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SUMMER BREEZE - Day 3 - Dnkelsbühl, Germania, 17/08/2013
28/08/2013 (3260 letture)
In via del tutto eccezionale, quest'anno il Summer Breeze arriva al terzo giorno senza che sia caduta una goccia di pioggia, avvenimento più unico che raro! L'unico lato negativo della questione è che non c'è niente che riporti a terra la polvere smossa da decine di migliaia di piedi nel corso di quattro giorni. Verso sera sembra che ci sia la nebbia, o che le macchine del fumo dei palchi siano costantemente accese. Tutto è coperto di una patina nerastra, tanto da rendere praticamente inutili le docce e da far impennare le vendite di sciarpe e bandane che la gente si mette davanti alla bocca per respirare meglio. Nonostante il sole fosse a picco per tutto il giorno, la notte la temperatura continua a scendere vertiginosamente, toccando temperature inferiori ai 10°C - alla faccia del “porto il sacco a pelo estivo”! - e costrigendo più di una persona ad andare a letto con un pieno di birra per scaldarsi.
Ovviamente non bastano queste traversie climatiche a scoraggiare pubblico e musicisti, ed anche l'ultima giornata del festival è teatro di moshpit infuocati, vere e proprie fontane di crowd surfers e carichissime performance, diamo un’occhiata a chi ha calcato i palchi.

ARKONA
Nonostante l'ora sfortunata (l'una di pomeriggio) ed il sole bastardo che picchia sul festival, i russi si presentano sul palco del Summer Breeze vestiti di tutto punto, con pantaloni di pelle e camicie folkloristiche a maniche lunghe. Masha non ha nemmeno voluto rinunciare alla pelle di lupo sulle spalle. Al Summer Breeze la guerriera russa è in piena forma e visibilmente entusiasta di cantare per il pubblico del festival. Con il volto infiammato parzialmente nascosto dai lunghi capelli biondi, Masha dà prova ancora una volta delle sue eccezionali capacità di cantante e frontwoman, passando senza un momento di incertezza dalla voce pulita a quel suo scream così caratteristico e continuando a saltare ed incitare i fan. Il resto della band sembra condividere l'entusiasmo e ci regala uno show praticamente perfetto, permettendoci di apprezzare al meglio tutti i brani, dalla violenta Goi Rode Goi, alla festaiola Stenka na Stenku, fino alla conclusione del concerto, sulle note di una splendida Yarilo.

VAN CANTO
ma-ma-ma-ma-ma-ma-ma-du-bi-du-bi-du-bi
Non credo possa bastare questa insolita fonetica a spiegare la farsa chiamata Van Canto, vero? Partiamo dunque dalla conclusione per cui disporsi di fronte ad un pubblico oceanico (potrei dire trentamila cristiani) alle due del pomeriggio non è affare da tutti. Certo, siamo ad uno dei tre festival metal più importanti dell'anno, ma questo è un evidente segnale di vittoria su tutti i fronti. La spiegazione è semplice: innanzitutto cantare a cappella brani metal non è affare trito e ritrito, anzi... Qualcuno contesterà (giustamente, a mio avviso) che tale approccio è ridicolo e fondamentalmente "circense", tuttavia non si può dire sia scontato e/o consueto. Lasciamo perdere che:
1) i cinque cantanti siano molto migliori nell'emulazione degli strumenti elettrici (la batteria è realmente suonata da un drummer) piuttosto che nelle linee vocali vere e proprie, cosa che mi fa letteralmente rabbrividire nella sostanza, soprattutto quando i nostri ingaggiano duelli emulando isterici assoli chitarristici;
2) la foga di alcuni elementi (leggasi il basso Ingo Sterzinger) sia tanto eccessiva da divenire stucchevole;
3) le cover presentate suonino decisamente scadenti: Wishmaster dei Nightwish farebbe rivoltare Tarja nella tomba (lunga vita, sia inteso), Master of Puppets scomoda il duetto Sly/Scharf per coprire, in modo piuttosto patetico, l'infinitesimale estensione della linea vocale di Hetfield, Fear Of The Dark addirittura da “no comment”.
Premesso tutto ciò i nostri dimostrano comunque di saper attaccare l'asino ESATTAMENTE dove vuole il padrone, confezionando uno show di pezzi noti e stranoti; effetto? Quello di destare i presenti e facendoli cantare a squarciagola nel momento di maggior calura della quattro giorni di Dinkelsbuhl; nella setlist inseriscono inoltre almeno due brani da brivido per un qualunque appassionato tedesco: Rebellion dei Grave Digger e The Bard's Song dei Blind Guardian, titoli che fanno capire quanto i Van Canto sono perfetti nella loro paraculaggine. Il resto ve lo risparmio, vi basti sapere che per il pubblico è stato delirio assoluto, confermato anche nel successivo meet & greet strabordante di gridolini da parte delle sostenitrici più incallite. E io che ho sempre pensato che il metal, al pari di tutti gli altri generi esistenti sulla terra, fosse una cosa seria...

FIDDLER'S GREEN
I Fiddler's Green non suonano metal, bensì "irish speedfolk", cioè, come si può intuire, un folk irlandese velocizzato che si potrebbe collocare vicino ai Pogues ed ai Dropkick Murphys degli ultimi tempi. Loro però non sono affatto irlandesi, ma più tedeschi che mai ed abbigliati come se i Green Day facessero le comparse nel film Un Uomo Tranquillo. La descrizione può lasciare perplessi, ma si tratta di una band davvero valida, con un bravissimo violinista ed un repertorio accattivante di pezzi propri e di rivisitazioni di brani tradizionali. Per qualche motivo sono frequentemente ospiti dei principali festival metal in Germania, tanto da aver registrato un DVD live proprio al Summer Breeze, nel 2010. Il loro concerto è un'ottima occasione per prendere fiato dalla musica più pesante ed abbandonarsi alle danze: è inutile dire che brani scatenati come Jump Around, Folk's Not Dead e le tradizionali The Night Pat Murphy Died e The Rocky Road to Dublin dal vivo rendono al massimo. Fortunatamente i suoni sono buoni e tutti gli strumenti folk ne escono valorizzati (in particolare il violino splendidamente suonato da Tobias). Ovviamente è tutto un fiorire di crowd surfers: al Summer Breeze meno estrema è la musica più la gente inizia a salire, facendo impazzire la security e arrivando a creare piccoli ingorghi aerei. La situazione si placa solo quando i Fiddler's Green iniziano a dare strane istruzioni al pubblico: ad un certo punto tutti si siedono per terra, poi rialzano, si tolgono la maglietta ed iniziano a sventolarsela sulla testa, fino ad arrivare all'attesisimo momento del Wall of Folk, trademark della band. La folla si apre come se stesse per scatenarsi il wall of death più feroce, solo che al segnale dei due cantanti Albi e Pat invece di correre la gente inizia a saltellarsi incontro a ritmo di giga. Anche il cameraman del maxischermo si fa prendere dall'atmosfera goliardica, ed inizia a fare lo spiritoso filmando i vari personaggi collassati o messi male. Esilarante!

MOONSPELL
Le prime nubi si addensano nel cielo di Dinkelsbühl, portando non solo un po' di desiderata frescura, ma creando un'atmosfera che ben si addice alla proposta dei portoghesi Moonspell. La formazione guidata da Fernando Ribeiro, che si presenta sul palco indossando un elmo da guerriero e scandendo il proclamo “Ipso Facto, Axis Mundi!”, dà il via alle danze con un brano estratto dall'ultimo e controverso Alpha Noir.
La scaletta proposta in quest'occasione assomiglia molto a quella sentita durante il tour Into Darkness, fatta eccezione per la fascia centrale, che preferisce focalizzarsi su Irreligious, improntando così il set verso gli album più datati, scelta che sembra riscuotere un certo successo nel pubblico.
L'esecuzione è affidabile ed i Moonspell si confermano una band che riesce a dare dal vivo il proprio meglio, con una performance muscolare e carica, grazie ad un frontman molto carismatico che appare in gran forma non solo dal punto di vista fisico, ma anche vocale, seppure i puliti non siano il registro in cui Ribeiro si esprima al proprio meglio. Molto buona anche la prova alla chitarra di Ricardo Amorim, axeman dimostratosi molto espressivo nei fraseggi.
A sorpresa, per Raven Claws, Fernando chiama sul palco Mariangela Demurtas che riesce a riprodurre molto bene il timbro di Birgit Zacher e si lascia anche andare a qualche intenso assolo vocale.
Le classiche e crepuscolari Vampiria ed Alma Mater, memorie dell'oscurità degli esordi dei portoghesi, accompagnano verso la conclusione del set, raccogliendo il maggior consenso da parte dei fan.
Ormai una garanzia dal vivo, i Moonspell continuano a meritare di essere visti dal vivo più che ascoltati su disco.

HATE
Ammetto di che la curiosità per la prova dei polacchi non è poca: oltre a voler vedere come funziona la nuova line-up (senza Mortifer, mancato qualche mese fa), la voglia di verificare quanto l'impatto live si discosti da quelli dei conterranei ed ispiratori Behemoth non è poca. Ebbene, le impressioni iniziali non sono delle migliori: fin da metà dell'opener Eternal Might, Adam The First Sinner comincia a perdere potenza nella di chitarra fino a trovarsi a suonare praticamente in clean, fattore accentuato dal fatto che sia lasciato solo sul palco mentre il chitarrista Destroyer ed il bassista Kain vanno a prendere un paio di fiaccole per fare uno spettacolino da mangiafuoco.
Alla conclusione dell'opener inizia così una fase di stallo in cui i vari membri della band vagano per il palco cercando di risolvere il problema di Adam: viene cambiata la testata dell'amplificatore di chitarra ma il problema persiste, intanto i minuti dell'esibizione scorrono e diverse persone si allontanano. Finalmente i problemi tecnici vengono risolti (mi mangio il cappello se non si tratta delle batterie scariche del pick-up o del radio jack) e lo show può riprendere, fortunatamente gli Hate non si perdono d'animo e riescono a recuperare il feeling iniziale, portando dal vivo i brani di Solarflesh ed Erebos.
Nonostante gli intoppi, i quattro danno prova di un buon impatto dal vivo, seppure anche il trucco e la gestualità on stage non facciano che avvicinarli ancor di più alla band di Nergal, senza però condividerne lo stesso impeto in sede live né riuscire ad aizzare la folla allo stesso modo.

GRAND SUPREME BLOOD COURT
Avete mai visto dal vivo gli Asphyx o gli Hail Of Bullets? Se sì potrei semplicemente riferirmi alle prestazioni delle due band olandesi per descrivere il concerto dei Grand Supreme Blood Court a cui ho assistito. Fondamentalmente la band non è altro che una mescolanza della cricca che fa capo a Martin Van Drunen, singer dalle indiscusse capacità vocali e dall’animo altrettanto indiscutibilmente godereccio che sforna album di matrice death alla velocità della luce. Questi “nuovi” tulipani non sono altro che una mescolanza di personaggi più o meno noti che propongono una miscela old school molto classica: oltre a Van Drunen, la formazione conta Bob Bagchus (batterista degli Asphyx), Alwin Zuur (bassista degli Asphyx, qui alla sei corde), Theo Van Eekelen (bassista degli Hail Of Bullets) e Eric Daniels (chitarrista storico degli Asphyx). La performance sfodera suoni strumentali potentissimi (come da prassi sul Party Stage) e linea vocale superba. Dal punto di vista della restituzione i nostri assomigliano più agli Hail Of Bullets, che ai cugini Asphyx (soprattutto a causa della presenza di due chitarre), anche se dal lato compositivo sono più vicini a questi ultimi, poiché meno variegati della versione belligerante dei progetti targati NL. I brani, tutti estratti dall’unica fatica Bow Down Before The Blood Court, sono proposti con una convinzione tale da farli risultare molto migliori di quanto ascoltabile sul CD prodotto dalla Century Media. I pochi assoli sparati da un Daniels invecchiatissimo e pressoché irriconoscibile sono peraltro poco evidenti, effetto provocato dal muro sonoro eretto dai ritmici Zuur, Van Eekelen e Bagchus che suonano lineari (tra l’altro nota su nota) ma estremamente granitici. L’assetto on stage della band appare abbastanza statico, con il solo Martin a fare da vero collettore con il pubblico. Death/doom super marcio che si staglia di fronte a qualche centinaio di persone nell’ultimo giorno dell’open air bavarese. Piacevoli, ma nulla di più.

ENSIFERUM
Avendo già assistito al concerto degli Ensiferum al Fosch Fest poco più di un mese fa, mi aspettavo una specie di bis del concerto di Bagnatica. La situazione, invece, è molto diversa, vista la serie di inconvenienti che accompagnano la tappa al Summer Breeze della band finlandese. Innanzitutto il bassista Sami non può presenziare a causa di problemi personali, poi Air Berlin non riesce a consegnare in tempo l'equipaggiamento della band, che quindi deve esibirsi con strumenti presi in prestito! Il concerto riesce comunque ad essere non solo un successo, ma addirittura una chicca per i fan, soprattutto grazie alla scaletta d'eccezione che fa felice chi segue la band dai primi album: per l'occasione al basso troviamo Jukka-Pekka, ex membro degli Ensiferum fino al 2004, e con l'eccezione di Burning Leaves e One More Magic Potion la setlist proposta al Summer Breeze è composta solo da pezzi precedenti a quella data. Da Ensiferum vengono tratti Hero in a Dream, Token of Time, Guardians of Fate e Battle Song. Da Iron, invece, Tale of Revenge (che viene dedicata alla Air Berlin!), Lai Lai Hei ed Iron. Il pubblico, inizialmente sorpreso, mostra di apprezzare parecchio unendosi a tutti i cori. Gli Ensiferum hanno dimostrato di essere dei veri professionisti, perfettamente in grado di superare imprevisti ed inconvenienti e di mettere in scena un gran concerto!

GRAVE
Prova sotto i riflettori quella dei Grave che, seppur all’ombra degli Hatebreed (simultaneamente sul Main Stage), confezionano un set ricco di emozioni e ben accolto da un pubblico numeroso e motivato. Ancora una volta sul Party Stage vanno registrati suoni “pazzeschi”, assolutamente adatti ad un act crudo e violento come quello degli svedesi. L’impatto in tutta la struttura è devastante e la scaletta vola sotto i colpi di un Lindgren evidentemente corroborato dalla situazione. Morbid Way To Die, Into the Grave e You’ll Never See sono solo alcuni dei pezzi che i Grave macinano nel tempo a propria disposizione. La fedeltà dell’intera sezione strumentale e l’estrema depravazione del growling di Ola colpiscono meno dell’impenetrabile muro eretto dalle asce e dall’instancabile drumming di Bergerstahl, ma questo è l’old school: un inferno sonoro in cui il pubblico si scatena in headbanging e pogo, senza nemmeno avere necessità di essere provocato dallo storico frontman. La setlist funziona bene in ogni sua componente (compresi gli estratti da Endless Procession Of Souls), ma sono i riff delle perle dei primi due album a fornire la colonna sonora di questo splendido revival death metal. Non considerare i Grave tra i grandissimi della musica della morte è un inutile esercizio di stile di cui non vorrei mai macchiarmi: sbalorditivi!

ENSLAVED
Show quasi lisergico quello messo in piedi dagli Enslaved che, con la complicità di un ottimo lavoro alle luci, riescono a costruire uno spettacolo straniante e a più riprese allucinogeno.
A differenza di altre band, i norvegesi da anni sfuggono alle etichette e l'esibizione offerta al Summer Breeze ne è la prova: durante il concerto si passa da fraseggi puramente black ad echi progressive (nell'accezione più pura del termine), toccando viking, avantgarde e finendo per forgiare una formula strumentalmente unica e riuscita, che riesce ad attirare un buon numero di ascoltatori nonostante la contemporaneità con lo spettacolo dei ben più orecchiabili Amorphis. Non che la proposta degli Enslaved manchi di melodia, anzi, tuttavia il songwriting dei cinque vichinghi richiede una tale assimilazione da portare il pubblico a fissare il palco ipnotizzato piuttosto che far ondeggiare la testa a tempo.
Il quintetto, trascinato dal binomio delle vocals di Grutle Kjelsson e Herbrand Larse, propone una scelta di brani eccellente: da Roots Of The Mountain ad Ethica Odini, toccando Ruun e Isa: grazie agli avvolgenti synth e ad un'alchimia sonora invidiabile i riff prendono vita ed acquistano calore, trasportando gli ascoltatori in un'altra dimensione grazie alle sovrapposizioni di quinte e all'uso di armonie mai scontate.
Personalmente, l'ennesima soddisfazione regalata dal Party Stage.

IN FLAMES
Non giriamoci troppo intorno: lo show degli In Flames ha lasciato l'amaro in bocca a più di un presente. La folla accorsa per assistere al concerto dei cinque di Jester è così oceanica, che con gran fatica si riesce a fare i pochi metri che separano dallo stand delle birre, tanto da costringere più di un presente a rimuginare sull'effettiva imminenza della propria sete; Anders Friden e soci sono impeccabili (persino le linee vocali clean suonano come su disco) e coadiuvati da un supporto sonoro e coreografico pazzesco, tanto che hanno persino un impianto di riflettori proprio che potenzia i giochi di luce. Ciliegina sulla torta, le fiamme ed i fuochi d'artificio: in corrispondenza dell'ingresso di tutti gli strumenti all'inizio di un brano, con sincronia perfetta, da dietro il palco vengono sparati dei razzi che forniscono il colpo, come si sente anche nelle produzioni più bombastiche.
Ma, al di là di tutto il mestiere e l'investimento sullo spettacolo, ciò che si avverte mancare è l'energia e la voglia di suonare dal vivo: certo la scelta di brani punta molto sull' ultima moscia fatica (ed è come scommettere che una panda batta una spider in una corsa d'auto) degli svedesi e questo non aiuta, ma è la figura del frontman a mancare: Anders Friden è visibilmente stanco, poco entusiasta, a più riprese si creano silenzi imbarazzanti che cerca di rompere in qualche modo, tipo lanciando le birre dei musicisti sul pubblico e, vedendone l'esultanza, dichiarando ironico “Spendiamo un sacco di soldi e tempo per preparare lo show pirotecnico e invece guarda cosa basterebbe per farvi contenti”. È proprio questo il punto, centro: al di là dei fan di vecchia data (accontentati estraendo un solo brano di Whoracle), gli accorsi desiderano lo spettacolo, la presenza, il carisma, doti che dopo vent'anni sui palchi sarebbe lecito aspettarsi da una band come gli In Flames, al diavolo i fuochi d'artificio e il fuoco, ci vuole più cuore!
Per fortuna brani come Only For The Weak, Trigger, Pinball Map e Take This Life compattano il pubblico e lo spingono a saltare e fare crowd surfing con entusiasmo, ma il merito sta tutto ai pezzi, ormai talmente collaudati che potrebbero essere suonati ad occhi chiusi ed essere sicuri della risposta della folla. L'unica speranza a fine show è quella di aver beccato la serata no della band, altrimenti ben poche attenuanti scusano uno show così spento.

TRISTANIA
Ai Tristania consegno la palma della sfortuna dell’edizione 2013: a loro, già bersaglio di molte critiche e tacciati dai media di ogni angolo della terra di sepoltura anticipata (legata all’abbandono dei leader Morten Veland prima e Vibeke Stene poi), tocca infatti esibirsi contemporaneamente agli In Flames, assoluti headliners dell’open air e catalizzatori della maggior folla da tre anni a questa parte (nemmeno con gli Amon Amarth si era vista una folla simile). Purtroppo lo scenario in cui esibiscono i norvegesi è piuttosto desolante anche se in più di un’occasione tanto Hidle, quanto la Demurtas, cercano di interfacciarsi con gli intervenuti chiedendo reciproco sostentamento. Fatto salvo il risicato numero di antistanti al palco, va registrato che i nostri ce la mettono davvero tutta per confezionare un concerto degno dell’evento Summer Breeze, senza però ottenere un vero e proprio successo. Colpa dei nuovi pezzi, purtroppo sottotono rispetto alle prove più datate, ma anche dell’atteggiamento on stage: se infatti Kjetil Nordhus (chitarra e clean vocals) e Ole Vistnes (basso e backing vocals) ce la mettono tutta per animare il palco anche quando la coppia di vocalist esce di scena (situazione frequente di cui non comprendo il significato e che spezza in continuazione il feeling con i frontsinger), ciò non si può dire di quell’oggetto non identificato della Losnegaard che pare un inutile soprammobile (o meglio, fardello) alla ruota dei più noti colleghi: triste, sciatta, evanescente anche nei suoni, Gyri annienta quel poco di empatia che la controparte femminile Mariangela cerca di creare con la propria energica azione, non solo vocale ma anche e soprattutto fisica. Quando i due singer sono sul palco l’immagine della band (e il risultato dello spettacolo) cambia radicalmente: la Demurtas, che vedo per la prima volta dal vivo, dimostra grandi abilità canore, soprattutto riguardo all’estensione del proprio registro. Meno accattivante il timbro, forse un po’ sgolato e che non pare adattarsi benissimo alle linee di Vibeke (motivo per cui della sua epoca sono suonate solo The Wretched, dal capolavoro Ashes, e Beyond The Veil dall’omonimo album). Tale aspetto è chiaramente meno evidente quando la band si lancia sugli episodi tratti da Rubicon (Year Of The Rat, Exile) e dall’ultimissimo Darkest White di cui vengono suonate le prime quattro tracce (Number, Darkest White, Himmerfall e Requiem) e Night On Earth, dove anche l’harsh di Hidle sembra essere pienamente a proprio agio. Mariangela, che ha dato ottima prova di sé anche durante la performance di Sapari con gli Orphaned Land (la linea femminile dell’opener di The Never Ending Way Of ORwarriOR, originariamente di Shlomit Levi, è decisamente impegnativa), ha però un’immagine poco riconoscibile, seppure sia incontestabilmente apprezzabile anche per il proprio aspetto: in my opinion un “incattivimento” dei panni la innalzerebbe ad icona metal alla stregua della collega (e connazionale) Cristina Scabbia. Tornando alla performance i Tristania, come detto in apertura, stentano un po’. Mi dispiace, ma devo rimandarli alla prossima occasione.

DARK FUNERAL
Act conclusivo dei concerti in zona principale, i Dark Funeral salgono sul palco all'ora del diavolo per portare la propria maligna aura sul pubblico del Summer Breeze; quest'anno si festeggiano i vent'anni di attività della band e per l'occasione è tornato all'ovile anche Emperor Magus Caligula, che proprio sullo stesso palco del Pain Stage tre anni fa aveva annunciato che quello sarebbe stato il suo ultimo show con i Dark Funeral.
La performance della band è, come ci si poteva attendere, precisa e potente, con Dominator che tritura letteralmente il proprio drumkit, un frontman in buona forma vocale e che si lascia anche scappare qualche blasfema battutina (“La prossima canzone parla di un dono di Dio,dichiara ridendo prima che cominci Stigmata) e una band generalmente presente e partecipe allo show; i suoni di chitarra non sono dei migliori, ma sicuramente è anche da imputarsi alla pulizia nell'esecuzione, caratteristica che certo non si può pretendere da una band come i Dark Funeral. La scaletta proposta per l'occasione ripesca diversi brani dal primo The Secrets Of The Black Arts e da Attera Totus Sanctus, preferendo lasciare in secondo piano l'ultima controversa fatica.
Come ci si attendeva, gli svedesi dal vivo sanno il fatto loro e propongono uno show genuino (più che in passato) anche se pur sempre monocorde, aggettivo che spesso tende a far paio con la band. Ma, sinceramente, ha senso chiedere qualcosa di diverso ai Dark Funeral? Chi voleva una sana mazzata l'ha ricevuta e questo è abbastanza.

PRIMORDIAL
Una corsa per abbandonare al volo l'area rialzata di Main e Pain Stage, con un'occhiata al cielo per vedere se l'organizzazione abbia intenzione di deliziarci nuovamente con i fuochi d'artificio come lo scorso anno, ed è già ora di tornare dal Party Stage, compagno di grandi esibizioni e soddisfazioni che sembrano non essere ancora terminate per quest'edizione del Summer Breeze.
Tocca ora ai Primordial il duro compito di tenere ancorato il pubblico al festival (le prime auto di tedeschi sono già in partenza per tornare a casa), compito che Alan Averill Nemtheanga e soci sembrano esaurire alla perfezione vedendo la risposta dell'audience.
Il frontman trasuda carisma da tutti i pori, è una figura scatenata sul palco, invita la folla a scaldarsi, è pura energia, colma in modo naturalissimo quel normale gap che si crea nelle esibizioni dal vivo tra gli spettatori e gli artisti, riuscendo a far sentire tutti i presenti come una sola, unica, famiglia.
I brani dal vivo acquistano spessore, i suoni caldi e potenti delle chitarre si amalgamano uniformemente con i colpi alle pelli di un ispiratissimo Simon O'Laoghaire, la voce di Alan è struggente e diversa da qualsiasi altro cantato udito in questi giorni, lasciando percepire un'interpretazione personale e ricca in pathos dei brani di Redemption At The Puritans Hands e To The Nameless Dead, opere al centro della setlist di oggi.
La cadenzata Gods To The Godless, la tribale As Rome Burns e l'oscura The Coffin Ships conquistano, minuto dopo minuto, i presenti, esultanti a più riprese e ampiamente soddisfatti dalla performance degli irlandesi, che a malincuore devono terminare lo show con Empire Falls e non smettono di ringraziare il pubblico per il sostegno.
Come sarà confermato dal campeggio, l'unica band sul Party Stage in grado di far sentire le grida del pubblico fino alla strada. Trascinanti, avvincenti e coinvolgenti: grandi Primordial!

LONG DISTANCE CALLING
Ultimissima band ad esibirsi, i tedeschi Long Distance Calling hanno la fortuna di poter giocare in casa, componente che li aiuta a superare il muro iniziale che una band che propone musica strumentale tende naturalmente a generare dal vivo. Va detto che da subito il quintetto non appare in difficoltà, anzi suona con enfasi la propria miscela di post-rock, post-metal e progressive, cavalcando l'onda delle proprie chitarre e supportata da una sezione ritmica incredibile e molto versatile; David Jordan ondeggia ripetutamente e Florian Füntmann non riesce a non scalmanarsi: agita il manico della sua sei corde, si gira e si contorce, sembra pervaso dal ritmo di ciò che sta suonando.
L'esibizione spazza su tutta la discografia della band, proponendo passaggi più malinconici in cui gli arpeggi di chitarra di contrappuntano tra effetti e riverberi, fraseggi più vicini ai Porcupine Tree come approccio e pure parecchie jam in distorto, tenendo sempre la band in equilibrio sul il confine tra metal e qualcosa di diverso. L'unico brano cantato, The Man Within, viene posizionato con intelligenza a metà della setlist, riuscendo a tenere viva l'attenzione dei presenti, reduci da tre giorni di scarso sonno e conciliati dalle sfumature oniriche della proposta della band.
Buona prova per i Long Distance Calling, in grado di convincere con la propria proposta e di farsi valere nonostante la giovane età.

Anche quest'edizione del Summer Breeze è ormai giunta al termine ed è tempo di fare un bilancio generale, seguendo il buon vecchio detto “un colpo alla botte, un colpo al cerchio”:
PRO: La gestione degli orari più umana, consentendo di iniziare ad un orario abbastanza ragionevole da lasciare la mattina libera per darsi una rinfrescata o fare un giro in paese e di riuscire a sentire tutte le band di notte anche senza un compagno di veglia.
CONTRO: Per la prima volta il bill è meno ricco in varietà del solito, causa le numerose band saltate (qualcuno ancora schiuma per i The Vision Bleak con l’orchestra), ciò nonostante gli organizzatori riescono ancora a sovrapporre le esibizioni, causando in qualche caso non poca indecisione (es Amorphis vs Enslaved).
Personalmente, una scelta di questo tipo ha concesso un tempo sufficiente a molte più band medio-grosse, concedendo anche orari più tollerabili al pubblico. Se ottimizzata, una soluzione intermedia sarebbe un giusto compromesso tra un bill vario ed una giornata di concerti più vivibile.
PRO: finalmente un’edizione che non conosce la benedizione della pioggia, niente pantano (salvo intorno ai punti di distribuzione dell’acqua potabile) maleodorante né suole di terra.
CONTRO: la nube di polvere che si solleva per il caldo secco sa essere altrettanto molesta per i venditori (da qui si capisce il cellophan che protegge molti prodotti) e anche per il pubblico.
Unica soluzione? Mettere in valigia un poncho per la pioggia ed un fazzoletto per la polvere e mettersela via per il disagio, siamo pur sempre ad un concerto all’aria aperta e non seduti a teatro!
PRO: L’organizzazione si sta evolvendo di anno in anno, migliorando l’accessibilità ai servizi e il livello di igiene che si può trovare nei vari punti bagno, doccia, raccolta acqua, cercando inoltre di sensibilizzare i partecipanti al problema dei rifiuti.
CONTRO: Qualche imbecille continua a divertirsi a sporcare, inquinare e distruggere,per alcuni è patologico.
Vedete episodi che vanno contro il regolamento? Lo staff è sempre pronto ad intervenire e attento alle segnalazioni, non lasciate chedegli incivili vi rovinino la vacanza.
PRO: il piccolo kit di sopravvivenza che l'organizzazione consegna ai visitatori del festival, comprensivo, tra le altre cose, di un sacco per l'immondizia e di tappi per le orecchie.
CONTRO: il fatto che il suddetto kit non contenga le cose più importanti, ovvero il running order e la mappa del campeggio. I più attenti se li sono stampati da casa, tutti gli altri sono stati costretti a comprare la guida da 1 euro, contenente varie informazioni sulle band ma quasi interamente in tedesco.
PRO: Stand del cibo e delle bevande di tutti i tipi, in crescita le possibilità per i vegetariani; spazi per i disabili accessibili facilmente e una serie di agevolazioni per chi vuole vedere i concerti anche da lontano.
CONTRO: C’è ancora qualche problema di sovraffolamento quando si tratta di passare dalla zona del Main Stage a quella del Party Stage, ma è inevitabile.
PRO: Main Stage e Party Stage, con il secondo cresciuto molto nel corso degli ultimi anni.
CONTRO: Pain Stage, ancora troppe difficoltà per poter sentire in modo discreto i propri beniamini.

In definitiva, il Summer Breeze si conferma un festival open air di tutto rispetto, concepito ed organizzato in grande e perciò in grado di accogliere una vasta platea, pur garantendo servizi e divertimento per tutti ed accontentando anche le persone dai gusti più difficili. Certo, le possibilità di migliorare non sono ancora finite, ma quanto fatto in tre lustri di vita ha portato un concerto organizzato tra amici a diventare un evento di portata internazionale in grado di attirare anche frequentatori residenti al di fuori della Germania, dato di tutto rispetto.
Alzate ancora una volta i calici, brindiamo ad un nuovo successo targato Summer Breeze!

Introduzione, report di Arkona e Fiddler’s Green ed Ensiferum a cura di Carolina Pletti “Kara”.
Report di Van Canto, Grand Supreme Blood Court, Grave e Tristania a cura di
Massimiliano Giaresti “Giasse”.
Conclusione, report di Moonspell, Hate , Enslaved, In Flames, Dark Funeral, Primordial e Long Distance Calling a cura di
Giovanni Perin “GioMasteR”.
Tutte le fotografie a cura di
Cristina Mazzero e Vincenzo-Maria Cappelleri.



deedeesonic
Sabato 7 Settembre 2013, 18.49.35
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Ci vado dal 2002 e quest'anno (con 'sta crisi di m....) ho dovuto rinunciare! Sto male ancora adesso, mi è mancato un casino! Il più bel festival che possa esistere (e le tope sono molto "disponibili")!
Riccardo
Giovedì 29 Agosto 2013, 14.17.56
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Un grazie a tutta la crew per il report. Sono stato al SB nel 2009 e l'ho trovato un festival splendidamente organizzato.
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