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LEGENDS OF ROCK - # 28 - Queen, prima parte
23/09/2013 (3906 letture)
Corona, scettro e mantello non potevano possedere un padrone migliore, nello splendido Regno della Musica dura. Quartetto d'acciaio e dalle geniali potenzialità, i britannici Queen rappresentano un'icona del rock e del pop internazionale, avendo saputo magistralmente abbinare un'anima dura e progressiva a sonorità via via più colorite e capaci di arrivare a tutti gli strati della popolazione. Immensi alle prese con la loro sofisticata e potente opera rock, terribilmente efficaci con le melodie più orecchiabili, i Queen sono entrati nella leggenda con una sequela sterminata di album di successo, nei quali hanno sperimentato ogni sorta di ibrido musicale: prog, glam, hard rock, heavy metal, r'n'r, dance rock, sinfonica, rockabilly, gospel, vaudeville. Un melting pot di influenze sublimate dalla tecnica e dalla conoscenza di quattro musicisti di talento. Come il taciturno John Deacon, bassista dal tocco corposo e ben tangibile, che certo non si limitava al puro accompagnamento. O come Roger Taylor, batterista eclettico e personaggio stravagante, e Brian May, uno dei chitarristi più incredibili di sempre: posato, pacato, coperto da una cascata di boccoli neri, May ha sempre posseduto una tecnica invidiabile ed un gran tocco heavy, che gli ha permesso di comporre riff memorabili e granitici, oltre che stupendi e cristallini assoli dalla fulgida melodia. Poi, inutile dirlo, c'era lui. Sua Maestà, il Re. Freddie Mercury, La Voce. Un personaggio su cui si potrebbero scrivere fiumi di parole, ma la cui grandezza resterà semplicemente sintetizzata nei suoi dischi. Si trattava di un frontman trascinante, uno spettacolo nello spettacolo, dotato di carisma innato ed energia prorompente; uno dei cantanti migliori del ventesimo secolo, una voce imperiosa capace di vocalizzi ridondanti, acuti taglienti e stentoree dimostrazioni di forza. Un genio sopraffino, un talento immerso in una vita sempre al massimo, ma che forse avrebbe sempre voluto sostituire con un po' di vero amore tutta quella popolarità lussureggiante, ricca di lustrini e paillettes ma troppo povera di umanità. La coesione di quattro musicisti talmente ispirati e dotati non poteva che portare a qualcosa di insuperabile: e, infatti, dalle comuni influenze -il glam-rock pomposo dei Led Zeppelin su tutti, ma anche le melodie ruffiane dei Beatles e la spiritualità dei Pink Floyd- sorse una band che ancora oggi fa vibrare i cuori ed inumidire gli occhi. Caratteristica portante della loro grandezza furono, assieme al ricco e sferzante lavoro chitarristico di May, le armonie vocali: i cori fastosi, le sovraincisioni e le sovrapposizioni canore crearono soprattutto nei primi dischi della band uno stile unico e barocco, assolutamente teatrale, a dimostrazione di come il rock più elaborato fosse tutt'altro che declinante.

ALLE ORIGINI DEL REGNO: GLI ANNI PRIMA DELLA SALITA AL TRONO (1964/1972)
Le radici di questa band leggendaria affiorano nella notte dei tempi: nel 1964 Brian May, un giovanissimo e riccioluto chitarrista inglese, fondò assieme al bassista e cantante Tim Staffel un gruppo denominato 1984, con i quali arrivò addirittura ad aprire un concerto per Jimi Hendrix ed uno per i T Rex ed i Pink Floyd; la band si sciolse nel 1968 e May decise di metterne in piedi un'altra: al suo annuncio, affisso alle pareti dell'Imperial College, rispose un biondino che suonava la batteria, Roger Taylor, il quale convinse May e Staffel con la sua serietà. La nuova band si chiamò Smile e debuttò aprendo per i Pink Floyd, guadagnandosi nel maggio 1969 con la Mercury Records -un nome, un destino- il contratto per la realizzazione di un singolo. In quel periodo, Staffel presentò ai compagni Farrokh Bulsara, vocalist di una blues band (gli Ibex, futuri Wreckage): detto Freddie, il ragazzo era nato a Zanzibar ed aveva una spiccata indole artistica. Era cresciuto nell'isola africana ed aveva avuto un'infanzia agiata, coltivando una personalità spiccata ed una forte indole dandy; aveva dovuto abbandonare la terra natia a 17 anni, in seguito ad una rivolta locale, ed in Inghilterra trovò il freddo, il grigiore della nebbia e la povertà che mai aveva conosciuto. Tuttavia non si era perso d'animo, e ribadiva con fermezza: 'Io diventerò un artista'. Bulsara iniziò a dare molti consigli agli Smile, a partire dal look e per finire su dettagli di natura tecnica e musicale; quando il singolo Earth venne pubblicato, senza ottenere successo, Staffel abbandonò la band per la delusione e formò gli Humpy Bong. i membri restanti andarono avanti, incoraggiati da Bulsara che si era aggregato a loro, e cercarono un bassista dopo aver cambiato il nome della band in Queen. Il monicker fu scelto proprio da Bulsara: 'Volevamo il massimo, e non ci saremmo accontentati di nient'altro. Queen è un nome corto, semplice e facile da ricordare ed esprime poi quello che vogliamo essere, maestosi e regali. Il glam è parte di noi e vogliamo essere dandy'. I tre ingaggiarono Mike Grose e si esibirono per la prima volta in pubblico durante un concerto benefico per la Croce Rossa, il 27 giugno 1970: indossavano vestiti di seta bianca e nera e guadagnarono 50 sterline suonando un pezzo molto movimentato scritto da Freddie ai tempi dei Wreckage, ovvero Stone Cold Crazy. In realtà quel concerto vide sul cartellone ancora il moniker Smile: il debutto ufficiale fu dunque il 18 luglio, all'Imperial College, nel quale vennero suonate alcune cover (per non annoiare i presenti) e pezzi inediti che costituiranno i primi cavalli di battaglia della band, vale a dire Stone Cold Crazy e Liar, anch'essa scritta da Bulsara. Il cantante si fece confezionare un abito su misura da una sua amica: prevedeva un'ampia scollatura e ali sotto le braccia. Non solo: egli voleva che i suoi compagni si presentassero sul palco vestiti da donne (cosa che li terrorizzava) ed offriva bibite e popcorn al pubblico presente. Nacque in quel periodo il suo inconfondibile nickname, estratto da un verso di un pezzo intitolato My Fairy King ed ispirato alla letteratura fantasy, come ricordato da May: 'Nel testo c'è una frase in cui si dice "Mother Mercury, look what you've done to me". Mentre la cantava tra sé e sé, Freddie si fermò ed esclamò: "La madre di cui parlo nella canzone è mia madre, quindi mi chiamerò Mercury, il messaggero degli dei". E' pazzo, abbiamo pensato Roger ed io; invece, diceva sul serio'. La band adottò tutine di seta, bracciali, anelli e collari; Grose durò poco, sostituito per sei mesi (e undici concerti) da Barry Mitchell; anch'egli abbandonò la band, portando gli ex compagni ad ingaggiare Doug Ewood Bogie. Questi, però, voleva concentrare tutte le attenzioni su di sé e fu licenziato dopo tre giorni in quanto imbastiva sul palco un imbarazzante show personale, fatto di salti e corse senza criterio. Nel gennaio 1971, il destino portò finalmente con sé il tassello mancante: John Deacon, un bassista tranquillo amante dell'elettronica, che divenne a tutti gli effetti il quarto membro del gruppo.

1972/1973: QUEEN I, L'IMPATTO RIVOLUZIONARIO DI QUATTRO DANDY DEL ROCK
Nel novembre 1972 i Queen entrarono in studio per l'incisione del loro primo disco: il team era affiatato e credeva nelle proprie potenzialità, nonostante sia stato costretto a cambiare spesso sala di registrazione e a lavorare con tecnici diversi di volta in volta, accontentandosi delle ore buche dello studio. Bisognava anche trovare una casa discografica: il manager Jack Nelson organizzò un concerto davanti ai maggiori esponenti del music-business nazionale, ma questo si rivelò una delusione in quanto rovinato da molteplici fattori quali il disinteresse dei discografici, la forte agitazione tra i Queen stessi ed alcune disfunzioni dell'impianto di amplificazione. I discografici passarono quasi tutto il tempo al bar, senza voler scommettere un quattrino su quei ragazzi; nel 1972 la band suonerà dal vivo soltanto cinque volte, anche se al celebre Marquee Club di Londra la performance fu di gran lunga migliore. Riusciti ad attirare le attenzioni della EMI, finalmente i Queen firmarono il loro primo contratto ed il 6 luglio 1973 rilasciarono il singolo Keep Yourself Alive, un brano dinamico e trascinante, molto potente nel riffing, anticipando di pochi giorni l'uscita del debut omonimo, Queen. L'album, che vedeva in copertina una foto di Freddie sul palco, fasciato da uno spettacolare raggio di luce, era un aggressivo concentrato di hard rock dalle sfumature prog, intriso di ambientazioni fantasy e a tratti rivestito di una patina glam; la maestosa Great King Rat, episodio più duro della tracklist, era intimidatoria e possente, statuaria nel suo incedere e dotata di riff autoritari e aggressivi, oltre che di continui cambi di tempo e trame complesse; il pezzo possedeva un forte orientamento proto-metal e godeva di lunghe sezioni soliste, ora melodiche ed ora più ruvide e sferzanti: la graffiante distorsione di May e la loro fluidità metallica ne amplificava l'impatto tellurico, contribuendo alla creazione di un rock cupo, massiccio ed estremamente heavy, che proprio nelle sezioni soliste lasciava filtrare delle peculiarità che in seguito ritroveremo in tanti grandi esponenti del metal ottantiano e che, per certi versi, riportano alla mente anche certi rintocchi sabbathiani. Questo sound regale e personale nulla aveva da spartire con lo stile grezzo e festaiolo di tanti coevi come gli AC/DC: le zampate dei Queen erano ridondanti ed immaginifiche, dotate di strutture complesse ed in evoluzione. Magnifica era la prova di Mercury, oscura e solenne, molto aggressiva, come del resto nell'epica My Fairy King, ricca di sovrapposizioni vocali spettacolari ed ostici falsetti oltre che di un altro pregevole assolo proveniente dalle sei corde di May. Il chitarrista apriva Liar con un corposo riffone rock, lasciando alle vocals trascinanti di Mercury il compito di farne una piccola hit; assolutamente sontuosa era Jesus, forte di linee vocals sacrali e di un flavour molto epico, che sfociava in una roboante sezione strumentale. Doing All Right era una ballata struggente e dai tratti onirici: caratteristiche che rivestivano anche The Night Comes Down, scritta a formazione completa ed ancor più incisiva dal punto di vista musicale. Essa, minimale nelle strofe, era impreziosita da una encomiabile e passionale prestazione di Mercury. Modern Times Rock ‘n’ Roll era invece un tiratissimo esercizio di r'n'r grezzo, affidato all'ugola abrasiva di Taylor. Ricorderà in seguito Brian May: 'In questo album abbiamo visto Freddie lavorare al massimo delle sue capacità. In studio ha potuto sviluppare il proprio stile al piano e abbiamo cominciato a creare quella fusione tra piano e chitarra che è una delle basi su cui è costruito il nostro sound'. Mentre i primi fan sottolineavano già allora la centralità del bianco e del nero anche negli eccentrici costumi sfoggiati live -tanta pelle, tutine ambigue e colorate- la band iniziava il Queen I Tour al fianco dei Mott the Hoople; in questa occasione, ai brani inediti venivano affiancati anche medley di pezzi rock'n'roll degli anni cinquanta. Il tour fu caratterizzato da trentacinque concerti, quasi tutti sul suolo albionico, nei quali i quattro diedero subito dimostrazione di grande tenuta del palco. In particolare, l'eclettico Freddie Mercury iniziava ad acquisire la sicurezza ed il carisma del frontman navigato: 'Adoro esibirmi, per me è una cosa naturale. Sono un dandy, uno showman, mi eccita stare sempre al centro dell'attenzione'. Il cantante era l'elemento più originale del quartetto, sospinto da energia, curiosità, eccesso e voglia di vivere al massimo: 'La cosa più importante è vivere una vita favolosa. Finché è favolosa, non mi importa quanto sarà lunga'. Una volta arrivò a rilasciare una dichiarazione molto significativa: 'L'eccesso fa parte della mia natura. La noia è una malattia, io ho bisogno di pericolo ed emozione'.

1974: QUEEN II, POTENZA E ORIGINALITA' A CAVALLO TRA IL BENE E IL MALE
Il 21 febbraio 1974 il gruppo suonò un pezzo nuovo, Seven Seas Of Rhye, a Top Of The Pops: la canzone, che era comparsa già sul disco d'esordio in forma soltanto strumentale, diventerà l'unico singolo del secondo album e riscosse subito un buon successo. Queen II uscì l'8 marzo 1974, diviso in White Side e Black Side, tornava a focalizzare l'attenzione del quartetto inglese sulla contrapposizione tra il bene e il male: questa si rifletteva anche nella musica, essendo più melodico il primo lato del vinile (attribuito generalmente a May) e più aggressivo il secondo, curato principalmente da Mercury. Cupa e solenne l'immagine di copertina: i volti dei quattro musicisti emergevano seriosi da uno sfondo nero, con Mercury in posizione centrale e con le mani incrociate sulle sue spalle. L'album era un ricco concentrato di generi ed influenze, spaziando dall'hard rock classico e dominante ad altre sfumature rok'n'roll (The Loser In The End, cantata da Taylor) e pop-rock (Funny How Love Is). L'intenzione, nelle parole di May, era quella di esplorare quanti più territori possibile: 'Volevamo sperimentare al massimo le tecniche di studio, addirittura ci era venuto in mente di intitolare l'album Over The Top'. L'album si apriva con i fasti epici ed emozionanti di Father to Son e proseguiva con l'interpretazione solenne dell'immaginifica e onirica White Queen, un'avanzata dolce e regale nella quale sembrava di vedere Freddie Mercury incedere statuario tra strascichi di candide nuvole; la sua performance vocale era qui commovente, con dei crescendo da brividi tra strofa e refrain, prima dell'avvolgente assolo di chitarra. May dava anche voce -con la sua timbrica morbida e calda, davvero valida- alla struggente Some Day One Day, accompagnando la sua delicata melodia con la chitarra; Roger Taylor interpretava invece la potente The Loser In The End, più ruvida: essa introduceva la metà più rock del platter, che proseguiva con l'imponente Ogre Battle, uno dei pezzi più granitici mai scritti dalla Regina. Il riffing era devastante e potente, velocissimo, praticamente heavy metal: ancora una volta, la band inglese contribuiva ad influenzare agli albori un genere di cui si ignorava ancora l'esistenza. Anche i toni evocativi e graffianti di Mercury suonavano assolutamente metallici e trascinanti: il brano era complesso ed incedeva imprevedibile, con letali bordate chitarristiche ed un'irresistibile conclusione anthemica. Sua Maestà tornava ad utilizzare la propria voce a piacimento anche nel superbo esperimento progressivo The Fairy Feller’s Master Stroke (un brano di enorme forza evocativa, ispirato da un quadro ottocentesco e tematicamente incentrata su leggende medievali), caratterizzata da falsetti e continue sovrapposizioni vocali, o nell'ancor più eccezionale The March of the Black Queen, contraltare oscuro e potente di White Queen (As It Began): sei minuti di forza e progressione, nei quali il quartetto imbastiva trame articolate ed imprevedibili. Essa veniva introdotta da un vocalism delicatissimo e cori fastosi, prima di avanzare marziale ed innervata da brevi e fulgide stille chitarristiche; Mercury spaziava dal falsetto al pulito, abbellendo le strofe con variegati e barocchi giochi vocali, prima di una sezione centrale molto introspettiva, nella quale la chitarra lasciava spazio al lieve accompagnamento del piano e ad un'interpretazione cantata dai tratti onirici e angelici. Da qui il brano ripartiva con tratti più aggressivi e solenni, tanto nel corposo lavoro alle sei corde quanto nelle vocals, più grandiose che in precedenza, con Taylor ad affiancare Mercury in un paio di battute. Quasi onirica e surreale era l'atmosfera creata delle ariose vocals di Funny How Love Is e dal mood melodico di Seven Seas of Rhye, la prima hit della band inglese. Mentre il nuovo album scalava clamorosamente tutte le classifiche, diventando disco d'argento, il four-pieces iniziò il suo Queen II Tour, facendo segnalare un tutto esaurito al Rainbow Theatre di Londra nella data conclusiva; dopodiché fu la volta dell'America, dove il four pieces inglese affiancò anche i grandi Aerosmith. Autentico trascinatore sul palco, Freddie Mercury spiccava non solo per le sue grandi doti vocali, ma anche per la presenza scenica sgargiante; inoltre, nei live della sua band, egli si occupava direttamente di suonare il piano, mostrando ulteriori qualità artistiche. Una grave forma di epatite che colpì May, tuttavia, costrinse i Queen a sospendere alcune date. Nel periodo della convalescenza, May compose del nuovo materiale, destinato al terzo disco della sua band. May ricorderà in seguito come fu quasi istantaneo l'affetto della gente: 'Avevamo un vero e proprio gruppo di fan, che Freddie amava chiamare royal family. Avevano assimilato la nostra ossessione per il bianco ed il nero e si dipingevano le unghie con lo smalto. Una sera, dopo un concerto, vennero in camerino e dipinsero le mie di bianco e quelle di Freddie di nero. Con le luci che usavamo al tempo faceva un gran effetto'. E' tuttavia errato credere che i Queen abbiano conquistato da subito un posto nella leggenda: la stampa britannica li ostacolò fin da subito, subissandoli di critiche infondate e pettegolezzi gratuiti, come è tipico nei dintorni del Tamigi. La guerriglia tra la band e gli scribacchini nazionali si protrarrà fino ad una buona fetta degli anni ottanta.

1974: SHEER HEART ATTACK COMPLETA IL TRIO HEAVY-ROCK DELLA REGINA
La ripresa dei lavori vide la pubblicazione del nuovo singolo Killer Queen/Flick of the Wrist, il cui grande successo spinse la band a tornare presto sul palco; Sheer Heart Attack uscì l'8 novembre 1974 e, grazie ai più massicci apporti di Deacon e Taylor, conteneva un ancor più evidente connubio di generi differenti, passando dalle atmosfere angeliche di In the Lap of the Gods al potente heavy rock della movimentata Stone Cold Crazy, dal boogie-woogie di Now I'm Here al piano di Dear Friends. In copertina campeggiava una foto dei quattro musicisti, coricati a incastro uno vicino all'alto ed immortalati dall'alto. L'avvio, affidato al riffing vibrante e poderoso di Brighton Rock, lasciava storditi: Freddie Mercury duettava con se stesso -alternando un falsetto femminile ad un più robusto vocalism tradizionale- quasi a voler dimostrare di essere l'unico all'altezza del compito; Brian May faceva il resto, con una potente distorsione, un lungo assolo dalle tinte corpose e poderosi riff di chitarra. La band si addentrava in una lunga sezione strumentale, dalla quale riaffiorava con solismi più squillanti e la reprise dei refrain vocali dell'ottimo Mercury. La successiva Killer Queen, con le sue atmosfere rilassate e misteriose, l'acuta performance del cantante e il bel solo melodico mostrava un'altra faccia del full length, che poi proseguiva con la decadente Tenement Funster (cantata da Taylor) e la strepitosa Flick of the Wrist, una canzone suggestiva e rocciosissima; essa era caratterizzata da riff potenti e massicci, oltre che da un vocalism epico ed evocativo di un magistrale Freddie Mercury. Inconfondibile era il tocco di May, corposo nel riffing e avvolgente in fase solista. Il disco annetteva al suo interno anche le lente ed emozionanti Lily of the Valley e Dear Friends, l'hard rock accattivante e coinvolgente di Now I'm Here, le sacrali She Makes Me e In The Lap Of The Gods... Revisited ed il piglio positivo dell'allegra Misfire, vivace e melodica; la parte del leone la recitava però la sfrenata Stone Cold Crazy, un esperimento di heavy rock dalle forti velocità (considerata l'epoca e la band) e dal riffing molto aggressivo che era stata ripescata dai primi anni di vita della band; un pezzo esplosivo, dotato anche di una bollente e straripante sezione solista, il quale avrebbe influenzato anche lo sviluppo di un movimento ancora lontano ed inipotizzabile come il thrash metal. Ricorda May: 'Killer Queen fu il giro di boa. Era il brano che riassumeva al meglio il nostro tipo di musica e si rivelò subito un grande successo. Noi avevamo il disperato bisogno di un segno che ci dicesse che stavamo avendo successo. Eravamo semisconosciuti, senza una sterlina, proprio come qualunque altra band di rock'n'roll che lotta per emergere'. Sulle classiche tutine aderenti e dai colori folgoranti, Mercury iniziava ad apporre giubbotti di pelle ed orpelli sempre più sfrontati, dando un ulteriore tocco di glamour ed esagerazione ai fastosi concerti della Regina: 'Sono la persona più vanitosa al mondo, tutte le star lo sono'. Il 30 ottobre iniziò a Manchester lo Sheer Heart Attack Tour, nel quale si segnalò un'infinita serie di 'tutto esaurito'; emerse fin dai primi anni la grande abilità con la quale Mercury sapeva intrattenere il proprio pubblico: egli voleva che ogni concerto fosse come una piccola opera teatrale, esigeva che ognuno dei presenti tornasse a casa con un patrimonio emotivo indimenticabile e dunque coinvolgeva la folla trascinandola direttamente nel vivo dello show, facendola cantare assieme a lui. Risale a questi shows la tradizionale usanza, da parte della band, di chiudere gli spettacoli suonando l'inno nazionale inglese (God Save The Queen), rivisitato dalla chitarra elettrica di Brian May. La leg americana del tour, purtroppo, fu interrotta ancora anzitempo a causa di alcuni problemi alla gola per Mercury; ad aprile, però, i Queen sbarcarono in Giappone, accolti alla stregua di divinità come testimoniato da Brian May: 'Fu straordinario, tutti quei giapponesi che strillavano per noi! Era come trovarci in un altro mondo, ma ci piaceva'! La stampa britannica, intanto, continuava a sminuire il valore del quartetto con invidia e poca oggettività.

1975: A NIGHT AT THE OPERA, L'APICE DELLA MAESTOSITA' ARTISTICA DEI QUEEN
Il desiderio di ambire alla massima magniloquenza era sempre stato chiaro ed evidente, in ogni mossa compiuta dai Queen: i costumi, i concerti sfarzosi, la ricchezza musicale di tre dischi epocali, che non si limitavano ai graffi dell'hard rock ma spaziavano a cavallo tra i generi più disparati. Nell'estate 1975, però, la band osò volare oltre: le ore in sala di registrazione crescevano drasticamente, e da tre settimane in studio uscì Bohemian Rhapsody, sei minuti di hard rock raffinato, che flirtava con l'opera e si muoveva come una progressione continua, ricca di contraltari e sovrapposizioni vocali. Dall'emotivo e accorato tono iniziale si sterzava ad un falsetto dai risvolti teatrali e ad una pretenziosa sezione operistica, prima di culminare in un finale straripante ed in un assolo di chitarra mozzafiato, con un Mercury e May in stato di grazia. Il nuovo manager John Reid la riteneva troppo lunga per essere pubblicata, ma invece la canzone venne passata a gettito continuo dalle radio e ottenne un successo clamoroso, costringendo la band a pubblicarne il singolo in fretta e furia. Fu girato anche un videoclip musicale (uno dei primissimi nella storia del rock), che anticipò l'uscita del regale A Night at the Opera. Per molti si trattava del miglior disco mai realizzato dalla band inglese, quello che caratterizzava la rock-opera della Regina: presentava strutture elaborate e atmosfere ampollose, incedendo maestoso e barocco. Elevatissimi furono i costi per la realizzazione del disco, che tuttavia valse la pena di tanti sacrifici: in esso comparivano tracce più aggressive o dinamiche come l'opener Death On two Legs o I'm in Love with my Car, il piano romantico di Love Of My LIfe, i toni solenni di The Prophet's Song, la semplice e melodica You're My Best Friend, il folk toccante di '39 e riferimenti al dramma lirico e alla canzonetta. Il riarrangiamento di God Save The Queen, inno nazionale inglese, chiudeva il disco con toni regali. Nel lavoro era tangibile uno spettro sonoro molto ampio, dunque, che denotava tutta l'ambizione della band ed il suo sfarzo musicale: questo si rifletteva in un repertorio talmente ampio da non poter essere classificato come semplice hard rock. In tutte le tracce, Freddie Mercury giganteggiava da autentico protagonista, conferendo un'anima propria ai brani e svettando con la sua voce potente al fianco della morbida chitarra di Brian May. Il chitarrista si soffermò in seguito sul brano simbolo del disco, Bohemian Rhapsody: 'E' stata fin dall'inizio una creatura di Freddie, entrò in studio sapendo esattamente cosa voleva. La traccia base è stata registrata con piano, basso e batteria; Freddie ha cantato la melodia principale ma aveva già in mente tutte le sovraincisioni e i cori. Si trattava solo di capire come realizzarli'. Un'opinione confermata dal produttore Roy Thomas Baker: 'Freddie entrò nel mio studio, si sedette al piano e disse "ho un'idea per una canzone"! Cominciò a cantare, poi all'improvviso si fermò: "Qui è dove inizia la parte di opera"! Pensai: "Siamo rovinati"! Il lavoro fu massacrante ma anche divertente; ogni giorno, quando credevamo di aver finito, Freddie diceva: "Ho pensato di aggiungere qualche altro Galileo, mio caro"'! La consacrazione assoluta passò per quattro serate di tutto esaurito nel tempio dell'Hammersmith Odeon di Londra, dopodiché la band partì per il maestoso A Night at the Opera Tour, toccando Europa, Giappone, Stati Uniti e Australia: una serie di prestazioni maiuscole confermarono il grande stato di forma dei Nostri, sempre trascinati dall'energia grandiosa sprigionata da Mercury di fronte al proprio pubblico. Rapiti da costumi sgargianti, effetti di luce e coreografie incredibili, i fans della Regina potevano godere di spettacoli assolutamente completi ed indimenticabili, nei quali i musicisti esibivano tutta la loro qualità, esaltando l'autostima del singer: 'Non conosco altro che la fama, per me questa è la vita normale. Come vincere la posta in palio tutti i giorni'. A proposito di un disco così importante e rivoluzionario, una volta Mercury affermò: 'Per Queen II e Sheer Heart Attack volevamo fare un sacco di cose ma non c'era abbastanza spazio, mentre per A Night At The Opera l'abbiamo avuto. Abbiamo superato tutto quanto abbiamo fatto in precedenza. Ora possiamo e vogliamo suonare tutti i generi e continuare il lavoro sui cori fino a realizzare un'opera d'arte costruita in studio. Vogliamo superarci'. Per la copertina fu scelto il logo della band su fondo bianco, disegnato direttamente da Freddie: due leoni rampanti, segni zodiacali di Taylor e Deacon, presidiavano la corona della Regina, posizionata al centro di una Q; questa era sormontata da un granchio bronzeo (simbolo di May) griffato da una corona di fiamme. La lettera era osservata dal basso da due fate bianche, simbolo della Vergine, il segno di Freddie, mentre una grande fenice sovrastava lo stemma in segno di immortalità e speranza. Dominavano i colori giallo e arancio; secondo Mercury, tale stemma doveva simboleggiare l'eleganza, la regalità ed il patriottismo della sua band.

1976: ESCE A DAY AT THE RACES, IL DISCO 'GEMELLO' DI A NIGHT AT THE OPERA
Eppure la band non aveva intenzione di fermarsi, e verso la fine dell'anno si prese avanti pubblicando il nuovo singolo Somebody To Love: il nuovo lavoro, A Day At The Races, presentava come il predecessore un titolo ancora ispirato ad un film dei fratelli Marx, ed uscì a fine 1976, proprio mentre iniziava il momento d'oro del punk. Stilisticamente, A Day At The Races riprendeva le linee barocche ed ampollose del precedente, del quale era una sorta di album gemello: era infatti caratterizzato tanto da potenti pezzi hard rock come Tie Your Mother Down quanto da struggenti episodi passionali (You Take My Breath Away), sfoggiava ironia, influenze operistiche e momenti retrò oltre a composizioni grandiose come Somebody To Love, inarrivabile nel suo profilo gospel, o Teo Torriatte, maestosa nell'incedere e contenente due versi in lingua giapponese, omaggio dovuto ai fedelissimi fans nipponici. Non mancavano episodi più easy come la catchy ed ammiccante Good Old-Fashioned Lover Boy o la piacevole ed emozionante Youn And I. Anche la copertina rappresentava l'ideale prosecuzione del discorso imbastito con A Night at the Opera, presentando una versione su sfondo nero del logo disegnato da Mercury per il full length di due anni prima. Si trattava di un nuovo capolavoro che arricchiva la pregiata discografia regale con un ulteriore tocco di classe; ma non bisogna credere che fosse tutto rose e fiori, perché i quattro musicisti erano dotati di caratteri molto forti e che tendevano a scontrarsi spesso, come affermerà anni dopo Freddie Mercury: 'Tendiamo a lavorare bene sotto pressione. Litighiamo? Mio caro, siamo la band più stronza in circolazione. Dovresti stare un paio di giorni con noi, ci saltiamo al collo in continuazione. Ma alla fine così vengono fuori le cose migliori. Il suono viene fuori da tutti noi quattro, i Queen sono un'unità indissolubile'. Dopo l'uscita di un ulteriore EP, la band fece registrare un'altra sfilza di tutto esaurito nel corso del A Day at the Races Tour (partito nel gennaio 1977), dopo del quale iniziò ad incidere il nuovo disco. Dal vivo, la resa dei britannici era incontenibile: merito della straripante attitudine e della voce imponente di Mercury, un cantante prodigioso ed un frontman senza paragoni, che con i suoi costumi attillati schizzava ai quattro angoli del palco, mentre i suoi lunghi capelli al vento sembravano seguirne l'impeto: 'Ogni sera devo riconquistare il pubblico, altrimenti non è un concerto riuscito. E' il mio lavoro, assicurarmi che la gente si diverta'. Lontano dai riflettori, intanto, continuavano le feste e gli eccessi: 'Ho avuto più amanti io di Liz Taylor' affermò una volta Freddie, in un piccante slancio di ironia. In realtà il cantante era una persona molto sensibile e bisognosa di affetto, come trasparirà da diverse dichiarazioni degli anni successivi: 'Sembra che io mi mangi la gente e la distrugga. In me deve esserci un elemento distruttivo, perché io cerco con tutte le mie forze di costruire dei rapporti ma in qualche modo allontano la gente. La colpa della fine delle storie ricade sempre su di me, perché io sono quello che ha successo. Con chiunque stia, sembra che si mettano a combattere per rivaleggiare con me e finiscono per distruggermi completamente. Non posso vincere, per me l'amore è come la roulette russa. Nessuno ama davvero la mia intima essenza, si innamorano tutti della mia fama, della mia celebrità. Io mi innamoro troppo rapidamente e finisco sempre col venire ferito. Sono ricoperto di cicatrici. Ma sostanzialmente io non posso aiutarmi in alcun modo perché sono troppo delicato. Ho questa corazza da macho che proietto quando vado in scena, ma in me c'è anche un lato troppo delicato, che si scioglie come burro. Tento di tirarmi indietro quando sono attratto da qualcuno, ma proprio non riesco a tenere l'amore sotto controllo. Tutte le mie storie da una notte fanno soltanto parte del mio personaggio, quello che voglio davvero è un grande amore. E vizio tremendamente i miei amanti, mi piace renderli felici e mi piace immensamente fargli regali, meravigliosi e costosi. Si può avere ogni cosa del mondo materiale e continuare ad essere la persona più sola, e questo è il tipo di solitudine più amaro'. Dichiarazioni quasi dissonanti, se abbinate alle sfarzose immagini di Mercury che calcava il palco con ridondante presenza scenica.

(continua)



the Thrasher
Martedì 22 Ottobre 2013, 12.38.24
28
@Brindish: hai riassunto tutto in un semplice post! grazie dei complimenti!
Brindish
Lunedì 21 Ottobre 2013, 22.27.29
27
Ah, i Queen: il mio gruppo preferito...Brian May il mio idolo alla sei-corde. Semplicemente i MIGLIORI per me. Nella loro discografia si può trovare un esempio di qualsiasi genere musicale esistente all'epoca (e forse più), e la cosa mostruosa è che erano capaci di suonare generi diversi grandiosamente. Talento e tecnica al massimo. Fantastici. Ottimo articolo, corro a divorare le altre parti
master
Sabato 28 Settembre 2013, 9.59.32
26
sono il gruppo con cui anch'io ho iniziato ad apprezzare la musica...ricordo quando a 4 anni ho sfondato una batteria giocattolo sulle note di 'keep yourself alive'! a night at the opera è il mio preferito, varietà immensa, epicità e aggressività; non è un caso che i Blind Guardian abbiano scelto di omaggiare i queen riprendendo il titolo dell'album, trovandosi a pubblicare un disco particolarmente infarcito di cori elaborati. ricordo sempre da piccolo come l'amplificatore e il lettore cd dello stereo fossero alloggiati a casa mia in un mobiletto con le ante, che ogni tanto mio papà apriva come per un rituale magico, per farmi ascoltare qualcosa dei queen o degli acdc...
galilee
Venerdì 27 Settembre 2013, 12.25.33
25
Non è colpa mia, è Krueger che ha manie di protagonismo
Raven
Venerdì 27 Settembre 2013, 12.03.41
24
Per favore: Freddie, non Freddy, grazie.
galilee
Venerdì 27 Settembre 2013, 11.52.06
23
Michael e freddy erano amici e su web si trovano anche canzoni cantate da uno e suonate dall'altro. Si sono scambiati sempre molti consigli, come quello di scegliere il singolo Another one bites the dust per il mercato americano. Ora paragonare un Hot Space che è un bel disco ma non certo un capolavoro a uno dei più grandi dischi della storia moderna mi sembra eccessivo. Poi che ci siano delle similitudini a livello musicale sarà anche vero, vista la stima che Michael nutriva per i queen e Freddy. Un thriller lo metto sulllo stesso piano di un Dark side of the moon, o di un St peppers non di Hot Space se permettete. La musica di quel disco è eccellente come lo sono i musicisti, la produzione gli arrangiamenti e i testi. Tutto avanti anni luce, Un misto di generi che mai si era sentito prima d'ora. Poi vabbè, io son di parte per me quel disco è la musica. Anyway nel sound di Michael ci sono tante influenze. Oltre a lames brown, steve Wonder e Jakie Wilson, si possono notare i vari T-rex, Beatles, Fred astaire e ovviamente i Queen e Freddy Mercury. Dovrebbe uscire un disco con delle collaborazioni fra loro, ma ho paura che facciano uscire una puttanata con 3/4 canzoni reali e le altre rimaneggiate in studio per l'occorrenza. Tristezza. Comunuqe Grandi Queen.
suocera
Venerdì 27 Settembre 2013, 11.28.46
22
bravo Cristiano, hai centrato il punto. si parla dei due album di Jackson successivi ad hot space come dei due piu' grandi album pop di tutti i tempi..qualche mese fa me li sono ascoltati per bene, seguiti poi da hot space... il disco della regina non solo sta sullo stesso piano, ma per me tiene pure testa! Solo che stai "ascoltando i Queen", e per molte persone e' difficile riuscire ad allargare un po' di piu' gli orizzonti, abbattendo qualche preconcetto...certo, anch io preferisco le schitarrate di innuendo, ma cio' non mi impedisce di valutare anche hot space come un eseprimento interessante, riuscito a tre quarti, ma dove le canzoni...ci sono!basta ascoltare il live at the bowl, i pezzi vestiti in maniera rock sono eccellenti...forse manca un secondo singolone da classifica, dopo under pressure. e sono ancora convintissimo che se quel disco fosse stato arrangiato in maniera piu' elegante, invece di stare a tirar su polver tutto il gg per i night di monaco, avrebbero spaccato in due il mercato.
Cristiano
Giovedì 26 Settembre 2013, 18.49.12
21
Quoto la suoncera! In tutto! Concordo sull'analisi su Hot Space, si possono sentire sonorità che poi verranno usate da un certo Michael Jackson, e non a caso la popstar disse di essersi in parte ispirata proprio a quell'album
suocera
Giovedì 26 Settembre 2013, 18.39.23
20
i Queen, volenti o nolenti, sono stati e penso rimarranno a lungo il gruppo rock piu' importante ed influente di sempre. E non e' esagerato. Hanno scandagliato mondi musicali diversi, creando ed anticipando tendenze, passando dal bianco al nero con una naturalezza disarmante, e sempre mantenendo la loro impronta. Sono stati un gruppo unico, un caleidoscopio di emozioni, sensazioni, caratteri e personalita' che unite hanno creato 20anni di pagine memorabili della storia. Storia che per me si e' conclusa nel momento massimo, nel momento in cui erano riusciti a mixare la genialita' e gli spunti della prima parte di carriera alla commercialita' della seconda parte. Sono un devoto alla regina, lo ammetto, e continuo a ripetere a tutti di valutare i dischi sempre con obiettivita' e con onesta' intellettuale...io con gli anni alzo sempre piu' il voto ad esempio ad hot space, che non e' un capolavoro ma inquadrato nel periodo storico ofrfe una produzione e un sound notevolissimo per l epoca...sound che poi esplose del tutto nel pop che conosciamo e che ci ha accompagnato fino agli anni 90. e' un peisodio diverso della loro discografia, coraggioso, non completamente riuscito, ma fosse stato un album di un altro gruppo ora ne parleremmo come di uno dei capisaldi pop. Tornando alla prima parte di carriera....che dire...siamo negli anni 70, osare e superare i limiti non e' una moda o un rischio, ma una scelta, le orecchie della gente sono molto piu' ricettive, ed i 4 si lasciano andare a qualsiasi esperimento troviano interessante. la varieta' musiale e' sconcertante, si parte col protopunk di modern times rock n roll del primo disco a quella che molti metallari definiscono la prima vera epic metal song "moderna" (prophet's song), dal protometal di stone cold crazy, ad episodi terremotanti come white man, da pezzi da musical cabaret come lazing on a sunday afternoon a ballate struggenti. I Queen sono stati dei campioni. Lo sono. E lo saranno sempre. Hanno fatto le cose prima degli altri, e le hanno fatte piu' in grande. Lunga vita alla regina!
suocera
Giovedì 26 Settembre 2013, 18.39.21
19
i Queen, volenti o nolenti, sono stati e penso rimarranno a lungo il gruppo rock piu' importante ed influente di sempre. E non e' esagerato. Hanno scandagliato mondi musicali diversi, creando ed anticipando tendenze, passando dal bianco al nero con una naturalezza disarmante, e sempre mantenendo la loro impronta. Sono stati un gruppo unico, un caleidoscopio di emozioni, sensazioni, caratteri e personalita' che unite hanno creato 20anni di pagine memorabili della storia. Storia che per me si e' conclusa nel momento massimo, nel momento in cui erano riusciti a mixare la genialita' e gli spunti della prima parte di carriera alla commercialita' della seconda parte. Sono un devoto alla regina, lo ammetto, e continuo a ripetere a tutti di valutare i dischi sempre con obiettivita' e con onesta' intellettuale...io con gli anni alzo sempre piu' il voto ad esempio ad hot space, che non e' un capolavoro ma inquadrato nel periodo storico ofrfe una produzione e un sound notevolissimo per l epoca...sound che poi esplose del tutto nel pop che conosciamo e che ci ha accompagnato fino agli anni 90. e' un peisodio diverso della loro discografia, coraggioso, non completamente riuscito, ma fosse stato un album di un altro gruppo ora ne parleremmo come di uno dei capisaldi pop. Tornando alla prima parte di carriera....che dire...siamo negli anni 70, osare e superare i limiti non e' una moda o un rischio, ma una scelta, le orecchie della gente sono molto piu' ricettive, ed i 4 si lasciano andare a qualsiasi esperimento troviano interessante. la varieta' musiale e' sconcertante, si parte col protopunk di modern times rock n roll del primo disco a quella che molti metallari definiscono la prima vera epic metal song "moderna" (prophet's song), dal protometal di stone cold crazy, ad episodi terremotanti come white man, da pezzi da musical cabaret come lazing on a sunday afternoon a ballate struggenti. I Queen sono stati dei campioni. Lo sono. E lo saranno sempre. Hanno fatto le cose prima degli altri, e le hanno fatte piu' in grande. Lunga vita alla regina!
Matocc
Lunedì 23 Settembre 2013, 22.03.08
18
verissimo! ti aprono la mente
the Thrasher
Lunedì 23 Settembre 2013, 21.12.15
17
Sì, l'ho capito, però l'ho sfruttata per sottolineare come i queen pongano basi per un ventaglio vastissimo di generi e apprezzamenti!
Matocc
Lunedì 23 Settembre 2013, 20.50.27
16
Rino era una battuta!
the Thrasher
Lunedì 23 Settembre 2013, 19.59.30
15
Del resto i Blind Guardian sono dichiaratemente ammiratori dei Queen e non solo per la cover di spread your wings; le influenze sono evidenti, così come per gli helloween (che a loro volta hanno rifatto sheer heart attack, la song) o i gamma ray. ma a loro si sono rifatti anche i queensryche o i dream theater e tanti altri...
Cristiano
Lunedì 23 Settembre 2013, 19.54.28
14
Quoto! Io per esempio cominciai ad amare i Blind Guardian non solo per la mia passione verso Tolkien, ma anche grazie ai Queen in un certo senso, nei cori, le sovraincisioni ecc dei bardi ci rivedevo un po' loro
the Thrasher
Lunedì 23 Settembre 2013, 18.55.59
13
Oddio, personalmente ascoltando di tutto -dai queen al brutal death, dal power al prog metal- direi che chi ascolta i queen evidentemente è portato per apprezzare la bella musica...
Matocc
Lunedì 23 Settembre 2013, 18.50.53
12
Rino anche per me sono stati il "primo amore vero". si vede che chi ascolta i Queen poi è destinato a diventare un thrashettone!
the Thrasher
Lunedì 23 Settembre 2013, 18.20.31
11
Grazie a tutti dei complimenti ragazzi! e anche dei contributi personali, i queen suscitano sempre grandi ricordi in ognuno di noi!
Macca
Lunedì 23 Settembre 2013, 18.14.46
10
Tra i 10 gruppi migliori nella storia della musica. Ringrazio ancora mio padre che, mentre viaggiavamo in macchina, me li ha fatti conoscere (erano i tempi di Innuendo, avevo 8 anni madò come vola il tempo....) e che li metteva nello stereo la domenica mattina. E da allora sono stati la colonna sonora di tanti momenti della mia vita. Complimenti per l'ennesimo articolo molto ben fatto, aspetto la seconda parte!
the Thrasher
Lunedì 23 Settembre 2013, 18.00.15
9
Per me sono stati la prima band che mi ha avvicinato alla musica vera, ricordo che li ascoltavo già alle elementari...
Nikolas
Lunedì 23 Settembre 2013, 17.18.09
8
Il mio amore per i Queen è ben noto. Capolavori senza tempo; personalmente li amo talmente tanto da adorare anche Hot Space, pensate un po' Ovviamente quello che hanno fatto nei 70s è assurdo, qualità incredibile, ma anche dopo hanno saputo regalare grandi perle al mondo della musica... Freddie Mercury personaggio complesso e pieno di sfaccettature, ho letto numerosissime biografie e unendole tutte si trae il ritratto di un uomo amante si della bella vita e grande animale da palcoscenico, ma anche una persona estremamente passionale, ricca di tormenti interiori e di tanta solitudine...
Vitadathrasher
Lunedì 23 Settembre 2013, 17.10.28
7
Si pure io......i primi 4 album hanno un sound senza tempo e senza genere.
Lizard
Lunedì 23 Settembre 2013, 16.44.06
6
Mi iscrivo anch'io al fun club (con la u) di Queen II.
Vizioassurdo
Lunedì 23 Settembre 2013, 16.35.54
5
Eccolo, sono uno di quelli che ha iniziato ad ascoltare -amare- la musica a dodici anni grazie a loro, band enorme (soprattutto nek Seventies, ma gli Ottanta non saranno privi di gemme) che mi ha aperto mondi. Grazie per l'articolo Rino! Ps: per quanto mi riguarda il migliore del periodo preso in considerazione è Sheer Heart Attack.
Cristiano
Lunedì 23 Settembre 2013, 16.30.48
4
Queen II è anche il mio preferito, semplicemente stupendo. E comunque, sarò matto, ma io in alcune canzoni dei Queen, e anche nel suddetto album, ci sento qualcosa di Symphonic e Power Metal, anche per la musica, ma più che altro per i titoli, i temi e per l'atmosfera che i pezzi riescono a creare
Matocc
Lunedì 23 Settembre 2013, 15.14.35
3
infatti il mio disco preferito è il magnifico Queen II ma tutti quelli del primo periodo sono semplicemente straordinari, assolutamente da riscoprire per chi non li conoscesse... Great King Rat è hard rock di classe, la tripletta Tenement Funster/Flick of the Wrist/Lily of the Valley un capolavro, My Fairy King un sogno musicale, Teo Torriatte è commovente e non parliamo del "side black" del 2° album! band immensa. grande Rino come sempre
the Thrasher
Lunedì 23 Settembre 2013, 14.46.14
2
Grazie Cristiano! Lo scopo di questo articolo è proprio quello di valorizzare la grandezza ROCK dei queen, che spesso sono idolatrati ''soltanto'' per i loro successi commerciali, i quali non rendono certo il giusto onore alla loro reale genialità pur essendo pezzi bellissimi..
Cristiano
Lunedì 23 Settembre 2013, 14.42.56
1
Wow, bellissimo articolo! Mi è piaciuto soprattutto il fatto che hai sottolineato l'anima heavy e prog dei Queen, non molti ci fanno caso
IMMAGINI
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Queen live
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Bei ragazzi...insomma...
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I 4
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Pose plastiche
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Espressioni truci
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May e la sua Red Special
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May live
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Bel primo piano
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Mercury & May
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Ancora live
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Eh vabbè...
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Seduti
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Sotto i riflettori
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Dal vivo
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Roger alla batteria
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Queen e strumenti
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Capelloni
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Ancora loro
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Deacon
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Primo piano di John Deacon
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Sul palco col fedele basso
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Notare l'abito di Freddie
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