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TITANIC ECHO FEST - AMENRA + RISE ABOVE DEAD + BLAZE OF SORROW + NECANDI HOMINES - Day Three, Bronson Club, Ravenna, 27/04/2013
02/05/2013 (1727 letture)
Al terzo giorno del Titanic Echo Fest, tenutosi al Bronson di Ravenna, ho cominciato veramente a chiedermi secondo quale criterio è stato organizzato un festival del genere. Locale decisamente "borderline" e anti-metal quello di Madonna dell'Albero (che in compenso, assieme al gemello Hana-bi, ha sempre portato le più interessanti novità indie-underground in Italia). Criteri discutibili quelli di questo festival, che ha visto coinvolti i The Ocean assieme ai Cult of Luna nel primo giorno, ha chiamato Igorrr e altri open-acts, per poi concludersi, il terzo giorno, con gli AmenRa spalleggiati dai Rise above Dead. Per fortuna le parole dello stesso organizzatore sono state più che esaurienti quanto riparatrici, il che ci porta ancora una volta a scontrarci con le realtà dei locali italiani, delle organizzazioni terze e dei ripieghi fatti all'ultimo momento. L'organizzatore stesso mi ha detto che ha tentato di infarcire in più possibile (perfezionando la linea stilistica del festival) il secondo e il terzo giorno purtroppo senza esiti positivi in quanto sembrava che, all'ultimo momento, l'intera scenta italiana post-hardcore di fama notevole fosse impegnata. Ne è uscito questo festival un po' a pezzi e a bocconi, un festival che sarebbe stato vincente al 100% se fosse stato magari di due giorni e con altri nomi. Ma d'altronde, come appena spiegato, la cosa è nata un po' in fretta e in furia e devo dire che, visto i presupposti, la riuscita è stata soddisfacente. Ho presenziato anche ai The Ocean + Cult of Luna e devo dire che il Bronson così pieno non l'avevo visto nemmeno con gli Ulver. Il peccato è che al terzo giorno c'erano si e no 50 persone; forse c'era di meglio in giro, forse il target delle persone era lo stesso dei Cult of Luna e quindi il 90% di esso ha preferito concentrare i costi del biglietti per vedere gli svedesi piuttosto che i belgi. Peccato.

GLI OPENER
Due parole sulle band d'apertura: i Necandi Homines hanno praticamente suonato per dieci persone ed è un peccato perchè grazie a loro ho maturato la concezione di come stanno cambiando le black metal band emergenti e più sperimentali: atmosfere xasthuriane, giocate sull'uso dei tamburi piuttosto che sui blast-beat, massiccio uso dei delay che valorizzavano alcuni passaggi semi-acustici su base distorta. Anche i sussurri vocali erano evocativi grazie all'uso di questi mezzi. Con i Blaze of Sorrow però sprofondiamo ancora una volta nei cliché di qualsiasi band black metal nella quale i membri, molto probabilmente, suonano anche prog-heavy-jazz-e-chi-più-ne-ha-più-ne-metta con ovvi risultati noiosi, pedanti e muffosi. Salgono sul palco i Rise Above Dead, i capelli si fanno più corti, le barbe più lunghe, i vestiti sono più fighi e, anche se la band sfoggia quell'hipsterismo post-hardcore che si può vedere al Cox18, l'apparato sonoro è incredibimente valido e conferma per l'ennesima volta che in Italia c'è una scena post-core che si mangia a piene mani qualsiasi scena metal. Assetto da battaglia, suoni potentissimi e precisi, giochi su piccolezze on-stage che fanno la differenza: il cantante che arriva dopo, che si muove in continuazione sul palco, i membri che si spalleggiano a vicenda ma senza inutili pose plastiche. Hardcore furioso e converge-iano per i nostri che dimostrano di saper tenere il palco da dio, nonostante la gente fosse in gran parte riversata all'esterno del locale.

AMENRA
Rituali, cacofonici e terribilmente sacrali; quella terribilità rispettosa che si può percepire all'interno delle cattedrali, o solo osservando le macerie di un mastodontico edificio.
Quando si parla di AmenRa si parla di colossi, di colonne portanti, di pesanti scheletri immanenti; si parla di testimonianza di qualcosa che ormai non c'è più, di qualcosa disadorno ma che non vuole evocare il pensiero del passato. Le pesantissime chitarre ribassate, le note scordate, i riff dissonanti, i colpi del basso e le potenti martellate non fanno altro che aumentare la percezione della pesantezza dell'aria; eppure questi continui colpi di tormenta, hanno già spazzato via tutto; lo hanno fatto nei tempi che furono, in un passato remoto dal quale tutt'ora stanno continuanto a martoriare quegli elementi inanimati che costruiscono lo scheletro portante della Chiesa di Ra.
L'assetto on-stage è fondamentale per questo rituale. I membri della band si dispongono a triangolo concavo, una sorta di configurazione ad imbuto, in mezzo al quale si piazza il cantante che crea il perno e il fulcro che funge da anello di connessione fra band e pubblico. Colin (scheletrico anch'egli) si piazza all'interno del triangolo e, rivolgendo continuamente le spalle alla folla, ricopre non tanto la figura di "leader" della band, quanto quella di portavoce del pubblico. La massa, estasiata e sofferente, si muove assieme a lui creando un altro triangolo umano (che avrà per vertice Colin e per base il muro di fondo del locale) che oscilla allo stesso tempo del resto della band, ma in nel verso contrario, disorientante e nauseante.
Le urla del vocalist sono fra le più strazianti che si possano udire; i colpi che fendono l'aria non sono diretti a nessuno, sono piuttosto la rabbia cieca e disperata per qualcosa di irreparabile.
Le pesantissime vibrazioni delle sonorità, veramente al limite dell'umanità, sono rafforzate dalle proiezioni nelle quali l'iconografia del progetto viene ostentata in una reiterata sequenza espressionista di immagini di non-natura. Montagne aride che mostrano solo la loro terra e le loro rocce; increspature d'acqua che somigliano all'uterina cava infernale; alberi secchi e contorti che hanno perso la loro linfa vitale, deserte spiagge con residui bellici e tronchi di cemento armato.
Ed ecco che lo scheletro e le strutture portanti emergono continuamente, come i rilievi architettonici della cattedrale in copertina del recente live pubblicato; come la grotta bombardata dell'ultimo Mass V, come la desolazione fumosa di Mass IIII, come le ossa arcaiche di Mass III.
Le barre in ferro battuto che introducono Boden rintoccano nel locale senza evocare quel riscaldamento tribale che emerge, di solito, dai tamburi e dalle percussioni; sono le ossa moderne dello scheletro di qualche macchina; ferro rugginoso ripescato da cave senza tempo.
La natura negli AmenRa è il ricordo di qualcosa che è stato ma senza alcune accezioni romantiche; è il risultato irreversibile dell'intervento umano quando anch'esso ha raggiunto il collasso. Colin, testimone e portavoce, artefice e fruitore, capo e schiavo si martirizza coi suoi movimenti, porta su di se i segni della croce (letteralmente; l'enorme tatuaggio nichilista del corpo portante della croce rovesciata della Church Of Ra) e coi i suoi artigli si auto-arpiona strappandosi pezzi di carne. Ma non c'è niente della spettacolarità delle forme di autolesionismo a cui il mondo del metal estremo è abituato; non c'è quella voglia di mettersi sul trono perché si sono superate le ferite autoinflitte con orgoglio. Non proprio, non esattamente. Qui c'è la voglia di scomparire, la voglia di farsi del male per non pensare, il dolore sposta il focus dalle altre sofferenze. Gli arti rinsecchiti di Colin trovano il loro parallelo nel simbolo sciamanico del triplo artiglio degli AmenRa .
Artiglio che, nelle proiezioni filmiche del live, viene ritrovato sotto terra da una donna vestita di bianco, in mezzo ai fortissimi bianco-neri contrastanti; registicamente in pieno stile Begotten, con le stesse ansie di salvezza, lo stesso sguardo di disgusto verso luoghi inabitati e inabitabili. Il feticcio di artigli di volatile sono il simbolo dell'animale che media fra terra e cielo, sono il contatto fra l'essere animato e il suolo senza vita; ma gli artigli sono stati strappati dal resto del corpo; ancora una volta uno scheletro mutilato.

Sui lenti e disarmanti colpi di strobo, questa mastodontica e struggente esperienza viene portata a termine; questa messa nichilista si è sviluppata nel più perfetto dei modi, con sottofondi noise fra un brano e l'altro, senza creare mai silenzio e senza un applauso da parte dei fedeli estatici. Un lunghissimo e fragoroso battere di mani c'è stato, in modo unanime, alla fine; un rumoroso scroscio senza fine che ringraziava sia del termine dei supplizi uditivi, sia di essere stati partecipi di uno dei più incredibili live-set di sempre.

Un sentito ringraziamento a Demien degli Abaton e alla Moonlight Productions.
Foto a cura di
Johnny Viscidous Cancrena.



BIoS
Domenica 19 Maggio 2013, 5.06.51
1
Grande Dam!!
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