tapes ) Harris dichiarò che la band che l'aveva influenzato di piu' erano proprio i Priest.......poi nel corso degli anni non li ha piu' nominati... f
xXx
Venerdì 28 Dicembre 2012, 17.22.29
19
Bella Thrasher, ottimo articolo! Up the Irons! TNOTB è l'inizio di un'era florente, l'era migliore del power / heavy anni 80!!!
Painkiller
Venerdì 28 Dicembre 2012, 16.28.37
18
A parte che sono le due band Heavy metal più grandi di sempre e quindi non mi piace l'idea di metterle in competizione, da quello che ho capito leggendo le due biografie e varie interviste è che gli scazzi ci sono stati in realtà solo per colpa di Di Anno che continuava a sbeffeggiare i Priest davanti al pubblico mentre il resto sembra sia un po' tutto montato. Infatti anni dopo Harris si è scusato coi Priest per il comportamento di Paul. In più prendo le due recenti biografie un po' con le pinze perchè quella dei Maiden (che tra l'altro non mi è piaciuta per nulla alla fine) è scritta da Mick Wall, amico intimo e leccac...piedi di Harris ed è schifosamente di parte. Al contrario quella dei Priest non è ufficiale ed è scritta da Neil Daniels, che non ha ricevuto l'ok dal management per intervistare la band e il suo "fastidio" traspare non poco dalle righe scritte nella biografia. Alla fine per me conta quanto ho letto o ascoltato nelle interviste, ossia le scuse di Harris e l'amicizia di Halford e Dockinson e la loro collaborazione in the one you love to hate
jena
Venerdì 28 Dicembre 2012, 15.39.39
17
E' effettivamente l'ultimo anno dove i Maiden fecero da supporto ai Priest per "alcune date selezionate" . Come andarono veramente le cose lo sanno solo loro ( o neanche ), a vedere quanto riportato da entrambe le campane sui rispettivi libri-biografia. Interessante l'affermaziozione di KK nel 1987, a riguardo dei Maiden, " non so... continuano a non piacermi, hammo sempre cercato di spodestarci, e continuano a farlo...." Ad ogni modo confrontanto le due carriere, per me JP a vita, e me ne sbatto altamente del divario tra i due gruppi a livello commerciale......
nerkiopiteco
Venerdì 28 Dicembre 2012, 15.18.27
16
uscivano anche Rocky 3, Rambo e Conan il Barbaro......GRANDE ANNATA
CelticWarrior
Venerdì 28 Dicembre 2012, 12.00.46
15
Secondo me sia TNOTB che Screaming sono due grandissimi capolavori , una lieve preferenza la do TNOTB che è dovuta specialmente alla sua freschezza e alla maturità raggiunta dalla band, senza parlare del entrata in scena una delle migliori ugole del metal .
Delirious Nomad
Venerdì 28 Dicembre 2012, 11.59.47
14
Vero Painkiller, il '91 è stato l'ultima grande annata dell' heavy, del thrash e del glam degli anni '80, poi è esplosa una montagna di nuovi generi e stili diversi.
Painkiller
Venerdì 28 Dicembre 2012, 11.41.15
13
@Delirious Nomad: concordo, TNOTB è fenomenale se paragonato a Screaming. @vecchio peccatore: secondo me si può tranquillamente arrivare al 1990/91, poi il black album ha segnato la fine della vena d'oro...
vecchio peccatore
Venerdì 28 Dicembre 2012, 11.35.06
12
Un'altra grandissima annata, ma dopotutto è stato così almeno dal 1980 al 1987 secondo me
Delirious Nomad
Venerdì 28 Dicembre 2012, 11.24.02
11
Qui i Judas si ritrovano improvvisamente superati dai "novellini". Di poco magari, ma comunque superati. TNOTB è fenomenale.
Painkiller
Venerdì 28 Dicembre 2012, 11.23.27
10
ah ah, beh a me la voce un po' roca e molto rock di Paul è sempre piaciuta! I Virgin Steele li ascolto poco, non mi hanno mai fatto impazzire...
Radamanthis
Venerdì 28 Dicembre 2012, 11.07.20
9
Ad eccezione della frase "ho adorato la voce di Di Anno" e magari mettendo 2 parole per i Virgin Steele mi sento di quotare in toto Painkiller qui sotto...
Painkiller
Venerdì 28 Dicembre 2012, 10.12.50
8
The number of the beast è semplicemente unico.....ho adorato la voce di Di Anno, ma l'epicità dell'era Dickinson sarebbe stata irraggiungibile con Paul. Ancora oggi mi piace il modo che aveva Clive Burr di picchiare sulle pelli, potente, senza fronzoli, l'ho sempre preferito al drumming di mc brain. I Judas però dal vivo erano una macchina da guerra ed Halford ha definitivamente posto il menhir della sua leggenda con delle prestazioni inarrivabili per chiunque, a quei tempi con la voce faceva davvero di tutto, dai toni bassi agli alti, voce pulita e voce roca, scale in crescendo e a scendere, interpretazioni incredibilmente teatrali, il più grande di sempre. Gli Accept di fast as a shark sembrarono a tratti la versione teutonica dei Judas, fast a shark fantastica ancora oggi. La leggenda sui volumi degli strumenti dei black sabbath mi pare fosse stata confermata da RJD...battle hymn un gran lavoro epico, che secondo me si è meritato di essere ri-registrato. Aerosmith, Kiss e Rainbow non all'altezza degli altri in quell'anno. Bravo Rino, dai che ce li hai in tasca dal 21/12, pubblicali tutti!
Celtic Warrior
Venerdì 28 Dicembre 2012, 9.40.38
7
Mamma mia che articolone! un annata fantastica! , dei veri capolavori del Metal furono sfornati nel 1982 , sono contento siano stati citati anche Anvil e Accept con questi due album veramente buoni.
Sambalzalzal
Venerdì 28 Dicembre 2012, 9.20.08
6
Anche io penso Vitadathrasher@, se fossero rimasti con Paul D probabilmente si sarebbero annullati e nel giro di qualche anno diventati una band cult, non di più. Dickinson è una di quelle personalità che ne nasce una ogni secolo. Dickinson sarebbe venuto fuori comunque anche se non fosse finito nei Maiden, DiAnno sappiamo bene che fine ha fatto dai Maiden in poi. Cmq, altra annata indimenticabile come indimenticabili furono appunto Number Of The Beast, Black Metal, Battle Hymns,Screaming For Vengeance dei Priest! Lux Chaos@ ahahahahahahah Scott Columbus è veramente inguardabile! Sembra la versione porno di Freddy Mercury! Ma anche i Venom non sono da meno! Foto fatta sul tetto del condominio al centro di New Castle con Mantas che per la session fotografica ha ricevuto materiale di scarto da qualche filmaccio di arti marziali! Nunchaku e Sai sono spettacolari!
vitadathrasher
Venerdì 28 Dicembre 2012, 8.40.12
5
La svolta Dickinson ha lanciato definitivamente gli iron, una macchina da guerra perfetta. Anche i riff di chitarra si appoggiano sull'ugola di bruce. Non so se con Paul sarebbero diventati il simbolo dell' Heavy, come lo sono oggi, o sarebbero rimasti "solo" un grande gruppo Heavy. Io credo la seconda ipotesi, ma considero i primi 2 album con paul magici, quelli dell'era Dickinson mediatici.
lux chaos
Venerdì 28 Dicembre 2012, 1.08.14
4
@thrasher: grazie a voi
lux chaos
Venerdì 28 Dicembre 2012, 1.07.07
3
Ovviamente stupendo anche battle hymns...la foto dei manowar mi ha ucciso!!!! Stando fuori dal genere strettamente metal, nell' 82 ricordo con piacere anche l'esordio dei coney hatch, corridors of power di gary moore e il grande signals dei rush!
The Thrasher
Venerdì 28 Dicembre 2012, 1.06.26
2
Come sempre, grazie dei complimenti!
lux chaos
Venerdì 28 Dicembre 2012, 1.01.12
1
Anno della mia nascita, e anno della nascita di una serie di capolavori strepitosi del nostro amato genere, iron e judas in testa (anche se sarà nel 1984 che entrambe le band produrranno i loro due dischi che amo di più)...grande anche l'esordio di dee snider e l'inizio della conquista del mondo dei Metallica...articolo stupendo come sempre!
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