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FATAL PORTRAIT - # 2 - Slayer
07/10/2013 (2600 letture)
Velocissimi, intimidatori, devastanti: gli Slayer non solo incarnano le peculiarità tipiche del metal più estremo, ma sono stati tra i primi a definirle ed imporle sulla scena, segnando un punto di non ritorno rispetto a tutto quello che c’era stato prima. I californiani hanno spostato oltremodo i paletti dell’estremismo, attingendo dal caos venomiano per costituire un sound del tutto personale, che mescolasse la veemenza dei truci di Newcastle con la precisione letale e la melodia affilata dell’heavy classico in salsa inglese: quello che ne è nato è un caustico esercizio di distruzione chirurgica, perpetuato dalle lame congiunte di due chitarre assassine, quelle di Kerry King e Jeff Hanneman: il loro stile, inconfondibile, influenza ancora oggi legioni di adepti, rapiti dai riff killer e dagli assoli al fulmicotone, spesso e volentieri atonali, accompagnati dallo scrosciante lavoro ritmico del tentacolare Dave Lombardo, uno dei batteristi più potenti mai celebrati sul proscenio metallico. Precursori in tutto e per tutto, dal vocalism rabbioso di Tom Araya ai testi antireligiosi, bellici, provocatori: pupilli dei moralisti e delle associazioni censoree, gli Slayer sono sempre stati accusati di ogni sorta di ingiuria, definiti satanisti o filo-nazisti dagli ottusi saccentoni che nemmeno si prendevano la briga di leggere i loro testi. Non che abbiano mai fatto più di tanto per smentire queste voci, limitandosi a ridacchiare alle spalle dei bacchettoni e spaventare la presunta gente per bene con le loro annichilenti bordate di terrore. Veloci, velocissimi, ma non solo; tremendi, efferati, spietati, e la lista degli aggettivi potrebbe continuare all’infinito per descrivere l’attitudine feroce di una band che, invece, ha saputo anche evolvere il proprio sound in una crescita di tecnica e maturità spesso passata in secondo piano di fronte alle etichette imposte per mezzo di luoghi comuni. In realtà, i quattro di Los Angeles non si sono cimentati solo con le mitragliate all’arma bianca, ma già nel corso dei loro primi cinque-sei colossali masterpieces hanno sperimentato anche pezzi più elaborati, melodie sinistre più accurate o pesanti rallentamenti, tutti elementi capaci di arricchire una portata sempre intimidatoria ma mai ripetitiva o monocorde come un ascolto disattento o disinformato potrebbe suggerire. Chi trova poco dissimili le varie composizioni del four pieces americano, evidentemente non le ha mai ascoltate con sufficiente impegno: il margine artistico insito in esse è molto consistente, e Fatal Portrait si pone l’obiettivo di riscoprirne il valore, ripercorrendo la carriera dei Signori Delle Tenebre attraverso quindici pezzi simbolici ed altamente rappresentativi. Una selezione mirata che ha richiesto scelte dolorose e difficilissime, ma che cerca di raccontare tutta l’epopea slayeriana -dalle origini ai giorni nostri- nella maniera più completa possibile.

1. The Antichrist. Show No Mercy non è solo l’esordio di quattro ragazzini che volevano contendere ai Metallica il ruolo di band più veloce d’America, è soprattutto una delle due scintille primigenie del thrash metal assieme a Kill’Em All: furono queste due releases a sancire ufficialmente la nascita di un genere nuovo, che iniettava di rabbia e velocità il classico heavy metal inglese, contaminandolo con la brutalità dei pionieri Venom ed in parte con alcune stille di hardcore punk. Show No Mercy era un disco eccezionale, per quanto ancora acerbo e distantissimo dalla classica ferocia dei suoi autori. Non possedeva ancora la scarnificante velocità del thrash più spinto, era intriso di melodia e affondava palesi radici nella New Wave Of British Heavy Metal, tanto nel sound di riff, assoli e strutture quanto in certi acuti di Tom Araya. Brano storico ed inconfondibile di questo esordio, The Antichrist si apre su un riff sfuggente ancora molto melodico e sul concitato vocalism di Araya, che scandisce le parole con epica asprezza prima di convogliare nell’irresistibile e sguaiato ritornello. I riff di chitarra durante le strofe sono più potenti e lasciano già filtrare il classico trademark degli Slayer; molto intensa è anche la sezione solista, dotata di una melodia ben definita e lontana dal caos atonale dei brani più feroci del four pieces americano, che qui peraltro va all’attacco anche con i lancinanti acuti del singer. Assieme alla tiratissima opener Evil Has No Boundaries, alla frenetica Fight ‘Till Death, alla concitata titletrack o a Final Command -un vero e proprio esercizio di speed metal classico-, risulta uno dei momenti più aggressivi del lotto. Dal punto di vista lirico si tratta di una dichiarazione di intenti piuttosto adolescenziale, con Araya che calza i panni dell’Anticristo, liberatosi dalla catena di Dio per far prevalere sulla Terra il messaggio del Male.

2. Black Magic. Fin dagli esordi, gli Slayer calcano la mano sulle atmosfere infernali e sulle odi sataniche: un vezzo che crea un alone di terrore e riverenza attorno alla loro figura, ma che, in realtà, nacque soltanto dalla voglia di scioccare e di puntare il dito contro le pressioni moraliste dei religiosi bigotti. Black Magic, chiaramente incentrata su tematiche esoteriche, si snoda attorno ad un semplice ma irresistibile riff sinistro, sul quale la voce di Araya si scaglia con un’interpretazione verace e ricca di acuti al vetriolo. Sfibrante la fiammata solista che velocizza la parte centrale del pezzo prima di una conclusione in grande stile: breve sezione strumentale con riff taglienti, potente break cantato ma dai toni più cadenzati, ripartenza con un assolo acuminato e finale dai tratti quasi solenni. Come intuibile, il testo parla di sortilegi e rituali esoterici, perpetuati in una truce notte di magia nera. Si trattava di un brano ancora fortemente caratterizzato da melodie e peculiarità tipiche del metal tradizionale, come anche la stupenda Metalstorm - Face the Slayer, una cavalcata epica imbastita su un riffery di stampo classico.

3. Chemical Warfare. Con l’EP Haunting the Chapel gli Slayer cercano di affinare la propria personalità, incattivendo con ulteriori dosi di velocità e aggressività il proprio sound, che dunque risulta qui come un ibrido tra il primo ed il secondo disco. La traccia più significativa, Chemical Warfare, è aperta da martellanti frustate ritmiche e si muove su tempi rapidi scanditi dalla rabbia venomiana di Araya, prima di esplodere in un refrain semplice e trascinante. L’adrenalina sgorga a fiotti in concomitanza del magistrale stacco con il quale la band si lancia a capofitto nel primo di due assoli stordenti; il riverbero, le risate malefiche di Araya, gli stop’n’go, i suoni grezzi che sanno tanto di flavour infernale: tutto quanto, in questi primi dischi della band americana ha un sapore così ottantiano da rappresentare, da solo, la contrastante essenza romantica di un genere burbero per antonomasia. Anche in questo caso le liriche sono piuttosto acerbe e prive di messaggi significativi: i Nostri descrivono uno scenario da guerra chimica, con le morti di soldati causate dai gas nervini. Da menzionare anche l’assolo convulsivo della celebre Captor of Sin.

4. Hell Awaits. Con Hell Awaits gli Slayer fanno il definitivo salto di qualità, dimostrandosi maturi ed ormai dotati di una personalità ben definita. Le canzoni diventarono più veloci e strutturate, perdendo quel flavour acerbo del debut: la band sferrava una mirabile collezione di riff letali, melodie sinistre e sfuriate rapide, organizzando il tutto in pezzi molto lunghi e ricchi di cambi di tempo, incroci chitarristici, atmosfere lugubri e andamenti ritmici. Naturalmente non si perdeva un’oncia di veemenza, anzi, gli assoli restavano lancinanti come lame, le atmosfere sulfuree, le vocals aggressive e le velocità insostenibili per l’epoca. Rantoli incomprensibili e parole insensate aprono la titletrack, la quale incede trainata da riff oscuri ed epici, via via sempre più acuti; dopo circa tre minuti, il pezzo esplode in una drastica mitragliata ritmica alla velocità della luce, sulla quale Araya innesca un ruggente sproloquio vocale dai ritmi concitati ed il bassissimo ritornello. Da sottolineare i continui stop’n’go, i velenosissimi riff di chitarra di Hanneman e King, le adrenaliniche corse strumentali dettate dall’impattante Lombardo e lo stridente assolo atonale, dopo il quale Araya torna ad inveire e porta a compimento i tiratissimi sei minuti di composizione, senza concedere un solo istante di respiro. Si narra di un epico scontro tra le forze del Paradiso e quelle infernali, ovviamente parteggiando per le armate luciferine: il cattolico Araya esalta l’avanzata delle legioni demoniache, pronte a catturare e crocifiggere il Signore. Erano testi ancora adolescenziali, scritti per scioccare più che per reale convinzione satanista; al di là di questo, è risaputo che nei primi anni di carriera il bassista si limitasse a cantare quanto scritto dai due chitarristi, senza necessariamente condividerne il punto di vista.

5. Kill Again. Canzone velocissima e feroce ma al contempo ricca di riff e cambi di tempo, che ben identificava l’alone distruttivo e l’eccellente songwriting degli Slayer di Hell Awaits, il disco della maturità. Essa si apre con un riff torvo, prima sinistro e poi improvvisamente ripetuto su un’accelerazione nevrotica, e procede con un mirabile e tonante complesso di riff al vetriolo; una nuova rapidissima mitragliata ritmica fa convogliare il pezzo nel vivo, con l’incombere del ruggito di Araya e del suo ritornello convulso. Continui stop’n’go infervorano il brano, mentre Lombardo si destreggia tra piatti (durante le strofe) e rullate perentorie, correndo con impeto e potenza nelle folgoranti sfuriate strumentali. In esse spicca il lavoro delle due chitarre, alle prese tanto con riff velenosi quanto con una sezione solista fiammante ma discretamente curata. Da delirio era la pressante corsa finale, resa ancor più apocalittica da un acuto prolungato di Araya prima dell’ultima strofa. Il testo è uno dei primi racconti che la band dedica ai serial killer, e narra le follie di un pazzo schizofrenico che con la propria lama sgozza il figlio di un predicatore religioso, bevendone il sangue. Tutto il disco era un eccezionale esercizio di forza infernale organizzata con mirabile classe compositiva: la maligna At Dawn They Sleep, le veementi Praise of Death e Necrophiliac, l’articolata Crypts of Eternity o la potente Hardening of the Arteries divennero degli autentici inni del nascente thrash metal, e dimostrarono come gli Slayer possedevano un potenziale notevole, che non si limitava certo alla foga e al caos. Il sound grezzo e fuori tempo degli adorati Venom, insomma, era stato demolito da un approccio professionale e da una più ricercata diramazione stilistica. Gli scenari pseudo-satanici restavano invece presenti, tanto nei testi quanto nell’oltraggiosa copertina, che rappresentava dei demoni muniti di corna intenti a trucidare senza alcuna pietà le proprie vittime, sospese tra le fiamme infernali.

6. Angel of Death. Un riff devastante ed un urlo lancinante squarciano il silenzio, inaugurando uno dei dischi più feroci e grandiosi che il metal estremo abbia mai conosciuto, Reign In Blood; un’accelerazione veemente porta il pezzo subito nel vivo, con Araya che incombe feroce nella sua orripilante narrazione e mitraglia parole come proiettili, concentrando con maestria le sue frasi serrate in pochissimi secondi. I versi cantati da Araya sono tra i più celebri nella storia del metal estremo e coincidono con l’avvenuta maturità della band: nel disco, infatti, non si parla quasi più di rituali sacrificali e legioni demoniache, bensì di ben più terrificanti situazioni reali. Nel particolare, viene esaminata la figura psicopatica di Josef Mengele, medico e antropologo nazista divenuto celebre per gli esperimenti su cavie umane nel lager di Auschwitz, dove risiedette per ventuno mesi. Mengele agiva senza anestesia e sezionava i corpi di pazienti vivi, legati con cinghie al tavolo operatorio; cercava di cambiare il colore degli occhi ai bambini iniettandogli dei liquidi direttamente nelle iridi e sezionava i corpi lembo per lembo. Le parole, scritte da Jeff Hanneman, sono crude e prive di censura, ma vengono utilizzate come un documentario di denuncia, come da lui stesso affermato: “Il nostro cantante è un cileno ed ha la pelle scura, per cui non esiste che possiamo essere fascisti. Ho letto parecchi libri sul III Reich, e sono rimasto profondamente affascinato dal suo estremismo, dal modo in cui Hitler sia stato in grado di ipnotizzare un’intera nazione e farle fare ciò che voleva. Una situazione che ha permesso a Mengele di trasformarsi da medico in macellaio. Prima di scrivere il pezzo avevo letto parecchi libri su Mengele perché era veramente malato. So perché la gente fraintende: è perché il brano gli tira una ginocchiata in mezzo ai coglioni. Leggendo il testo, nulla di ciò che ho scritto fa pensare che Mengele fosse necessariamente una persona malvagia perché per me, beh, è ovvio! Non ho bisogno di dirlo”. Naturalmente la morale pubblica iniziò ad indicare gli Slayer con l’infondata e sempre smentita accusa di filo-nazismo, cosa che ha portato alla band anche una certa popolarità dovuta al fascino del male. Dave Lombardo offre una prova immediatamente martellante, accanendosi sulle pelli con foga, velocità e tecnica. Il drummer usufruisce a pieno e con immutata ferocia di tutte le potenzialità del suo strumento, dimostrandosi un musicista tentacolare e sorprendentemente dotato. Il ritornello è semplice e trascinante, la parte centrale poggia su un rallentamento rallentato e saltellante, dal quale si riparte con un concitato ed abrasivo assolo atonale, velocissimo e caotico: chiara era la volontà, rispetto al passato, di creare assoli ancora più letali ed estremi, del tutto privi di accenni melodici. Le sei corde vengono torturate a lungo e con sanguinaria cruenza, prima che Dave Lombardo delinei l’impattante conclusione del pezzo con un’imponente e scrosciante galoppata finale.

7. Jesus Saves. Un riff truce e sinistro apre con cadenze pesanti e oscure il pezzo, che si trascina così lugubre per circa un minuto; una serie di riff più violenti fa da apripista per una micidiale mazzata frontale, sulla quale Araya ringhia a ritmi serrati; la strofa viene ripetuta due volte, dopodiché si incendia un assolo al fulmicotone prima della riproposizione del medesimo canovaccio. I ritmi restano frenetici e devastanti dall’inizio alla fine, iniettati di rabbia attraverso brevissimi e letali stop’n’go; grazie all’incipit circospetto, la canzone dà l’idea di essere uno degli episodi più complessi -se vogliamo- del platter, delineandosi in avvio come un crescendo vorticoso che poi assume le fattezze della consueta badilata. In esso la band, nella persona di Kerry King, definisce in modo maturo la sua avversione per le religioni organizzate, ritenute una stampella per i deboli e criticate con un cinismo molto più acuto di tante innocue odi sataniche proferite in adolescenza: “Trascorri la tua vita leccando il culo alla gente, un aspetto che un adulto avrebbe già dovuto sorpassare; pensi che il mondo finirà oggi, lodi il Signore ed è tutto ciò che sai fare. Con tutto il rispetto, tu non puoi affidarti ad un uomo invisibile di cui ti fidi, dipendenza indiretta, eterno tentativo di amnistia”. Condivisibile o meno, si tratta dunque di un tipo di testo molto più efficace e significativo, che offre spunti di riflessione e mostra realmente le vedute del suo autore, che in esso spiega e motiva le sue opinioni senza limitarsi a sproloqui blasfemi senza capo né coda.

8. Raining Blood. Definire leggendario il riff portante di Raining Blood è alquanto riduttivo: si tratta di una delle schegge più celebri e sanguinolente mai colate da una chitarra, un accordo di quattro note e due triplette che apre una tempestosa e apocalittica sfuriata ritmica. Un brano semplice e devastante, la rappresentazione sonora della violenza, celebrata sotto una scrosciante pioggia di sangue: Lombardo crea un devastante tappeto ritmico, sul quale i riff delle due chitarre si scagliano come bordate feroci e affilati come falci. Araya sputa rabbia su un canovaccio che si fa più ritmato e convoglia nel potente break centrale, truce e da manuale dell’headbanging; l’urlo del cantante apre uno squarcio di veemenza improvvisa e conduce al più caotico ed apocalittico assolo atonale mai scritto dagli Slayer, un’orgia di furia insensata nella quale le chitarre urlano sangue con lancinanti e stridenti rasoiate veloci. Il brano si conclude in dissolvenza, col rumore della pioggia a penetrare le orecchie già provate da tanta violenza: ancora oggi, rimane sempre un senso di sbigottimento, di fronte ad una simile dimostrazione di forza. Il giornalista Steffan Chirazi una volta scrisse: “In quei tour la band toccò picchi di cattiveria assoluti, e assunse un atteggiamento da “andatevene tutti affanculo”, che spinse i loro concerti verso nuovi livelli di violenza fisica ed uditiva. La collera e la violenza erano al tempo stesso scioccanti, perversamente eccitanti, in linea con l’immagine che gli Slayer danno di sé”. Disco epocale, che definisce definitivamente la consacrazione della band californiana e alimenta il mito dei Big Four Of Thrash Metal, Reign in Blood rappresentava sulla copertina proprio lo scenario blasfemo dipinto nella traccia conclusiva, con Satana regnante negli anfratti infernali, bagnato da una pioggia di sangue ed attorniato da demoni in piena erezione, che ne sostenevano il possente trono come schiavi eterni.

9. South of Heaven. Con South of Heaven gli Slayer si evolvono ancora e lo fanno introducendo nella propria musica ritmi più pesanti, riff sinistri ed una velenosa melodia al vetriolo che va a rafforzare la consueta potenza devastante da sempre trademark dell’act losangelino. Qualcuno, al tempo, si lamentò al cospetto di un disco più vario e modulato, in cui la stessa titletrack si apriva sospinta da un riffing truce e ossessivo; i fans tradizionalisti avrebbero voluto imbattersi nuovamente in una tracklist unicamente dedita alla velocità, ma questo avrebbe significato incancrenirsi su un canovaccio privo di evoluzione stilistica per i quattro americani. South of Heaven era la straordinaria dimostrazione di come i Nostri sapevano essere letali anche senza massacrare i timpani dall’inizio alla fine: la stessa titletrack prevede passaggi cadenzati molto pesanti e ripartenze dinamiche decisamente avvincenti -pur senza toccare le sfrenate rapidità di Reign in Blood- e colpisce dritto in mezzo agli occhi grazie all’energia garantita dal travolgente e rabbioso vocalism di Araya. Il pezzo si inasprisce in coincidenza del ritornello e, successivamente, dell’assolo di chitarra; questo, per quanto sia ancora acuminato e lancinante, colpisce in quanto molto meno sguaiato di quelli apparsi sulle releases precedenti. Non mancavano canzoni dirette e veementi nel platter, ma la nuova faccia degli Slayer era rappresentata anche da pezzi come Mandatory Suicide, roboante ma addirittura catchy nel suo incedere. Un teschio sanguinante ed infestato dai demoni campeggiava truce sulla copertina, giusto per rimarcare l’aura terrificante che avvolgeva la band; Araya ha spiegato il forte significato del pezzo, che descriveva la sua idea dell’Inferno in terra ed il declino del genere umano, da lui ritenuto assolutamente cinico, falso, immorale, figlio del pregiudizio e dell'ignoranza.

10. Silent Scream. Brano esplosivo, che sintetizza appieno il letale connubio di South of Heaven: i consueti riff al vetriolo incontrano qui una melodia malvagia e perversa, evidente nel guitar-work e tangibile anche nelle vocals, più musicali rispetto al precedente. Araya ruggisce comunque con rabbia, mentre King ed Hanneman ribadiscono l’approccio più curato e melodico delle sezioni soliste, che però rimangono lancinanti; Dave Lombardo martella con puntualità e scandisce tempi medi che a tratti accelerano repentini, come in occasione delle sezioni soliste. Anche in questo caso si tratta di una composizione non certo tiratissima, che è dinamica e affilata, ma priva delle accelerazioni sfibranti che avevano mietuto tante vittime. L’impeto tradizionale del four pieces californiano emergeva ancora, nel corso del full length: questo era tangibile nella tellurica escalation finale di Live Undead, nelle sezioni soliste incendiarie di Behind the Crooked Cross o nei brani più furibondi, come Ghost of War, una mazzata thrashy assolutamente vibrante. Come per la titletrack, anche in questo caso il testo è più che mai ricco di significati ed analisi sociologiche, essendo un atto di accusa della band nei confronti dell’aborto.

11. War Ensemble. Una delle canzoni più potenti e devastanti del quartetto californiano, che fin dall’impattante riff iniziale sembra voler ripercorrere la massacrante scia di distruzione avanzata con Angel of Death; il pezzo si scatena con una breve accelerazione ritmica e col successivo ingresso di Araya, ringhioso e accecato dalla furia, e prosegue con adrenalinici stop’n’go ed un ritornello gonfio di rabbia e carica. Ad un primo assolo convulso segue una sezione più ritmata, dalla quale la band riparte in velocità con una veemenza ancora più spietata, scandita dagli affilatissimi riff della coppia King/Hanneman e dal drumming pressante di Lombardo. Memorabile anche il secondo assolo che sgorga come lava dalle sei corde: una squillante scheggia di melodia, tagliente, ma non caotica. Nel brano si parla di guerra e di come questa diventi una specie di gara ad eliminazione nella quale ai governanti poco importa del sangue di tanti giovani versato nel nome dei loro interessi. Con questa traccia si apriva Seasons in the Abyss, un disco stilisticamente vicino al precedente (e che in copertina piazzava un cranio segnato da innumerevoli croci, intento a vomitare teste umane): un lavoro che dunque alternava le classiche mazzate tiratissime (Hallowed Point, Temptation e Born of Fire) a brani più vari, che non puntavano tutto sulla pura velocità, ma affondavano le radici della propria forza nella melodia, perversa e marcata, di vocals, riff e assoli (le eccitanti Blood Red e Spirit in Black, la lunga titletrack, Dead Skin Mask, Expendable Youth o la claudicante Skeletons of Society).

12. Seasons in the Abyss. La lunga titletrack si apre su un riff oscuro ed un arpeggio raggelante, incalzato da una sezione più poderosa e densa di groove; l’impatto vocale di Araya è immediatamente più melodico rispetto agli standard della band e genera un refrain cantilenato molto catchy. La canzone avanza ondeggiando a metà tra le insolite melodie vocali, un riffing roccioso ma non troppo feroce ed un discreto solo semi-melodico, che sfoggia anche delle pregevoli scale prima del ritorno al mood portante del pezzo. La traccia parla di come la follia trascini nei più profondi abissi mentali il protagonista e rappresenta il tentativo di sperimentare sonorità meno estreme, forse per ampliare il pubblico della band senza compromettere la durezza del resto del platter: una faccia molto insolita del quartetto californiano, che tuttavia è diventata una presenza fissa anche nelle esibizioni dal vivo ed a distanza di tanti anni.

13. Dittohead. Il doppio live Decade of Aggression chiude la prima parte di carriera per gli Slayer con un curriculum di tutto rispetto: un esordio che mescola i vagiti nascenti del thrash con le sonorità più tradizionali, un secondo disco più aggressivo e dotato di composizioni lunghe ed articolate, un capolavoro irraggiungibile che si pone come album più veloce e devastante della storia del thrash e, per finire in bellezza, due lavori più curati dal punto di vista melodico e variegati da quello tecnico. Dave Lombardo se ne va tra i mugugni e viene rimpiazzato da Paul Bostaph, con cui nel 1994 la band pubblica Divine Intervention e torna al sound rapidissimo e furibondo di Reign in Blood, con una furia cieca e martellante priva di inflessioni melodiche. Dittohead, uno dei pezzi più significativi, esplode subito in tutta la sua veeemenza, sospinta da un riff ossessivo come un trapano nel cranio e dalle vocals concitate di Araya, nuovamente prive di refrain orecchiabili. Nel testo, Kerry King esprime tutta la sua ira nei confronti dell’inettitudine dei governi e del conformismo religioso. Pur non essendo al livello insuperabile del suo celebre gemello datato 1986, Divine Intervention resta un lavoro esaltante ed integerrimo, un esercizio di thrash metal massacrante e scevro di orpelli, più che degno di collocarsi assieme alle cinque releases precedenti tra i migliori album della band losangelina e del thrash metal stesso.

14. Disciples. A fine anni Novanta la band ammoderna il proprio sound e, dopo un discusso album di cover hardcore-punk, flirta col nu-metal: il risultato, per quanto divida i fans, è gradevole e aggressivo nel potente Diabolus in Musica, l’album che più risente di un groove modernistico e tendente alle nuove correnti, senza perdere le consuete rasoiate. Con God Hates Us All la band si mantiene su sentieri ibridi tra thrash e metal di fine millennio, con parti vocali quasi rappate. Il refrain di Disciples non è irresistibile, ma si imprime in testa per la sua crudezza e dal vivo crea un momento di grande coesione tra band e pubblico; più azzeccate sono l’accelerazione vibrante in concomitanza dell’assolo e alcune ritmiche sfrenate esplose nelle strofe. Liricamente il brano esprime il disgusto di Kerry King nei confronti di un mondo nel quale siamo nati senza desiderarlo. Una simile direzione stilistica permeerà anche i solchi di Christ Illusion (2006), un disco di rodaggio dopo il rientro di Lombardo, forse il meno ispirato in assoluto per la band.

15. World Painted Blood. Nel 2009 gli Slayer tornano alle origini, sfoderando una bella mazzata di thrash classico che abbraccia tutte le sfumature della prima parte di carriera (1983-1990). L’opener e titletrack è il pezzo migliore del lotto: un riffing insistente e la martellante corsa ritmica doppiata dalle serrate vocals di Araya rendono il brano valido ed elettrizzante, veloce nelle strofe e ritmato nella sezione centrale, quest’ultima caratterizzata dai classici riff slayeriani. La ripartenza veloce è assolutamente esplosiva; canzone e disco simboleggiano non solo il ritorno dei quattro assassini a livelli più considerevoli e a sonorità più old school dopo tre dischi controversi, ma anche l’ultima prova in studio per Jeff Hanneman, morto nella primavera 2013 dopo le complicazioni seguite al morso di un ragno e a cronici problemi di alcol. Il testo della titletrack potrebbe essere inteso come un sequel di South of Heaven, in quanto riprende le tematiche di Apocalisse terrena e decadenza civile, sociale e morale alla quale è soggetto il nostro pianeta.



MetallaroRosso
Lunedì 5 Dicembre 2016, 16.15.08
16
onore agli Slayer uno delle migliori band thrash superiori anche ai metallica, da show no mercy in poi hanno sfornato solo capolavori. fiero di portare la loro maglietta.
gianmarco
Venerdì 11 Ottobre 2013, 11.24.02
15
io avrei messo bitter peace da diabolus in musica . La traccia più tradizionalista , gran mazzata nello stile slayer .
the Thrasher
Martedì 8 Ottobre 2013, 22.32.27
14
Piano piano ci sarà posto per tutti! eh si, sarà veramente durissima! ma del resto lo sarà anche con i Metallica come lo è stato per i Maiden e come lo sarà per molti altri! grazie x i complimenti!
The Preacher
Martedì 8 Ottobre 2013, 22.23.25
13
Vorrei proprio vedere in questa serie di articoli i Death, li sì che sarà dura! Nel frattempo ottimo lavoro come sempre!
jek
Martedì 8 Ottobre 2013, 20.38.29
12
Ottima scelta di brani per spiegare bene a "Chi trova poco dissimili le varie composizioni del four pieces americano" la genialita degli Slayer. Altro articolone del granede Thrasher.
Macca
Martedì 8 Ottobre 2013, 20.07.49
11
The Thrasher@ sottoscrivo in pieno il tuo commento 6.
the Thrasher
Martedì 8 Ottobre 2013, 20.04.06
10
Grazie Radamanhis! Grandi Slayer, soprattutto!
evil never dies
Martedì 8 Ottobre 2013, 18.54.39
9
Spirito Thrash!!!!! SLAYER
Radamanthis
Martedì 8 Ottobre 2013, 16.55.04
8
Ottimo articolo a dir poco...grandi Slayer e grande Rino!
the Thrasher
Martedì 8 Ottobre 2013, 14.45.30
7
PS e per ''sottovalutata capacità artistica'' non intendo la loro fama e la loro popolarità; gli Slayer sicuramente sono celebrati e conosciuti da tutti, ma non sempre ci si sofferma a elogiare le doti artistiche sfoggiate nei prim ialbum, limitandosi a chiacchiere da bar sui testi satanici, sulle (infondate) simpatie nazistoidi o sugli atteggiamenti da cattivone di Kerry King... tutte queste cose secondo me hanno tolto buono spazio alla qualità musicale che dovrebbe essere al centro dei discorsi, perchè è tanta!
the Thrasher
Martedì 8 Ottobre 2013, 14.42.59
6
@manaroth85: grazie mille! Non sopporto i luoghi comuni sugli Slayer, ovvero quelli che ignorantemente li definiscono come una band caotica e dai dischi tutti uguali.. le differenze tra i primi 4 dischi secondo me -e non solo secondo me ovviamente- sono esponenziali e con questo articolo vorrei rendere giustizia alla troppo sottovalutata capacità artistica del quartetto americano...
manaroth85
Martedì 8 Ottobre 2013, 14.19.56
5
ottimo articolo!! grandi slayer!!
the Thrasher
Martedì 8 Ottobre 2013, 12.46.22
4
@Vitadathrasher: non mi sono sentito di includere Dead Skin Mask in quanto la trovo leggermente sopravvalutata, celebre più per le tematiche inquietanti che per altro; la musica, poi, è discreta ma possiede un andamento cantilentato che non rappresenta al meglio la iolenza degli Slayer, secondo me. Molto più dura è stato escludere qualche altra epica cavalcata da 'Hell Awaits' o qualche scheggia hardcore da RIB, alla necrophobic per intenderci! Ma i grandi brani sono talmente tanti che ci sarebbero mancanze anche estendendo a 30 la selezione...
the Thrasher
Martedì 8 Ottobre 2013, 12.42.46
3
Grazie dei complimenti ragazzi, sempre graditissimi!
Macca
Martedì 8 Ottobre 2013, 12.34.57
2
Forse "Cult" da Christ Illusion come una delle loro canzoni musicalmente e tematicamente più violente ci sarebbe stata...In ogni caso buona selezione, non è affatto facile sceglierne solo 15 Ottimo articolo come sempre.
Vitadathrasher
Martedì 8 Ottobre 2013, 8.22.21
1
ci metterei anche dead skin mask, simbolo della capacità di ricreare una sorta di colonna sonora.....thriller, cosa che non riesce a molte band ed è per questo che sono unici.
IMMAGINI
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Kerry King
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Dave Lombardo
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Slayer, 1983
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Hanneman e King
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Slayer
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Jeff Hanneman
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Slayer
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Poster del 1988
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Slayer
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Slayer
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Slayer
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Slayer
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Slayer
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Kerry King
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Ancora King
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Araya
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Kerry King
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Hanneman
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Dave Lombardo
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Il logo della band
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Kerry King
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Slayer a inizio anni Novanta
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Slayer
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Slayer con Paul Bostaph
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Slayer, 2009
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Foto promozionale del 2009
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Slayer, 2009
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Gli Slayer nel 2013 con Holt e Bostaph
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