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CORREVA L’ANNO - # 21 - 1990 prima parte
20/09/2013 (4634 letture)
Un nuovo decennio alle porte, tanti capolavori alle spalle e un futuro ancora ricco, sul quale avrebbero presto spirato venti rivoluzionari: l'heavy metal entra negli anni Novanta all'apice del suo splendore, con tante storie ancora da scrivere. Alla fine degli anni ottanta il thrash era al vertice del movimento, ma l'heavy tradizionale stava per dimostrare di essere ancora vivo e vegeto: una dolce e tremenda vendetta stava covando nei cuori di chi il genere lo aveva plasmato a sua immagine e somiglianza, i Judas Priest, sovrani di tutte le legioni cuoioborchiate. Il tempo ne aveva logorato l'immagine e la musica, tanto che alcuni ne auspicavano il pensionamento; ma i vecchi leoni stavano affilando le unghie e il loro nuovo assalto avrebbe messo dietro la lavagna interi eserciti di proseliti. Veloce come un proiettile, terribile come un urlo lancinante che squarcia la notte: nessuno se lo sarebbe immaginato, ma Painkiller stava per rivoluzionare l'intera scena, dimostrando come gli iconici decani di Birmingham avevano ancora parecchie lezioni da impartire prima di abdicare. Il dodicesimo studio album dei bikers coperti di pelle nera, borchie e catene si abbatteva sugli ascoltatori con una potenza inaudita, devastante alle orecchie di chi era abituato al vecchio heavy tradizionale dei defenders per eccellenza: era il colpo più duro mai sferrato dal Prete di Giuda, il capolavoro più splendente, alla faccia di chi li indicava come dinosauri. Il meglio, a quanto pare, doveva ancora venire: a sedici anni dall'esordio, Rob Halford e soci erano ancora i numeri uno e Painkiller dava veramente l'idea di un impatto frontale con un ciclopico mostro forgiato nell'acciaio e dedito a rinverdire il mito dell'heavy metal; ne incarnava l'essenza stessa e la rimodellava in forma moderna come mai in precedenza, grazie ad una produzione stellare e ad una nuova sequenza di riff rombanti, più feroci che mai; avrebbe dato una scossa inequivocabile all'intero movimento, andando ad influenzare le nuove generazioni anche in ambito thrash e death, come dichiarerà in seguito Chuck Schuldiner, leader dei Death. La rinnovata potenza era da ascrivere all'ingresso in line-up di Scott Travis, drummer tecnico e terremotante che mise a punto scroscianti partiture ritmiche col doppio pedale, ben cucite addosso ai riff poderosi e agli scintillanti assoli della coppia Tipton/Downing; le due asce stendevano l'ascoltatore al primo acchito, utilizzando bordate chitarristiche vigorose e gettandosi a capofitto in acuminati duelli solistici, fluidi e trepidanti come getti lavici provenienti da tutte le direzioni. Si trattava di una nuova giovinezza per i due chitarristi inglesi, ispiratissimi ed incisivi nella composizione di brani destinati inesorabilmente a collocarsi tra le migliori produzioni metalliche di ogni tempo; trame rapide, elettriche e maestose, costituivano l'essenza di pezzi epici e tonanti, che sembravano venir suonati in un apocalittico scenario da Medioevo prossimo venturo: in questa cornice raggelante si issava poderosa la figura profetica di Rob Halford, autore di una prova vocale superba, forse la migliore della sua gloriosa carriera. Bardato di cuoio e acciaio, con i capelli rasati e il suo tono acuto, il Messia di Birmingham troneggiava avvolto da un alone intimidatorio di pathos e adrenalina, quasi come se stesse rivelando al Mondo le sue sorti minacciose. Il singer lacerava i padiglioni auricolari utilizzando uno screaming altissimo e drammatico, regalando esclusivamente refrain trascinanti; rispetto agli standard priestiani i pezzi erano complessi, ricchi di stacchi e ponti, oltre che dei consueti riff memorabili. Rob Halford e compagni non si tiravano certo indietro quando c'era da rivendicare l'enorme influenza della loro band sull'intero microcosmo metallico internazionale: 'Il thrash non sarebbe mai esistito senza il power, e il power a sua volta non sarebbe mai esistito senza i Judas Priest. Noi siamo stati tra i primi a suonare musica davvero potente e veloce, con riff di chitarra molto serrati e raffiche did oppia cassa'. Painkiller, con la sua copertina dalle forti tinte fantasy, era un nuovo Manifesto del suo genere: da qui in avanti si avrebbe avuto a che fare con un modo differente ed aggiornato di intendere l'heavy metal classico, reso ora con più potenza e maggior forza d'urto; ancora una volta, i Maestri erano stati artefici di un cambiamento, ringiovanendo e rinvigorendo la creatura da essi stessa creata. KK Downing era fiero di poter dare ancora filo da torcere alle nuove leve: 'Andiamo avanti da vent'anni e abbiamo inaugurato il terzo decennio in splendida forma. Questa è stata una sorpresa per parecchi stronzi che pensavano fossimo pronti per l'ospizio. In tutti questi anni nessuno è mai riuscito a superarci, abbiamo sotterrato centinaia di band che pensavano di tenerci testa! Continueremo ad essere i signori del power metal e nessuno potrà levarci il trono che ci siamo meritati sputando il sangue sul palco per una vita'. La sola Painkiller, titletrack e brano simbolo dell'opera, sarebbe bastata a rendere eccellente qualsiasi disco. Era un pezzo roboante e dall'impatto frontale, che esplodeva sotto massacranti bordate batteristiche e si delineava attraverso differenti velocità esaltando lo screaming al vetriolo di Halford e la poderosa ferocia chitarristica di Tipton e Downing: riffing killer e assoli mozzafiato. In episodi strepitosi quali Leather Rebel o Metal Meltdown le chitarre sembravano sgorgare acciaio fuso ad altissime temperature, fendendo l'aria come falci lancinanti; i testi militanti non facevano che accrescere l'impressione di un'adunata liturgica da brividi. Atmosfere cupe ed evocative creavano un climax difficilmente ripetibile, preparando il terreno per le profetiche e possenti Night Crawler o Between the Hammer & the Anvil: echeggia ancora il clangore dell'acciaio, glaciale e sferzante, concentrato in inni senza tempo. La scaletta era completata dalle statuarie e pulsanti Hell Patrol, One Shot at Glory e All Guns Blazing, bordate cromate che da sole esplicitavano il concetto più fervido e verace di heavy metal, permettendo ai Judas Priest entrano nel nuovo decennio, ancora una volta da leader. Era impossibile non sussultare dinnanzi a tali esplosioni di emotività, potenza ed epica: la sensazione era quella di sentirsi eletti emissari e cavalieri di una missione sacrale, a difesa dell'heavy metal più puro e genuino; il giornalista Chris Welch scrisse: 'Questo album fa perdonare al gruppo le piccole divagazioni degli ultimi lavori ed è prodotto meglio e più focalizzato di Ram It Down; Painkiller è il gradito ritorno dei maestri conclamati del genere'. Anche Halford ne era fiero: 'Painkiller incarna perfettamente ciò che i Priest hanno sempre rappresentato per me; è molto duro, molto forte, molto potente: non ha praticamente punti deboli'. Infatti, era un disco che flirtava alla distanza col thrash e rinunciava al consueto approccio melodico del gruppo britannico a vantaggio di un clangore imponente, per larghi tratti straripante ed incontenibile; rivisitava l'epos e la maestosità dell'heavy classico sotto un profilo devastante di robustezza, energia e compattezza, mostrando chiaramente la direzione nella quale il movimento tradizionale avrebbe dovuto evolversi. Il videoclip registrato per la titletrack mostrava la band in forma dirompente, e l'utilizzo di luci ed effetti visivi particolari ampliava la rabbia del pezzo; questo nuovo capolavoro fu supportato attraverso una prestigiosa tournee da headliner, al fianco di eredi designati come Megadeth, Testament, Sepultura e Pantera: anche di fronte ai fedelissimi di queste formazioni -giovani, agguerrite, dedite ad un thrash molto più feroce dell'heavy tradizionale- i leoni di Birmingham se ne uscirono in maniera trionfale, dimostrando di saper ancora fare male. Il primo concerto di Travis con i Priest fu quello del 13 settembre a Los Angeles, nel corso della terza conferenza mondiale dedicata alla scena rock e metal; Halford sostenne un discorso di venti minuti contro la censura (in seguito alle ancora recenti cause giudiziarie nelle quali i suoi erano stati trascinati) ed in seguito dichiarò che 'Chiunque faccia parte di una società democratica dovrebbe avere una propria opinione e la possibilità di esprimersi liberamente': a proposito dei live shows, spiegava Ken Downing: 'Questo è senza ombra di dubbio il tour più spettacolare da noi realizzato, abbiamo una grande quantità di fuochi pirotecnici, fumi, fiamme, un'enorme distesa di amplificatori ai lati dell'imponente batteria di Scott e, naturalmente, l'immancabile vecchie Harley Davidson di Rob, che ormai è diventata il nostro talismano e che ieri sera ha inaugurato il suo 134° chilometro. Il che sembra poco, ma non lo è affatto se si pensa che li ha collezionati tutti on stage, concerto dopo concerto. Noi andiamo in scena rigorosamente con il classico look dei Priest: borchie, pelle, fruste e catene'. L'entusiasmo era evidente anche nelle parole di Halford: 'Ormai stare sul palco ci riesce più naturale che passeggiare per il salotto di casa, tanto ci sentiamo a nostro agio. ma non intendo affatto dire che per noi fare concerti sia diventata una monotona routine, anche perché se così fosse i nostri gig non potrebbero essere così potenti e coinvolgenti. Ogni paese in cui arriviamo ci offre qualcosa di speciale ed emozionante; ci piace osservare come i fan reagiscono in modo diverso ai nostri shows, pur riuscendo sempre a trasmetterci con intensità la loro grande passione per l'heavy metal. inoltre noi tutti siamo grandi appassionati di arte e storia, così una delle cose che ci rende sempre entusiasti di partire per un tour è la possibilità di visitare i più grandi e importanti musei del mondo. Essere dei metallari non significa non poter apprezzare la cultura classica. Abbiamo potuto suonare al Rock In Rio, ed è stato semplicemente incredibile: non eravamo mai stati prima in Sudamerics e abbiamo avuto l'opportunità di esibirci davanti a ben 170 mila kids, che diventano addirittura 500 mila se calcoli che il concerto è stato trasmesso in diretta televisiva in tutto il paese'Sul palco giganteggiava la minacciosa figura del Metallion e la band rispolverò vecchi classici come The Ripper, Beyond the Realms of Death e Victim Of Changes; un recensore scrisse: 'Assicuratevi di comprare un biglietto e di vederli di persona. I Priest sono tornati. Sul serio'. Il tour fu stancante e si concluse in Florida, prima di riprendere il suo corso durante tutto il 1991; del nuovo disco venivano suonate All Guns Blazing, Night Crawler, Between The Hammer And The Anvil, Metal Meltdown, A Touch Of Evil e la devastante titletrack, mentre non potevano mancare leggende del calibro di Hell Bent For Leather, Electric Eye, Metal Gods e Breaking The Law.

Giunto al suo apice tecnico e storico, il movimento thrash metal sublimò nel corso di quel 1990 in una nuova serie di lavori intramontabili, trainati dal masterpiece assoluto dei Megadeth: la formazione di Dave Mustaine non era mai stata banale, anzi, si era sempre distinta per fenomenali doti tecniche e compositive capaci di coniugare con formidabile efficacia velocità, potenza, melodia e songwriting; il nuovo Rust In Peace, però, era un ulteriore passo avanti verso la perfezione. Un gioiello nel quale ogni elemento tipico del Megadeth-sound veniva proiettato ad apici irripetibili: le trame erano molto più articolate che in passato, e costituivano una serie di canzoni intricate, in movimento costante ma sorrette sempre da riff geniali e letali. Il lavoro di Mustaine con le sei corde era affilato ed iniettato di veleno: in questo full length, il rosso ribelle di La Mesa sciorinava una serie imponente di riff al fulmicotone, destinati a riscrivere ancora una volta la storia del thrash e a restare impressi nelle memorie di intere generazioni. L'ingresso del riccioluto Marty Friedman in luogo del tossico Jeff Young incrementò ulteriormente l'elevato tasso tecnico del combo californiano: Friedman possedeva un tocco esotico tutto personale, il quale arricchì una ricetta già vincente con assoli fiammanti e fluidi, esaltati da una produzione nitida, asciutta e moderna; la chitarra ricopriva un ruolo centralissimo, esaltata da duelli sfibranti ed elaborate rifiniture melodiche. Le due asce imperversavano per l'intera durata del disco e spadroneggiavano tra intersezioni da capogiro e lancinanti serrate a velocità sfrenata. La tracklist era un vero e proprio vangelo del thrash metal, introdotta dal riff epocale e dalla sfuriata tempestosa di Holy Wars, una canzone leggendaria nella quale i Megadeth offrivano la summa del loro repertorio, incrociando le chitarre in frenetiche trame contorte, alla velocità della luce; si passava infatti da riff-rasoio ed accelerazioni sfrenate a rallentamenti plumbei e melodie acustiche orientaleggianti, prima di uno scrosciante finale scandito da un assolo straripante, prolungato in un infinito vortice di note. In esso le sei corde intessevano strutture inverosimili, intrecciandosi ripetutamente alla velocità della luce: un godimento che si ripeteva nell'altrettanto mitica Hangar 18, meno tirata nella rapidità esecutoria ma ancor più squillante e composita nell'impareggiabile fuga solista. La stessa Rust In Peace/Polaris ben annetteva al proprio interno accelerazioni dirompenti e passaggi più contenuti, con la solita buona dose di riff al vetriolo. Frammenti adrenalinici ipereccitati come le velocissime Take No Prisoner, Poison Was The Cure e Five Magics facevano sfoggio di elettrizzanti riff tronchi e rasoiate impazzite, rendendo tremendamente attuale e chiaro il concetto di thrash metal e facendo letteralmente a pezzi ogni sorta di ostacolo che si presentasse loro davanti; brani invece meno irruenti come la stupenda Tornado Of Souls -arricchita da un ulteriore assolo torrenziale e dall'ennesimo riffing leggenadario- o l'altrettanto valida Lucretia dimostravano come l'act americano possedesse una classe superba e potesse districarsi con identica incisività nelle partiture ritmiche più disparate, sempre mantenendo un indiscutibile tasso di qualità, ispirazione ed aggressività. Affermava al tempo Marty Friedman: 'I riff in sé non sono molto complessi, il punto semmai è su come vengono interconnessi; Mustaine è molto preciso: il suo modo di costruire una canzone è davvero brillante, sa guidarla bene fino al climax. Suonare dei riff e metterli in ordine non è così complicato, la parte più dura è svilupparli: io non ero abituato, ero solito concentrarmi di più sulle mie parti soliste. Per fortuna il mio stile solista non ho dovuto modificarlo, ho dovuto adattarmi solo per quanto riguarda i riff. Ho sempre suonato solo per me stesso, ora la vera sfida è riuscire a soddisfare anche gli altri e in studio c'erano abbastanza orecchie per testare le mie parti. Così se qualcosa fosse uscita fuori troppo egiziana o giapponese me l'avrebbero detto'. Con Rust In Peace si avvertiva una tendenza incontrovertibile: il thrash metal era divenuto un genere maturo e tecnicamente raffinato, più dinamico e complesso rispetto agli esordi. Restavano velenose le liriche di Mustaine, sempre pronto a scagliarsi contro i politici, le guerre, i fanatismi religiosi ed il riscaldamento globale. Ancora imbottito di farmaci e sostanze stupefacenti, il cantante e chitarrista restava l'angelo maledetto della musica dura: un incontrollabile folle dal cuore tenero, un musicista geniale che alternava vampate di lucidità sociale ad imprevedibili smottamenti psicologici; i suoi testi erano importanti, e il tono aspro e nasale con cui li interpretava sembrava imbevuto tra sangue e veleno. Non vi era una sola sbavatura in tutto il platter, tutti gli ingranaggi si incastravano alla perfezione in una sontuosa orchestra di virtuosismo tecnico e capacità distruttiva: per la prima volta, forse, i Megadeth si ritrovarono davanti ai Metallica in un'ipotetica graduatoria delle band migliori del globo. Proprio Mustaine ha avuto modo, in seguito, di ricordare l'origine del titolo del suo nuovo capolavoro: 'Stavo tornando dal lago Elsanon e, mentre in autostrada cercavo di prendere la scia di un’altra vettura, feci caso ad un adesivo sul suo paraurti. Riportava uno slogan di quelli umoristici: da un lato diceva "una sola bomba atomica potrebbe rovinarti l’intera giornata", dall’altro invece "possano tutte le vostre armi arrugginire in pace". Pensai: "Rust In Peace", dannazione, questo si che è un buon titolo! E poi ancora: che cosa intenderanno con "arrugginire in pace"? mi sono figurato una scena simile: tutte queste testate abbandonate, depositate in qualche posto tipo Seal Beach, coperte di ruggine e sporcizia, con i ragazzini che ci dipingono graffiti sopra. Penso che sia una delle prese di posizione più profonde che potessimo prendere, così come lo era Holy Wars. E’ la mia visione ideale: vorrei che tutte le armi nucleari fossero eliminate, che qualcuno disattivasse le testate. Dopo ci sarebbero da fare i conti con l’uranio e il plutonio, ma è un problema che in realtà abbiamo già adesso'. La band partecipò al clamoroso Clash Of The Titans, un mastodontico tour mondiale che vedeva sullo stesso palco leggende del thrash come Slayer e Testament, alfieri del metallo classico come i Judas Priest e band alternative quali Suicidal Tendencies e Alice In Chains; fu un successo eccezionale e le platee di tutto il mondo poterono acclamare questa parata di stelle in forma fisica straordinaria. Ricorderà in seguito lo stesso Mustaine: 'Quei concerti appartengono al periodo in cui la band incominciò ad interagire col pubblico; hai presente quando smetti di suonare, il pubblico continua a cantare il tuo brano e tu ricominci a suonarlo? Era una cosa che alimentava l'entusiasmo. Suonavamo ad una velocità così assurda che potevi quasi sentirci trattenere il fiato dalla fatica; avremmo potuto uscire dai binari in ogni momento. Ripenso a quel tour con grande soddisfazione, anche se tra i gruppi ci furono delle divergenze di opinione e qualche conflitto di personalità'. I Megadeth solevano dedicare a Saddam Hussein, definito ‘Lo stronzo numero uno’, il nuovo cavallo di battaglia Holy Wars: questo creò nuove polemiche, ma accentuò lo spirito combattivo e libertario di Dave Mutaine, che a proposito delle guerre di religione dichiarò: 'Come cazzo può una religione permettersi di dire qualcosa contro un’altra religione'? La scaletta del periodo era impressionante e letale: comprendeva i classici più spietati come Rattlehead, Devil's Island, Wake Up Dead, Hook In Mouth, The Skull Beneath the Skin, The Conjuring, Peace Sells e Black Friday, alcuni brani più cerebrali come In My Darkest Hour e le nuove frecciate al cardiopalma: Holy Wars, Take No Prisoner, Hangar 18 e Rust In Peace, unitamente ad alcune cover come Anarchy in UK dei Sex Pistols e it's Electric degli amati Diamond Head.

L'influenza dalla formazione californiana era talmente forte da imprimersi a fuoco già nell'operato delle band contemporanee. L'impatto riscontrato dai canadesi Annihilator con il loro esordio Alice In Hell era stato eccezionale ed in quel 1990 veniva ripreso attraverso l'altrettanto ottimo Never, Neverland: in esso Jeff Waters, chitarrista virtuoso e mastermind assoluto della band, riusciva addirittura a migliorare la proposta del debut, avvicinandosi qualitativamente ai risultati raggiunti proprio dai Megadeth. Riff potenti e melodie precise erano strutturate in composizioni molto articolate e ricche di cambi di tempo, stacchi e differenti sezioni; assoli di chitarra molto tecnici e complessi davano al disco uno spessore considerevole, delineandosi come torrenziali ed emozionanti cascate di note, morbide e avvolgenti, perfettamente complementari rispetto alle classiche serrate ritmiche tipiche del thrash. Innovazione e tradizione andavano di pari passo: l'amore per il metal classico e tradizionale non veniva mai meno, sebbene Waters e soci sperimentassero andamenti progressivi, accenti inusuali ed elaborazioni d'avanguardia, componenti portanti di un disco che era il degno compendio del techno-thrash. Alla voce fu assoldato Coburn Pharr, che sostituì validamente Randy Rampage, fuoriuscito dalla line-up per divergenze ideologiche con gli altri musicisti: la sua voce rocciosa ben si innescava sulle trame eclettiche tracciate dalle pennate di Waters e del chitarrista ritmico Dave Scott Davies. Alla batteria si distingueva il lavoro scrosciante del tentacolare Ray Hartmann, puntuale ed efficiente sia alle prese con ritmiche impellenti che con altre più contenute, ma soprattutto brillante quando chiamato a dirigere gli imprevedibili e drastici cambi di tempo. Anche rispetto ai suoi compagni di band, Waters era un musicista di gran lunga più preparato, come ricorderà egli stesso in una dichiarazione di alcuni anni dopo: 'Passavo le mie giornate a progredire tecnicamente concentrandomi sulla velocità e sulla pulizia del vibrato e del picking, mentre gli altri perdevano tempo. Non era una questione di ego, ma di migliorarsi'. Il celebre riffing sinistro e le repentine accelerazioni di The Fun Palace aprivano il disco, trascinando l'ascoltatore in strepitose sezioni strumentali, scale vertiginose e vocalizzi in falsetto; la stessa Road to Ruin presentava variegate trame melodiche e notevoli incroci strumentali, congiunti in una sorta di ultra-technical speed metal, convogliando poi nel groove hard rock-thrash di Sixes and Sevens, ancora abbellita da emozionanti spiragli melodici. Il classico stile Annihilator si definiva e consacrava nella rapida alternanza tra delicati arpeggi e riff poderosi, come accadeva in brani quali Stonewall; per questa canzone fu realizzato anche un videoclip, il quale ritraeva la band in azione sulle rive di un lago, la location dell'artwork di copertina: con i lunghi capelli al vento e i jeans attillati, il look era orgogliosamente thrashy. Scintillante l'assolo di Waters, una costante che dava alla musica dell'act canadese un quid importante. La stessa titletrack mozzava il fiato per i taglienti e ripetuti passaggi da riff puliti e malinconici ad altri decisamente robusti ed aggressivi; in essa Waters sfoderava suadenti sezioni soliste, facendo sfoggio di tutta la sua abilità di chitarrista e -cosa non secondaria- di compositore: non era fredda tecnica fine a sé stessa, ma musica vera e propria, della quale era difficile non innamorarsi. La geniale Imperiled Eyes era uno degli esempi più fulgidi di techno-thrash: il riff d'attacco veniva tramutato in strofa e poi evoluto progressivamente, mentre la band avanzava tra stop e ripartenze decise. Anche in questo caso la sezione solista era straripante ed emozionante, anche se era l'elevato numero di riff importanti concentrato nei cinque minuti del pezzo a destare entusiasmo, di pari passo con lo scrosciante e chirurgico lavoro di batteria: Hartmann martellava con precisione sorprendente, a velocità tiratissima, infallibile come una macchina. Uno dei brani più rappresentativi, non solo nell'intera discografia degli Annihilator ma nell'intero scenario thrash, era Phantasmagoria: il pezzo era infarcito di riff farneticanti e ritmiche schizzate, pulsava adrenalina e rimaneva concitato dall'inizio alla fine nonostante la moltitudine di sezioni che in essa si incrociavano. Come erano stati episodi quali Human Insecticide sul disco precedente, così Phantasmagoria faceva balzare drasticamente alle stelle l'energia e l'adrenalina; spigolose e più canoniche fiondate thrash (Reduced to Ash e I Am In Command) chiudevano il disco con immutato furore. Era un prodotto caratterizzato da un tecnicismo straripante di tutti i musicisti, un mix ben calibrato di potenza, melodia e velocità esorbitante, nel quale tutti i pezzi poggiavano su tiratissime corse ritmiche, elettrizzanti ed impattanti dall'inizio alla fine. Never, Neverland fu la consacrazione definitiva per gli Annihilator, nuovi fenomeni del thrash metal internazionale: grazie a questa pubblicazione i canadesi si meritarono di supportare in tour i leggendari Judas Priest, anche se nuovi cambi di formazione erano alle porte.

Un altro pilastro del thrash ottantiano, gli Slayer, si dimostrarono in stato di grazia con un disco importante come Seasons In The Abyss, che stilisticamente ricalcava lo stile più vario e composto del precedente South Of Heaven: la formazione californiana alternava dunque ritmiche incalzanti ad altre più lente, restando stilisticamente lontana alla perentoria ed apocalittica violenza di Reign In Blood. Era ad ogni modo un full length devastante, introdotto da una mazzata massacrante e gonfia di adrenalina e furia come War Ensemble, uno dei pezzi più brutali, veloci e meglio riusciti dell'intera discografia targata Slayer. Al suo fianco si collocavano rapidissime ed abrasive sassaiole come Hallowed Point, Temptation e Born of Fire, incendiate dai riff feroci e dagli assoli fulminanti -ma più curati e lineari che in passato- della tremenda coppia composta da Jeff Hanneman e Kerry King, lungocriniti figli dell'ira. Anche le vocals del bassista Tom Araya restavano una garanzia di forza e veemenza, pur annettendo passaggi più melodici; la melodia -seppure abbozzata ed in ogni caso costantemente maligna ed acuminata, ben definita in una cospicua sequenza di riff poderosi e ben congegnati- era l'elemento che rendeva differente questo disco e South Of Heaven rispetto ai primi del quartetto: brani meno tirati come Blood Red, Spirit In Black, la lunga titletrack, Dead Skin Mask, Expendable Youth o la claudicante Skeletons Of Society dimostravano che, pur variando le ritmiche, il risultato non cambiava. Ovvero: gli Slayer restavano dei killer micidiali, anche grazie all'apporto scrosciante di un batterista dirompente come il sempre più tonico Dave Lombardo. Per la stesura dei testi fu ancora fondamentale e primario l'astio nei confronti delle religioni organizzate, come ricordava Kerry King: 'Non ho una vera filosofia di vita, la mia è una ribellione contro la religione organizzata. Questo è il mio punto di vista: personalmente penso sia solo una stampella per gente troppo debole che non sa cavarsela da sola nella vita. Per quanto mi riguarda, se non posso vederlo non esiste. E nessuno può farmi vedere Dio'. Rincarava la dose Jeff Hanneman: 'Ci scagliamo in modo indiretto contro gli imbroglioni delle televisioni cristiane. E' incredibile quanti soldi si rubino nel nome di Gesù; c'è molto di ridicolo in tutto questo, ma non pensate che per noi sia un gioco: è un argomento molto delicato, ed è un modo molto facile di offendere le persone'. Particolare attenzione fu dedicata anche alla figura dei serial killer, trattata in Dead Skin Mask attraverso le lugubri vicende di cronaca attribuite al folle Ed Gein; era Araya il principale compositore dei testi dedicati agli assassini: 'Quando leggo i giornali, controllo sempre se si è verificata qualche tragedia, se qualcuno è stato investito da una macchina o assassinato. Leggo quegli articoli ed incomincio a prendere qualche spunto, ma leggo anche molti libri di poesie e per essere onesto mi considero un po' un poeta. Scrivo poesie: un sacco di gente le considera un mucchio di merda, ma per me sono poesie'. Il Clash Of The Titans era stato pensato, in origine, come primo abbozzo di un ipotetico Big Four: a detta degli Slayer, però, l'ipotesi saltò a causa del presunto snobismo dei Metallica, che effettivamente erano concentrati in un periodo molto faticoso dovuto al processo di composizione e al completamento di alcune date importanti. Di fatto, divenne l'occasione per dispute e controversie continue tra la band di King e lo sbarazzino Mustaine. Una guerra combattuta nei camerini e soprattutto davanti alla gente, alimentata da provocazioni e frecciatine, originatesi dalla scelta dell'headliner ma poi proseguita attraverso ogni sorta di pretesto, come ricordava Scott Ian degli Anthrax: 'Comunque si organizzasse la scaletta, i Megadeth non suonarono mai dopo gli Slayer; noi dicemmo da subito "fanculo, noi suoniamo quando vi pare", non riesco a capire quel modo di fare. In quel tour Dave combatteva una guerra immaginaria contro gli Slayer, una guerra alla quale gli Slayer non prendevano parte. Per noi e gli Slayer era una sorta di divertimento quotidiano'. L'attitudine live e la forza sprigionata dai losangelini era sempre incontenibile, come ricordava Jeremy Wagner dei Broken Hope: 'Mentre suonavano, gli Slayer emanavano una spaventosa intensità ed intimidivano letteralmente, cosa notevole per un gruppo come loro che non si muove molto sul palco. Trasudavano pura dominazione e malvagità, in più sembrava che la loro musica avesse il sinistro potere di far impazzire la gente. Ogni sedia del locale dove li vidi fu strappata, lanciata e distrutta; la gente si gettava dalle balconate'. Le infuocate performance di quel periodo saranno successivamente documentate nel live Decade of Aggression, pubblicato nel 1992 in occasione del decennale dell'iconica band americana.

Nel frattempo i poderosi Testament, che solo l'anno prima avevano pubblicato l'ottimo Practice What You Preach, tornarono immediatamente sul mercato con Souls Of Black, in quanto la partecipazione al Clash Of The Titans sarebbe stata garantita loro soltanto in coincidenza di una nuova release. Il disco seguiva la scia del predecessore e ne accentuava le peculiarità: un'accresciuta melodia nel riffery e nel vocalism, pezzi più compositi ed in questo caso meno devoti alle consuete serrate thrashy. Vi erano brani molto dinamici, potenti ed esplosivi come l'impattante Face in the Sky o l'altrettanto valida Falling Fast, trascinanti ed aggressivi; i riff rimanevano taglienti e di matrice thrash, eppure rispetto al passato vi erano meno sezioni up-tempos. Il risultato era comunque eccellente, i toni restavano cupi e le composizioni molto potenti, impreziosite dalle scintillanti ed avvolgenti sezioni soliste di Alex Skolnick, chitarrista dal tocco morbido e dalla classe indiscutibile. La titletrack era un oscuro e possente mid-tempo dal riffato tenebroso, Love to Hate concentrava ritmiche rapide più sferzanti mentre Malpractice spiccava per il fulgido e trepidante assolo di Skolnick. Souls Of Black era definibile come un ottimo disco di heavy-thrash, che proseguiva l'evoluzione del combo californiano esplorandone maggiormente l'attitudine melodica e compositiva, anteponendola alle sfuriate rapide, che rimanevano presenti ma in misura sensibilmente ridotta rispetto alle releases precedenti. La nuova frontiera del thrash sembrava essere quella del virtuosismo: sempre più formazioni si dedicavano alla composizione di brani sofisticati e melodie ricercate, come ad esempio i prodigiosi danesi Artillery, che già nei dischi ottantiani si erano evoluti dal thrash frenetico degli esordi verso uno stile più accurato e personale. Il loro nuovo lavoro, By Inheritance, ricco di tecnicismi e melodie, incalzante e rapidissimo nell'esecuzione, era un assoluto capolavoro del genere: in esso veniva dato ampio risalto alle tipiche sfumature mediorientali che da sempre arricchivano riff e melodie dell'act scandinave, evidenti nell'intro 7:00 From Tashkent, nella devastante e velocissima Beneath The Clay (R.I.P.) o nella potente titletrack; in essa, altrettanto dirompente, svettava la voce epica e versatile di Flemming Ronsdorf, la quale conferiva un pathos stentoreo ed un alone imponente alle trame chitarristiche di Michael e Morten Stytzer. La sublimazione assoluta del connubio tra le sue vocals enfatiche e le straripanti trame melodiche delle sei corde culminava in Khomaniac, probabilmente il brano migliore mai composto dagli Artillery: un riffing monumentale ed impattante dal fortissimo sapore orientale, ricco di idee e frecce avvelenate, introduceva una scorribanda elettrizzante completa ed irresistibile, nella quale il cospicuo lavoro di doppia cassa e le ritmiche a rincorsa fomentavano l'headbanging, unitamente alla prova incisiva di Ronsdorf. Caratteristica del singer era l'approccio tutt'altro che thrashy, coniugato da un piglio classic heavy, acuto e vagamente simile a quello di un Bobby Ellsworth, seppur meno stridulo e più pulito dal punto di vista tecnico. Questo elemento contribuiva a costituire un sound originale e capace di imprimersi nella storia, assieme ad una tracklist ricca di spunti interessanti e riff memorabili; in un'intervista piuttosto recente, il drummer Carsten Nielsen affermava: 'Le influenze mediorentiali derivano da quando eravamo in Russia per suonare. Abbiamo viaggiato attraverso zone musulmane ed è stato in quella occasione che l’interesse nel modo di comporre musica tipico del Medio Oriente è emerso ed ha fatto presa su di noi sin da allora'. Mai compresi appieno dal pubblico e minati da alcuni contrasti interni, i thrashers di Copenhaghen andranno incontro ad uno scioglimento prematuro nel corso del 1991, proprio un anno dopo aver regalato al panorama metallico internazionale la loro perla migliore. Ritornando nel Continente Americano, è doverso soffermarsi sulla pubblicazione di Persistence Of Time, quinto dei newyorkesi Anthrax: la band di Scott Ian dopo tre bombe di thrash esplosivo, ironico e sagace, già nel 1988 aveva optato per un approccio più melodico, abbinando le consuete stoccate rapide a mid-time più catchy, peculiarità che si riflettevano anche in quest'ultimo lavoro. Si trattava di un disco molto maturo e contraddistinto da forti tematiche sociali, nel quale i brani venivano sviluppati più che in passato (anche se non si poteva certo parlare di thrash tecnico), risultando talvolta persino eccessivamente prolissi. Ritmi incalzanti e riff incisivi rendevano irresistibile l'ottima e lunga Blood e la martellante Discharge, classico esempio dell'hardcore-thrash dei Nostri; curiosamente, il momento topico del platter era rappresentato da una cover: si trattava di Got The Time, una scarna e frenetica scarica di divertente hardcore-punk originariamente cantata da Joe Jackson (1978) e destinata a diventare un cavallo di battaglia per i thrashers americani. Naturalmente il brano veniva reso con maggiorata potenza, era velocissimo e godeva di un tiro eccezionale, semplice ma diretto e capace di scatenare moshpit clamorosi in sede live. A proposito dei testi impegnatimed ironici della band, celebre per andare controcorrente nel pessimistico universo thrash metal, una volta Scott Ian affermò: 'Noi amiamo scrivere canzoni legate alla realtà, che implichino esperienze fatte durante il normale corso della vita. Non mi piace glorificare la morte, perché in essa non c'è nulla di glorioso! E nemmeno comporre cavolate su roba medievale, che denota poca fantasia da parte di chi le crea. Quello che tentiamo di fare è avere un atteggiamento positivo verso la vita, anche se non è facile'. La tracklist procedeva con diversi momenti positivi: Keep It in the Family poggiava su riff cupi e granitici, oltre che su un drumming in mid-time decisamente poderoso ed era uno dei brani più oscuri e pesanti scritti dalla band; altrettanto intimidatoria se non addirittura epica, In My World alternava momenti cadenzati a ripetute accelerazioni, mentre One Man Stands possedeva un mood discreto e buone dinamiche. L'album era valido, non rappresentava un capolavoro come i precedenti ma in ogni caso si faceva rispettare; i brani restanti erano onesti, ma non sembravano eccezionali: l'ispirazione della band era in calo, ma la sua reputazione restava salda e l'energia sprigionata nei suoi movimentati concerti non veniva mai meno.

Nel brutale feudo tedesco il thrash metal muoveva passi importanti e si evolveva nello stile, raggiungendo importanti vertici qualitativi. Coma of Souls, quinto disco dei leggendari Kreator, proseguiva il percorso di crescita che, disco dopo disco, aveva ripulito dal marciume il sound del combo di Essen; prima icone del thrash più feroce ed apocalittico del continente con il furibondo Pleasure To Kill e poi alfieri internazionali di un sound devastante e chirurgico -inciso nei solchi del memorabile Extreme Aggression- i Kreator toccavano ora il culmine della propria parabola evolutiva, spingendosi ad un thrash dall'approccio molto tecnico rispetto ai tradizionali parametri della triade. Mille Petrozza, chitarrista e cantante della band, aveva messo a punto una serie di pezzi articolati e complessi, nei quali rigettava tutta la sua rabbia; i suoi riff, secchi ed incendiari, rendevano violente e rabbiose le nuove bordate, sempre scandite dal tellurico ed implacabile drumming del gigantesco Ventor. Il classico vocalism strozzato di Petrozza si scagliava contro la falsità umana, la corruzione dei politici e l'inquinamento ambientale, espellendo iraconde tossine d'odio in mazzate tremende come l'articolata titletrack, l'apocalittica When the Sun Burns Red o l'elettrizzante Terror Zone, che si apriva come mid-time per poi defluire in una concitata e rapidissima serrata ritmica dal riffery velenoso, praticamente irresistibile. La già citata When the Sun Burns Red apriva il disco con un arpeggio truce ed un inasprimento ritmico tremendo, che sfociava in un'accelerazione sfibrante coincidente col classico urlaccio di Petrozza: la corsa era serrata e senza attimi di respiro, ancor più feroce con l'approssimarsi del ritornello e le ripartenze che lo seguivano. Assolutamente magistrale era lo stupendo assolo di chitarra che arricchiva con melodia ricercata l'assassino spettro sonoro del pezzo. Si trattava di un nuovo classico, così come lo era la stessa Coma Of Souls: ancora una volta l'avvio ritmato veniva spezzato da una clamorosa escalation adrenalinica, successivamente delineata in una serrata ritmica a rincorsa veloce e tagliente, asciutta nei suoni e martellante nel drumming a supporto degli spigolosi riff di Petrozza; l'assolo, ancora molto curato e ricercato, suonava più spinto e fulminante rispetto a quello dell'opener, ponendosi come una lavica scarica di note sanguinarie che colavano dalle sei corde. Questi pezzi godevano di un'architettura molto curata: al loro interno si incrociavano svariati riff di impatto feroce, stacchi, ripartenze e folgoranti assoli di chitarra, affidati al tocco ispirato di Frank Gosdzik, già ascia dei Sodom: la seconda chitarra permetteva alla formazione tedesca di approfondire il proprio sound, completando con taglienti e letali melodie soliste le consolidate sassaiole ritmiche. I Kreator dimostravano così di poter offrire un repertorio maturo e composito, che rappresentava tutta l'accresciuta forza d'urto di un genere, il thrash metal, ormai evolutosi e divenuto sempre più incisivo e ambizioso dal punto di vista tecnico. Al fianco dei nuovi brani, più stratificati e definiti nella struttura, non mancavano mitragliate secche e più tradizionali, spietate e prive di orpelli, come World Beyond, Twisted Urges, Material World Paranoia o Agent Of Brutality, nonché episodi più ritmati come People Of The Lie; si trattava di bordate nervose e rapidissime, assai lineari rispetto ai brani più elaborati del disco: puri esercizi di thrash tedesco, autentici calci nei denti che servivano per ricordare a tutti le radici del four-pieces germanico e ribadirne la brutalità. Petrozza era molto fiero del nuovo disco e dell'approccio lirico in esso contenuto: 'La copertina di Coma Of Souls rispecchia il titolo ed il contenuto dell'album; gli occhi cuciti rappresentano l'incubo dal quale non ci si può svegliare. Il nostro nuovo album è una vera mazzata nella sua globalità, non ci sono pezzi migliori di altri, anche se sono molto legato a World Beyond: è un pezzo molto dark che parla dei misteri del nostro inconscio, dell'origine degli incubi. Poi c'è When The Sun Burns Red, la quale denuncia come stiamo distruggendo il mondo in cui viviamo senza alcun rispetto per la natura; l'idea è nata da un libro che ho letto tempo fa e che mi ha colpito molto: The Next One Hundred Years di Jonathan Weiner. Comunque, lo ripeto: i brani sono tutti ugualmente micidiali, sono veramente contento'. La stessa Coma Of Souls, con le sue accelerazioni dinamitarde ed i suoi riff abrasivi divenne subito un classico, tanto che la band la inserirà puntualmente nelle setlist live per parecchi lustri. Petrozza, di origini calabresi, amava sottolineare con forza ed enfasi l'impatto aggressivo della propria musica: 'Abbiamo sempre suonato molto duro, sostanzialmente il nostro stile non è mai cambiato di molto. Lo ammetto, da qualche tempo ci sono gruppi che suonano più velocemente di noi, ma non è la velocità che determina la brutalità di un pezzo: è la rabbia che hai addosso mentre lo suoni. Noi di rabbia in corpo ne abbiamo da vendere e sfido chiunque a produrre un album più cattivo di Coma Of Souls'! Interpellato su quale fosse la band peggiore della scena metal e rock, il chitarrista ostentò orgogliosamente la propria natura di thrasher: 'Ne ho viste e sentite molte che mi facevano vomitare, fin troppe, ma sicuramente la band peggiore della storia, senza stare a far nomi, va ricercata tra i fottutissimi gruppi glam. Non voglio fare polemiche sul loro look, ognuno può vestirsi come vuole; ma per fare il nostro lavoro bisogna anche saper suonare'. Perentorio e lancinante, proprio come una sfuriata targata Kreator. La band restava saldamente al comando del movimento thrash continentale, guadagnandosi ulteriore rispetto e acquisendo con il passare degli anni sempre più consapevolezza dei propri mezzi. La spaventosa potenza espressa a folle velocità dal quartetto di Essen venne sintetizzata senza freni inibitori nel concerto tenuto a Berlino dopo la caduta del Muro e pubblicato anni dopo con il titolo At The Pulse of Kapitulation: un efferato bignami del thrash teutonico, un importante documento che sigillava la prima parte di una carriera seminale, elencandone tutti i più sferzanti cavalli di battaglia e tramandando definitivamente ai posteri la distruttiva sagacia dei leggendari thrasher europei.

Anche la seconda frangia della Sacra Triade era in forma smagliante: i Sodom erano intenzionati a perpetuare la propria foga distruttiva, nonostante avessero raggiunto solo l'anno prima il loro vertice assoluto col caustico Agent orange. Il nuovo Better Off Dead raddoppiava la ferocia e la forza d'urto del combo capitanato dal truce Tom Angelripper, con le sue vocals secche ed abrasive, i riff nervosi della nuova ascia Michael Hoffmann ripetuti con sadismo e le ritmiche spietate di Chirs Witchhunter; una produzione nitida, potente e asciutta esaltava pezzi pieni, micidiali e velocissimi, che permettevano ai Sodom di restare tra le realtà più letali della scena, introducendo devastanti elementi death metal nel proprio sound. L'incalzante opener An Eye For An Eye e la successiva Shellfire Defense erano dichiarazioni d'intenti vigorose, con i loro refrain irrefrenabili e l'andamento spaccaossa, autentici incaponimenti ritmici infervorati da assoli lancinanti e linee vocali serrate. La scrosciante sezione ritmica scandiva sfuriate martellanti ed incalzanti, bombardando l'ascoltatore con stoccate precise e vibranti per l'intera durata del full lenght; nei sei minuti di Capture The Flag, ad esempio, veniva offerta una massacrante dimostrazione di come il doppio pedale possa trasformarsi in un'ipnotica arma di devastazione, convogliando in una sfibrante corsa finale a briglia sciolta. Colpi di coda concitati e fiondati a mille all'ora rispondevano ai nomi di Bloodtrails, Never Healing Wound e Tarred And Feathere, badilate in mezzo agli occhi che presentavano tutte un canovaccio arroccato su rapidissimi assalti ritmici inframmezzati da pesanti rallentamenti. La stessa titletrack ne ribadiva l'impeto e l'eccitante carica di adrenalina, esplodendo furiosa come un nuovo classico del thrash teutonico ed esibendo un tiro integerrimo che avrebbe spezzato le reni a un toro: nessun compromesso, nessun orpello, sebbene la band fosse matura e capace di sferrare i propri colpi con una precisione ineccepibile ed un'esecuzione priva di sbavature, da autentici serial killer. Piccole divagazioni stilistiche erano offerte dal tenebroso ed affascinante mid-time Shellfire Defense, dalla cover dei Tank, Turn Your Head Around (un thrash'n'roll da osteria, né più né meno), da quella dei Thin Lizzy Cold Sweat e dall'atipicissima Resurrection, con quei cori melodici assai insoliti per i Nostri. Più consona suonava Stalinorgel, una headbanging-track da manuale con alcune doverose connotazioni punk, da sempre influenza importante per i Nostri. Per la band di Gelsenkirchen, che stava sviluppando il proprio sound introducendo anche assoli più musicali ed accurati, si trattava di una sorta di consacrazione: giunti al quarto album, gli ex minatori potevano finalmente permettersi di vivere soltanto della propria musica, gustandosi il meritato ruolo di rilievo tra le icone del thrash internazionale. Per Tom Angelripper ritrovarsi nei panni della rockstar era quasi paradossale: 'La prima volta che suonammo in Polonia, nel 1989, fu un'esperienza incredibile. Ci portarono nel posto dove avremmo dovuto suonare, una hall grandissima chiamata Spodek, a Katowice, e la sera del concerto in questo posto arrivarono diecimila fans per vedere noi, i Risk e due support-band locali; non lo dimenticherò mai! Anche in Bulgaria fu una cosa assolutamente inattesa, non mi sarei mai aspettato di essere così famoso, non mi era mai capitato prima di allora di pensare "io là fuori non ci vado, c'è troppa gente"! C'erano ventiduemila persone per noi, fu un grande concerto'. Better Off Dead fu supportato anche con un tour sudamericano, avvenuto nel 1991: a suo modo un momento di svolta, in quanto nel corso delle date brasiliane il chitarrista Hoffman decise di stabilirsi in via definitiva nel Paese carioca, costringendo i suoi compagni a trovare un degno sostituto. Chi non se la cavava affatto bene, invece, erano i Destruction: dopo aver regalato alle platee più esagitate del pianeta autentici capolavori di thrash serrato come Eternal Devastation e Release From Agony, infatti, l'act di Lorrach scelse di ammorbidire il proprio sound e cacciò il leader assoluto Marcel Schirmer (voce e basso), che avrebbe invece voluto mantenersi incorruttibile e spietato. Ne conseguì un album come Cracked Brain, ancora thrashy nell'orientamento ma sicuramente meno veloce e devastante dei predecessori; la voce del nuovo singer André Grieder non possedeva lo stesso impatto di quella inconfondibile di Schirmer ed i fans tradizionali non apprezzarono molto il nuovo full length, che si assestava su un livello qualitativo medio e senza eccellere mai. Il nuovo cantante abbandonerà la baracca subito dopo questa pubblicazione, rilevato da Thomas Rosenmerkel.



MetallaroRosso
Giovedì 26 Gennaio 2017, 22.03.21
37
niente da dire a dire, in quell'anno gli Slayer hanno dominato il Thrash metal.
megamustaine
Martedì 5 Novembre 2013, 17.51.29
36
i megadeth del tHrash, i popallica del tRash
Francesco
Sabato 28 Settembre 2013, 14.15.39
35
megamustaine: Perché dici 'i Metallica del cazzo'? Perché ce l'hai con i Metallica? Sia i Metallica che i Megadeth sono due band che hanno fatto la storia del thrash metal...
DIEGO
Giovedì 26 Settembre 2013, 10.01.24
34
Qualcuno qui sotto ha citato il mio chiodo volante, ma il ricordo di quel Clash è fatto anche di nasi pesti, caviglie storte e cabine dei treni occupate oltre il numero consentito...che tempi, trop bel!!!
megamustaine
Sabato 21 Settembre 2013, 15.30.45
33
megadeth SEMPRE meglio dei metallica del cazzo, non solo nel 1990
the Thrasher
Sabato 21 Settembre 2013, 12.42.04
32
Grazie a tutti ragazzi! @Sonny: troppo buono!
lux chaos
Sabato 21 Settembre 2013, 12.06.05
31
Ops, scusate...impallamento del server
lux chaos
Sabato 21 Settembre 2013, 12.05.40
30
Capolavori su capolavori su capolavori...che anno fantastico, stupendo l'articolo Rino
lux chaos
Sabato 21 Settembre 2013, 12.05.40
29
Capolavori su capolavori su capolavori...che anno fantastico, stupendo l'articolo Rino
lux chaos
Sabato 21 Settembre 2013, 12.05.40
28
Capolavori su capolavori su capolavori...che anno fantastico, stupendo l'articolo Rino
lux chaos
Sabato 21 Settembre 2013, 12.05.40
27
Capolavori su capolavori su capolavori...che anno fantastico, stupendo l'articolo Rino
xXx
Sabato 21 Settembre 2013, 10.56.09
26
bello veramente questo articolo, grande annata soprattutto per il thrash!
Sonny
Sabato 21 Settembre 2013, 10.25.47
25
Questi articoli sono una lama a doppio taglio; da una parte amo leggerli per la loro ineguagliabile bellezza, dall'altra mi fanno sentir male per non aver vissuto quei magnifici anni! Complimenti vivissimi a Rino che, tra articoli maestosi e recensioni impeccabili, non ci fa mancare nulla... Grazie!
Argo
Sabato 21 Settembre 2013, 3.52.08
24
Avevo solo 12 anni ma ascoltavo metal già da un paio, comunque il 1990 è stato l'anno della "coscienza attiva" per questa musica, cominciavo a capire, ricordare e crearmi un mondo che mi accompagna ancora adesso. Anno stupendo, dischi stupendi...
Delirious Nomad
Venerdì 20 Settembre 2013, 20.47.45
23
@jek: invece io dovendone scegliere uno solo di quell'anno (difficilissimo) vado con RIP... MA in fondo perchè scegliere?
jek
Venerdì 20 Settembre 2013, 20.33.54
22
Altro articolone di Rino. Anno di uscite ottime su tutte però troneggia Painkiller secondo me il disco metal per eccellenza.
vecchio peccatore
Venerdì 20 Settembre 2013, 20.05.42
21
Grande annata e grande articolo, anche se avrei fatto una menzioncina per i Mayhem ed il loro "Live in Leipzig", uscito dopo ma registrato nel '90...
the Thrasher
Venerdì 20 Settembre 2013, 17.34.39
20
Grazie mille ragazzi!
Radamanthis
Venerdì 20 Settembre 2013, 17.21.49
19
Articolone Rino...complimenti!
Delirious Nomad
Venerdì 20 Settembre 2013, 16.46.16
18
Fantastico Rino! Da qui in poi talmente tante scene, tanti generi che è impossibile condensarli tutti in un articolo, ottima scelta la divisione . E come sempre un gran lavoro, grazie!
uatu
Venerdì 20 Settembre 2013, 16.13.42
17
1990, il mio primo concerto: Iron Maiden + Anthrax al Palatrussardi. Anno di dischi clamorosi e fino a metà anni novanta saranno capolavori su capolavori. Poi un periodo di stagnazione verso la fine degli anni novanta, l'inizio del declino negli anni zero e la crisi attuale (metal=economia occidentale???)
Gabriele
Venerdì 20 Settembre 2013, 15.11.18
16
E chi se lo scorda.... MOR con FNM, Aerosmith e Whitesnake con Steve Vai, il Clash (e il chiodo volante di Diego), il tour Maiden-Anthrax.... I Priest a Brescia con la felpa delle BNA!!! Trop bel.....
the Thrasher
Venerdì 20 Settembre 2013, 14.29.24
15
@AL: grazie anche a te per i complimenti! Tuttavia ricordo a tutti che questa è ''soltanto'' la prima parte dedicata al 1990, presto ci sarà il seguito!
the Thrasher
Venerdì 20 Settembre 2013, 14.28.25
14
@HeroOfSand_14: grazie dei complimenti! Il precedente era più improntato sul thrash (ma anche qui ce n'è tanto) perchè il 1989 vide tante uscite clamorose in quel settore.. cmq l'idea di stamparmi questi articoli, quando la serie sarà ultimata, è uno sfizio a cui ho pensato anche io, a livello puramente personale!
AL
Venerdì 20 Settembre 2013, 14.27.17
13
che articolone Rino! come sempre il numero uno! e che annata!! prima di iniziare a leggere ho guardato le foto e mi veniva da piangere... il clash of titans!! per il sottoscritto che vive di pane e thrash vedere la locandina e non esserci andato è una sofferenza....
HeroOfSand_14
Venerdì 20 Settembre 2013, 14.23.01
12
Grazie ancora Rino per questi articoli, devo ancora leggere questo ma sono certo sarà anche migliore di quello precedente forse, se posso dirlo, troppo improntato sul thrash se non ricordo male. bello sarebbe se mettessi assieme tutti i tuoi articoli (come ho fatto io avendoli stampati tutti e rilegati) e pubblicassi un libro D'altronde cè tutto, date, avvenimenti importanti, gruppi più o meno famosi e sopratutto la VERA MUSICA! Rusti in Peace, ragazzi, non ho parole, Friedman..mamma mia quanto lo amo!
Arrraya
Venerdì 20 Settembre 2013, 14.22.39
11
nel '90 ci fu un filotto di dischi veramente fantastico, tutti i grossi nomi uscirono con dei dischi ottimi (testament a parte). Fu un anno da "saldatura" con il decennio successivo. Stavano gia fermentando il grunge, si affacciava quasi all' apice il techno thrash, e se vogliamo fu il vero ultimo anno degli anni Ottanta prima del cambiamento, dello spartiacque del 1991 con il Black Album, la fine degli anni '80 come li avevamo conosciuti, e l'inizio del decennio del metal di massa e delle contaminazioni.
Painkiller
Venerdì 20 Settembre 2013, 13.24.37
10
Rino complimenti, un altro articolo emozionante e ben scritto. Che dire, considero il 1990 L'ANNO metal per eccellenza, in cui anche band che poi si persero furono in grado di pubblicare capolavori incredibili. Parte prima di...5? 6? Potremmo scrivere miliardi di righe sul 1990. Capolavori incredibili del Thrash ma anche il mio secondo concerto (iron+anthrax al Palatrussardi) e le tante emozioni di ragazzino. Sopra tutto però aleggia L'ALBUM METAL per eccellenza. Painkiller, UNICO IRRIPETIBILE E INSUPERABILE.
Lizard
Venerdì 20 Settembre 2013, 10.05.02
9
Vitadathrasher: sì, come vedi il titolo dice "parte prima" e in fondo c'è un profetico "continua"
Madblade
Venerdì 20 Settembre 2013, 9.43.20
8
Bellissimo articolo. E posso finalmente dire: io c'ero. Il '90 ha rappresentato il culmine della mia formazione musicale ed infatti ho quasi tutti gli album citati nell'articolo (a parte la triade tedesca, che non ho mai saputo apprezzare). Un anno da ricordare con il magone. In seguito il Metal non è più riuscito a raggiungere questi fasti.
blackinmind
Venerdì 20 Settembre 2013, 8.41.22
7
Il 1990 è stato un anno CLAMOROSO. Uno dei migliori di sempre per il metal. Ricordo benissimo l'esaltazione nel comprare le riviste in cui nello stesso numero venivano recensiti Slayer, Judas Priest, Queensrÿche e Megadeth. E tutti con capolavori!
Vitadathrasher
Venerdì 20 Settembre 2013, 8.28.21
6
Il 90 fu davvero un anno prolifico, direi uno dei migliori. Per quanto mi riguarda unica delusione furono gli Anthrax, quel persistence proprio non riuscii a digerirlo e tutt'oggi sono della stessa idea. Per il resto c'è l'imbarazzo della scelta.....l'articolo è in due parti? perchè non vedo i pantera....
the Thrasher
Venerdì 20 Settembre 2013, 1.54.19
5
ahahaha! @ therox68: sono contento che apprezzi la serie!
Monky
Venerdì 20 Settembre 2013, 1.50.44
4
Assolutamente. Da entrambe le parti ci sono stati ancora degli episodi validi, così come degli episodi da dimenticare. Certo è che l'aspettativa creata da questi due immensi album ha irreparabilmente penalizzato tutte le successive pubblicazioni, verso le quali è stato naturale provare un po' di delusione malgrado certi livelli più che buoni (es. Youthanasia)
therox68
Venerdì 20 Settembre 2013, 1.47.03
3
La funzione di questi articoli è di farmi venire il crepacuore ormai l'ho capito e dovrei smetterla di leggerli. Comprai NPFTD dei Maiden durante la prima libera uscita in assoluto che ebbi dopo tre giorni dall'inizio della naja. Spendendo così una buona parte dei pochi soldi che avevo a disposizione in quel periodo. Non fu l'unica volta quell'anno che spesi i pochi soldi che avevo per la musica. Soprattutto metal ma non solo.
the Thrasher
Venerdì 20 Settembre 2013, 0.56.46
2
Grazie Monky! E' vero, per le due band che citi sono seguiti dischi mai epocali e straordinari come i qui presenti, anche se tutto sommato non è mancata qualche pubblicazione di buon livello medio!
Monky
Venerdì 20 Settembre 2013, 0.50.35
1
Never, Neverland e Rust in Peace, dischi intramontabili che emozionano ad ogni riproduzione, che sia la prima o la millesima, ed incredibili apici creativi di due band maestose che hanno consacrato il technical thrash: peccato che, da quel momento, per loro vi è stata solo discesa inframezzata da qualche falsopiano. Complimentoni per l'ennesimo, incredibile articolo!
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