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SUMMER BREEZE - Day 0 & Day 1 - Dinkelsbühl, Germania, 14-15/08/2013
26/08/2013 (4053 letture)
DAY 0
Il tempo non può che essere sereno e ventoso quando, la mattina del 14 agosto, si aprono i cancelli di uno dei festival principali della Germania, il Summer Breeze. L'inizio ufficiale del festival sarebbe il 15, ma ormai da tradizione la sera precedente si tiene la Nuclear Blast Label Night per scaldare gli accorsi ed è già possibile campeggiare in zona, per cui la maggior parte dei visitatori arriva ad Illeschwang già di prima mattina per assicurarsi un posto abbastanza vicino all'area palchi. Le perquisizioni alle auto dei campeggiatori, necessarie per evitare che qualcuno porti dentro oggetti proibiti dal regolamento (es. vetro, coltelli o pericolose pistole ad acqua), creano una lunga coda lungo la strada da Dinkelsbühl al campo di volo dove si tiene il festival. Ogni anno la corsa per il posto si fa più dura, al punto che quest'anno poco più di un'ora dopo l'apertura (che avviene alle 10 di mattina) l'area campeggio era già piena per tre quarti! Consiglio spassionato: se volete piantare la tenda vicino all'area festival, pernottate nei dintorni il giorno prima in modo da arrivare presto o, ancora meglio, venite in gruppo e prenotatevi un posto (si può fare, pagando un sovrapprezzo, se si è almeno in 20. Viene anche fornito un dixie privato). Una volta entrati, lo staff del festival fa sistemare tutte le macchine in file parallele. Le tende devono essere piantate negli spazi delimitati da due file di macchine. Non è raro capitare tra vicini molto equipaggiati (molti si portano addirittura un gruppo elettrogeno per far funzionare stereo e frigorifero!), per cui riuscire a sistemare tutte le tende nel poco spazio disponibile è un vero lavoro di gruppo: "I can move my tent 5 cm on the right, if you need more space...", "How large is your pavillion? I need 10 cm more for the second room of my tent...", "can you please move the car a bit forward? We are almost sitting on your trunk!". Finite le operazioni di montaggio, l'arrivo della banda di ottoni di Illeschwang seguita dai visitatori del paese inaugura il Summer Breeze 2013. Il 14 il mercato ed i due palchi principali non sono ancora accessibili, ed i visitatori del festival si ritrovano sotto alla Party Tent, dove ha luogo il concorso per band emergenti New Blood Award ed i concerti di alcuni dei nomi di punta della Nuclear Blast, tra cui Vader ed Exodus.

VADER
Per scaldare gli animi dell’open air, gli organizzatori del Summer Breeze hanno pensato per il day 0 (giorno di insediamento del campeggio) a band sulla scena da anni che, pur trite e ritrite, possono considerarsi delle certezze assolute. Naturalmente tra questi non potevano mancare gli onnipresenti Vader. I polacchi, in scena dalle 21.15 sul Party Stage, non si scostano di una sola virgola dagli spettacoli presentati in ogni dove, figurandosi - come di consueto - alla stregua di una band povera di idee ma certamente ficcante in sede live. Peter, pur scimmiottando maldestramente l’eterno riferimento iconografico Max Cavalera, è come sempre l’unico vero mattatore del palco, accollandosi il fardello degli sguardi provenienti dagli spalti: d’altra parte la formazione è piuttosto “giovane”, con l’intera sezione ritmica reclutata successivamente all’ultima fatica Welcome To The Morbid Reich. I dodici pezzi scelti per la setlist accontentano una platea ancora arzilla e vogliosa di “guerreggiare” con l’armata Vader: si parte con Sothis per concludere con la storica God Is Dead, passando per numerosi episodi felici della carriera (Fractal Light, Carnal, Silent Empire, Wings, etc…); l’ultima fatica è rappresentata unicamente da Return To The Morbid Reich, segno che per questo avvio di Summer Breeze i nostri intendono mostrarsi puri e duri. Lo ripeto: trovo i Vader un gruppo derivativo che ha poco da aggiungere a quanto scritto negli annali thrash-death da ben più illustri colleghi, tuttavia va ammesso che il lato live (e la loro propensione all’esserci “sempre e comunque”) è decisamente azzeccato, soprattutto quando trattasi di aprire per moniker di caratura superiore. Buoni, se non ottimi, comprimari!

EXODUS
Ancora privati di Gary Holt in prestito temporaneo(?) agli Slayer e sostituito per qualche data dal vivo da Kragen Lum (Heathen, Prototype, Psychosis), i thrashers della Bay Area Exodus non sembrano risentire della temporanea assenza dello storico chitarrista e impiegano poco a mettere a ferro e fuoco il palco del Party Stage, capitanati dal frontman Rob Dukes. Nonostante il vocalist appaia fisicamente più appesantito del solito, la prova vocale non ne risente e la sua tenuta del palco è invidiabile: il ragazzone si muove continuamente, scuote la testa ed incita il pubblico a mostrare la propria energia con il circle pit, chiedendo letteralmente di aprire la più grande voragine che si sia mai vista al Summer Breeze.
La sezione delle corde è in gran spolvero, mostrandosi tanto precisa nelle ritmiche serrate quando implacabile negli episodi solisti, decisa tanto nei brani proposti da Bonded By Blood quanto nelle esecuzioni dei successi più recenti. In diverse occasioni persino il batterista Tom Hunting sale in piedi sulle due grancasse, invocando il feedback da parte di un pubblico che non vede l'ora di potersi scaldare in vista dei tre giorni di musica che lo attendono.
Tra Children Of A Worthless God e A Lesson In Violence il concerto non conosce cali in intensità, mostrando una formazione affiatata e ampiamente rodata. A sorpresa del pubblico, prima di concludere con Strike Of The Beast, Rob Dukes rivela che la band sta filmando lo show per un dvd, facendo crescere ancor di più l'eccitazione del pubblico.
Una prova sugli scudi, come in molti si attendevano: una garanzia di violenza.

DAY 1

Al secondo giorno le barriere che impediscono l'accesso ai due palchi principali vengono aperte, e il pubblico può girare tra le numerose bancarelle che precedono la salita sulla collina dove sono posti i palchi principali. Purtroppo anche quest'anno non c'è stato alcun miglioramento per quanto riguarda il tragico Pain Stage, il secondo palco per importanza, dove si esibiscono band che attirano altrettanta folla di gran parte di quelle che suonano sul Main. Nonostante questo, tra Main Stage e Pain Stage c'è un abisso: il primo è enorme, alto circa tre metri da terra, disposto in modo da accogliere un vastissimo numero di persone nello spiazzo antistante e munito di un impianto all'altezza. Il secondo invece è alto poco più di un metro e mezzo (condiderate che buona parte dei visitatori del festival sono ben più alti di un metro e settanta!), posizionato di sbieco su una collina e poco distante da un grande tendone per le bevande, il che rende lo spazio che lo fronteggia piuttosto stretto. Come se non bastasse, la visuale da sinistra (il lato più alto della collina, che quindi potrebbe essere il migliore da cui assistere al concerto) è parzialmente ostruita da una piattaforma riservata, su cui lo staff e le band possono guardare i concerti. Per di più l'impianto, con casse posizionate a terra, crea non pochi problemi ai fonici, tanto che spesso la batteria si sente troppo e le chitarre troppo poco. In sostanza, quando suonano le band più grosse si riesce a vedere qualcosa solo dalle primissime file e molto frequentemente si sente anche male. C'è da sperare che l'organizzazione riesca a risolvere la situazione nella prossima edizione, perchè il Pain Stage è assolutamente inadeguato per un festival di queste dimensioni.
Al contrario, il terzo palco per importanza, il Party Stage, negli anni è andato via via migliorando: a cominciare dalla pavimentazione (chi frequenta il festival da qualche anno si ricorderà come si riduceva all’epoca il pavimento di terra e fango dopo tre giorni di calpestamento) in discesa che consente una buona visuale a tutto il pubblico; proseguendo col posizionamento di alcuni stand per rifocillarsi e l’aggiunta di un ampio schermo (ruotabile dall’organizzazione per evitare i fastidiosi riflessi del sole) all’esterno per assistere all’esibizione delle band comodamente seduti. La qualità del palco, ingranditosi ed arricchitosi di un impianto luci sempre più competitivo con gli anni, e del suono offerto sono oramai del tutto paragonabili con quelle dei due palchi maggiori, senza tuttavia eguagliarne l’affollamento.
Tutta questa serie di migliorie, accompagnata dalla tipica atmosfera più intima che solo il Party Stage è in grado di ricreare, ha reso questo palco l’ideale per assistere ad esibizioni di nicchia, nonché per prolungare la propria veglia fino al cuore della notte per vedere nomi di culto.
Unico neo: quest’anno il palco è stato ruotato in corrispondenza del campeggio, situato in discesa rispetto alla collina del campo di volo, perciò, volenti o nolenti, i campeggiatori non potevano evitare di sentire le band fino a tarda notte. Fortunatamente, alcuni visitatori locali hanno presto escogitato un rimedio in grado di assicurare una rapida e profonda sonnolenza: sfondarsi di birra per tutto il giorno.
Ma bando alle ciance, vediamo i nomi che si sono esibiti durante la prima giornata:

ALESTORM
Pur non essendo tra gli headliner, gli Alestorm richiamano un vero e proprio esodo dal campeggio: un mare di figure in nero si stacca dalle tende per sciamare davanti al Pain Stage, dove ha luogo il concerto dei nostri pirati preferiti. La band per l'occasione sfoggia un banner che presenta il logo della band, più "serio" della solita immagine da videogame, ma entra in scena accompagnata dalla consueta intro a 8 bit. Si comincia con The Quest, a cui fa seguito immancabilmente The Sunk'n Norwegian. A causa delle strette tempistiche del festival, la band propone una scaletta ridotta rispetto a quella presentata nelle altre date di quest'anno (es. al New Age ed al Fosch Fest), lasciando fuori Death Throes of the Terrorsquid, e e deve tagliare fuori un po' di scherzi e battute (che comunque abbondano). I pezzi forti, però, non mancano, da Keelhauled, a Shipwrecked, a Wenches & Mead. Il pubblico è più che partecipe, tanto che canta in coro ogni singolo ritornello, compensando così il basso volume della voce di Chris (l'unico difetto della performance). Il concerto si conclude con Rum, durante la quale Chris si lancia sulla folla cercando di farsi portare fino al bar. Nonostante il tappeto fitto di persone che ricopre la zona tra il palco ed i chioschi, anche questa volta viene fatto scendere prima e rimane per un po' a chiacchierare con i fan e a farsi fotografare con loro.

WINTERFYLLETH
I blackster di Manchester colpiscono (solo) per il loro downgrading: capello corto, abbigliamento neutro, facce pulite (in tutti i sensi, non solo perché si presentano senza alcuna traccia di face-painting). Il loro set è vagamente sporcato da assetti ancora giovani (prima band ad esibirsi nel day 1 sul Party Stage) e privo di mordente, anche se l’esecuzione risulta pulita e fedele a quanto ascoltabile su supporto. Purtroppo il poco tempo a loro disposizione non consente allo show di decollare costringendoli ad una presentazione piuttosto anonima delle loro tre fatiche discografiche, tutte rappresentate: privilegiato comunque l’ultimo The Threnody Of Triumph con ben quattro brani.

SOILWORK
Il pomeriggio del Summer Breeze si fa presto bollente, quando salgono sul palco i Soilwork. I sei non si fanno intimorire dal sole a picco sull'audience e cominciano da subito a mettere in mostra il proprio arsenale: grinta swedish, resa fedele e spruzzate melodiche le armi con cui Bjorn "Speed" Strid e soci conquistano il pubblico accaldato, avvicinandolo al palco brano dopo brano. Si parte con This Momentary Bliss, estratta dal recente The Living Infinite, per accattivare anche i fan meno avvezzi alle mazzate, e da subito il vocalist si distingue per riuscire a riprodurre senza difficoltà le linee del disco, che sia pulito o scream poco importa.
Dirk Verbeuren si conferma un batterista quadrato e inarrestabile, dando vita ad una performance molto dinamica ed energica, supportata dalla perizia e presenza degli altri musicisti. Qualche leggera indecisione nei fraseggi solisti della chitarra lascia perplesso più di un ascoltatore, ma non si comprende se ciò sia dovuto solo ad una scelta dei suoni, all'effetto del vento o a delle vere e proprie sbavature nell'esecuzione, fortunatamente saranno episodi talmente rari da risultare trascurabili, sommersi dalla carica che i Soilwork riescono a trasmettere dal vivo. La setlist non è incentrata solo sull'ultima fatica della band, proponendo anche diversi brani da Stabbing The Drama (Nerve, Weapon Of Vanity, la titletrack) ma anche dalle uscite temporalmente più vicine, dando vita ad uno spettacolo che alterna i tipici passaggi swedish con innesti di melodia.
Piacioni, attenti alle esigenze di mercato, fin troppo melodici, di questo si può accusare i Soilwork, ma la professionalità e la tenuta del palco messe in campo dagli svedesi in sede live hanno ancora di che insegnare a molti concorrenti.

FEAR FACTORY
Esibirsi sul Main Stage al Summer Breeze è come essere investiti di una carica ad honorem da rispettare, anche negli orari più sconfortanti. I Fear Factory del 2013, chiamati davanti al pubblico intorno alle 18.00 (dunque non così presto, dato che lo scorso anno nella medesima fascia oraria si erano esibiti i Paradise Lost), sono ancora una band in grado di colpire come negli anni ’90? Onestamente, da quanto ho visto, direi proprio di no! Al di là della scarsezza vocale di un Bell che fatica perfino a tenere i molti metri del palco principale di Dinkelsbuhl, è l’intero spettacolo ad essere compassato e stanco: il redivivo Cazares si muove cercando in continuazione il favore della folla, ma la sua chitarra è scialba e molle, complici anche dei suoni scarichi e non adeguati alla “marmellata” industriale che i nostri avrebbero da spalmare. La nuovissima sezione ritmica DeVries/Heller pare essere messa in sordina (al drumkit manca quella nota metallica che ha sempre contraddistinto la restituzione di Herrera e l’effetto del basso si confonde molto con quello della sei corde), cosa che si nota meno nei brani più recenti (The Industrialist, Powershifter); quando nella verde pianura tedesca risuonano invece i capolavori dei tempi che furono (Martyr, Demanufacture, Zero Signal, Replica) la folla, decisamente dormiente, dimostra di apprezzare, nonostante la jam assomigli molto a quella di una cover band male assemblata e priva di tiro. Dino e Burton appaiono poi troppo autocelebrativi, ammiccanti e…tamarri: marionette di se stessi, insomma. L’immagine di una band che ha sempre trasmesso freddezza e cattiveria pare ridotta al parossismo, anche in relazione alla pochezza strumentale. Delusione assoluta!

KORPIKLAANI
Un report dovuto, quello dei Korpiklaani. Il pubblico del Summer Breeze si accumula in fretta in corrispondenza del Pain Stage, cominciando ad esultare fin dall'uscita dei propri beniamini, che aprono il concerto con Tuonelan-Tuvilla, dando presto a vedere che il recente Manala sarà al centro della propria esibizione; le iniziali imperfezioni nei suoni vengono risolte prontamente, senza inficiare particolarmente il resto della prova on stage. Non fa nemmeno in tempo a terminare l'opener che ha inizio l'invasione dei crowd-surfer, fenomeno che persisterà per tutta la durata del concerto del clan della foresta insieme ai diffusi balletti che impediranno di cambiare posizione durante il concerto.
L'atmosfera è festosa come ci si attenderebbe, non goliardica né altrettanto epica come quella di altre band concorrenti, ma abbastanza coinvolgente da far esultare i fan durante l'orientaleggiante assolo di violino di Ruumiinmultaa e da farli saltellare al ritmo di humppa e polka.
Jonne Järvelä è oramai un frontman navigato, in grado di intrattenere il pubblico e di esprimersi liberamente al canto, svicolato dal ruolo di chitarrista in sede live. Il capo del clan danza e si muove continuamente tra Juodaan Viinaa, Variin Polkka e Uni. Non mancano anche le esecuzioni meno festose, come la sabbathiana Sumussa Hämärän Aamun e la massiccia Petoeläimen Kuola, tracce più guitar-oriented che non mancano di dare soddisfazione in sede live.
La prova del sestetto è nel complesso soddisfacente ed improntata su un approccio live più maturo e consapevole, in linea con quanto già riportato in occasione dell'Heidenfest di qualche mese fa. Unica nota fuori dal coro: per accontentare i fan di vecchia data, i Korpiklaani hanno eseguito Wooden Pints e Beer Beer, seppure interpretate diversamente rispetto al disco. In particolare la seconda ha sorpreso tutti, dato che il suo riconoscimento non è stato affatto immediato: questo pezzo non si può sentire suonato in veste semiseria!

NECROPHOBIC
La Svezia ha in questo Summer Breeze 2013 una foltissima rappresentanza, soprattutto in ambito black (ma non solo vista la presenza di Grave, Tiamat, In Flames, etc). Oltre agli stranoti Marduk e Dark Funeral nel bill di questa edizione figurano difatti anche i seminali Necrophobic che si presentano alla mercé del pubblico tedesco con Kristoffer Olivius dei Naglfar al microfono. Il singer, molto dinamico e “visuale”, fornisce una prestazione interessante aumentando la malignità del combo di Stoccolma, che già di suo sembra avere una carica particolare nella profusione del proprio black/death a sfondo satanico. La performance, aperta da The Slaughter Of Baby Jesus, suona freddissima e scarna, soprattutto grazie all’efficacia dell’unica ascia presente (quella di Folkare, membro anche degli Unleashed), impostata su un setting molto nordico e novantiano, e ad una certa lontananza del basso, costantemente sovrastato dal drumming. Del prossimo venturo Womb Of Lilithu (in uscita ad ottobre per Season Of Mist) non vi è alcuna anticipazione, mentre l’ultimo Death To All risulta rappresentato da Revelation 666 e Celebration Of The Goat. Allo scaldarsi del pubblico (a dire il vero un po’ scarnificato dalla contemporaneità con i Korpiklaani), arrivano anche i pezzi vecchi che animano, oltre all’instancabile Olivius, anche gli strumentisti Folkare e Friberg. Into Armageddon, Black Moon Rising e The Nocturnal Silence chiudono la scaletta in un tripudio di malignità e occultismo.

SÓLSTAFIR
Una delle band per cui l'approccio dal vivo, specie in un ampio spazio come quello offerto dai palchi del Summer Breeze, è più difficoltoso, sono sicuramente gli islandesi Sólstafir. Facile è infatti il rischio di perdere l'atmosfera intima delle registrazioni, altrettanto complesso trovare una location in cui i mezzi a disposizione e il tempo per suonare siano abbastanza dilatati da consentire di suonare un numero discreto di brani.
Il quartetto, con la sua particolare proposta che mescola elementi di post-metal, influenze folkloristiche e ambientazioni dilatate, non avrebbe potuto trovare location e orario più azzeccato di quello assegnatogli nel running order (alle 20.05 sotto la Party Tent). La luce che si allontana, sfumando delicatamente nei crepuscoli di luci che ricordano i colori dell'aurora boreale, la voce di Aðalbjörn Tryggvason che dal vivo diviene ancora più struggente, i suoni delle chitarre si inspessiscono e si le atmosfere si riscaldano.
La prova della band è raggiante, vivida e carica di pathos, incantando il pubblico con la propria delicata malinconia e riuscendo a portare con successo uno spiraglio dei paesaggi nordici in terra tedesca, tenendo abilmente il palco grazie alla gestualità del frontman e la presenza degli altri musicisti. Pollice alto per i Sólstafir.

POWERWOLF
Stanno ancora suonando i misconosciuti Der W, ma lo spazio antistante al Pain Stage è già bello pieno di fan in attesa del concerto dei Powerwolf. Una folla tutt'altro che inaspettata, dato che l'ultimo album dei Powerwolf, Preachers of the Night è riuscito a raggiungere il primo posto della classifica tedesca. Neanche questo, d'altro canto, mi sorprende: di certo non hanno rivoluzionato il metal, nè prodotto capolavori, ma nonostante questo sono una delle band più interessanti degli ultimi anni, almeno in ambito power metal. I loro brani, per quanto non il massimo dell'originalità, sono incredibilmente catchy ed hanno un trademark facilmente riconoscibile, soprattutto grazie alla splendida voce del romeno Attila Dorn, in grado di arricchire i brani con un po' di canto lirico qua e là che si sposa perfettamente con il concept (anti?)clericale portato avanti dai quattro lupi. L'immaginario clerico-lupesco viene portato avanti anche (e soprattutto) in sede live, dove Attila si presenta vestito da prete dell'est (abbigliamento che gli sta a pennello e che si adatta perfettamente anche al suo modo di fare sul palco) e utilizza un'asta per microfono a forma di crocifisso. I due fratelli Matthew e Charles Greywolf, entrambi alla chitarra nella performance live, sono i fondatori e le colonne portanti della band e dal vivo invertono spesso le rispettive posizioni davanti a due ventilatori che scompigliano loro i capelli dando loro un'aria selvaggia. Altra figura fondamentale sia su disco che in sede live è il tastierista Falk Maria Schlegel, che, con la sua aria entusiasta, nei momenti in cui non suona si muove sul palco ed incita il pubblico. Il concerto ha inizio con Sanctified with Dinamite, completata da immancabili esplosioni e fiammate. Attila comunica molto con il pubblico, con un tono paterno (da prete, appunto) ed un forte accento dell'est. La gente pende dalle sue labbra. Non mancano i momenti apertamente goliardici (Resurrection by Erection), ma neanche quelli quasi solenni (Kreuzfeuer, in cui un'enorme croce viene incendiata sul palco). Per presentare Lupus Dei, che conclude il concerto, il frontman estrae un incensario con cui benedice la gente presentando la band e chiedendo, con il tono cantilenato tipico delle messe cantate, se si stanno divertendo. Una buona qualità del suono (eccezionale, per il Pain Stage) ci permette di goderci al massimo l'esibizione di questa band che risulta buona su disco, ma ottima dal vivo!

CULT OF LUNA
L'esibizione dei Cult Of Luna è sicuramente tra le più memorabili di quest'edizione del Summer Breeze. Forti di un impatto sonoro e visivo con cui in pochi hanno potuto competere, gli svedesi hanno allestito uno spettacolo fatto di buona musica, ma anche incredibilmente curato dal punto di vista scenografico. La prima cosa che salta agli occhi, ancor prima dell'inizio dei cinquanta minuti a loro disposizione, è l'aver disposto sul palco due batterie ed un impianto luci proprio (cosa che si era vista fare solo dai Meshuggah, fattore che sfrutteranno anche gli In Flames per la propria esibizione al festival), in supporto a quanto già messo a disposizione dall'organizzazione.
L'ora scarsa a disposizione del seven-piece è dedicata totalmente ai brani degli ultimi album, in particolar modo al recente Vertikal, che vengono riproposti in versione più muscolare e caratterizzati dal wall of sound (grazie alle trame delle tre asce) che il post tipicamente riesce a ricreare dal vivo, a partire dall'intro sintetica The One, che termina in un gigantesco boato. La coreografia che le luci stroboscopiche creano mentre vengono colpiti i tamburi, il suono che si ingrossa quando le due batterie viaggiano all'unisono (perfettamente sincrone anche nell'accelerazione finale di Ghost Trail), i giochi di fari che illuminano la band dal retro del palco e creano una serie di sagome nere contribuiscono a rendere questa performance un vero e proprio spettacolo, curato sotto ogni punto di vista.
Il tempo a disposizione dei nostri scorre in fretta, complice anche il lungo minutaggio dei pezzi i Cult Of Luna riescono ad eseguire cinque brani in totale, ma lasciando a bocca aperta il pubblico, letteralmente attonito da quanto abilmente i sette di Umeå siano riusciti a proporsi.
Personalmente, uno degli spettacoli più emozionanti e coinvolgenti dell'intero festival, suggellato dall'intimità che solo il Party Stage riesce a ricreare. Da vedere ancora.

DYING FETUS
Perfetti, sotto ogni aspetto! I Dying Fetus dimostrano tutta la loro forza in uno show, quello nel Party Stage, che va annoverato tra i migliori di tutto il fest. Gallagher e soci si presentano alla folla sparando in sequenza Grotesque Impalement (dall’omonimo EP) e We Are Your Enemy (da Killing On Adrenaline), mitragliando successivamente altri dieci tra i più bei brani della loro lunga e soddisfacente carriera. La precisione dei movimenti strumentali è iperbolizzata da una restituzione potentissima e pressoché compiuta: ottima la distorsione della sei corde, ottima l’effettistica del basso, ottima – per non dire pazzesca – la sonorizzazione del drumkit che esalta l’abilità, a tutto tondo, di un Trey Williams tanto brutale quanto tecnico. È il lato scenico l’elemento meno positivo del trio, dato che tanto John (Gallagher) quanto Sean (Beasley) sono costretti immobili davanti all’asta del microfono, aspetto mitigato dai frequenti scambi vocali tra i due frontmen che provocano un continuo e dinamico ping-pong nello spazio visivo del fronte palco. Sul cantato va poi sottolineata la qualità e la fedeltà di entrambi i growling: se il deep di Gallagher è addirittura catacombale e inequivocabile, anche Sean si comporta molto bene, sia nel timing degli interventi, sia nell’efficacia del suo timbro, per così dire, più morbido. I cinquantacinque minuti a disposizione della warmachine californiana passano in un battibaleno, conditi con i bagliori chiari e accecanti dei giochi di luce. From Womb To Waste, Homicidal Retribution; The Blood Of Power, Second Skin precedono una roboante Kill Tour Mother, Rape Your Dog cantata all’unisono da tutto il parterre; la chiusura, nel delirio più assoluto, è riservata a One Shot, One Kill dal capolavoro Stop At Nothing. La tensotenda del Party Stage, colma di extreme metallers non disposti a bersi l’ennesima esibizione germanica dei Saltatio Mortis (contemporaneamente sul Pain Stage), ne vorrebbe ancora, ma la precisione tedesca dell’organizzazione non permette sbrodolate, nemmeno se acclamate a furor di popolo.

HAGGARD
Grandi sono le aspettative e gli interrogativi che circondano l'esibizione degli Haggard, a partire dalla classica e banale domanda riusciranno a starci tutti sul palco?, a causa del protrarsi del soundcheck e dei lunghi preparativi che precedono l'inizio della performance dei bavaresi.
Il classico assetto sul palco viene sconvolto per l'ensemble haggardiano: nell'angolo posteriore sinistro la batteria, accanto il basso, al centro il palco rialzato per il quartetto d'archi, accanto la tastiera, nell'angolo posteriore destro il palchetto dei fiati, sul lato destro il trio di voci; infine al centro il mastermind Asis Nasseri, che dispone di uno stand speciale per suonare la chitarra classica senza doverla imbracciare, e a sinistra la seconda chitarra.
Dopo i lunghi preparativi, il combo teutonico dà inizio alle danze con la titletrack dell'ultimo lavoro, Tales Of Ithiria. Dal principio i suoni non sembrano ancora settati per il meglio e la band appare non troppo convinta, ma il calore del pubblico (che esplode in un applauso al primo vocalizzo di Susanne Ehlers) e il trasporto fanno sì che gli Haggard acquistino entusiasmo e decisione man mano che l'esibizione procede. Non potevano mancare richiami a Eppur Si Muove, con le classiche Of A Might Divine e Per Aspera Ad Astra, brani che fanno esultare il pubblico e cominciano a far muovere i tre cantanti lirici, che si lanciano a più riprese in headbanging ed interagiscono con l'audience, in particolare la già citata Susanne, che sembra non poter rinunciare alla posizione di spicco che la sua ugola naturalmente le concede. Da qui in poi la prestazione della band sarà in discesa, valorizzata dal grandissimo lavoro al mixer che non lascia in disparte nessuno strumento della piccola orchestra bavarese, finendo per rispolverare anche Awaking The Centuries dall'album omonimo e salutando il pubblico con Eppur Si Muove.
Un concerto raffinato e carico di pathos, in grado di unire perfettamente l'anima classica e quella metal degli Haggard, arricchito del calore che la musica sa acquistare dal vivo. Promossi a pieni voti, anche se i nostri meriterebbero più tempo dei cinquanta minuti a loro concessi in quest'occasione.

CARACH ANGREN
È ormai notte fonda ed il Party Stage è meno popolato del solito quando salgono sul palco i Carach Angren, questa volta senza il violinista Nikos Mavridis ad accompagnarli. Dopo un line-check piuttosto veloce, l'esibizione del trio ha inizio con Lingering in an Imprint Haunting, dopo la consueta introduzione dell'ultimo lavoro Where The Corpses Sink Forever .
A malincuore devo constatare che la prova degli olandesi non si discosta particolarmente da quella a cui ho assistito qualche mese fa: scaletta immutata ed i limiti nell'esibizione degli olandesi sono gli stessi già messi in luce. Nonostante l'amalgama sonoro non sia dei più soddisfacenti, Seregor non ha difficoltà a compensare con la sua gestualità e la recitazione quanto manca dal punto di vista esecutivo. Soddisfacente ma algida la prova di Ardek, che comunque necessita di basi di supporto in sede live, mentre spicca il lavoro batteristico di Namtar, protagonista con i suoi tappeti di doppia cassa e le mazzate in blastbeat. Lo stesso continuerà ad aggirarsi per il festival per tutti i giorni successivi, concedendosi a qualche momento di popolarità quando riconosciuto dai fan.
La setlist lascia spazio a qualche brano dal buon Lammendam e da Death Came Through A Phantom Ship, costruendo un discreto spettacolo, ma è chiaro che in futuro i Carach Angren dovranno risolvere le proprie criticità dal vivo per poter portare a casa delle esibizioni più soddisfacenti.

Si conclude così il primo giorno di festival, tra la soddisfazione di molti, la delusione di alcuni e la stanchezza generale di tutti gli accorsi. Ma il termine dei concerti non coincide necessariamente con la fine del divertimento, ci sono angoli del campeggio in cui il termine sonno sembra non esistere, salvo poi pagare la veglia con una condizione di zombie perenne che caratterizza la deambulazione di alcune persone.
Cosa accadrà la notte? Strani riti, preparazione di oggetti folkloristici, ripassi musicali in vista delle band del giorno dopo e molto altro, d’altronde il Summer Breeze è anche (e soprattutto, a vedere alcuni gruppi di persone!) un momento di aggregazione, i cui dettagli più coloriti saranno presto rivelati…
Perciò restate in linea, c’è ancora molto su cui far luce e un gran numero di band di cui raccontare!

Introduzione, report di Alestorm e Powerwolf a cura di Carolina Pletti “Kara”.
Report di Vader, Fear Factory, Winterfylleth, Necrophobic e Dying Fetus a cura di
Massimiliano Giaresti “Giasse”.
Conclusione, report di Exodus, Soilwork, Korpiklaani, Sólstafir, Cult Of Luna, Haggard e Carach Angren a cura di
Giovanni Perin “GioMasteR”.
Tutte le fotografie a cura di
Cristina Mazzero e Vincenzo-Maria Cappelleri.



Viç
Martedì 27 Agosto 2013, 22.10.42
6
Eheheh, grazie Andrea!
Ad Astra
Martedì 27 Agosto 2013, 20.50.53
5
bravi tutti, davvero, ottima prima parte, curioso delle altre... chapeau!!!...quanta invidia... arghhh adesso mi organizzo! un bravo in particolare a vincenzo per le "solite" foto splendide! la prossima volta ci vediamo ti frego la macchina! (la 35 dei cult of luna è da brividi)
The Preacher
Martedì 27 Agosto 2013, 20.36.11
4
@Painkiller mi sa che è così
andreastark
Martedì 27 Agosto 2013, 11.01.41
3
C'ero!!!!!!!!! A quanto avete scritto aggiungo le mie considerazioni sui 2 giorni che avete considerato EXODUS: eccellenti sotto ogni punto di vista...non una sbavatura ed un tiro furioso fino alla fine DESTRUCTION: troppo volume...alla fine non si capiva nulla solo una sensazione di violenza fine a se stessa senza capo nè coda. ALESTORM e CULT OF LUNA: mi spiace non averli visti.... SOILWORK. grandi....ma mi aspettavo molto di più FEAR FACTORY: da persona a cui non piacciono un granchè vi dico che non sono daccordo con voi....hanno fatto secondo me un signor concerto discretamente coinvolgente anche se il cantante era palesmente stonato in fase di cantato pulito! KORPIKLAANI: bravissimi, divertenti, coinvolgenti ed il pubblico ha risposto alla grande tanto che i loro dischi sono stati saccheggiati sulle bancarelle!!!! POWERWOLF: Fenomenali dal vivo!!!!!!!! un concerto coivolgente anche per chi non li conosce......I migliori della giornata....mi viene voglia di comprare qualche loro disco! SABATON: discreti.....solo discreti anche se il pubblico ha praticamente riempito ogni spazio...la prestazione è stata piuttosto imprecisa con varie sbavature strumentali come se fosse una band poco amalgamata(ed in effetti è così....) nota positiva il cantante, il quale non ha doti fenomenali ma è un grandissimo frontman che sa intrattenere il pubblico alla grande e inventarsi parecchie gag divertenti. SOLSTAFIR: grande sorpresa! HAGGARD: uno spettacolo come sempre!!!! perfetti evocativi coivolgenti e con Susanne che, come sempre, è una parte fondamentale dello spettacolo!!! Ai prossimi report sui giorni successivi!
Painkiller
Martedì 27 Agosto 2013, 10.57.58
2
Ho letto che anche gli Angra hanno registrato lo show per il ventennale di Angels Cry con Lione alla voce, che al 99% non sarà il loro vocalist...probabilmente i contratti....
The Preacher
Martedì 27 Agosto 2013, 10.08.50
1
Bel report e grandi band! Una cosa mi preoccupa però: gli Exodus registrano un DVD senza Holt? Penso sia un segnale evidente del fatto che ormai sia quasi definitivamente uscito, altrimenti non vedo perchè registrare un DVD senza formazione originale
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