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CORREVA L’ANNO - # 15 - 1984
18/01/2013 (5428 letture)
La scena heavy metal mondiale é sempre stata in costante mutamento, nel corso degli anni settanta ed ottanta: un movimento ricco di sfumature e diramazioni, che cresceva a vista d'occhio, evolvendosi e coinvolgendo un numero sempre più considerevole di appassionati, pronti a sfoggiare le magliette del gruppo preferito, il chiodo o lo smanicato d'ordinanza, i capelli lunghi o le immancabili borchie; il 1983 aveva visto esplodere un'autentica bomba, quella del thrash metal: la scintilla si era originata nella Bay Area di San Francisco, dove i devastanti Metallica avevano aperto una breccia profonda col tellurico e abrasivo Kill'Em All, un disco carico di ormoni e adrenalina che riscriveva tutti i parametri di velocità e violenza applicati all'heavy tradizionale. Nell'annata successiva, i Four Horsemen dimostrarono una grande maturità e una classe notevole, sfornando un secondo disco per certi versi ancora più innovativo e rivoluzionario: Ride The Lightning, infatti, avrebbe potuto sbancare il botteghino riproponendo pari pari i concetti estremi e irrefrenabili del predecessore e, invece, fece sfoggio di una crescita artistica senza pari, ponendo l'accento sulle avvincenti stratificazioni compositive dei quattro californiani. Discostandosi dal thrash grezzo, scarno ed anfetaminico del debut, la truppa del ribelle James Hetfield mette a punto un capolavoro dotato di una maggiore versatilità melodica, ritmica e strutturale oltre che di un più sensibile e maturo approccio lirico: le devastanti Fight Fire With Fire e Trapped Under Ice erano le caratteristiche mazzate veloci, ideale collegamento col thrash impellente del recente passato; la biblica Creeping Death, brano epico e possente, dotato di riff tonanti e slanci scintillanti, e la marziale titletrack Ride The Lighting, dalle trame infarcite di riff e incroci spettacolari, rappresentavano episodi più modulati e variegati, dalla struttura articolata, molto potenti e ricchi di diverse ritmiche, assoli esplosivi e melodie avvolgenti. Il mid tempo For Whom The Bell Tolls, ispirato all’omonimo romanzo di Hemingway, era invece un passaggio cadenzato e roccioso in cui si evidenziava il lavoro di Cliff Burton al basso; nella tracklist spiccavano Fade To Black, un lento malinconico da brividi, con finale in crescendo epico ed assolo melodico al fulmicotone, e l'intricata strumentale The Call Of Ktulu, di derivazione lovecraftiana. Le prestazioni dei musicisti erano eccellenti: James Hetfield era il vero trascinatore, col suo ringhio irresistibile e la precisione sovrumana alla chitarra ritmica, garanzia di riff abrasivi sciorinati con letale frenesia; Lars Ulrich reggeva una solida e lineare sezione ritmica, rafforzata dal contributo non indifferente di Cliff Burton, alle prese con sprazzi di genialità; Kirk Hammett poteva finalmente esprimere il suo talento, esibendo assoli di chitarra dal grandissimo spessore melodico: il suo ingresso in line-up si rivela determinante per sterzare dal thrash fibrillante e irruente di Kill'Em All a quello più composito del nuovo corso. Colpivano anche i testi di Hetfield, riguardanti tematiche come la guerra, la sedia elettrica, romanzi letterari o fantascientifici, episodi biblici, depressione e sogni di fuga dalla realtà. Un passo avanti notevole e sorprendente, che confermava il potenziale sconfinato dei Quattro Cavalieri: lo scettro di band numero uno al mondo, in quel 1984, restava stretto tra le loro mani. Grazie ad un budget più importante, il disco era stato registrato in Danimarca, paese natale di Ulrich, sotto la sapiente regia del luminare Fleming Rasmussen; eppure i giovani americani dovettero fare parecchi sacrifici, per esempio dormendo direttamente nella sala prove (che veniva utilizzata anche dai Mercyful Fate), in quanto non si potevano permettere l'alloggio in albergo. Ricorda il critico musicale Martin Popoff: 'La produzione di Ride The Lightning era elastica ma esplosiva, era straordinaria, la velocità era sovrumana, gli stacchi, le ripartenze. Quell'album lo abbiamo sentito e risentito fino alla nausea'. Anche Jeff Becerra, leader dei Possessed, precursori del death metal, ha speso grandi complimenti: 'L'ho sentito per la prima volta su KVSF Radio, verso le due di notte, era la titletrack e sono rimasto allucinato: mi sembrava il pezzo del secolo'. Riguardo l'approccio più versatile, James Hetfield spiegò in seguito: 'Ci fu gente, a cui Kill'Em All non era piaciuto, che ci lodò invece senza riserve per i progressi fatti da lì in avanti. Credo che, in termini di canzoni, Ride The Lightning sia di gran lunga superiore a qualsiasi altra cosa da noi registrata. C'é molta più melodia nel repertorio di quel disco; i ritornelli sono più aperti, gli arrangiamenti molto migliori'. Ribadiva Ulrich: 'Ride The Lightning non è come un unico, lungo pezzo, come era stato per Kill'Em All, in cui tutti i brani venivano eseguiti alla velocità della luce, come Metal Militia. Vedi, una cosa ci diventò chiara nel periodo tra Kill'Em All e Ride the Lightning: che per essere potente e pesante non devi necessaramente dipendere dalla velocità. Io penso che canzoni come For Whom the Bell Tolls e la titletrack riflettano questo nuovo atteggiamento. Vabbè, poi c'é sempre la lettera strana o il commento tipo 'se non suonate dieci Metal Militia su ogni album allora non siete i Metallica e non va bene', ma noi facciamo quello che facciamo secondo quello che sentiamo in un determinato momento. La band é maturata e stiamo ancora imparando. Se la gente pensa che ci siamo rammolliti, bè, fanculo, noi non abbiamo bisogno di merda del genere'. Il disco uscì ufficialmente il 27 luglio ed era stato inciso in due sessioni: una a febbraio-marzo ed una a giugno; questo permise alla band di esibirsi dal vivo nei mesi intermediari, rimanendo attiva anche on the road.

L'avvenuta maturazione era avvertibile fin dall'artwork di copertina, in realtà: immersa tra intense tinte di blu, sul platter compariva una truce sedia elettrica, sfiorata dai fulmini ed emblema di una titletrack che si aggirava su sentieri lirici delicati e di difficile analisi, soprattutto per dei compositori tanto giovani. Ad inizio anno, la band partì per il Seven Dates of Hell Tour, supportando nella vecchia Europa i leggendari Venom: le nuove leve a supporto dei colossi che le avevano ispirate. La prima data europea si tenne alla Volkshaus di Zurigo, dove i ragazzi si esibirono in un concerto devastante che non fece prigionieri; tuttavia, a fine serata, uno dei quattro ruppe una finestra nel tentativo di raggiungere i fans adoranti, e la cosa mandò su tutte le furie i gestori del locale. Gem Ghoward, che lavorava per la Music For Nations e si occupava di loro, li fece nascondere nel camerino dei Venom, dove i giovani thrashers rimasero impauriti e silenziosi. Il tour fece anche una tappa al Teatro Tenda di Milano: tra una Hit the Lights e una The Four Horsemen, tra No Remorse e Motorbreath, spiccava la nuova Ride the Lightning, con la conclusione affidata alla mazzata Whiplash. La band suonò poi a Parigi e all'Aardschock Festival in Olanda, prima di concludere la mega trasferta il 12 febbraio al Poperinge Festival in Belgio: qui i californiani subirono i caratteristici scherzi di fine-tour dei Venom (qualcuno versò del talco sulla batteria, altri tiravano ortaggi e facevano chiasso); le due band andavano d'accordo ed erano ben integrate, ma gli ancora acerbi e rispettosi Metallica reagivano con sorrisini quasi impauriti alle goliardate dei britannici. A marzo, i Quattro Cavalieri incendiarono il celebre Marquee di Londra, messo sottosopra dalla debordante forza d'urto dei thrashers di San Francisco. Brian Tatler dei Diamond Head era tra i presenti, e ricorda: 'La musica sembrava un pò eccessiva al primo acchito, velocissima, implacabile. Non riuscivo a seguirla tutta, ci ho messo un pò per farci l'orecchio. Mi chiedevo come diavolo facessero a suonare quella roba. E se qualcuno di loro se ne fosse andato, come avrebbero fatto a suonare quel set? Non era solo una questione di complessità, però: erano pezzi lunghissimi, con un'infinità di parti tirate e piccoli dettagli sui quali dovevano aver perso dei secoli. Ero impressionato dalla tecnica musicale, ma i testi sembravano quasi un muro che mi veniva addosso a centocinquanta all'ora'. Per festeggiare la conquista del suolo britannico, Hetfield e Ulrich passarono la notte a visitare quanti più pub fosse loro possibile, col risultato di trovarsi presto sbronzi; comprarono una vaschetta di cosce di pollo da un Kentucky Fried, ma la riempirono di vomito. Dopodiché il chitarrista si arrampicò sul tetto del Classic Cannon Cinema, cercando di smantellare l'insegna al neon: fu acchiappato dai poliziotti locali, che lo tennero qualche ora al fresco prima di rilasciarlo con severi ammonimenti. La seconda leg del tour coincise con l'inoltrarsi della primavera e si concluse il 10 giugno all'Heavy Sound Festival di Poperinge (Belgio). Fu una serata di fuoco: i Four Horsemen si esibirono prima degli headliner Motorhead, un'accoppiata capace di scatenare scosse vibranti. Dopo l'uscita del platter, che si diffuse a macchia d'olio sui due continenti, la band lo supportò attraverso il Bang The Head That Doesn't Bang Tour, supportati dai Tank, vecchia gloria della NWOBHM. L'impegno profuso dai ragazzi fu straordinario: alla lunga trasferta europea sarebbe seguito un itinerario ancor più lungo in America. Il tour iniziò il 16 novembre 1984 a Rusen [Francia] per spostarsi in seguito a Poperinge in Belgio prima del ritorno in Francia con le date a Parigi, Lione, Marsiglia, Tolosa, Bordeaux, Montpellier, Nizza. I Quattro Cavalieri scensero anche a Milano e Venezia, prima di toccare Zurigo e salire in Germania, con le esibizioni di Mainz, Norimberga, Mannheim, Sindelfinger, Colonia Cosnabruck e Amburgo; la scaletta del tour era un mix di pezzi vecchi e nuovi, generalmente costituita da Hit the Lights, The Four Horsemen, Jump in the Fire, Fight Fire with Fire, Ride the Lightning, Phantom Lord, The Call of Ktulu, No Remorse, Seek & Destroy, [Anesthesia] Pulling Teeth, Whiplash, Creeping Death, Metal Militia. Il loro impattante thrash metal esplose anche ad Amsterdam, prima della trionfale esibizione a Copenaghen; la carovana mise a ferro e fuoco ancora Svezia e Finlandia, e concluse il tour europeo in quel di Londra. I ragazzi passarono il Natale nella loro Bay Area e a Los Angeles: una pausa meritatissima.

Non stavano certo a guardare gli Slayer, che con l'EP Haunting the Chapel apportarono sostanziali modifiche al sound heavy-thrash dell'esordio, rendendolo più abrasivo, violento e veloce: Captor of Sin, Chemical Warfare e la titletrack erano rasoiate rapidissime, infervorate da assoli atonali, da un drumworking martellante e dalle urla feroci di Tom Araya, un chiaro manifesto della soglia di brutalità che sarebbe stata presto raggiunta. Curioso notare come, a causa dell'assenza di moquette in studio di registrazione, Dave Lombardo dovette chiedere al giovane roadie Gene Hoglan di tenergli fermo il drumkit durante tutte le sessioni di incisione. Nel corso dell'anno, i losalngelini rilasciarono un ulteriore prodotto, Live Undead, una registrazione live sulla cui genuinità alcuni alzano dei dubbi; in ogni caso, tra i solchi dell'EP trasudava tutta l'energia e l'irruenza dei quattro giovani americani, pronti ad elevarsi al rango di thrashers più integerrimi del continente. In quei mesi, Kerry King provò anche ad unirsi alla nuova creatura di Dave Mustaine, che lo convocò per la sua ambiziosa vendetta: nonostante gli Slayer non fossero molto contenti di questa collaborazione del loro chitarrista col rosso di La Mesa, King transitò nei neonati Megadeth, prima di tornare all'ovile dopo un mese di litigi, polemiche e frizioni insanabili col fumantino Mustaine; sulla costa opposta, a New York, il thrash esalava intanto ulteriori e differenti primi vagiti. Dopo parecchi cambi di formazione, gli Anthrax si erano stabilizzati con Scott Ian alla chitarra ritmica, Dan Spitz alla solista, Dan Lilker al basso e l'irruente Charlie Benante alla batteria, proponendo un suono veloce, abrasivo e fortemente influenzato tanto dall'heavy classico quanto dall'hardcore punk. Il loro debutto, Fistful of Metal, era un thrash metal grezzo e ancora definibile, una mazzata nei denti sospinta sulle note imbizzarrite della devastante Deathrider o infuocato dai testi anthemici di Metal Thrashing Mad e Soldiers of Metal; alla voce c'era ancora Neil Turbin, ugola al vetriolo ma carattere non troppo spiccato: il singer era ideale per il suono sporco e minimale degli esordi, nel quale la band mescolava pezzi velocissimi e thrashy ad altri ancora debitori dell'heavy europeo, ma sarà cacciato durante l'anno. New York era la culla alternativa del genere forgiatosi a furor di popolo nella Bay Area: infatti, la Grande Mela ospitava anche le sfuriate adolescenziali degli Overkill, che nelle sozze cantine dei sobborghi facevano echeggiare il loro EP omonimo, primo passo di una carriera di tutto rispetto. A Seattle, nel frattempo, debuttavano i Metal Church, con un thrash incalzante ma anche fortemente melodico e con sfumature speed metal: l'omonimo Metal Church rimane uno dei prodotti più interessanti dell'annata, una scintillante prova di forza sulle sei corde, per un act che verrà ingiustamente sottovalutato nel novero storico. Anche in Europa stava iniziando a vibrare il germe di questo genere fibrillante e veemente, con nucleo pulsante in Germania; i Sodom erano i principali rappresentanti di un movimento ancora rozzo e dozzinale, impresso a fuoco tra le pieghe del loro EP di debutto In The Sign of Evil, caotico, marcio e grezzo come una badilata in faccia: tanto da essere accolto, all'epoca, come prototipo di death metal. Il prodotto era talmente ingovernabile che la SPV si vide costretta a sospendere le registrazioni dopo sole cinque tracce, a causa dell'incapacità cronica a tenere i tempi da parte dei giovani musicisti e il nastro fu dunque rilasciato come EP. Tom Angelripper aveva messo in piedi la sua creatura di distruzione per cercare di crearsi una via di fuga alla vita nelle miniere della Ruhr alla quale sembrava designato da tre generazioni: cantante e bassista, riuscirà nell'intento solo dopo alcuni anni ed una serie crescente di dischi storici per il thrash europeo. Nella stessa Germania pulsava anche la ribellione degli altrettanto marcescenti Destruction, attivi con l'ep Sentence of Death; ma il movimento si stava estendendo unilateralmente, sfociando anche nel freddo Canada, dove i Voivod assaltavano i padiglioni auricolari col febbricitante War And Pain, un thrash metal minimale e ancora lontano dalle successive visioni futuristiche che porterà il moniker nordamericano su lidi progressive. Poco distante, schiacciavano il piede sull'acceleratore pure gli Exciter, che in realtà erano alfieri di un sound definibile come speed metal piuttosto che thrash vero e proprio: dopo l'eccellente debut Heavy Metal Maniac, essi continuavano a correre col nuovo gioiello, Violence & Force. Sul suolo inglese proseguiva con insensata blafemia l'attività della band che per prima aveva ispirato tutte queste formazioni: i Venom. Il fenomeno inglese continuava a dividere in due fazioni osannatori e detrattori, portando nuove beghe nelle notti insonni dei moralisti cattolici col nuovo At War with Satan, disco pretenzioso che si apriva con la furia della titletrack, un brano che durava ben venti minuti e segnò una sorta di passo troppo lungo per le gambe dei killers di Newcastle, che certo non erano dei musicisti eclettici e portati alla composizione di suite così estese nel minutaggio globale. Ben più convincenti erano invece i Bathory, che nel loro primo omonimo disco suonavano proprio come i vecchi Venom, se non addirittura più spietati e malefici: la creatura dell'orgoglioso Quorthon, artefice di un thrash primordiale, grezzo e mal registrato, influenzerà a parimerito le future divagazioni estremiste del settore.

L'heavy tradizionale, nel frattempo, continuava a pulsare con freschezza ed intensità, grazie alla incessante continuità con la quale i grandi esponenti del genere rilasciavano masterpieces da antologia. Gli Iron Maiden erano un'autentica eminenza, un'icona ormai consolidata che con dischi leggendari come The Number of the Beast e Piece of Mind aveva stabilito nuovi standard di tecnica, potenza, melodia ed importanza tematica: le cavalcate di basso, i fraseggi di chitarra, i riff armonizzati e la voce poderosa di Dickinson avevano reso infallibile l'act inglese, facendolo crescere e maturare verso un sound più imperioso rispetto allo street-heavy degli esordi. Come il predecessore, anche il nuovo Powerslave venne registrato sotto il caldo sole delle Bahamas; e, naturalmente, fu un altro capolavoro. Stilisticamente riprendeva i tratti monumentali ormai consolidati alla corte di Steve Harris, con refrain colossali e avvolgenti melodie di chitarra, fluide e cristalline in assolo, più rocciose per quanto concerne il riffery; era però più duro e potente di Piece of Mind, anche se la produzione curata e le forti tinte melodiche lo rendevano un prodotto di qualità elevata, come testimoniato da Adrian Smith stesso: 'In Powerslave i suoni sono più rotondi rispetto ai precedenti lavori, a scapito della rudezza che alcuni fans volevano ascoltare nelle precedenti produzioni'. I contenuti storici e letterari, garantiti dalle due lauree di Dickinson, rimanevano elevati: l'influenza storica si intuiva già dalla copertina, coloratissima, nella quale l'immancabile Eddie veniva raffigurato in un antico tempio egizio; geroglifici, piramidi, palme e scenari esotici arricchivano l'artwork, il quale creava la degna ambientazione per la potentissima e solenne titletrack, la quale narrava le paure di un Faraone morente. Attraverso una serie di allegorie, la band inglese volle creare un parallelo tra la società odierna e quella antica, evidenziando i tratti comuni: per esempio, il fatto che il potere sia sempre e comunque racchiuso nelle mani di pochi privilegiati. Musicalmente, il disco era memorabile: la battente opener Aces High, per esempio, con il suo riffing adrenalinico ed incalzante, era il brano più aggressivo mai scritto dalla band, tanto trascinante quanto epico nel chorus vocale affidato all'ugola di Air Siren Dickinson; la sezione solista, fiammante e trepidante, santificava l'eclettica elasticità delle sei corde di Adrian Smith e Dave Murray, che in 2 Minutes To Midnight imbastivano una hit-single tra le più celebrate di tutta la musica rock. Il riffato fibrillante, il ritornello catchy e i soliti assoli avvolgenti ne facevano un pezzo tanto semplice quanto magnetico, dinnanzi al quale era impossibile resistere. Canzoni come Flash of the Blade, The Duellist o Back In The Village erano ricchi di melodie squillanti, riff incisivi, citazioni hard rock rivestite di patina metallica e testi colti e curatissimi, e rivestivano il corpo centrale di un disco che culminava nella mastodontica Rime of the Ancient Mariner, una superba suite di tredici minuti basata sul poema omonimo -popolarissimo in Gran Bretagna- di Samuel Taylor Coleridge: una pretenziosa dimostrazione di classe, un incrocio di riff e sezioni articolate che convogliavano in un quarto d'ora da brividi, oltre che in una prova mostruosa di Dickinson al microfono. Il cantante é spettacolare nel far incastrare alla perfezione i versi necessari a ricreare il feeling e la narrazione dell'opera originale; sotto la sua voce prestante, il guitarworking sgorgava copioso e progressivo, spostandosi dai riff quadrati d'apertura alle sontuose melodie liquide degli assoli; Smith e Murray confermano il loro stato di grazia in tutta la durata del disco, sciorinando una serie impressionante di riff poderosi e memorabili, intessendo trame affascinanti e assoli stupendi, dotati di melodie squillanti e sempre armoniose, fresche, emozionanti anche dopo infiniti ascolti; Harris e McBrain puntellano il tutto con le consuete galoppate di basso e con un drumworking preciso e puntuale. Tuttavia, il bassista è sempre rimasto fin troppo tiepido e modesto nei confronti del platter: 'Powerslave è forse l'album che sento meno mio, ma per molti nostri fans é l'album principale. Alcuni brani sono delle gemme del nostro repertorio, come 2 Minutes to Midnight, la titletrack, Aces High, Rime of The Ancient Mariner, ma altri sono lontani dal livello di questi elencati'. Bruce Dickinson, invece, descrisse così la nuova creatura della Vergine di Ferro: 'Ci sono molte differenze tra quest'album e il suo predecessore, Piece Of Mind. Powerslave è più simile a The Number of The Beast che, a sua volta, ha delle reminescenze del primo disco. Sebbene in generale ci stiamo evolvendo verso un maggior tecnicismo, Piece of Mind era un album più orientato verso la pura tecnica di quanto lo sia Powerslave'. Per riportare on stage tutta la straordinaria carica emotiva trasudata dal full length, venne organizzato nel corso del memorabile World Slavery Tour un enorme palco ispirato al mondo egizio: sarcofagi, fuochi d'artificio, piramidi, sfingi ed un gigantesco Eddie mummificato conferivano agli show della Vergine di Ferro un fascino ulteriore ed un'atmosfera unica, peraltro celebrata nel video Behind The Iron Courtain, che riprendeva le prime date del tour. La band inglese si esibì ad agosto in Polonia, per la prima volta, prima di proseguire in Austria, Ungheria, Jugoslavia e Italia: anche se fu cancellata l'esibizione di Pordenone, i cinque britannici sfoderarono tutta la loro energia ad Arma di Taggia, con Dickinson che curiosamente si divertì a modificare ironicamente i versi di Acacia Avenue e Run To The Hills. Sgargianti ed ultrascenici nei loro completi on stage, con gli spandex elastici delle tre asce e le possenti borchie sulle braccia del cantante lungocrinito, gli Iron Maiden incendiarono le platee di Francia, Spagna e Portogallo, prima di tornare sul suolo natio per una ventina di date, culminate nelle quattro entusiasmanti serate all'Hammersmith Odeon; le immagini di queste ultime furono in seguito utilizzate per l'epocale Live After Death, a testimonianza dello stato di grazia in cui si trovavano i cinque metallers britannici. Tra ottobre e novembre venenro toccati paesi come Germania, Belgio, Francia, Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Italia e Svizzera, mentre fino al break natalizio la compagnia si spostò in Canada e Stati Uniti: le performances erano strepitose, ed un Dickinson scatenato trascinava letteralmente la sua truppa correndo a tutto palco, arrampicandosi su rampe e scalette, indossando maschere folkloristiche o sollevando sulle sue spalle il chitarrista di turno durante un assolo; Steve Harris mitragliava le sue note sulla folla, mentre i due chitarristi duellavano all'unisono, intenti nelle loro plastiche pose. Il tour sarebbe proseguito poi nel 1985, con ulteriori cinquanta date americane, la storica presenza al Rock in Rio e i successivi show in Australia e Giappone. Il World Slavery Tour, forse il più lungo ed estenuante mai affrontato dai Nostri, contava su una tracklist aperta da Aces High e proseguita con 2 Minutes To Midnight, The Trooper, Revelations, Flight of Icarus, Rime of the Ancient Mariner, Losfer Words, Powerslave, The Number of the Beast, Hallowed Be Thy Name, 22 Acacia Avenue, Iron Maiden, Run To The Hills, Running Free, Sanctuary e, talvolta, Children of the Damned, Wratchild, Murders In The Rue Morgue e Phantom of the Opera.

Anche i Judas Priest sapevano ancora come far echeggiare il clangore dell'Acciaio vergine in maniera roboante, e sapevano farlo ancora molto bene: non a caso, erano i profeti del Verbo, coloro che lo avevano proferito e modellato sotto cascate roventi di metallo fuso. A due anni dall'epocale e sferzante Screaming For vengeance, i bikers di Birmingham sferrarono l'ennesimo colpo impetuoso con l'immenso Defenders of the Faith, disco che coronava la trilogia stentorea che aveva caratterizzato la loro epopea ottantiana, ovvero la seconda vita dopo le abrasive e seminali cartucce settantiane. Il disco era un'ulteriore e vigoroso potenziamento sonoro; le chitarre di Tipton e Downing si facevano sempre più rocciose, veementi, epiche e veloci, aggressive come non mai nei loro riff statuari, al fianco della voce imperiosa e affilata di Rob Halford: ne scaturiva un pericoloso mix di possenza, enfasi e adrenalina. Più pesanti che mai, i metal-warriors inglesi catalizzavano la tensione e l'headbanging in frustate devastanti e glaciali di heavy metal classico e maestoso come le impattanti Freewheel Burning e Jawbreaker, dotate di trame concrete e assoli al fulmicotone, riff eccitanti e vocals incalzanti; davano una formidabile manifestazione di poliedricità e melodia con le anthemiche Rock Hard Ride Free e The Sentinel, imperniate su atmosfere e trame melodiche orgogliose e fortemente ottantiane. Ancora: avanzavano minacciosi nella feroce Eat Me Alive o nelle cadenzate Some Heads Are Gonna Roll e Love Bites, innalzavano ulteriori odi all'heavy metal con Heavy Duty e la titletrack. Un altro disco perfetto, un altro gioiello da dare in pasto agli insaziabili metalheads adoranti: coperte di pelle nera, catene e borchie, più che mai, le leggende britanniche non accennavano minimamente a ridurre l'ardore della loro trepidante energia. Rombava ancora, l'Harley di Rob Halford: e di pari passo schioccava la frusta e risuonava il clangore dell'acciaio delle sue catene, dei suoi bracciali, gelido e inflessibile quanto il riffery dei due chitarristi, al solito straripanti nei loro fraseggi all'unisono e nelle loro plastiche pose sceniche. Loro lo avevano plasmato, loro lo avevano originato e fatto crescere, maturare: ora i Judas Priest trainavano la loro creatura, l'heavy metal, cavalcandola in impetuose dimostrazioni di forza, portandola fuori dal ghetto e facendosi guerrieri e capipopolo, comandanti supremi di una corazzata scintillante pronta a marciare contro tutto e tutti, senza la minima paura di far sentire la propria voce. Glenn Tipton affermò che il nuovo album proseguiva sulla scia stilistica del predecessore: 'Defenders of the Faith ha tutti gli elementi base di Screaming For Vengeance e utilizza la stessa formula; non è stato intenzionale, non ci siamo prefissati di farne una copia esatta, è solo il modo in cui scriviamo ultimamente. Abbiamo cercato di considerare tutti gli aspetti, e penso che accontenterà tutti'. Anche Rob Halford era concordante: 'Il successo dell'ultimo album ha significato molto per noi, ci ha dato la spinta per impegnarci ad eguagliare il risultato di Screaming For Vengeance. Per quanto riguarda la produzione di Defenders, probabilmente ha un impatto maggiore ed è il disco heavy metal più interessante che abbia sentito da molto tempo a questa parte'.Venne programmato un tour inglese di supporto al disco, considerata anche la lunga reticenza dal suolo natio che tanto aveva fatto arrabbiare i fans indigeni; a supporto, vennero scelti i popolari americani Quiet Riot. Il giornalista Mick Wall scrisse che recensire un concerto dei Preti di Giuda era impossibile: 'O vi fate prendere dal gruppo, o fate altro; lo show di venerdì sera è stato uno di quelli da cui avreste voluto farvi prendere, non li ho mai visti suonare meglio'. Sul palco, le leggende britanniche avevano mantenuto la loro forza d'urto e il loro impatto scenico sfavillante, esaltato da borchie, catene, pelle nera e motociclette rombanti, con Halford che ancora giganteggiava nel ruolo di Metal God; Kevin DuBrow dei Quiet Riot ne ricorda anche le qualità umane: 'La prima sera che abbiamo suonato con loro è stato ad Edinburgo e, quando arrivò, Rob Halford si presentò e dimostrò di essere il gentiluomo definitivo del rock'n'roll. il giorno dopo mi sembra che suonammo a Birmingham e facemmo colazione con KK e Glenn; sai, un sacco di volte gli headliner si comportano da stronzi presuntuosi, ma quei ragazzi erano così gentili! I Judas Priest, su tutti i gruppi con cui siamo andati in tour -e lo dico da 25 anni- sono stati i migliori con cui abbiamo mai lavorato, senza dubbio'. Il tour britannico ebbe luogo nel dicembre 1983 e fu interrotto solo per una esibizione al Rock Pop Heavy Metal Festival a Dortmund, Germania, col palco calcato da altri titani come Iron Maiden, Ozzy Osbourne, Scorpions; dopo la pubblicazione dell'opera, nel gennaio 1984, la band si dedicò al resto del mondo: assieme a Ted Nugent e Raven vennero innescate le micce in Danimarca, Svezia, Francia, Olanda, Spagna, Germania, Svizzera, mentre spalleggiati dai prodi Saxon si passò all'azione nel continente americano, perlustrato in lungo e in largo da marzo ad agosto. Sul palco campeggiava un telone con la riproposizione del Metallian, il mostro metallico che colorava coi suoi artigli e gli occhi luminescenti l'artwork di copertina del disco; la macchina da guerra cuoioborchiata si placò soltanto dopo la calata nipponica, conclusa in maniera trionfale nel celebre Budokan di Tokyo.

Heavy metal tronfio ed epico grondava dagli spadoni dei Manowar, prodi guerrieri bardati di cuoio e armati di passione, la cui galoppata irrefrenabile li aveva portati nelle lande terrene come un fulmine dal cielo, direttamente dal Valhalla; gli americani rimpolparono la scena metallica internazionale con ben due releases di valore inestimabile, autentiche perle dell'Acciaio più puro, crudo, violento ed incontaminato, intriso di epos, orgoglio e maestosità. Col ciclopico Into Glory Ride, uscito nell'anno precedente, Joy DeMaio e compagni avevano rinnovato il loro epic primordiale, irrobustendone lo stile e appesantendone oltremodo le ritmiche; il disco era stato considerato il capostimite del genere, e permise alla band di guadagnare nuove legioni di fans, soprattutto nel Regno Unito, terra natia dell'heavy metal stesso. Proprio per questa ragione, i quattro warriors avevano programmato un importante tour sul suolo albionico, ma avevano dovuto rinunciarvi a causa dei problemi familiari del loro manager. Per farsi perdonare, intitolarono Hail To England il nuovo full length, registrato e mixato in soli sei giorni, dedicando artwork di copertina e titolo del lavoro proprio all'Inghilterra, con tanto di Union Jack stretta nelle forti mani di un muscoloso guerriero dalle fattezze barbariche. Il platter presentava composizioni ancora più possenti e rocciose, ma anche ritmiche più dinamiche rispetto agli standard cadenzati del predecessore: esso si apriva con la solenne Blood of my Enemies, avanzava intimidatorio con la vibrante Each Dawn I Die e si faceva violento con la vertiginosa Kill With Power; la titletrack era un inno da pugni al cielo, mentre Army of the Immortals era un'anthemica chiamata alle armi, un proclama orgoglioso e dal riffing affilato, un manifesto chiaro e battagliero dello spirito di appartenenza alle legioni cuoioborchiate, glaciale come l'acciaio. Bridge of Death concludeva il disco coi suoi toni sacrali, arroccati in nove minuti da brividi. Dopo aver collaborato nei dischi precedenti con Jon Mathias, fu questo il primo disco prodotto direttamente dalla band, come ricorda DeMaio: 'A partire da questo disco capimmo come e con chi desideravamo registrare. Del resto, i Manowar possedevano da sempre un loro proprio suono, quindi la presenza di un produttore esterno non era più indispensabile: le uniche cose di cui avevamo bisogno erano uno studio, degli strumenti e delle buone canzoni, stop'. Sign of the Hammer, invece, alternava brani più lenti ad altri maggiormente versatili; era aperto dalla schietta All Man Play On Ten e dalla veemente Animals, un brano selvaggio e martellante che faceva preludio alla stupenda Thor [The Powerhead], una composizione imperiosa ed enfatica che avanzava ieratica prima di sfociare in una fibrillante e velocissima coda solistica da headbanging, forse il miglior assolo di sempre per i quattro newyorkesi. La titletrack Sign of the Hammer era una devastante escalation di potenza con chorus epicissimo, mentre The Oath si presentava come una mazzata bombarola dai ritmi incalzanti; da brividi era la struggente Mountains, un arpeggio lento denso di emozioni e malinconie, mentre la conclusiva Guyana (Cult of the Damned) trasudava forza e atmosfera da ogni nota: un brano che da solo sintetizzava il concetto di epic metal, con riff e linee vocali altamente drammatici, sfumature melodiche arpeggiate, cori e acuti notevoli. Entrambi i dischi, autentici capolavori dell'intero genere e non solo della discografia dei Manowar, presentavano strutture molto semplici e lineari, crude nell'esecuzione e cucite dai riff semplici ma integerrimi di Ross the Boss; il drumworking di Scott Columbus si faceva sempre più duro, accompagnato dal caratteristico stile bassistico di DeMaio, evidentissimo e corposo nello sfruttare le potenzialità del suo strumento quasi come fosse una chitarra. Grazie a testi enfatici e vocals spettacolari, quasi irraggiungibili, Eric Adams svettava eroicamente nell'immaginario collettivo, coronando un sound regale e vergine da ogni sorta di contaminazione, schietto e tradizionale, perfino esagerato nell'esaltazione settarica dell'heavy metal stesso. La formazione statunitense era entrata nelle grazie della Virgin, ma non intendeva per alcuna ragione scendere a compromessi, e difatti il sodalizio durò poco, come rammenta il bassista di origine italiana: 'All'inizio tutto sembrava andare bene, ma ben presto ci accorgemmo che quei tizi non capivano un cazzo della nostra musica. Ci chiesero di scrivere canzoni d'amore, ma io risposi che noi eravamo dei veri guerrieri e che non avremmo mai fatto una cosa simile. Quando poi ci chiesero di suonare ad un volume più basso sul palco non ci pensammo due volte e li mandammo a farsi fottere'. I Manowar si consideravano paladini ed alfieri dell'heavy metal nella sua forma primordiale e divinizzata, denigravano i poseurs ed ogni minimo flirt con la musica mainstream: nei loro costumi scenici da moderni vichinghi, nei loro testi ridondanti, nella costante riproposizione di scenari tratti dalla mitologia norrena, i quattro brothers of metal sembravano quasi anacronistici se confrontati al dilagare del thrash, eppure rimanevano credibili ed efficaci, capaci di mantenersi saldamente sull'Olimpo delle band migliori del periodo. Dopo la prima di queste due pubblicazioni, la band si imbarcò come support-act nello Spectacle of Might Tour dei danesi Mercyful Fate, ma finì lo stesso tour da headliner, acclamata dal pubblico; in seguito alla pubblicazione di Sign of the Hammer, l'act americano partì per un lungo tour mondiale, che si sarebbe protratto fino al 1986. Nazione dopo Nazione, i Manowar galopparono fianco a fianco, conquistando centinaia di roccaforti ed innalzando il proprio vessillo nei cuori di innumerevoli proseliti, diffondendo il Verbo ed i Segreti dell'Acciaio a macchia d'olio.

Proprio i Mercyful Fate si resero protagonisti, in quei mesi, di un'uscita importante come il loro secondo disco Don't Break The Oath, che si ricollegava nello stile al debut Melissa, ma con una maggior perizia tecnica e atmosfere cupe ancor più accentuate; sebbene i Manowar li avessero cacciati dal loro tour reputandoli ridicoli e disorganizzati, i Fate possedevano gran carisma e, trainati dalla figura imperante di King Diamond, divennero presto una band culto. Il singer utilizzava il suo falsetto acuminato per lanciare i suoi anatemi gotici, avvolto da un alone di mistero inspessito dal cerone e da quel microfono a forma di croce rovesciata, ottenuto dall'assemblaggio di ossa umane. Le chitarre di Hank Shermann e Michael Denner intessevano trame raffinate e potenti, immerse nelle nebbie raggelanti che potremmo trovare tra le glaciali pietre tombali di qualche dimenticato cimitero danese, illuminato solo dal chiarore della luna; purtroppo, dopo tale masterpiece, la band andò incontro a problemi insanabili tra Shermann e King Diamond, dato che il primo voleva sterzare verso il glam metal, mentre il secondo intendeva mantenere le sue coordinate misteriose, che infatti permarranno nel suo fortunato progetto solista. Nuova linfa pulsava invece nelle vene dei Motorhead, che dopo il più melodico Another Perfect Day rilasciarono la loro prima raccolta, No Remorse, arricchita da quattro inediti e da un vigoroso innesto di potenza, dovuto all'ingresso di due nuovi chitarristi dopo l'addio di Brian Robertson, a sua volta sostituto del mitico Eddie Clarke: l'arrivo di Phil Campbell e Wurzel, sublimato dallo show belga del 10 giugno all'Heavy Sound Festival (in compagnia dei Metallica) valse il passaggio dell'act britannico da trio a quartetto. Erano veramente tante le uscite valide, ma passate in ogni caso come 'minori': il buon Crusader dei sempreverdi Saxon, il classicheggiante Gates of Purgatory dei pirateschi Running Wild, The Last in Line dell'immarcecibile Ronnie James Dio o il meraviglioso See You in Hell dei Grim Reaper, esponenti della NWOBHM dalle virtuose melodie chitarristiche, esaltate dal cantato epico ed in falsetto di Steve Grimmett. Barlumi di innovazione stavano per scoccare dalle scintille primitive di band come gli svizzeri Celtic frost, nati dalle ceneri degli Hellammer ed ancora molto ruvidi ma seminali nel debut Morbid Tales, futuro ispiratore di importanti filoni come il black ed il death; lampi di genio iniziavano a filtrare nel lavoro dei Queensryche, da Seattle, che dopo l'EP omonimo esordirono con The Warning, ancora debitore di reminescenze priestiane e maideniane, ma già orientato verso un'evoluzione che porterà la band del fine chitarrista Chris DeGarmo a diventare una delle principali protagoniste del nascente progressive metal; filone in cui si distingueranno anche i Fates Warning, esordienti con Night on Bröcken, prodotto non ancora eccelso ed altrettanto fedele allo stile della Vergine di Ferro. Si facevano notare anche i floridiani Savatage, che pubblicarono The Dungeons Are Calling, contenente sei tracce scartate dal debut Sirens; i fratelli Oliva proponevano un heavy metal già abbastanza raffinato, nonostante gli ovvi spigoli dell'inesperienza e di una personalità ancora da coltivare: questo lavoro permise loro di farsi notare dagli esponenti della Atlantic Records, che li mise sotto contratto nel 1985. L'epic metal viveva ancora giorni importanti, perché oltre ai leggendari Manowar vi erano anche Cirith Ungol ed Armored Saint a ravvivare il mercato coi loro King of the Dead e March of the Saint; gli amanti della tecnica e dei grandi funambolismi potevano invece godere di gusto grazie al metal neoclassico di Rising Force, debut album di Yngwie Malmsteen, chitarrista solista di origine svedese, tanto magico con le sei corde quanto egocentrico nella vita di tutti i giorni. Cresceva corposo anche il movimento glam metal, comunque accostabile ad un hard rock molto patinato: esordivano i bellocci Bon Jovi, col lavoro omonimo, mentre i coloriti Dokken rilasciavano il loro secondo Tooth And Nail; il vero colpo dell'anno fu però Stay Hungry degli oltraggiosi Twisted Sisters, fautori di un rock semplcissimo, sporco ed orecchiabile ma intriso di sentimenti riottosi e inni generazionali come le basiche ma irresistibili We're Not Gonna Take It e I Wanna Rock. Era il terzo disco dell'act newyorkese, che introduceva maggior forza nelle proprie canzoni, che pur rimanevano molto catchy e fruibili; spudorato ed irriverente, l'enorme Dee Snider cantava impunemente travestito da prostituta, con tanto di rossetto e boccoli aurei, scatenando la morale pubblica e facendo impazzire le conservatrici americane, riunitesi nel 1985 in un movimento di controllo e censura denominato 'Parents Music Resource Center'. Stay Hungry diventa presto una pietra miliare del rock, incendia il desiderio di ribellione e indipendenza degli adolescenti di tutto il mondo ed eleva il prode Snider a figura di riferimento, una sorta di fratello maggiore pronto a difendere la libertà dei suoi giovanissimi adoratori. Mentre i vecchi dinosauri Deep Purple si riunivano nella line-up con Blackmore e Gillan (processo iniziato nel 1983), svoltarono anche i Van Halen, che nel loro 1984 incorparono elementi glam e tastiere poco tradizionaliste, raggiungendo il successo commerciale anche grazie al singolone Jump: un peccato, forse, perché la bravura di Eddie Van Halen non aveva certo bisogno di MTV per attrarre le attenzioni degli intenditori. Quasi nessuno, invece, si filò il mediocre Projects in the Jungle, secondo album dei texani Pantera, ancora alle prese con spandex e capelli cotonati, piuttosto che con una musica di una certa robustezza. La corposità del sound non mancava ai Saint Vitus, precursori del doom metal: il loro disco omonimo era un debutto ancora acerbo, ma presentava già i peculiari tratti cadenzati e le atmosfere cupe ereditate dai maestri Black Sabbath, la cui Saint Vitus Dance aveva ispirato proprio il moniker dei losangelini. E' anche un anno di brutti incidenti, quel 1984: un Vince Neil ubriaco provocò un incidente, nel quale rimase ucciso il batterista degli Hanoi Rocks, Razzle, mentre Rick Allen, drummer dei Def Leppard, perde il braccio in uno scontro drammatico: stoicamente, continuerà a suonare, imparando a sopperire coi pedali alla sua menomazione.



The Thrasher
Venerdì 1 Febbraio 2013, 18.26.02
45
eh si, Marchese, ci vado giù pesantuccio con gli aggettivi.. comunque grazie come al solito del contributo!
Le Marquis de Fremont
Venerdì 1 Febbraio 2013, 14.30.50
44
I complimenti, come sempre, at first. Articoli spettacolari che leggo anche tre o quattro volte. Monsieur The Thrasher deve avere, comunque, i'Enciclopedie estesa degli aggettivi...mai visti tanti aggettivi in un articolo. Voilà, per me il 1984 è stato l'anno dove ho iniziato a lavorare e per lavoro viaggiavo tantissimo. E' stato ache il mio primo viaggio negli States. Quindi, leggendo questo articolo e questo anno mi sembra strano non essermi mai accorto di niente, tranne le copertine dei Maiden... Ma forse ero troppo preso da Exorcising Ghost dei Japan, il primo dei Dead Can Dance, di David Sylvian e degli Smiths e Lament degli Ultravox. Au revoir.
Delirious Nomad
Lunedì 21 Gennaio 2013, 22.43.53
43
Hubert, se la tua storia fosse vera ti compatirei dal profondo. Ma non ci credo neanche a piangere: dal tono e dal "merdal" sei quasi sicuro uno come l'utente ozzy che si diverte a rompere. Credo che tu abbia conservato sia quei dischi che l'età mentale che avevi in quell'anno.
mickey ratt
Lunedì 21 Gennaio 2013, 21.49.32
42
e gli WASP??
mickey ratt
Lunedì 21 Gennaio 2013, 21.46.12
41
e i mitici Ratt col loro masterpiece Out of the cellar dove li lasciate?
jek
Lunedì 21 Gennaio 2013, 20.14.31
40
@Hubert: azzo le sostanze che hai usato in gioventù hanno picchiato duro e lasciato il segno.
BILLOROCK fci.
Lunedì 21 Gennaio 2013, 18.59.40
39
Bestiale, album epici e bands alla massima potenza sonora, cazzo che anno!!
Elluis
Lunedì 21 Gennaio 2013, 18.36.38
38
@Hubert grazie del consiglio, ma ci teniamo la nostra musica da tossici: preferiamo rimanere come siamo, piuttosto che diventare come te ! Addio !
Hubert
Lunedì 21 Gennaio 2013, 16.41.55
37
Quanti ricordi! All'epoca ero anch io un merdallaro, i miei preferiti erano proprio i Metallica, che oltre alla solita cafonaggine e alla bruttezza, tipica di chi suona er Merdal, sfoggiavano un certo talento compositivo, ma soprattutto varietà...elemento che negli anni ampliarono ulteriormente. Poi capii che mi dovevo mettere apposto, buttai tutti sti dischi di merda e ci andai forte con la disco dance! ragazzi fate come me, mettetevi apposto che non ne ve ne pentirete...tra donne, motori, serie A e altro, in italia siamo pieni di cose da amare! lasciate sta musica da tossici asociali snob agli ameriCANI!
Cristiano
Lunedì 21 Gennaio 2013, 11.42.21
36
Quoto il vichingo, quando parlo di metal negli anni 2000, alternative ecc. neanche li conto. Ci sono tante cose in ambito black e viking che meritano davvero, e perchè no, anche nel power.
Painkiller
Lunedì 21 Gennaio 2013, 9.16.47
35
Probabilmente il miglior articolo di Rino tra i "correva l'anno", probabilmente il miglior anno per il metal in generale...non mi dilungo troppo nel commentare i singoli album/band se non per dire che Powerslave è ancora oggi per me un album diviso in due, con tre canzoni che ascolto quasi mai, una che mi piace abbastanza (flash of the blade) e quattro che sono probabilmente il meglio scritto dai Maiden insieme a poche altre e tra le migliori metal songs di sempre. Defenders of the faith beh...un album spettacolare!!! @Delirious Nomad: Rime è stato il primo caso della mia vita in cui ho cominciato a leggere qualcosa grazie al metal. Ho la versione in inglese con testo a fronte in italiano e le splendide immagini a china di Gustave Doré. Splendido affresco del romanticismo.
Lizard
Domenica 20 Gennaio 2013, 23.17.54
34
Figurati, grazie per la segnalazione
TheRamones-Fan
Domenica 20 Gennaio 2013, 23.06.02
33
Bellissimo articolo, comunque la canzone dei Manowar è "All Men Play on Ten", qui manca la parola "ten" (sì sono un rompi palle )
-Cobray
Domenica 20 Gennaio 2013, 22.43.27
32
Ahahahah di nulla!
Flight 666
Domenica 20 Gennaio 2013, 21.44.48
31
@ -Cobray: Ops, corretto! Grazie di averlo segnalato!
-Cobray
Domenica 20 Gennaio 2013, 21.12.35
30
Poche righe sotto all'inizio della parte in cui si parla dei Priest c'è un "anni" con una "n" in meno
THOR OF VALHALLA
Domenica 20 Gennaio 2013, 16.17.57
29
Era un po di tempo che non mi ricollegavo al sito e cosa mi ritrovo?Un articolo stratosferico sui mitici anni 80!!!Metallized lo metto al primo posto fra i siti metal perchè rispetto agli altri non propone solo le recensioni degli ultimi dischi ma tantissimi dischi del passato e come ciliegina sulla torta vengono pubblicati questi articoli che sono il top,molte enciclopedie e libri di storia metal che mi è capitato di leggere negli anni erano meno completi di questo articolo quindi complimenti doppi a The Thrasher!!!!Forse l'84 lo potrei mettere come l'annata migliore in assoluto anche se scegliere una annata in particolare fra l'82 e l'86 è molto dura,era il periodo di maggiore creatività ogni gruppo fondamentale faceva uscire un disco all'anno o al massimo ogni due anni non come adesso dove due anni sono il minimo che bisogna aspettare,in questa annata i Manowar addirittura pubblicarono ben due capolavori Hail to England e Sign of the hammer.Mitico Joey e mitica questa frase presa dall'articolo che voglio ricitare 'All'inizio tutto sembrava andare bene, ma ben presto ci accorgemmo che quei tizi non capivano un cazzo della nostra musica. Ci chiesero di scrivere canzoni d'amore, ma io risposi che noi eravamo dei veri guerrieri e che non avremmo mai fatto una cosa simile. Quando poi ci chiesero di suonare ad un volume più basso sul palco non ci pensammo due volte e li mandammo a farsi fottere'
jek
Domenica 20 Gennaio 2013, 15.55.28
28
In aggiunta al precedente mi commento devo ricordare che il disco che più ho ascoltato quell'anno è stato Rising Force di Yngwie Malmsteen, che per un chitarrista dilettante come me allora fu una folgorazione.
il vichingo
Domenica 20 Gennaio 2013, 15.06.51
27
A prescindere dai gusti personali che regnano sovrani e che non ho mai messo in discussione, non vorrei dare luogo a sterili polemiche ma, per rispondere al commento che mi precede, gli anni del 2000 NON sono (per fortuna) solo Alternative/Nu/Metalcore et similia, basta dare uno sguardo a quel che è uscito in ambito Doom o Black, tanto per fare un paio di esempi, per rendersene conto. Poi ognuno vede quel che vuol vedere...
Cristiano
Domenica 20 Gennaio 2013, 15.06.18
26
Io difendo gli anni 2000, perchè sono gli anni che vivo e perchè ci sono cose che negli '80 non c'erano, senza nulla togliere a quei meravigliosi anni che hanno dato vita a tutto. Comunque sempre complimenti per l'articolo!
TheRamones-Fan
Domenica 20 Gennaio 2013, 15.04.57
25
@Olof Il metal di oggi è allo stesso livello di quello del passato. E a me non piace tanto il metalcore (anche se qualcosa la apprezzo).
Olof
Domenica 20 Gennaio 2013, 13.14.32
24
Oh mamma... Che anno... E esistono ancora persone che provano a difendere il 2008,il 2010 o il 2012 appena passato? Il nu metal ed il metalcore (.....)? Nostalgia portami via...
Flight 666
Domenica 20 Gennaio 2013, 3.59.00
23
@Delirious Nomad: grazie della segnalazione, si trattava di una svista e abbiamo corretto!
Evil Never Dies
Sabato 19 Gennaio 2013, 22.55.02
22
i migliori anni della nosta vita.....
airmaccjo
Sabato 19 Gennaio 2013, 21.43.56
21
poi l'articolo dopo speri tratti di altri album storici quali Hell Awaits,Live After Death,Seven Churches,il primo di quel pazzo di david lee roth e Killing Is My Business......and My Business Is Good! \m/
CauldronBorn
Sabato 19 Gennaio 2013, 18.59.05
20
Mammamia quante perle pure nell' 84. Savatage, Priest, Mercyful Fate, i Running Wild... @ ayreon "The Warning" è veramente un album incredibile, spettacolari i primissimi 'ryche.
xXx
Sabato 19 Gennaio 2013, 17.32.34
19
Uno degli anni top del metal....miiii questi si che erano anni splendenti per il metallo!
Delirious Nomad
Sabato 19 Gennaio 2013, 16.53.26
18
Wow, che annata! Gran lavoro Rino per uno degli anni più prolifici del metal! Peò la "rhyme of the ancient mariner" non è un romanzo, è un POEMA!
ayreon
Sabato 19 Gennaio 2013, 15.45.45
17
l'anno di "The warning",a casa di un mio amico maideniano al midollo,gli risposi "butta via i dischi dei maiden e tieniti solo questo",l'abbiamo consumato andandoci poi a cercare la versione che aveva i testi dentro.Che tempi,ho ancora i brividi se ripenso alla prima volta che ho sentito "Before the storm"
jek
Sabato 19 Gennaio 2013, 15.13.03
16
I ringraziamenti e i complimenti per Rino sono d'obbligo. Di quest'anno conservo nel cuore tre cose, il concerto all'odissea 2001 di Milano dei Mercyfull Fate, Defeder dei Judas (troppi ricordi) e The Last in Line di Dio.
-Cobray
Sabato 19 Gennaio 2013, 14.53.51
15
Questi articoli sono uno più monumentale dell'altro, dovresti farci uscire un libro! Che decade quella eighties, che decade...
The Thrasher
Sabato 19 Gennaio 2013, 14.19.47
14
grazie dei complimenti xutij, è un vero piacere ricevere commenti come il tuo!
xutij
Sabato 19 Gennaio 2013, 13.21.32
13
Come sempre complimenti Rino,è bello stare seduti a leggere rigo per rigo i tuoi scritti,mentre una leggera pioggia batte sulla finestra ,ascoltando del sano Metal made in 80's,ovvio.
therox68
Sabato 19 Gennaio 2013, 12.18.22
12
Raven: a me successe qualcosa di simile quando comprai Powerslave. Questi articoli per gli ultraquarantenni sono un colpo al cuore. Il prossimo non lo leggerò.
LAMBRUSCORE
Sabato 19 Gennaio 2013, 11.30.00
11
Ho visto adesso la foto di Tom Angelripper...HAHAHA...secondo me lì aveva il "caschetto" perchè i suoi lo obbligavano, quando usciva si bardava di pallottole, cartucciere,ecc...poi quando rientrava a casa si rivestiva da bravo bimbo.....comunque è diventato un grande eh? Son sicuro riderebbe anche lui se vedesse sta foto....
Raven
Sabato 19 Gennaio 2013, 11.22.19
10
Ricordo che comprai RTL a Roma da Revolver, di ritorno dal concerto degli AC/DC e M. Crue a Nettuno. Per tutto il viaggio in treno lo tenni guardato a vista, 10 ore senza mai allontanarmi dalla cabina per paura che qualcuno lo toccasse soltanto . Anche qualche altro vinile di quelli citati sta ancora qui sullo scaffale...
vecchio peccatore
Sabato 19 Gennaio 2013, 11.12.45
9
Mamma mia... "Ride the lightning", "Don't break the oath", "Defenders of the faith", "See you in Hell", "Hail to England", "Fistful of Metal", "Haunting the chapel", "Sentence of death", "Gates of purgatory", "Morbid tales", "Bathory", "King of the dead" ,"Violence&Force"... Tutto questo senza dimenticarsi di "Powerslave" e "Metal church", due dischi che non mi entusiasmano affatto ma che sono fondamentali. Avete però dimenticato di citare "Apocalyptic raids" degli Hellhammer e, sopratutto, "...And the cannons of destruction have begun" dei Warlord. Ottimo lavoro comunque, e annata pazzesca.
Radamanthis
Sabato 19 Gennaio 2013, 10.39.19
8
Che annate quelle...Magia allo stato puro!
C.W.
Sabato 19 Gennaio 2013, 10.37.05
7
fanculo! .......oggi mi stappo una bottiglia di barolo e festeggio questi anni favolosi , anche se c è la crisi il fisico non deve soffrire .
vitadathrasher
Sabato 19 Gennaio 2013, 10.24.28
6
Queste annate sono come stappare un sassicaia.....Giusto ricordare anche Dokken e Grim Reraper.
nerkiopiteco
Sabato 19 Gennaio 2013, 9.40.07
5
Praticamente si poteva entrare in un negozio di dischi, andare al reparto "novità" chiudere gli occhi e pescare a caso, male che ti andava tornavi a casa con un capolavoro. A farlo oggi......
GOTN+CW
Sabato 19 Gennaio 2013, 8.12.21
4
Era il 1984 Teatro Tenda di Lampugnano (Palasharp) i Metallica erano in tournée con l'album Ride The Lightning di spalla ai Venom ,davanti a noi c'era il povero Cliff Burton eravamo in circa 300 persone È stato uno dei migliori concerti della nostra vita le orecchie ci hanno fischiato per due giorni per la potenza del suono. INDIMENTICABILE!
LAMBRUSCORE
Sabato 19 Gennaio 2013, 7.41.26
3
Anche per me fu un grande anno....io ed altri miei amici ci ubriacammo per la prima volta e se ci arriviamo interi, l'anno prossimo festeggeremo il trentennale, hehe...poi va beh, per la musica, questo era ovvio...
Arrraya
Sabato 19 Gennaio 2013, 4.30.47
2
lux chaos@ d'accordo con te, fu un anno d'oro. Quando si parla di metal anni 80 bisogna fare riferimento a questo periodo. C'era tutto: grandi album e grande fermento, e per parafrasare un racconto di Bukowski...piu giovani di cosi non si poteva.STREPITOSO articolo. Il metal non è morto e non morirà mai, ma quando era giovane era meglio.
lux chaos
Sabato 19 Gennaio 2013, 1.07.06
1
Articolo stupendo come sempre...anche se è difficile scegliere, questo per me è uno dei migliori anni in assoluto del metal: in testa 3 capolavori assoluti, epocali, straordinari: il grande powerslave (il mio primo cd metal comprato, avevo 9 anni, il mio preferito dei Maiden, quando sentii l'attacco di aces high capì che questa sarebbe stata la mia musica per i secoli dei secoli), ride the lighting (forse il mio preferito dei 'tallica anche se tra i primi 4 è una lotta tremenda) e defenders of the faith (insieme a painkiller il mio preferito dei judas, un capolavoro dietro l'altro..)....e poi savatage , metal church, dokken, queensryche...dio mio, che annataaaaaaaaa
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