Privacy Policy
 
IN EVIDENZA
Album

Kansas
The Absence of Presence
Demo

Northern Crown
In a Pallid Shadow
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

07/08/20
SELENSEAS
The Outer Limits

07/08/20
STILLBIRTH
Revive the Throne

07/08/20
SELBST
Relatos De Angustia

07/08/20
EMPEROR
Wrath of the Tyrant (ristampa)

07/08/20
WOR
Prisoners

07/08/20
TEMPLE NIGHTSIDE
Pillars of Damnation

07/08/20
ARCTIC RAIN
The One

07/08/20
DUKES OF THE ORIENT
Freakshow

07/08/20
RAMOS
My Many Sides

07/08/20
BLACK ROSE MAZE
Black Rose Maze

CONCERTI

07/08/20
KORPIKLAANI
MONTELAGO CELTIC FESTIVAL - SERRAVALLE (MC)

07/08/20
SUMMER METAL 2020
LONCA DI CODROIPO (UD)

08/08/20
SUMMER METAL 2020
LONCA DI CODROIPO (UD)

09/08/20
SUMMER METAL 2020
LONCA DI CODROIPO (UD)

11/08/20
BAD RELIGION
FESTIVAL DI RADIO ONDA D'URTO - BRESCIA

12/08/20
BAD RELIGION (SOSPESO)
FESTIVAL DI MAJANO - MAJANO (UD)

19/08/20
PALAYE ROYALE
CIRCOLO MAGNOLIA - SEGRATE (MI)

26/08/20
GRAHAM BONNET & ALCATRAZZ + GIRLSCHOOL + ASOMVEL
FESTA BIKERS - COLOGNO AL SERIO (BG)

27/08/20
WOLFMOTHER + HARDCORE SUPERSTAR (SOSPESO)
PIAZZA DUOMO - PRATO

04/09/20
VAN DER GRAAF GENERATOR
AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA (SALA SINOPOLI) - ROMA

CORREVA L’ANNO - # 17 - 1986
08/02/2013 (5078 letture)
1986, l'anno del metal. L'anno del thrash. L'anno del massimo splendore, il culmine dorato di un'epopea da leggenda. Venti prosperosi soffiano su un pianeta scosso dal dramma di Chernobyl, sempre spaventato dall'ipotesi di una terza guerra mondiale ma, ad ogni modo, molto più a misura d'uomo di quanto non sia oggi. I ritmi non erano insostenibili, i ragazzi preferivano una birra al pub al social network di turno e si conoscevano ai concerti, nelle piazze, all'aria aperta: internet esisteva già, ma la stragrande maggioranza della gente ne ignorava l'esistenza. C'era un clima diverso, un'aria frizzante che si rifletteva nell'ambito musicale; era il tempo della rivalità tra metallari e paninari, con i primi fedelmente ancorati alla loro moda trasandata: jeans strappati, maglietta del gruppo d'ordinanza, capelli lunghi, smanicato infarcito di toppe, catene, spille e quel senso di fratellanza, settarico ed elitario, che il tempo, le mode ed il materialismo avrebbero di lì a poco sotterrato. La straripante messe di masterpieces assoluti coincisa con l'intero decennio va incontro ad un'impennata qualitativa sorprendente, in quel 1986: è in quei dodici mesi che i giganti di sempre ribadiscono la loro supremazia, è in quell'arco temporale che il thrash balza definitivamente all'apice, scoprendo l'affascinante consacrazione dei suoi cosidetti Big Four e spostandosi successivamente verso lidi estremi mai toccati in precedenza, grazie all'operato dei suoi adepti teutonici. Un anno che, da solo, ne vale almeno dieci di quelli recenti, se non di più: a guidare l'intero movimento, neanche a dirlo, i soliti Metallica, poco più che ventenni ma determinati come non mai a ribadire la propria egemonia. Il 1985 era stato un anno intenso, per i Quattro Cavalieri: nessuna release ufficiale, certo, ma tanta attività live, culminata nell'immensa performance di metà agosto al Monsters of Rock di Castle Donington. In un'accozzaglia di variopinti gruppi glam metal, James Hetfield preparò l'assalto furibondo, rivolgendosi con spavalderia al pubblico cotonato: "Se siete venuti qui per vedere spandex, trucco agli occhi e un 'oh, baby' in ogni cazzo di canzone, non è questa la band!" I Metallica fecero piazza pulita, radendo metaforicamente al suolo la platea; a fine show, Hetfield ed alcuni amici si divertirono a creare scompiglio, lanciando sul pubblico il cibo del buffet e sfasciando il camerino. Le performance live della band rasentavano la perfezione e l'eccellenza, nonostante il divertimento e qualche eccesso; alcuni fans iniziarono a chiamarli Alcoholica, prendendo spunto da una t-shirt di uno di loro: una parodia della copertina di Kill'Em All con bottiglia di vodka al posto di sangue e martello; tuttavia nella band maturava anche il talento come compositori di musica toccante e d'effetto: quando i ragazzi entrarono in studio per la realizzazione del terzo full length, era evidente che i brani che stavano componendo erano destinati non solo a portarli ad un ulteriore livello di successo, ma avrebbero cambiato il volto stesso del metal. Il Capodanno del 1986 iniziò proprio su un palco, quello del Civil Center di San Francisco, per la prima volta affiancati dai Megadeth del rivale Mustaine, oltre che da Exodus e Metal Church. Per la produzione del nuovo disco fu scelto ancora Fleming Rasmussen: le nuove canzoni si presentavano spettacolari già in sede live, ma l'uscita dell'album tolse ogni dubbio a quei pochi che ancora non avevano capito il valore dei quattro americani. Master Of Puppets era un album cattedratico, imponente, il raggiungimento della perfezione: era più cupo, quadrato e massiccio del predecessore, più devastante di Kill'Em All; era realista ed intimidatorio, scandito da bordate rapidissime e potenti, corpose nel suono ed intricate dal punto di vista tecnico, ricche di riff taglienti, cambi di tempo, stop'n'go, accelerazioni repentine, assoli al fulmicotone o dalla melodia avvolgente, tempeste di note messe al servizio della forza e del nichilismo, scatenate in impattanti turbinii di emozioni. Era però l'emblema di un thrash epico e solenne, per quanto ancora abrasivo: niente a che vedere col grezzo e stradaiolo stile degli esordi, ma qualcosa di molto più anthemico e solenne. Per molti Master Of Puppets è il disco imprescindibile, il masterpiece per antonomasia, l'alfa e l'omega del genere: la titletrack stessa, Master Of Puppets, viene spesso considerata la canzone metal per eccellenza, la prima che affiora tra i ricordi dell'adolescenza, quella che si fa ascoltare all'amico da catechizzare. Un pezzo epico, maestoso e monumentale che annette al suo interno tutte le peculiarità del disco: potenza, momenti di velocità, parti mid-tempos e stacchi rapidi, riff leggendari, assoli stupefacenti e ripartenze trascinanti; il riff portante è uno dei più belli e celebri di sempre, una scheggia nervosa che innesca un trascinante esercizio di tensione ed epos, con un refrain da pugni al cielo ed una memorabile sezione solista; inizialmente dolce, malinconica ed armoniosa, questa viene successivamente incanalata in una dirompente digressione di energia squillante, nella quale le note colano a fiotti, premiando il grande gusto compositivo dei chitarristi. Da qui il pezzo riprende a pulsare col refrain portante, scagliandosi di fatto contro l'abuso di stupefacenti ma lasciando intravedere doppi sensi relativi alla società, che ci manovra come burattini. Nel corso del disco prevalgono le velocità brucianti, rese inscalfibili da bordate telluriche come l'opener Battery, caratterizzata da un arpeggio introduttivo e dalle successive sventagliate ritmiche; non scherza neppure Disposable Heroes, denuncia degli orrori bellici nonché mazzata vigorosa ricca di sequenze assassine e cambi di tempo repentini. Il culmine dell'aggressione coincide con la spietata Damage Inc, atto di accusa contro il controllo psicofisico: un up tempo dal riffing minaccioso, con assoli stordenti e ritmi schiacciasassi, forse la più violenta e feroce canzone mai composta dai Quattro Cavalieri; che qui si cimentano anche in pachidermici pezzi cadenzati come la lovecraftiana The Thing That Should Not Be o nel crescendo struggente di Welcome Home (Sanitarium), un episodio da pelle d'oca che si apre come malinconica ballata e sfocia in un finale roboante, narrando le sofferenze di un innocente internato in un ospedale psichiatrico; essa rappresenta in metafora le ingiustizie che molti 'innocenti' devono sopportare, in una società corrotta che li etichetta come pazzi. La velocità ed il sound in continuo movimento tipico della band spiccano anche in Leper Messiah, ennesimo attacco ai famigerati predicatori televisivi, mentre la strumentale Orion, capolavoro del bassista Cliff Burton, è semplicemente sontuosa: un concentrato di riff ed intersezioni senza pari, un alternarsi progressivo di emozioni, sensazioni, melodie, con la forza e l'impulsività continuamente controllate ed alternate e sfumature lente e passaggi introspettivi. Poco prima della pubblicazione, Lars Ulrich ebbe modo di spiegarne il segreto: "Siamo stati gli iniziatori del thrash per via della velocità, dell'energia e della sgradevolezza delle nostre canzoni, ma abbiamo sempre guardato oltre certe limitazioni, sentendoci piuttosto come un complesso americano con un approccio europeo al metal. In tutta onestà, sono quasi nauseato dall'atteggiamento espresso da tanti complessi thrash; il loro unico obiettivo è quello di suonare sempre più veloce. Cosa vuole dimostrare tutto ciò? Tutti sono in grado di concentrarsi sulla velocità fine a sé stessa, togliendo però spazio a sottigliezza, abilità, voglia di nuovo". Il batterista danese aggiunse: "I Metallica cercano sempre di migliorare, ed è questo il motivo per cui ora stiamo ricevendo attenzione. In Ride The Lighting abbiamo imparato che si può conservare vigore anche rallentando il passo; ora ci siamo accorti che l'impatto può essere duro anche se la musica è sottile. Stiamo sperimentando atmosfere diverse e cerchiamo di ampliare la nostra base musicale, penso che questo si noterà nel nuovo disco, dove ci concederemo molto respiro e ci permettiamo di andare in qualsiasi direzione scelta. Per certi versi, tutto questo è riconducibile all'investimento di tempo e denaro che ci è stato concesso per registrare Master of Puppets. Quando in studio sei soggetto a meno restrizioni ed eviti la situazione di dover far le cose di fretta perché i soldi sono finiti, allora puoi rilassarti e sperimentare un po’ di più". Il disco è un autentico capolavoro e riflette lo stato di grazia irraggiungibile dei suoi autori: James Hetfield affina e migliora la sua già eccellente precisione ritmica, sferrando i riff migliori di sempre, taglienti come falci ed incisivi quanto basta per entrare nella storia; al microfono e come paroliere è altrettanto convincente, in quanto genera liriche intelligenti e le fa scaturire in travolgenti parti vocali, con ritornelli che appartengono al DNA di ogni appassionato che si rispetti ed anche oggi, a distanza di tanti anni, sono ancora capaci di farci riflettere ed emozionare. Lars Ulrich scatena raffiche ritmiche ancora precise e devastanti, utilizzando con maggior frequenza il doppio pedale, mentre Cliff Burton ne rinforza la prova col suo genio e la sua ponderatezza. Kirk Hammett completa il quadro con assoli curatissimi e mirabolanti, spaziando con semplicità e feeling da assalti fastosi ed epici ad altri più affilati e penetranti, quando non malinconici o passionali.

Senza un solo pezzo che si discostasse dall'eccellenza, i Metallica riscrivono nuovamente la storia, aggiornano e tecnicizzano ulteriormente il genere da loro stessi iniziato, regalando ai posteri otto tracce stellari, praticamente invincibili, senza pari nello scenario contemporaneo ed ancora oggi irraggiungibili, che fanno di Master Of Puppets l'album thrash migliore di sempre, per molti; di sicuro, uno dei più acclamati ed importanti lavori mai prodotti nel settore, reso ancor più memorabile da un artwork di copertina crudo e solenne: un cimitero di guerra, con le croci bianche dei soldati caduti e due enormi mani nel cielo rossastro a muoverne i fili, metafora di come le nostre vite vengano controllate dalla nascita alla morte. A garantire tale successo, oltre al maniacale perfezionismo dei quattro, contribuì non poco la produzione di Flemming Rasmussen, che pur essendo pulita e ricercata lasciava spazio ad un tipico riverbero ottantiano: il danese, assieme ai quattro californiani, lavorò sodo per eliminare ogni minimo errore, levigando i pezzi fino a ripulirli di ogni impurità e rendendoli perfetti. La tecnica di base dei ragazzi era parecchio migliorata, e le strutture semplici degli esordi lasciavano ora spazio a composizioni stratificate molto più variegate e dotate di modulazioni, articolazioni varie e parecchi riff importanti: un processo di crescita che era iniziato con Ride The Lightning e che ora trovava una naturale prosecuzione, venendo ulteriormente affinato ed approfondito. Nonostante l'imponenza del loro nuovo lavoro, i Four Horsemen restavano ragazzi alla mano, come ricorda Gem Howard, che aveva fatto loro da tour manager ai tempi del debut: 'Cliff era diverso da tutti gli altri. Tanto era freddo e pacato fuori, tanto si scatenava una volta sul palcoscenico: giù di testa senza un minuto di tregua, e portava tutti gli altri fuori tempo! Era quello che in scena spiccava di più, anche perché James era diventato un po’ più controllato dopo l'addio di Mustaine. James un tempo era più agitato, perché Mustaine cercava sempre di metterlo in secondo piano, ma con l'arrivo di Kirk erano finite le questioni di ego all'interno del complesso; Hetfield non aveva problemi a lasciare Burton in primo piano. Cliff era anche un tipo che non negava a nessuno una chiacchiera o un bicchiere. James era sempre molto quieto e di pochissime parole; anche Kirk era uno tranquillo, salvo poi bussare alle quattro del mattino per parlare di corde di chitarra e cose del genere! Lars invece parlava, parlava, parlava, un gran chiacchierone, e quasi sempre serio. Voleva conoscere il lato affaristico delle cose, non è certo un tipo che spara cazzate'. Il management della band organizzò un importante tour di supporto al mitico Ozzy Osbourne, verso cui i nostri nutrivano un profondo rispetto reverenziale: ascoltavano in camerino le canzoni dei Black Sabbath ed il Madman, accorgendosene, credeva che lo facessero per provocarlo. Soltanto quando un membro della crew gli spiegò quanto loro fossero devoti di quella band, il vecchio Ozzy comprese la loro umiltà e la loro determinazione per raggiungere certi livelli. Ci si chiedeva come i fans del singer inglese avrebbero accolto i nuovi Messia, molto più duri e aggressivi rispetto al tradizionale heavy britannico, ma la risposta fu entusiasmante: i Metallica avevano preparato un set che ricalcava in gran parte la scaletta dell'album, aperto con la tellurica Battery e proseguito con l'immensa Master Of Puppets, già entrata nel cuore dei fans; la setlist prevedeva molti pezzi da cantare in coro: Seek & Destroy era quello che creava maggior scompiglio tra la folla, incalzato dall'impattante ed epica Creeping Death, da For Whom The Bell Tolls, e dalla cover di Am I Evil?. Non mancava materiale più cerebrale, come Welcome Home, per regalare brividi alle platee. Damage Inc, con la sua violentissima esplosione di rabbia, era piazzata in fondo alla setlist, in modo da salutare i fans con l'ultimo cazzottone nei denti. La band suonò 50 concerti tra il 27 marzo e il 17 giugno: Kansas, Oklahoma, Missouri, Michigan, Illinois, Wisconsin, Indiana, Ohio, Pennsylvania, New York, Mariland, New Jersey, Rhole Island, Connecticut, Massachusettes, North Carolina, Tennessee, Louisiana, Texas New Mexico, Colorado, Utah, Arizona, Iowa, Minnesota, Nebraska, California, Nevada. Il giro d'America si concluse a San Francisco: le masse reagirono con un enorme entusiasmo, sia al materiale nuovo che a quello vecchio. Dopo un tour in nord Europa, la band riprese il tour negli States, anche se con un Hetfield a mezzo servizio: si era rotto il polso facendo skate e si limitò dunque a cantare, lasciando la chitarra a John Marshall dei Metal Church, ex roadie della band, il quale dovette impararsi tutti i pezzi in pochissimo tempo. A fine estate i Metallica tennero dieci date del tour inglese con gli Anthrax al seguito; una delle esibizioni più celebri è quella del 24 settembre all'Hammersmith Odeon di Londra, come ricorda il chitarrista Scott Ian: 'Ci sentivamo parte di qualcosa. La platea era impazzita e avevamo la sensazione che stesse succedendo qualcosa. L'energia era palpabile'. Soprattutto quando James incita la folla a cantare assieme a lui Seek & Destroy, l'inno della band: la follia cerebrale dei metalheads tocca l'apice in quegli attimi di puro delirio. I quattro cavalieri mettono a ferro e fuoco Cardiff, Bradford, Edimburgo, Dublino, Belfast, Manchester, Sheffield, Newcastle, Birmingham, Londra, in una continua esplosione di energia: l'ondata del thrash metal rivela tutta la sua potenza alla Gran Bretagna e all'Europa. Il 20 settembre, a sorpresa, sbuca sul palco Brian Tatler dei Diamond Head, con cui viene suonata Am I Evil, agganciata direttamente a Damage Inc: l'euforia è alle stelle, la tragedia dietro l'angolo. La band ha gran voglia di portare in giro la propria musica e si esibisce prima a Lund, in Svezia, dunque a Oslo, in Norvegia; James è tornato in forma smagliante, al microfono e con la chitarra in mano: Marshall torna a fare il roadie ma si tiene pronto per casi di emergenza. Lo show di Stoccolma è una meraviglia: la band è in stato di grazia, all'apice della sua grandezza, con Hetfield a pieno regime. Cliff Burton suonava ormai a livelli geniali: durante il suo assolo nella capitale svedese improvvisò The Star Spangled Banner, inno nazionale americano, lasciando il pubblico stupefatto. Dopo lo show, la troupe della band si sistemò su due differenti tour bus e partì nottetempo verso la Danimarca; alle 6.30 della mattina di sabato 27 settembre 1986, il veicolo che trasportava la band sbandò pericolosamente e si ribaltò su un fianco, schiantando Cliff Burton, che si era giocato il posto letto con Kirk Hammett, fuori dal finestrino: non ci fu niente da fare. Il bassista rimase schiacciato e perse la vita a soli 24 anni, tra le lacrime di disperazione e le urla di rabbia dei suoi compagni, terrorizzati ed infreddoliti; su tutti un furibondo James Hetfield: 'Vidi l'autobus sopra di lui. Vidi le sue gambe spuntare fuori. Crollai. L'autista, ricordo, stava tentando di dare uno strattone alla coperta posta sotto il suo corpo per usarla per le altre persone. Dissi soltanto 'Non farlo, cazzo'! Volevo uccidere quell'uomo. Non so se fosse ubriaco o se passò sul ghiaccio. Quello che sapevo era che stava guidando e che Cliff non era più in vita'. Ulrich ricorderà in seguito: '’Cliff era dolcissimo. A me e James ha fatto conoscere un nuovo orizzonte musicale fatto di armonie e melodie, una cosa completamente nuova, e ciò ha avuto grosse ripercussioni sul metodo compositivo che abbiamo usato per Master Of Puppets. In pratica il metodo che abbiamo io e James di scrivere i pezzi insieme ha preso forma quando Cliff era nella band, ed era modellato sui suoi spunti. Non voglio sembrare banale, ma il suo spirito è sempre con noi. Ha avuto un peso enorme nel modo in cui abbiamo affrontato le vicissitudini dei primi tempi, sul nostro atteggiamento, sul suono, su tutto, sul modo in cui i Metallica sono venuti fuori, persino dopo averci lasciato'. La band, sconcertata, decise di fermarsi qualche mese e passò la notte in una stanza d'albergo.

Parallelamente alla carriera dei Four Horsemen, si era sempre mossa quella altrettanto sorprendente degli Slayer: un primo disco ancora acerbo, una stratificazione evidente coincidente col secondo e, proprio in quel 1986, la consacrazione definitiva, l'apice assoluto, caratterizzato da uno di quegli album che definire immortali è d'obbligo. Con Reign In Blood ci si imbatteva in un olocausto ritmico senza pari, un'orgia di devastazione mai udita prima: la forza dirompente scatenata dalle spietate bordate di Dave Lombardo, mostruoso con la doppia cassa, e da due chitarre affilate come lame sanguinarie era ribadita con rabbia dalla voce feroce ed urlata di Tom Araya; la coppia d'asce sferrava una sequela micidiale di riff letali e pericolosi, concentrati in pezzi secchi, tutti velocissimi e dalla struttura lineare, eppure sempre vivida e sorprendente: stop'n'go e lancinanti duelli solistici ne incendiavano ogni istante, mentre la band proseguiva incessantemente la sua opera di demolizione piscofisica. La produzione nitida, gelida e asciutta, fu la vera rivoluzione: grazie all'operato di Rick Rubin, gli Slayer realizzarono il primo disco di thrash metal 'pulito', un prodotto praticamente perfetto e privo di sbavature nonostante la disumana violenza che in esso si sprigionava; a stupire oltremodo era anche la durata limitata del platter, costituito da soli ventotto minuti di aggressione continua e sfiancante. I ragazzi della band avevano dichiarato di voler svoltare, rispetto al full length precedente, composto da pezzi articolati, lunghi e ricchi di riff: ora l'intenzione era massacrare senza troppi fronzoli, andando subito al sodo, optando dunque per composizioni brevi e frenetiche, fiammate immediate e senza compromessi, volutamente ideate per mietere quante più vittime possibili in un lasso di tempo relativamente contenuto. Il disco trasudava potenza e malignità ed ancora oggi è indicato come massimo manifesto della crudeltà messa in musica, nonostante col tempo siano stati realizzati lavori ancora più estremi: questo perché Reign In Blood ha aperto nuove porte, ha fatto da apripista proseguendo l'opera di inasprimento che i suoi fautori avevano perseguito con tenace insistenza nel corso delle releases precedenti; un disco ammorbato da un fascino sulfureo, che suona come un assalto combinato di serial killers impazziti: del resto, con un drummer come Lombardo, martellante ma temibilmente chirurgico nella precisione d'esecuzione, non potrebbe essere altrimenti. Ricorderà in seguito Kerry King: 'La gente restava sorpresa dal fatto che si sentisse tutto, e che noi non stessimo soltanto suonando veloce: le note erano tutte a tempo! Era quello di cui avevamo bisogno: prima di allora eravamo felici di avere un suono simile ai Venom o ai Mercyful Fate. Il riverbero fu la prima cosa che Rick Rubin eliminò, e quando sentimmo il mix ci chiedemmo perché non l'avessimo pensato prima. Reign In Blood fu tutta una questione di arrivare al momento giusto, trovare uno come Rubin, tirare fuori una produzione come quella e sbattervela dritto in mezzo agli occhi. Penso che fosse la prima volta che la gente ascoltava musica thrash con una produzione nitida, ed è per questo che Reign In Blood viene considerato uno dei dischi migliori'. Basterebbe l'opener Angel Of Death per farsi un'idea di quanto fosse doloroso imbattersi nella mannaia degli Slayer: un urlo acuminato, un riffato tonante e sanguinario, tempi serratissimi, un martellamento incessante e prepotente, un testo minaccioso e destinato ad attirare critiche e censure, essendo incentrato sulla figura controversa di Josef Mengele, folle medico nazista dedito all'utilizzo di cavie umane per i suoi esperimenti; ma i grossi calibri sono veramente tanti e basta scorrere la tracklist per accorgersene: Piece by Piece o Necrophobic hanno il suono secco di una mazza da baseball che si infrange su crani dilaniati, Jesus Saves -un'invettiva contro le religione organizzate, ritenute appiglio per i deboli- è il brano più articolato, ricco di riff differenti e cambi di modulo, assolutamente travolgente quando esplode in una vorticosa accelerazione dopo un inizio misterioso e cadenzato; si corre a più non posso in Altar of Sacrifice o Criminally Insane, brani avvelenati da un guitarworking spinoso e da vocals concitate ma irresistibili, con un Araya ai massimi storici, ma anche episodi come la psicotica Reborn, Epidemic o Postmortem, un crescendo mirabile che raggiunge un inaudito climax di impeto, sono schegge da knockout, capaci di lacerare corpi e padiglioni auricolari anche a distanza di tanti anni: la prova del singer è ruvida, uno sproloquio vomitato denso di rabbia, fiero ed intimidatorio senza neanche lontanamente cedere alla tecnica del growling, sempre più diffusa.

Addirittura, Araya faceva ancora uso di alcuni acuti o simil-falsetti ereditati dall'heavy metal classico, anche se questi restavano casi sparuti ed isolati: ne abbiamo un esempio proprio in Postmortem, uno dei brani più violenti, nonché un'impressionante performance di Lombardo, il quale attacca senza riserbo e con una prepotente tempesta ritmica da pelle d'oca. Impossibile non menzionare la terribile Raining Blood, una vera raffica di sangue, furia e brutalità, aperta da tuoni e scrosci di pioggia: uno dei riff più celebri ed importanti nella storia della musica dura, impostato su un accordo di quattro note e due triplette, introduce un alone di epica grandguignolesca innescato direttamente tra le truci fiamme infernali; siamo al cospetto di un up-tempo vertiginoso, movimentato in coda da un assolo atonale furibondo che trasporta direttamente nelle nostre case il caos imperversante delle lande sulfuree. Con un ritornello semplice ed urlato allo sfinimento, oltre che un pesantissimo break centrale prima della sfibrante ripartenza finale, la band dimostra di poter radere al suolo ogni ostacolo senza troppi problemi, utilizzando le chitarre di King ed Hanneman come tritacarne. Chris Reifert, che in seguito suonerà nei Death, una volta ha affermato che 'l'intero album è un unico, selvaggio attacco che non lascia tempo di tirare il fiato e non dà tregua neanche per un secondo. Tutto in quel disco spacca: sono pazzesche le chitarre soliste, le linee vocali alla velocità della luce e naturalmente le tracce di batteria, tra le più fantastiche ed implacabili che abbia mai ascoltato. E poi quanti sono gli album di meno di 30 minuti che ti fanno sentire come se fossi sopravvissuto ad un attacco nucleare? Che disco della madonna! Quell'album ridefinì davvero lo standard di quello che si poteva fare nel metal'. L'act californiano aveva partorito un album eterno, dal cuore malvagio ed appestato, che andava a ridefinire l'intero concetto di thrash metal; l'artwork di copertina rappresentava un'altra scena di dannazione, col demonio in forma di caprone bipede seduto su una portantina retta da quattro individui, con le caviglie immerse nel sangue ed i genitali in piena erezione. Sullo sfondo, cadaveri impalati trafitti da lance ed anime dannate munite di corna e mitre da vescovo. Con questo disco, la band attirò le simpatie degli adolescenti e scatenò la morale pubblica, facendo sbroccare -dopo i cattolici- anche coloro i quali la accusavano di neo-nazismo, non accorgendosi che testi come Angel of Death erano soltanto una narrazione dei fatti, una sorta di documentario storico che denunciava quei crimini: lo stesso Hanneman, appassionato di memorabilia della II Guerra Mondiale, aveva letto molto e si era ben documentato prima di incamminarsi in un sentiero così ostico. Il tour promozionale del disco vide gli Overkill come supporto per le date europee, e fu una vera ecatombe: nei concerti degli Slayer il pubblico sembrava impazzire, e si faceva a pezzi reciprocamente, come ricorda il giornalista canadese Martin Popoff: 'La mia impressione di quei concerti è che i loro fans fossero davvero fuori di testa: era la reazione più violenta e selvaggia che avessi mai visto. Dal vivo gli Slayer sono veramente bravi: fanno un gran lavoro per far decollare lo spettacolo, ma ho sempre avuto l'impressione che, considerata la velocità e la complessità della loro musica, siano già impegnatissimi e non possano andare più di tanto fuori di testa. Hanno un frontman che suona anche il basso, per cui non c'è il vantaggio di un cantante con il solo microfono in mano in grado di dare un'ulteriore scossa allo show'. Anche Steffan Chirazi la pensava così: 'In quei tour la band toccò picchi di cattiveria assoluti, e assunse un atteggiamento da "andatevene tutti affanculo" che spinse i loro concerti verso nuovi livelli di violenza fisica ed uditiva. La collera e la violenza erano al tempo stesso scioccanti, perversamente eccitanti, in linea con l'immagine che gli Slayer danno di sé; presi singolarmente sono ragazzi simpatici e posati, ma in gruppo hanno caratteristiche del tutto differenti, a partire da una grande, grande aggressività'. In Europa la band fu affiancata dai Malice, ma screzi interni portarono all'addio di Lombardo, brevemente sostituito da Tony Scaglione per una tournèe con i W.A.S.P. ma presto reintegrato su spinta della moglie; proprio la band di Blackie Lawless fu letteralmente linciata dai fans dei Nostri, da sempre poco gentili con i supporting-act: non a caso, Jeff Hanneman si domanda ancora oggi come i W.A.S.P. avessero potuto maturare l'idea di un tour con gli Slayer, dato che anni prima persino i Metallica erano stati maltrattati dai loro fans.

La scena thrash metal, insomma, stava maturando ed acquisendo connotazioni sempre più professionali, consacrate a pieno regime e non più solo a livello underground. Dopo aver affilato le armi col debut-album, i Megadeth del reietto schizofrenico Dave Mustaine tornarono a farsi sentire con lo strepitoso Peace Sells But Who’s Buying, un abrasivo e trepidante disco di thrash tecnico e composito, costruito su canzoni lunghe ed intricate, capaci di cambiare volto a più ripresa, spesso e volentieri sfumando in crescendo da avvii misteriosi e rallentati ad improvvise ed irresistibili sfuriate ritmiche up-tempos, scandite da riff al vetriolo ed impellenti martellamenti sonori. La release fu prodotta sotto l'egida di una major, la Capital, dopo che i californiani ritennero inadeguato il budget offerto dalla Combat: anche a questo fu dovuto un certo ritardo nella pubblicazione dell'opera. Mustaine era il leader assoluto, un frontman capace di scoccare riff taglienti ed irresistibili, oltre che liriche aspre, impegnate generalmente contro il sistema, la guerra, l'ipocrisia, ma anche costruite attorno ad elementi horror; naturalmente, Mustaine eccelleva anche quando chiamato in azione in fulgidi assoli al fulmicotone, campo nel quale si distingueva il virtuoso Chris Poland, musicista dalle radici jazz. Poland, proprio come Mustaine e gli altri membri della line-up, era particolarmente attratto dal pericolo, che nella fattispecie si chiamava droga: gli eccessi e gli abusi tossici che i quattro americani si concedevano al tempo erano assolutamente devastanti per i loro organismi, nonché frequenti e dissennati; ma, nonostante questo, la truppa rappresentata iconograficamente da Vic Rattlehead restava solida e capace di scrivere pezzi impattanti e memorabili. La voce nasale e dissonante del rosso ribelle di La Mesa sibila appuntita in pezzi dinamici e ricchi di cambi di ritmo, completati da numerosi assoli di chitarra e da un parco-riff veramente importante, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo: sono schegge complesse ma al contempo fortemente espressive, quelle messe a punto dai thrashers californiani, che in quei mesi stavano ulteriormente ridefinendo i confini del genere espandendone la qualità tecnica. L'opener Wake Up Dead e la titletrack, sorretta dal celebre giro di basso di Dave Ellefson, rimangono i brani più celebri, ma al tempo stesso quelli meno irruenti e frenetici: la prima poggia su parecchi riff in successione e ben tre assoli, mentre la seconda gode di un testo ironico e di un ritmo misterioso che cresce in coda; le tracce restanti sono pura follia: uragani esplosivi intrisi di velocità insostenibile e nugoli di sezioni legate tra loro attraverso spettacolari modulazioni strutturali scandite in corsa. The Conjuring, ad esempio, è una continua e febbrile alternanza di atmosfere tetre e ripetuti inasprimenti sonori: si delinea circospetta nei minuti iniziali, arricchita da una morbida sezione solista, prima di accendersi drasticamente con accelerazioni concitate ed in una coda finale dinamitarda, esibendo anche un mirabile attacco frontale delle chitarre gemelle; Devil’s Islands è un classico esempio di thrash targato Megadeth, con un paio di buoni assoli, una robustissima sezione ritmica e un andamento affilato e strafottente; autentiche rasoiate, tra le più devastanti mai concepite da Mustaine e soci sono Good Mourning/Black Friday, Bad Omen e My Last Words; la prima si apre come truce ballata acustica prima di dirompere in un'ondata tagliente e rapidissima, resa trepidante da una valida serie di riff killer; Bad Omen, simile alla precedente per struttura, si prolunga in un'ampia sfaccettatura iniziale dai tratti contenuti, prima di innescare un turbine sfrontato di adrenalina e tensione a velocità forsennata, nel quale riff dirompenti ed assoli al fumicotone spadroneggiano rendendo naturale l'headbanging. L'energia e la tensione restano sempre a mille e la regola non viene meno con My Last Words, un classico e spigoloso pezzo thrash, teso come una corda, simile nel riffing alle prime cose dei Metallica, non a caso; il disco contiene anche una cover di I Ain’t Superstitious, brano di Willie Dixon (1963) reso in versione thrash per proseguire la tradizione iniziata sul debut con il 'gentile' omaggio a Nancy Sinatra. Stacchi ed evoluzioni rendono questo full length una delle migliori produzioni del moniker californiano, che pur non esasperando oltremodo i tecnicismi rimane su livelli considerevoli. Mustaine ne conserva un grande ricordo: 'Il secondo disco dei Megadeth alzò il livello in maniera considerevole; i brani erano migliori, c'era più tecnica, la produzione era più raffinata. Penso che il disco si difenda bene anche oggi: è rude, potente, ne vado fiero. Mi piace ancora la copertina, che saltò fuori durante una chiacchierata a pranzo in un ristorante specializzato in carne alla griglia a New York, di fronte alle Nazioni Unite. Io, Junior (Ellefson, ndr) ed il nostro agente cominciammo a macinare idee, e a fine pasto ce ne uscimmo con l'ipotesi di Vic che se ne stava dinanzi all'ONU, subito dopo un olocausto nucleare, a cercare di vendere la proprietà, insieme ad un messaggio. Divenne la raffigurazione per eccellenza di Peace Sells'. Il chitarrista afferma che la formazione era molto affiatata ed aveva maturato un importante spirito di corpo, anche se la droga continuava a minarne gli equilibri: bisognava sorvolare sulle stronzate che ognuno combinava, per il bene comune. In particolare, Poland era ridotto in condizioni spesso pietose, piegato dagli stupefacenti, ma i compagni lo consideravano uno dei migliori e pur di far sì che egli continuasse a suonare erano disposti a perdonargli litigi e bugie. Poland e Samuelson erano a malapena appassionati di heavy metal: erano jazzisti cinici, che nei Megadeth vedevano solo uno strumento per sfuggire all'oblio, alla povertà, e procurarsi la droga; il cuore della band pulsava dunque in Mustaine ed Ellefson, che ne erano i leader. Questo portò anche diversi contrasti sulla spartizione degli introiti.

La prepotente ascesa del thrash metal, tuttavia, non aveva certo tolto di mezzo i giganti dell'heavy metal classico, se è vero come è vero che gli Iron Maiden sfornarono in quei mesi l'ennesimo masterpiece: Somewhere In Time. Era un disco eccellente, sulla scia dei predecessori, caratterizzato dal solito stupefacente coefficiente melodico, dai riff armonizzati classici della coppia Smith-Murray e dai loro fluenti assoli di chitarra, avvolgenti tempeste di note che ben venivano sorrette dalle galoppate di Steve Harris e dalle maestose e teatrali performance vocali di Bruce Dickinson; la band introdusse anche una piccola novità, che fece storcere qualche naso: la presenza dei sintetizzatori, che non erano delle tastiere -come spesso viene erroneamente inteso- bensì dei ritrovati tecnologici che permettevano agli strumenti tradizionali di suonare, dove necessario, come tastiere; nulla di così drastico o ineccepibile, dunque. Gli arrangiamenti rimanevano eccellenti, le melodie ricercatissime, i cori grandiosi: erano irresistibili cavalcate come Caught Somewhere In Time, fitta di incastri armonici e di riff differenti, il singolo Wasted Years -col suo riffato inconfondibile e l'incedere misterioso, elegante e nostalgico, ad anticipare la consueta cascata di note caldissime in fase di assolo- o la frizzante Deja Vu, col suo mood quasi speed metal, anche se una menzione di rilievo merita Alexander The Great, una suite magniloquente nella quale un eroico Dickinson narrava nel dettaglio cronologico le mitiche imprese di Alessandro Magno. L'apertura è affidata ad una serie di riff regali e maestosi, i quali sembrano creare l'atmosfera per l'arrivo del condottiero presso le sue truppe devote: il pezzo si delinea poi in un andamento più ritmato e sfocia in un chorus epicissimo e da brividi; la parte centrale poggia su una sezione strumentale progressiva e dalle diverse sfaccettature: inizialmente è trainata da melodie di chitarra quasi rilassate, presto interrotte da uno scorcio evocativo ed intimidatorio, sul quale si apre uno degli assoli più belli mai concepiti dai Maestri Britannici, una melodia onirica avvolgente, letteralmente capace di trascinare l'ascoltatore in un altro luogo, a ritroso nel tempo, cavalcando tra le epoche, i secoli, la memoria ed i ricordi. L'assolo si prolunga lasciando sgorgare emozioni liquide ed indescrivibili, prima di ricollegarsi alla voce di Bruce, più dinamica rispetto alle strofe precedenti: si convoglia al gran finale, dopo quasi nove minuti di intensità e classe sopraffina. La Vergine di Ferro era dunque ancora in forma strepitosa, sempre spettacolare nelle esibizioni live e altamente impattante, dal punto di vista meramente visivo, quando bardata nei consueti spandex colorati o, nel caso di Dickinson, ornata di giubbe di pelle, catene e bracciali borchiati. In realtà, proprio in questo periodo era possibile imbattersi in un Bruce altrettanto variopinto nella scelta dei costumi -foto dell'epoca lo ritraggono con tutine giallo canarino o altri completi elastici e dai colori sgargianti- anche se lo standard classico non veniva certo accantonato. Il risultato del lavoro in studio fu esaltato a più riprese da Steve Harris, che era più contento di questa release che del tanto decantato Powerslave: 'I brani di quest'album sono molto più elaborati delle nostre composizioni passate, abbiamo avuto più tempo per dedicarci alla stesura e all'arrangiamento dei pezzi, e questo si sente. La tecnologia usata per incidere l'album é di tutta avanguardia, e coloro che hanno la fortuna di possedere un lettore CD potranno apprezzare appieno la qualità del lavoro. La mia composizione più ambiziosa è stata Alexander the Great, una storia basata su dei fatti reali. Sono molto orgoglioso di questo brano'. La conferma arrivava anche da Dave Murray: 'Abbiamo avuto parecchio tempo per preparare questo disco e non vedevamo l'ora di entrare in studio e lavorare sui pezzi, mentre di solito quando si entra in studio alla fine di un tour non si é molto motivati. Abbiamo ottenuto degli ottimi risultati e siamo fieri di questo disco tanto quanto lo siamo dei precedenti. In passato ci sono stati alcuni brani di cui non eravamo entusiasti, ma su Somewhere In Time tutto é perfetto e non ho rimpianti'. Stupenda era anche la copertina, ricchissima di dettagli, la quale ritraeva un Eddie-cyborg calato nei panni di un killer in una curatissima città del futuro: un disegno a dir poco stupendo, per il quale Derek Riggs aveva pensato un sacco di citazioni, curiosità e chicche nascoste. Il tour di supporto, ribattezzato Somewhere On Tour, partì da Belgrado, Jugoslavia, e proseguì in Austria, Ungheria e Polonia prima di una lunga leg inglese tra ottobre e novembre; la band si è anche esibita in uno show pomeridiano all'Hammersmith Odeon, organizzato per sensibilizzare la gente contro le crudeltà sui minori; la data di Helsiniki del 12 novembre riportò la band in Europa, con gli W.A.S.P. a fungere da supporto. In Svizzera il concerto fu trasmesso da una radio locale, dopodiché la band suonò anche a Torino, Milano, Firenze e Napoli. Il palco era dotato di una scenografia al solito spettacolare, con diverse incarnazioni dell'Eddie-cyborg a scorazzare sugli assi; lungo il corso del 1987, l'act inglese proseguirà la tournèe prima negli Stati Uniti e poi in Giappone, con un'ottantina di date complessive ed ulteriore concerto londinese realizzato per raccogliere fondi contro la distrofia muscolare. Non se la passavano molto bene, invece, i decani Judas Priest, al primo vero scivolone della loro carriera, lunga e nobilissima: il nuovo disco, Turbo, era un clamoroso flirt con il crescente fenomeno glam metal, tanto nei variopinti e cotonati look di scena quanto nelle sonorità, intrise ed insozzate, secondo l'ottica dei puristi, da melodie ammiccanti e tastiere invasive. Sacrilegio: i Defenders per eccellenza smettevano le borchie e strizzavano l'occhio a MTV. Come un Prete che stupra la creatura da lui stesso educata e fino a quel momento protetta da ogni sorta di decadenza, i bikers di Birmingham provocarono non pochi soffi al cuore dei fans, rilasciando un prodotto scialbo, privo di energia ed epica, zuccheroso e zeppo di melodie catchy: le canzoni erano tutte effettivamente ruffiane, e la sola Turbo Lover meritava un giudizio appena più consistente, pur senza avvicinarsi ai classici cavalli di battaglia dell'act inglese. Il disastro era stato annunciato, se è vero come è vero che prima della pubblicazione Glenn Tipton aveva rilasciato dichiarazioni inquietanti ('Guardiamo con curiosità a gruppi come i Motley Crue'); come detto, anche le sessioni fotografiche e gli abiti di scena vennero modificati, con la cara vecchia pelle nera abbandonata a vantaggio di costumi personalizzati e coloratissimi, come testimoniato da Halford: 'Se non altro eravamo tutti d'accordo che fosse ora di cambiare un po’. Nulla di troppo drastico, solo un po’ di colore: ci sentiamo tutti a nostro agio nei nuovi vestiti'. In tour, i Priest vennero affiancati tra gli altri da Dokken e Bon Jovi, una conferma palese della svolta pop-metal coincisa con quell'annata; Turbo era il primo disco registrato completamente in digitale e prevedeva un copioso utilizzo dei guitar-synth al fine di ammorbidirne tratti e spigolature. A conti fatti, vi erano composizioni discrete ed orecchiabili, che fanno di esso un album curioso, particolare, ma al tempo stesso delineano un valore complessivo esiguo rispetto ai masterpieces del recente passato. Qualcuno, fu inevitabile, iniziò a definirli bolliti.

L'epica e la melodia evocativa dell'heavy classico era lontana da ogni idea di declino; nuove leve erano infatti attive per promulgare e rinnovare il Verbo originario, e -mentre i Manowar si presero un ulteriore anno lontano dagli studios- i Virgin Steele tornarono più forti che mai a far vibrare la propria classe, con il loro terzo full length: Noble Savage era un capolavoro magistrale di epic metal, un disco in cui la band newyorkese si presentava in forma smagliante; il rinnovamento della line-up dopo i dissidi con Jack Starr portarono nelle mani del singer David DeFeis e del chitarrista Edward Pursino il pieno controllo del gruppo, che ne beneficiò e non poco. DeFeis è autore di una performance sontuosa, attivo in vocals epiche e romantiche nella più nobile accezione del termine, mentre Pursino, eccellente, imbastisce strutture avvincenti ed ineccepibili nei fondamentali, rinvigorite da riff sinistri e gloriosi, oltre che da assoli di chitarra stupendi nella loro fluida definizione. Pezzi come la trascinante opener We Rule The Night, uno dei più conosciuti esempi di metal ottantiano, la misteriosa Thy Kingdom Come (che spazia da riff minacciosi ad oniriche aperture melodiche) o la serrata Fight Tooth And Nail, riffery speed e refrain da pugni al cielo, erano solo alcune gemme di una tracklist memorabile. Gli highlights proseguivano con la sublime e struggente Don't Close Your Eyes, una ballata che miscelava candida malinconia ad un velo rasserenante di aulica positività, e si concludevano con la battagliera ed eroica Angel Of Light, con un DeFeis sugli scudi; una citazione speciale la merita la titletrack, un brano da brividi che incede tra pathos, atmosfere oscure ed un crescendo vocale talmente enfatico da suonare commovente: un chorus che cattura l'ascoltatore, lo prende per il cuore e lo trascina esaltandolo attraverso il successivo riff, semplice ma stupendo ed affilato, come del resto l'assolo di chitarra che sgorga dalle sei corde di Pursino. Ricorderà in seguito DeFeis: 'Personalmente metterei mano praticamente ovunque sui nostri primi disci, dalla produzione al missaggio, dalle song agli arrangiamenti, eppure 'Virgin Steele', 'Guardian of the Flame' e soprattutto 'Noble Savage' vengono ritenuti, sia dalla critica che dai nostri fans, degli autentici capolavori. Mi sono dunque convinto che spesso l'istinto ha la meglio sulla ragione, perché quelli furono dischi fatti veramente col cuore e con l'anima più che con adeguati mezzi economici e tecnici'. Il disco fu promosso con una serie di date assieme ai mitici Manowar, i cui intransigenti fedelissimi furono rapiti dalla classe e dall'epos dei Virgin Steele; il tour fu un vero successo, e con i prodi guerrieri capitanati da Joy DeMaio nacque una profonda amicizia, come testimoniato ancora da DeFeis: 'I Manowar sono una grande band, composta da persone squisite; con loro condividiamo dei gran bei ricordi, perché nei primi tempi abbiamo suonato molte date assieme, divertendoci come dei pazzi. Noi e loro eravamo visti come qualcosa di nuovo, una sorta di NWOBHM esportata in America ma con un approccio decisamente più epico, quasi sinfonico oserei dire. La nostra è una sincera amicizia che dura ormai da anni'. A proposito di acciaio epico, i floridiani Savatage confezionavano il loro disco meno convincente in assoluto, Fight for the Rock, che piacque poco ai fans tradizionalisti a causa di evidenti tendenze easy-listening, probabilmente imposte dalla stessa Atlantic Records: un passo falso che comunque scontentò tutti, band per prima; discorso opposto per i trionfanti Manilla Road, che rilasciavano un capolavoro come The Deluge, un prodotto destinato a ribadire l'ispirazione di questi barbari contemporanei. In esso, la formazione americana raffinava la propria tecnica ed evolveva le proprie composizioni, dando loro un aspetto più tecnico ed elaborato che in passato; la potenza delle chitarre restava, ad ogni modo, vigorosa e teatrale come non mai, soddisfacendo tutti gli appassionati di metal ed epos. La restante scena metallica era caratterizzata da ulteriori uscite molto significative, anche se dedite per lo più ad un forte utilizzo della melodia; i Queensryche pubblicarono il loro secondo full length, il più maturo Rage for Order, più pulito nella produzione e nei suoni: pur ancorandosi ancora all'heavy classico, la band di Seattle stava già raffinando la propria proposta, componendo pezzi dai chiari tratti progressivi, sia nelle strutture che nelle atmosfere, definibili epiche e oniriche. Inoltre, fu adottato un look innovativo, tendente a quello del glam metal: un accostamento curioso, visto che musicalmente i 'Ryche erano tutt'altro che accostabili alla scena losangelina. Anche i Fates Warning promuovevano un sound più raffinato, convogliando in Awaken the Guardian i loro ulteriori passi evolutivi; il guru del metal europeo King Diamond dava il via al suo progetto solista col metal melodico, gotico e tecnico di Fatal Portrait, affiancando le sue vocals in falsetto al chitarrismo virtuoso di Andy LaRoque, mentre l'intramontabile Ozzy Osbourne proseguì sull'ottima scia dei suoi tre dischi solisti col nuovo The Ultimate Sin, un lavoro solido e melodico che coniugava buoni riff a irresistibili refrain vocali dal sapore radiofonico. Dovettero invece venire a compromessi i decani Black Sabbath, che si videro obbligati dalla label a pubblicare sotto lo storico moniker il non eccezionale Seventh Star, inizialmente concepito come disco solista di Tony Iommi. I giapponesi Loudness confermarono la loro scelta di puntare prevalentemente al mercato americano, ed in Lightning Strikes affiorarono linee guida stilistiche più simili al music-business occidentale che a quello originario nipponico; i gloriosi Accept pubblicarono l'ultimo grande disco con Udo, il roccioso Roussian Roulette e si separarono consensualmente. Da segnalare il primo full length dei tedeschi Rage (ex Avenger), Reign of Fear, potente e acuto assaggio di velocità martellante: gli uomini di Peter Wagner vestivano ancora i panni dei thrashers, anche nel look, e soltanto in seguito avrebbero affinato e lasciato emergere il proprio spirito heavy/power.

Per comprendere appieno quel 1986, tuttavia, è necessario tornare ad occuparci della scena thrash, troppo fervida per essere accantonata o trattata parzialmente. Mentre gli iniziatori dello stile americano progredivano verso sentieri sempre più professionali ed accurati dal punto di vista tecnico, in Germania il genere dirompeva verso lidi più che estremi, assumendo connotati brutali che lo facevano avvicinare a quello che in seguito sarebbe stato ridefinito death metal; le lancinanti bordate veloci della cosiddetta Triade trovarono l'apice massimo nel secondo lavoro dei Kreator, killers di Essen che nel debut Endles Pain avevano già dimostrato di poter fare parecchio male con i loro furibondi assalti ritmici; eppure, il nuovo Pleasure To Kill era ancora più efferato ed estremo, una caotica orgia di veemenza nella quale i concitati e taglienti riff di Mille Petrozza andavano a maciullare senza riserbo i padiglioni auricolari dell'ascoltatore, già massacrati dalle insensate e dissennate sfuriate ritmiche di Jurgen Reil; i due giovani thrashers teutonici si spartivano anche il ruolo di cantante, così che l'italo-tedesco andava ad interpretare la mostruosa Rippin Corpse, uno dei brani più violenti mai composti dall'act europeo, la feroce e leggendaria titletrack, la devastante The Pestilence, con il suo comparto nutrito di riff letali, o la marcescente Under The Guillotine, efferato esercizio di forza bruta senza ordine strutturale, mentre il drummer dava voce alla serrata e concitata Death Is Your Saviour, al trascinante treno in corsa di Command of The Blade, con le sue debordanti ripartenze e alla lunga Riot of Violence; questa era un primordiale tentativo di creare una composizione più articolata, formata da repentine accelerazioni e differenti sezioni, cucite tra sé attraverso riff spartani e assoli atonali. A proposito degli assoli, i Kreator ne fanno quasi un marchio di fabbrica: più che assoli veri e propri, sono stupri sonori alla velocità della luce, dissonanti sproloqui di ira convogliati in musica, con le sei corde che diventano mitragliatrici di note incandescenti e cancerogene. La tecnica non era certo una priorità per il terzetto tedesco, che assemblava riff scarnificanti e sassaiole ritmiche sfibranti, dando l'idea di un gruppo di indemoniati che suonava direttamente tra le fiamme infernali: le vocals, strozzate e graffiate, parlavano di violenza, demoni vendicatori, terribili pestilenze e torture orripilanti, in piena linea con l'immaginario sanguinolento tipico del thrash adolescenziale. Attraverso quel disco venne ridefinito il concetto di 'estremo'; questo lavoro apriva nuovi scenari, e spingeva oltre ogni limite il confine della velocità, della violenza; il suo predecessore era più lineare nelle strutture, per quanto ancora molto acerbo e basico nella tecnica, mentre Pleasure To Kill era del tutto figlio del caos, con canzoni imbastite attorno ad improvvise, continue e inspiegabili ventate di veleno. Erano accozzaglie di fervore assassino, deliberati assalti frontali a folle velocità, tremebonde sfuriate da headbanging capaci da sole di dare forma e suono ai sentimenti più truci ed inconfessabili: è eccezionale pensare che tale trasposizione sia stata compiuta da tre ragazzi poco più che adolescenti, capaci con la loro rabbia giovanile di rivoluzionare ed estremizzare un movimento già di per sé molto aggressivo. Memorabile anche la copertina, caratterizzata da colori sgargianti, rosso fuoco, e da un poderoso demone -il Kreator, appunto- intento a prevaricare, da solo, una legione di scheletri armati di asce. Mille Petrozza, per quanto giovanissimo, era già sicuro di sé, ed in un'intervista dell'epoca profetizzava un ruolo sempre più importante per il proprio settore musicale: 'Siamo soddisfatti di Pleasure To Kill, anche se penso che in certe parti abbiamo suonato in maniera fin troppo veloce e caotica; qualcuno dice che la nostra musica è priva di talento? Se l'avesse detto qualcuno capace di suonare meglio di me l'avrei accettato, ma se a dirlo è qualcuno che neanche suona non vale la pena arrabbiarsi. Ci sforziamo di inserire idee originali nei nostri riff, e credo che in ogni caso suoniamo cose più complicate di band come i Motley Crue, che giocano tutto sulla loro immagine; credo che il thrash metal sostituirà le grandi band classiche come i Motorhead, a dispetto di quello stupido pop-metal che oggi vogliono propinarci: quelle band suonano canzoni molto semplici, e non è quello che i fans dell'heavy metal vogliono ascoltare. Noi siamo ancora giovani e cerchiamo sempre di migliorare, non ce ne frega un cazzo delle critiche ; i dati di vendita sono positivi, e questo significa che a qualcuno in fondo piaciamo'. Erano ancora più sulfurei e grezzi i Sodom, che un anno prima avevano visto la casa discografica interrompere le registrazioni del debut In the Sign of Evil a causa dell'incapacità cronica di suonare a tempo: quel disco fu rilasciato come EP, e l'esordio vero e proprio coincise dunque con Obsessed By Cruelty, una martellante ripetizione di virulente mazzate nei denti perpetuate da Tom Angelripper e dai suoi scagnozzi: un modo verace per sfogare la frustrazione della middle-class che nel bacino della Ruhr viveva ancora de lavoro nelle miniere. Le loro canzoni erano sfuriate scriteriate, rozze, picchianti esercizi di foga applicati a riff semplici, crudi, spogli e nervosi; la voce era un rigurgito cupo che si rifaceva alla tradizione venomiana: pezzi come Equinox, Deathlike Silence e Witchhammer crearono autentico scompiglio tra chi si prodigava di classificarli sotto la voce black metal e chi invece sbandierava l'etichetta del death, senza accorgersi che in realtà si stava parlando solo di thrash minimale. Appena più curate erano le strutture dei Destruction, che raggiungevano il loro apice assoluto nell'acido Eternal Devastation, manifesto anticristiano che si incendiava attraverso chitarre ruvide e veloci come rasoi, un ronzio distorto che sembrava voler fare poltiglia dei padiglioni auricolari dei presenti: la voce acuta e dissonante di Mark Schmier rendeva irresistibili brani come Curse the Gods, Life Without Sense, United By Hatred o Upcoming Devastation, assalti congiunti di riff perforanti, velenosissimi, tritaossa ed accelerazioni sconvolgenti. La band supportò il platter con un tour tedesco, dopo il quale Thomas Sandmann, il batterista, preferì abbandonare l'attività musicale per dedicarsi ad una carriera da poliziotto, stanco delle frenesie.

L'immenso esercito di seguaci che si era arruolato tra le fila del thrash metal comprendeva ogni sorta di diramazione; i Dark Angel, trascinati dal drumworking tellurico di Gene Hoglan, rilasciarono il brutale Darkness Descends, i Flotsam And Jetsam del bassista Jason Newsted stupirono tutti con lo sferzante Doomsday For The Deceiver (vocals al vetriolo e corse a perdifiato, ipervitaminiche), mentre i Tankard andarono a infoltire la pletora del thrash tedesco col loro minimale Zombie Attack; i Metal Church diedero seguito al capolavoro omonimo rilasciando The Dark, i Nuclear Assault ibridavano thrash e hardcore punk nel debut Game Over ed i Voivod rimanevano ancora piuttosto spigolosi nel loro secondo studio-album, Rrröööaaarrr. In Inghilterra le label continuavano a battere cassa, con lo scopo di cavalcare l'onda e scoprire qualche fenomeno locale: gli Onslaught erano sempre sugli scudi, e in The Force migliorarono la loro proposta con un sound più maturo e validi inserti melodici al fianco delle consuete sfuriate all'arma bianca. Fece parecchio rumore, in ambito underground, l'uscita di Morbid Visions, primo full length dei brasiliani Sepultura: un bordello di forza bruta, primitiva e tribale senza pari, registrato in maniera rozza e suonato quasi percuotendo gli strumenti sul muro. I Possessed tornarono sulle scene con il più thrashy e levigato Beyond the Gates, un prodotto che metteva in luce le qualità esecutive degli uomini capitanati da Jeff Becerra, che col precedente Seven Churches avevano gettato alcune importanti basi per la definizione del death metal; aria di rinascita si respirava in casa Motorhead: Orgasmatron riportava la band di Lemmy ai livelli eccellenti degli esordi. Pur trainato da una titletrack (splendida) cadenzata e densa di groove, il disco recuperava l'antica potenza e le velocità più irrefrenabili del gruppo britannico, anche se era meno grezzo nella produzione. Si faceva sempre più rispettabile ed interessante lo scenario doom metal: i Saint Vitus se ne uscirono con un must come Born Too Late, nel quale dilatavano oltre ogni misura la loro musica funerea, mentre il vero colpo fu quello dei Candlemass, una band svedese che attingeva a piene mani dalla tradizionale attitudine sabbathiana e spingeva le proprie sonorità in anfratti sonori bui e pachidermici; il loro Epicus Doomicus Metallicus era un potente ed opprimente concentrato di atmosfere sofferenti e decadenti, sostenuto da ritmiche maciullanti e riff cadenzati, oltre che dalla voce straziata di Johan Längquist; i riff monolitici davano l'idea di uno spettro truculento che si aggirava irrequieto tra gelide pietre tombali, mentre gli assoli sembravano grondare sangue da quanto erano accorati e contorti attorno ad una matrice desolante e raccapricciante. Sei tracce lunghe e trascinate, quarantatre minuti di scoraggiante follia psicotica, un pugno di slow-tempo profondi, mistici e deprimenti: la trasposizione materiale della solitudine e del disagio, la fotografia dell'inquietudine, l'immagine dell'angoscia. Fervente era anche il movimento glam: gli Europe spopolavano nelle charts con The Final Countdown, i truccatissimi Poison ed i loro dirimpettai Cinderella uscivano con i rispettivi debut album Look What the Cat Dragged In e Night Songs, mentre i cristiani Stryper, nelle celebri tenute a strisce giallonere, continuavano a dispensare bibbie tra la folla finché promuovevano il loro To Hell with the Devil. I bellocci Bon Jovi, infine, mietevano consensi facili e popolari con l'hard rock passionale e mainstream di Slippery When Wet, trascinato dall'inno generazionale Livin' on a Prayer o dall'altro singolone Wanted Dead or Alive, oltre che dal faccino pulito da sciupafemmine del singer, Jon Bon Jovi. Al di là delle mode commericiali e delle innumerevoli frazionamenti inter-settoriali, tuttavia, il 1986 rimarrà per sempre l'anno del thrash, l'anno del metal: un lasso temporaneo relativamente breve, che però lasciò segni tangibili ed indelebili.



lisablack
Sabato 10 Dicembre 2016, 17.53.16
54
Dimenticavo..Ciao Rik!
lisablack
Sabato 10 Dicembre 2016, 17.52.33
53
Uno degli anni più belli della storia del Metal..l'anno del Thrash, senza dubbio..inutile ripetere quali sono i capolavori venuti alla luce in quell'anno magico, parlando di musica, l'unica grande tristezza fu la fine di Cliff, davvero orribile. Per la mia famiglia fu un'anno molto difficile e nefasto, non dimentichiamoci che nel cielo passò la cometa di Halley, e quella è sinonimo di sventura...ehehehe
Mulo
Sabato 10 Dicembre 2016, 17.52.29
52
Quell'anno è stato il punto di rottura,nel senso che il thrash e i parrucconi glam si sono imposti spazzando via tutto e tutti (i vecchi idoli britannici furono rimpiazzati dai cosidetti "big 4")e da li hanno dominato la scena x almeno un 6 anni buoni.......Non si erano mai viste così tante uscite di qualità concentrate in un solo anno (forse solo '80 e '83 ci vanno vicino)e purtroppo non si vedranno in futuro (nonstante annate eccellenti almeno fino al '92-'93).Anno incredibile!!!
rik bay area thrash
Sabato 10 Dicembre 2016, 13.52.08
51
Come già ampiamente ribadito lungo tutto lo svolgersi dell' articolo, il 1986 resterà negli annali come l' anno del thrash fondamentalmente ma come ben evidenziato dal redattore anche di altri album e band che esulano dal concetto di thrash. Per chi ha vissuto in diretta quell' anno ( e anche gli 80) beh che dire? Diciamo che a posteriori ci si è resi conto di aver vissuto un periodo storico, musicalmente parlando. (Imho). Certo le uscite si succedevano continuamente e senza sosta e si era talmente presi dall' entusiasmo che non ti faceva pensare. Si aspettava con trepidazione l'uscita dei magazine per andare a scoprire nuove band e nuovi dischi. Adesso c'è internet, tutto più facile. Ma quei momenti nel quale ti imbattevi nella nuova sensazione 'thrash' sono indimenticabili. Scartabellare le nuove uscite discografiche dal proprio dischivendolo di fiducia resterà un ricordo bellissimo. Siamo nel 2016 ma quei momenti quei dischi quei gruppi sono ancora parte di noi. (Imho).
Argo
Sabato 10 Dicembre 2016, 9.51.40
50
Che anno! Cristina d'Avena era al top con le sue canzoni, usciva pure il telefilm Love me Licia, in tv c'era robottoni ovunque e cartoni che erano la quintessenza degli anni 80... il 1986 è l'ANNO definitivo degli anni 80. Per non parlare dei videogame che cominciavano a farsi strada... io quell'anno lo ricordo così. Certo poi, per il metal è uscita tanta bella robetta...
MetallaroRosso
Venerdì 9 Dicembre 2016, 22.42.47
49
che anno!, slayer,dark angel, possessed,kreator e sodom i migliori gruppi thrash dell'anno, comunque io concordo con mille sui motley crue secondo me dovrebbero sciogliersi e lasciare spazio al metal serio.
Francesco
Mercoledì 25 Settembre 2013, 23.03.13
48
Mille Petrozza sbaglia a parlare male dei Motley Crue (non è affatto vero che basano tutto sulla loro immagine, questo è un pregiudizio da abbattere). Inoltre 'pop metal' è un termine che non esiste, il termine esatto per descrivere i Motley Crue e altri gruppi dello stesso genere è glam metal.
Francesco
Venerdì 6 Settembre 2013, 21.44.13
47
Basta parlare male di Turbo. E' vero che i Judas Priest hanno cambiato stile rispetto agli album precedenti (infatti Turbo è un disco glam metal) ma non per questo va criticato.
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 29 Maggio 2013, 14.18.17
46
Articolo mostruoso, come al solito. Complimenti.
Matteo Cagnola
Domenica 10 Febbraio 2013, 21.58.32
45
Che anno con i Celtic Frost mi pare con "To mega therion" gli italiani Necrodeath, Schizo, Bulldozer, poi gli U.S.A. con Morbid Angel (mi ricordo una recensione su "Metal Caos"), Whiplash, Possessed, Nasty Savage, e tanti altri. Poi il thrash e speed dalla germania con Assassin, Grave Digger, Living Death, Holy Moses, Running Wild, e naturalmente Sodom+Kreator+Destruction. Le fanzine e il programma di Radio Peter Flowers "linea rock" con Marco Garavelli, che tempi .
daveg68
Domenica 10 Febbraio 2013, 20.38.08
44
Che anno fantastico, vissuto in prima persona, oltre ai già citati QUEENSRYCHE, FATES WARNING E METAL CHURCH, ricordo anche HEIR APPARENT - graceful inheritance OMEN - the curse FIFTH ANGEL - debut CRIMSON GLORY - debut e tanti tanti altri.....
Frenk
Domenica 10 Febbraio 2013, 19.37.24
43
E aggiungerei nella sterminata lista di album thrash di quell'anno "Possessed By Fire" degli Exumer, autentica pietra miliare del thrash teutonico!
Arrraya
Sabato 9 Febbraio 2013, 0.52.05
42
il problema di questo decennio invece non è certo la mancanza di ottime band, ma proprio il salto estremo tra il buco sotto citato e la bulimica incetta di band grazie ad internet, che personalmente ha contribuito a livello personale di andare a trovare ottime proposte ma con estremo caos da cui è difficile raccapezzarsi. credo che questo decennio verrà riscoperto nel 2030, quando le cose si saranno scremate. Ma nessuno tocchi gli anni 80 e la prima metà dei '90
Arrraya
Sabato 9 Febbraio 2013, 0.47.47
41
i '90 son stati anni belli almeno fino al 95/96, il cosiddetto grunge (che io chiamo semplicemente rock) è stato un bellissimo perodo fecondo, ok, non era metal in senso stretto ma era Rock come Dio comanda, dopo è vero, anche per me il numetal è stato il periodo piu nero (primi due album dei Korn a parte). il buco nero è durato almeno un cinque anni, guarda caso il periodo in cui non compravo piu i giornali (sempre piu costosi) ed internet non era ancora alla portata della maggioranza. Sarà pure una considerazione soggettiva...ma mica tanto.
Raven
Venerdì 8 Febbraio 2013, 21.56.49
40
e scommetto che nessuno dei due sapeva cosa lo attendeva ad ogni modo siamo ancora qui a leggere pezzi come questo
jek
Venerdì 8 Febbraio 2013, 21.06.04
39
Come sottolineato da Rino anno molto Thrash. Per il metal classico la delusione di Turbo la fece da padrone. Disco dell'anno per me fu Raining Blood. @Raven tu dici le coincidenze, anche per me fu l'anno in cui mi fidanzai con quella che è mia moglie.
kvmetternich
Venerdì 8 Febbraio 2013, 19.55.34
38
Parlavo in generale e io prendo un decennio nella sua interezza e faccio un bilancio. Perché se iniziamo a "fare gli spicchi" negli anni '80 ci divertiamo parecchio, perché ci sono stati anni memorabili come l'86 ma ce ne sono stati altri veramente di vuoto più totale. Non lo si vuole ricordare per via del mito, ma non sono finiti mica per niente. E comunque , a me piace vivere nel presente. E' bello leggere Platone e apprezzare le sue intuizioni relativamente alla sua epoca...ma non possiamo neanche dimenticarci che oggi abbiamo jet e andiamo nello spazio. Certo, se piace vivere "grezzi e rustici", beh...i gusti sono gusti.
Vitadathrasher
Venerdì 8 Febbraio 2013, 19.33.11
37
Kv@Rust in peace è stato fatto nella seconda metà dei 90?
kvmetternich
Venerdì 8 Febbraio 2013, 19.13.24
36
I death, i morbid angel, i blind guardian , i megadeth (rust in peace) , i cannibal corpse etc etc. -se ne possono citare a centinaia-sono piattume??Molte band hanno avuto l'apice negli anni '90! Ma per piacere dai! Se non vi piacciono altri generi ok, ma non diciamo fesserie per favore!
Sambalzalzal
Venerdì 8 Febbraio 2013, 18.23.36
35
Mah io penso che indubbiamente sia per fervore che per originalità gli 80' siano ancora irraggiunti. E parlo di musica in generale, non solo heavy metal. Sono stati gli anni dei tours immensi, degli albums che hanno veramente lasciato il segno ma anche i 90' per come ho vissuto io la cosa non è che abbiano tanto lasciato l'amaro in bocca, anzi. Uscite tipo quelle degli Iced Earth con Burnt Offerings e Dark Saga. I Sentenced con Amok e Down... i Paradise Lost con Icon e Draconian Times... October Rust dei Type Of Negative... Blood On Ice degli Immortali Bathory. Immaginations FTOS dei Blind Guardian... Insomma, senza andare totalmente in OT e precedere articoli che verranno, di uscite memorabili ce ne sono state penso per tutti i gusti. Io penso che più che calo di qualità nei 90' si parli di ricambio generazionale e del modo diverso di vivere la musica, questo si e penso sia innegabile. Poi dal 99' ad oggi, vabè, sempre personalmente parlando, crollo totale a livello di tutto per i motivi di cui tanto e spesso abbiamo parlato su queste pagine.
vitadathrasher
Venerdì 8 Febbraio 2013, 17.56.07
34
Undercover@Il mio nick la dice lunga sulle preferenze che ho a livello musicale ,oltre ai Nevermore e a pochi altri colpi di coda,nella seconda metà degli anni 90, piattume. Poi siccome il discorso è molto generale in questo caso, io mi rifaccio al panorama dei gruppi che smuovono legioni di fan e tali gruppi diciamo che hanno vissuto un periodo di sbandamento....... poi è chiaro che ci sono decine di gruppi validi. E se il black o il death era, o è in auge.....buon per voi....
Undercover
Venerdì 8 Febbraio 2013, 17.49.32
33
@Painkiller con tutta la faccina credimi che quel messaggio è facile venga interpretare in maniera errata Detto ciò, non ho citato i Pantera perché mi sembravano troppo scontati come esempio e ho puntato sui Nevermore, ma siamo lì perché comunque di evoluzione si tratta. Io ho sempre l'impressione che si tenda a fossilizzarsi sui grandi nomi e questo è un male, io lo ritengo a dire il vero uno dei più grandi errori che il metallaro fa, con tutto l'amore e il rispetto che ho per le grandi band e delle quali ho i dischi in casa, molte volte trovo di base certi concetti fuorvianti perché basati su uno sparuto numero di act che divengono il tutto, quando poi sappiamo che se non si fosse andato oltre avremmo finito d'ascoltare questa musica da almeno 15 anni e sarebbe inutile comprare dischi dal 1995 in poi. Contesto l'atteggiamento difensivistico che c'è nei confronti dei nomi tutelari, non da parte tua Painkiller, è un discorso generale il mio, che poi si citano quelle tre o quattro realtà ma avessi mai visto uno che tira fuori che cazzo ne so i Candlemass, i Cannibal Corpse, Immolation e Cathedral per citarne quattro a caso, band fondamentali che hanno piazzato disconi su disconi, gusto o meno sono band che hanno toppato poco o nulla, portando avanti sulle loro spalle molto del peso generazionale di questo mondo, no ci troviamo sempre a discutere dei 'Tallica, dei Maiden, dei Megadeth e dei Priest, io mi domando e domando a voi in maniera provocatoria cos'hanno i Candlemass meno dei Priest? O cos'hanno gli Immolation meno dei 'Tallica? La data anagrafica sbagliata?
Luigi
Venerdì 8 Febbraio 2013, 17.38.30
32
Infatti i Leprous dei veri e propri geni.
Painkiller
Venerdì 8 Febbraio 2013, 17.34.55
31
Per Odino, undercover, la mia era ovviamente una provocazione per scherzarci un po' su, te la prendi troppo...concordo in pieno sul black, un po' meno su altro. I gamma ray li considero sempre un surrogato degli helloween che furono, e i nevermore li ritengo una delle band più sopravvalutate di sempre. Parliamo magari dei pantera sei vuoi...sono stati di sicuro più influenti. E poi il mio post si riferiva alla "caduta" dei grandi gruppi degli anni 80, quindi negativi in tal senso. Peace.
il vichingo
Venerdì 8 Febbraio 2013, 17.27.31
30
Come ho già avuto modo di scrivere altre volte, a parer mio non si deve fare di tutta l'erba un fascio, come si suol dire. I generi più classici hanno vissuto una fase di declino, questo è fatto assodato, ma come giustamente scritto da Undercover generi come ad esempio il Black ed il Death hanno vissuto il loro periodo di maggior splendore o comunque sono usciti capolavori assoluti del genere, imprescindibili per il Metal estremo. Poi ovviamente regnano i gusti personali, ma sono risibili le solite sparate apririoristiche, oltre che essere prive di qualsivoglia fondamento. Poi se si considerano le solite dieci band e tutto il resto è materia oscura (ma perchè in pochi conoscono i Moonsorrow? E i Leprous? Tanto per fare due nomi, ce ne sono a iosa) allora il discorso cambia. Per il resto quoto Undercover, soprattutto per quanto concerne le ultime cinque-sei righe del suo intervento.
Luigi
Venerdì 8 Febbraio 2013, 17.18.15
29
Ogni decade ha i suoi grossi nomi, punto, si torna al discorso di partenza ognuno resta legato alle band con cui e crescuto, con cui ha iniziato a conoscere il genere che spesso equivale alla adolescenza. Legata a tanti bei momenti e riccordi tutto qua. Se uno resta appassionato si informa ha la curiosita, trovera sempre pane per i suoi denti qualche band giovane degna dell' ascolto. Si tratta di pigrizzia spesso e volentieri...
Undercover
Venerdì 8 Febbraio 2013, 17.17.37
28
ahah chiedo scusa per l'orrido italiano in cui è scritto il messaggio precedente, quando m'infervoro non capisco nulla... ovviamente non ce l'ho direttamente con nessuno dei partecipanti alla discussione, solo dissento da affermazioni così nette e a mio parere tutt'altro che reali.
Undercover
Venerdì 8 Febbraio 2013, 17.09.33
27
Che i 90 sono stati un baratro per il metal è una cazzata bestiale, che poi lo siano stati per il thrash è un altro discorso, ma l'estremo negli anni Novanta ha vissuto un momento di splendore unico sia nel death che nel black, il death ha subito una leggera flessione con l'entrata in gioco dell'ondata "core" dal 97 in poi e con la masturbazione technical del post 2000 per poi divenire una fucina da revival nell'ultima decade, quindi proprio gli anni Novanta sono fondamentali per la crescita e maturazione del genere, mentre per il Black sono stati la manna assoluta, è uscito praticamente tutto ciò che era ed è fondamentale per quel genere, dato che Quorton, Tom.G Warrior, Mantas e compagnia bella fanno parte del movimento primordiale dello stile e sono indiscutibilmente dei capisaldi ma negli Ottanta, nei Novanta è stata altra gente a segnare la storia e sappiamo bene quali siano i nomi, stesso discorso vale per l'evoluzione del doom con l'estremizzarsi al funeral e via discorrendo. Ne ha risentito è stato il metal classico con l'avvento dell'ondata Power da trallelero trallalà e le pacchianate ultra-sinfoniche e anche lì comunque gli amanti dell'heavy non credo che possano lamentarsi con gente come Metal Church, Gamma Ray, Rage, Jag Panzer, Vicious Rumours, Morgana Lefay, che continuavano a sfornare lavori di buona qualità, diciamo più che altro che uno è legato al periodo con il quale ha iniziato e trova sempre da ridire sugli altri, mi pare che alla fine gli unici a lamentarsi potrebbero essere i thrasher, seppur nei Novanta sono venuti fuori i Nevermore a detta di moltissimi il gruppo di rottura che diede nuova linfa vitale al genere, i Voivod continuavano a produrre dischi con i controcoglioni, i Sodom rompevano culi a raffica e via dicendo. Ora spero non si tira fuori la solita menata che la colpa è del movimento grunge e stronzate similari perché è una tiritera che ha sinceramente rotto le scatole e non ha nessun fondamento di base, come l'affermazione di Painkiller, oddio non c'ho 50 anni, ne devo fare 32 ma intanto dare del pischello a chi è cresciuto in quegli anni in tal maniera mi sembra particolarmente irrispettoso, soprattutto quando si parla dando affermando qualcosa che nei fatti è veritiero ma non vero, confermato dal fatto che sono state citate sempre e solo le solite quattro band, il metal per fortuna non vive solo dei grossi nomi.
BILLOROCK fci
Venerdì 8 Febbraio 2013, 17.04.16
26
Per il tutto il resto che dire?? ottimo Thrash e classic metal a go go, per odino..
BILLOROCK fci
Venerdì 8 Febbraio 2013, 17.02.11
25
L'album Black Sabbath featured iommi è una cagata sia logisticamente (cioè si chiamano Sabbath, ma chi sono??) e sia musicalmente, penoso...
Luigi
Venerdì 8 Febbraio 2013, 16.54.26
24
Concordo ragazzi ci siamo intesi, certo e vero gli anni 90 credo siano la decade piu triste, gli anni 00 credo siano andati un po meglio. Se parliamo di innovazione beh qua vi do ragione, credo che ormai ci sia ben poco, sopratutto per quanto riguarda il Metal, trash oppure il power. Se qualcuno cerca sonorita piu innovative credo debba virare piu su altri generi, se poi uno vive di pane e metal 80ntiano e giusto che resti ancorato la! vi sparo tre band che negli ultimi anni secondo me hanno dato uno scossone a tanti in questi ultimi 10 anni, diverse fra loro Muse, Pain of Salvation, e che daranno, Leprous.. senza contare la scena post rock e post metal.. Su con le critiche
vitadathrasher
Venerdì 8 Febbraio 2013, 16.44.46
23
Concordo con Painkiller, i 90 sono stati un baratro per il metal e in special modo per il thrash e molte band si sono disciolte, fisicamente o creativamente. In un certo senso preferisco questa prima decade del 2000, rispetto allo squallore della seconda metà dei 90 dove si salva ben poco.
kvmetternich
Venerdì 8 Febbraio 2013, 16.36.06
22
Si continua ad ascoltare queste cose perché o le abbiamo vissute in diretta o le abbiamo scoperte alla stessa età degli artisti in questione. E' ovvio che le nuove uscite alla maggioranza di questi metallari che sono cresciuti a pane e anni '80 non possano che apparire assurde e incomprensibili così come chi ha vissuto gli anni '70 reputa la musica successiva in maniera peggiore rispetto alla "sua". E ' perfettamente comprensibili. Io ritengo invece che si siano fatti passi avanti ENORMI da questo anno, l'86, che comunque rimane memorabile e se non si affacciano nuovi nomi grossi è perché la maggior parte dei metallari è fortemente legata a questi mostri sacri del passato
Olof
Venerdì 8 Febbraio 2013, 16.25.55
21
@ Painkiller: Ahahahahah Load e Reload.....
Painkiller
Venerdì 8 Febbraio 2013, 16.17.14
20
@Luigi: certamente qualcosa di ottimo esce ancora, non sempre innovativo però, e comunque non in quantità industriali come negli '80s. E poi chi lo dice che ora si rimpiangono i '90? Forse i pischelli nati allora e che sono cresciuti nei '00... di sicuro non noi vecchietti... . Per me i '90 sono anni nefasti: il grunge (brrr.....) e il nu metal, gli split di band storiche (IRON, JUDAS, HELLOWEEN, SEPULTURA, ANTHRAX...e non vado avanti...), LOAD e RELOAD...niente da rimpiagere direi
Luigi
Venerdì 8 Febbraio 2013, 15.38.13
19
Ovviamente ognuno rimane legato a determinate cose, perche danno conforto perche legato da bei riccordi come l'adolescenza ecc , non l' ho metto in dubbio. Ma chiunque a prescindere dal genere preferito puo trovare delle buone uscite ogni anno sia da band giovani che da quelle meno giovani..
vitadathrasher
Venerdì 8 Febbraio 2013, 15.35.27
18
Mah, sarà......sono passati quasi 30 anni ma ascolto sempre sta roba.....chiamatela nostalgia.......
Luigi
Venerdì 8 Febbraio 2013, 15.25.54
17
I grandi album escono ogni anno, basta non avere il paraocchi, ed evitare con la troppa nostalgia. E facile dire ' ma quella ormai e storia' Gli anni 80 non torneranno piu' lo stesso si diceva negli 80 per i 70 nei 90e cosi via.. Ora si rimpiangono i 90, poi in futuro i 00 finche morte non ci separi..
brainfucker
Venerdì 8 Febbraio 2013, 14.41.40
16
negli anni '80 gli anni (come questo '86) ce li ricordiamo per i grandi dischi pubblicati mentre anni come il 2012 o il 2011 ce li ricordiamo per i grandi che sono scomparsi..che tristezza infinita
Painkiller
Venerdì 8 Febbraio 2013, 14.31.53
15
L'ANNO metal per eccellenza e Rino sfodera il suo miglior articolo. Cito tra le uscite importanti: Trilogy di Malmsteen, The house of blue light dei Purple (importante perchè fa cagare )
Evil Never Dies
Venerdì 8 Febbraio 2013, 14.26.07
14
quanti ricordi, qunti sogni, quanta magia
Arrraya
Venerdì 8 Febbraio 2013, 14.00.46
13
L'anno della consacrazione veramente, specialmente per il thrash, ed io ero felicissimo...ma non lo sapevo.
The Thrasher
Venerdì 8 Febbraio 2013, 13.59.53
12
Grazie a tutti dei complimenti!! @Radamanthis: quanto a lungo continuerà questa rubrica? è una sorpresa
bubba
Venerdì 8 Febbraio 2013, 13.43.44
11
bellissimo articolo! anno indimenticabile e imprescindibile per la musica estrema
waste of air
Venerdì 8 Febbraio 2013, 13.40.31
10
@raven: povera donna!
Raven
Venerdì 8 Febbraio 2013, 13.38.06
9
L'anno. Per me il concerto di SIT a Napoli.... il viaggio in Germania di un mese con saccheggio di un negozietto di dischi dove prese Epicus... a scatola chiusa solo per la cover, l'anno in cui andai a vedere i Motorhead e soprattutto l'anno in cui mi fidanzai con quella che sarebbe diventata mia moglie
therox68
Venerdì 8 Febbraio 2013, 13.28.44
8
blackie: d'accordissimo su Somewhere In Time e non solo per l'anno solare in questione.
blackie
Venerdì 8 Febbraio 2013, 13.17.51
7
altri tempi....SOMEWHERE IN TIME rimane per me il disco dell anno!capolavoro assoluto!immenso REIGN IN BLOOD il disco piu trash del secolo!le delusioni...i judas e i saxon...che fecero 2 dischi mediocre TURBO orrendo ROCK THE NATIONS...
LAMBRU S.VALENTCORE
Venerdì 8 Febbraio 2013, 13.17.16
6
@Rada, questa rubrica secondo me arriverà fino ai nostri giorni (potrebbero essere i nostri ultimi....) quindi meglio darsi da fare e scrivere articoli anche riguardanti gli anni dal 1987 in poi......
AL
Venerdì 8 Febbraio 2013, 12.17.06
5
Kerry king è irriconoscibile.. cmq anno della madonna..
vecchio peccatore
Venerdì 8 Febbraio 2013, 11.02.31
4
Annata spettacolare, soprattutto per il Thrash, come sottolineato, i grandi dischi si sprecano veramente.
Nikolas
Venerdì 8 Febbraio 2013, 11.02.06
3
Il mio anno preferito nel mondo metal, sono nato (musicalmente parlando) con Pleasure To Kill!
Celtic Warrior
Venerdì 8 Febbraio 2013, 10.55.00
2
Lo leggerò con calma , ma so già che questo articolo mi piacerà un botto Stay Metal
Radamanthis
Venerdì 8 Febbraio 2013, 10.45.24
1
Inultile soffermarsi a dire ancora le solite cose...già ha detto tutto molto bene Rino nell'articolo (a proposito, complimenti! e poi una curiosità se puoi svelarla...fino a che anno arriverà questa bellissima rubrica?)...mamma anche questo che anno!!! Heavy metal rulez!
IMMAGINI
Clicca per ingrandire
Correva l'anno 1986
ARTICOLI
25/05/2014
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 35 - 1997 seconda parte
21/05/2014
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 34 - 1997 prima parte
07/04/2014
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 33 - 1996 seconda parte
12/03/2014
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 32 - 1996 prima parte
10/02/2014
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 31 - 1995 seconda parte
04/02/2014
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 30 - 1995 prima parte
20/01/2014
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 29 - 1994 seconda parte
11/01/2014
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 28 - 1994 prima parte
20/12/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 27 - 1993 seconda parte
12/12/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 26 - 1993 prima parte
24/11/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 25 - 1992
03/11/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 24 - 1991 seconda parte
25/10/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 23 - 1991 prima parte
21/09/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 22 - 1990 seconda parte
20/09/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 21 - 1990 prima parte
09/08/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 20 - 1989
26/03/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 19 - 1988
23/02/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 18 - 1987
08/02/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 17 - 1986
28/01/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 16 - 1985
18/01/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 15 - 1984
03/01/2013
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 14 - 1983
27/12/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 13 - 1982
19/12/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 12 - 1981
28/11/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 11 - 1980
24/11/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 10 - 1979
23/10/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 9 - 1978
09/10/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 8 - 1977
23/09/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 7 - 1976
10/09/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 6 - 1975
25/08/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 5 - 1974
26/07/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 4 - 1973
11/07/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 3 - 1972
21/05/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 2 - 1971
09/05/2012
Articolo
CORREVA L’ANNO
# 1 - 1970
 
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]