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CORREVA L’ANNO - # 23 - 1991 prima parte
25/10/2013 (3972 letture)
Rialzarsi, dopo le pugnalate a tradimento. Tornare a battagliare, più forte di prima, dopo la calata all'inferno. Raggiungere la condizione estrema ed utopica di perfezione, centuplicando la complessità esecutiva nel momento stesso in cui tutti gli altri tendevano a semplificarsi, annullando il concetto stesso di progressione. Chuck Schuldiner era sempre stato un tipo tosto e coerente, tenace oltre ogni limite nel perseguire i propri ideali: quel 1991 il mondo ne ebbe la dimostrazione eloquente, con un disco come Human sbattuto sulle facce basite di becchini e detrattori. Tradito dagli ex compagni sul patibolo della depressione, il giovane leader dei Death aveva deciso di dare un taglio col passato e di non porsi nessun limite, neanche il cielo. A soli ventiquattro anni aveva già posto i semi primigeni del death metal ed aveva poi traghettato il genere in un'evoluzione sorprendente; aveva dimostrato che si poteva suonare death metal anche senza crollare negli stereotipi, ed infatti i suoi testi erano acuti, profondi, esistenzialisti, le sue composizioni ricercate e complesse, alla faccia di chi si limitava a cantare inni satanici musicalmente rozzi e prevedibili. Con Human, Chuck Schuldiner superò anche se stesso e si spinse oltre i limiti della perfezione: l'aveva ricercata ed inseguita a lungo, l'utopia, e grazie ad un genio cristallino era finalmente giunto a compimento della sua missione, accerchiandosi di musicisti stellari come il drummer dei Cynic, Sean Reinert, il bassista dei Sadus -il prodigioso Steve Di Giorgio- e il chitarrista Paul Masvidal, brillante ascia proveniente a sua volta dai Cynic. Il coefficiente tecnico di tale line-up era elevatissimo e poneva le proprie radici nel jazz, muovendosi a cavallo di una vasta pletora di generi, influenze ed ispirazioni: le canzoni che componevano la tracklist erano pertanto dotate di partiture complicatissime ed articolate, caratterizzate da trame labirintiche ipertecniche e cucite dai consueti riff brutali, tonanti e letali, tipici del formidabile shredder floridiano. I Death avevano acquisito un'ulteriore bagaglio tecnico, ma potenziarono anche le loro armi da fuoco: Human era ancora più violento e terremotante del predecessore, un monumentale esercizio di death tecnico dal tiro devastante. Le telluriche ritmiche di batteria dettate dalla corposa e asciutta doppia cassa di Reinert sorreggevano la nuova messe di riff geniali e assoli al fulmicotone, intrisi di melodia accecante e tagliente: Schuldiner e Masvidal duettavano e scorazzavano alla velocità della luce, ispirandosi alla tradizione neoclassica e crocifiggendo sotto colpi perentori ogni ostacolo incontrato sulla propria strada. Precisissimi riff apocalittici e trame tritaossa si intrecciavano nell'arco di canzoni generalmente veloci, velocissime, ma che possedevano anche le consuete sfumature lente: i Death erano feroci e massacranti quando sceglievano la rapidità, ma diventavano schiaccianti e claustrofobici quando optavano per ritmiche più slowly, momenti isolati e cadenzati all'interno di sfuriate spietate. In entrambi i casi, si aveva a che fare con pezzi geometricamente perfetti, ricchi di intersezioni, complementi melodici, trame labirintiche e rifiniture pregiate, brani titanici e poderosi, nei quali ogni tassello si incastrava perfettamente con l'altro. La produzione di Scott Burns era altrettanto ineccepibile e priva di sbavature: moderna, nitida, esaltava i suoni e permetteva di godere appieno dell'orchestra cimiteriale imbastita da Schuldiner, un plotone di musicisti provetti che meritava ogni riconoscimento. Gli strumenti erano tutti ben udibili e riconoscibili; le chitarre restavano centrali, articolate e prepotenti, ma il basso acquisiva maggior rilevanza, su uno sfondo ritmico di simmetrica apocalisse sonora. Impegnato nel suo tipico mid-growling cupissimo, Chuck Schuldiner proponeva ancora una volta temi scottanti ed argomenti delicati come l'appiattimento delle emozioni, l'eutanasia, le discriminazioni di ogni sorta -contro i metallari, ma anche contro le persone colpite da qualche deficit fisico - e la falsità degli esseri umani, concetto spinoso assai ricorrente nelle misantropiche invettive del genio di New York. Tutto si cuciva alla perfezione nell'intelaiatura composita e stratificata del full length, lasciando ammutolito ogni ascoltatore; naturalmente, Schuldiner era fiero del suo nuovo capolavoro: 'Human è più di un disco per me, è una vendetta. E’ quello che farà apparire le persone che mi hanno attaccato per quello che sono: dei bugiardi! Sono in una fase di sperimentazione: il sound è più carico di atmosfera, in un momento in cui tutti i gruppi fanno a gara in velocità e vanno dietro a deliri satanisti. Human è più introspettivo, ha un suono molto aggressivo ma è più melodico e progressive di Spiritual Healing. Abbiamo lavorato alla grande, dopo gli inconvenienti con la precedente line-up: Conosco Sean e Paul da alcuni anni, suonano nei Cynic tuttora. Si sono presi del tempo per darmi una mano a registrare Human, insieme a Steve DiGiorgio dei Sadus. E’ andata veramente bene, siamo tutti amici e abbiamo attraversato un periodo molto gioioso, le prove e la registrazione con Scott Burns. E' stata una situazione davvero fantastica, e per il tour abbiamo ingaggiato un nuovo bassista, Skott Carino dei Fester, perché Steve è impegnato a tempo pieno con i Sadus. Sono davvero grato alle persone che mi hanno aiutato a ottenere questo risultato'. La sete di vendetta del chitarrista era forte ed evidente in ogni parola rilasciata alla stampa: 'Io sono uno calmo, sono calmo fino a che qualcuno non mi rompe i coglioni, mettiamola così. Se qualcuno mi rompe i coglioni allora questo qualcuno vedrà un lato molto diverso di me, un lato che preferirei che non venisse fuori, perché non mi piace arrabbiarmi. Mi piacerebbe potermi riguadagnare la reputazione che una volta avevo nella scena, quando ero considerato una persona molto tranquilla. Ed ancora adesso sono una persona molto tranquilla. E' incredibile che io sia ancora una persona così tranquilla, dopo tutta la merda che ho mangiato'. Per fortuna era arrivato il momento di raccogliere quanto seminato, e che nessuno più avrebbe potuto infangare. Il platter si apriva con la violenza inaudita di Flattening Of Emotions, brano dal riffery serrato e scosso dallo scrosciante lavoro di Reinert alla batteria; nell'opener erano già presenti tutti i canoni di tecnica e veemenza che animeranno l'intero full-length, con tanto di assolo stupefacente, un fluido ed intenso esercizio di forza e melodia annichilente. Suicide Machine, ricca di intersezioni e devastanti accelerazioni dal tiro vertiginoso, e Lack Of Comprehension, infuocata da sfibranti sprazzi solisti, accelerazioni frontali massacranti ed elaborate diramazioni strutturali, rappresentavano il vertice assoluto dell'intera produzione targata Death, ponendosi come mazzate ragionate ed irresistibili; con una magistrale e stordente sezione solista, Secret Face si scagliava contro l'ipocrisia umana e sciorinava a sua volta tutto l'elevato tasso tecnico e distruttivo del quartetto americano, districandosi con impellenza ed impatto fragoroso in algoritmi sonici e continui cambi di metrica ed atmosfera, mentre l'ipnotica Togheter As One, la surreale See Trough Dreams -una canzone spietata e schiacciante, che in sede solista diventava, come di consueto, un sontuoso manifesto di melodia e decadenza- e la tortuosa strumentale Cosmic Sea costituivano l'ossatura centrale di un album clamoroso ed irripetibile, incentrato su frequenti cambi di tempo, stacchi, ritmiche rapidissime, arpeggi melodici, intersezioni mirabolanti e ripartenze caustiche. La spettacolare bellezza e l’avvolgente intensità emotiva trasudata da ogni singolo assolo sono probabilmente il modo migliore per descrivere la classe geniale e l'attitudine esalata dall'estro di Schuldiner e del suo degno contraltare Paul Masvidal: Human era il vertice massimo del technical death, perché -laddove Cynic e Atheist sconfinavano in lande orientate prevalentemente al progressive e solo in una fase successiva imbevute di death metal- i Death restavano una corazzata inarrestabile, capace di convogliare violenza inaudita e frenetica brutalità in un disco curato e rifinito superbamente in ogni singola nota, nel quale il death stesso restava centrale, prominente.

La gente immaginava di trovare una mente malata ed un individuo arrogante, dietro a tanta genialità: un luogo comune accresciuto dalla cattiva fama scaturita dalle infamie gratuite dipinte attorno alla figura di Schuldiner ma anche dalla sua grande testardaggine, dal suo carattere forte e dall'infinito perfezionismo che lo animava. In realtà, il chitarrista era un ragazzo sensibile e dal cuore grande: 'Credo di essere una brava persona, non vado certo in giro a tagliare i gatti a metà per fare sacrifici, come la gente potrebbe aspettarsi. Anzi, di recente ho salvato un gattino, lo allatto e mi prendo cura della sua salute. Le persone credono a tutto quello che leggono e sentono, ma i miei amici e la mia famiglia erano in stato di shock a causa di ciò che veniva detto su di me. Io non sono una rockstar viziata. Vivo con i miei genitori e ho pubblicato tre album, e allora? Questo non mi rende importante. Sono un musicista e una persona, questo è tutto. Il nuovo album dimostrerà a un sacco di persone quanto sono state bugiarde'. La combinazione tra potenza, velocità, tecnica e melodia aveva trovato un suo equilibrio perfetto ed indistruttibile in Human, come spiegava lo stesso Schuldiner: 'Le mie parti di chitarra su Human sono decisamente più melodiche e questo si riversa anche nel riffing, ed è una gran cosa che allo stesso tempo riesca ad ottenere brutalità e aggressività, mescolandole alla melodia stessa e alle vocals tipiche del death metal: é una combinazione killer, che purtroppo alcune persone ritengono impossibile da realizzare; io invece penso che sia positivo, sono molto felice di essere riuscito a combinare tutti questi elementi in un solo disco. La gente ha criticato la musica di 'Spiritual Healing' per il fatto di essere troppo melodica, ma il punto é che anche su 'Scream Bloody Gore', che é un album brutale, c'era melodia. La mia musica non é rumore, non é merda da bar. C'era melodia in 'Zombie Ritual', nell'introduzione della canzone. Ci sono sempre state tracce di melodia nella nostra musica, e ce ne saranno sempre. Questo é ciò che ha reso il nostro suono diverso da quello di chiunque altro là fuori, noi non siamo limitati a soli tre accordi. Dunque molte band non hanno nemmeno idea di come si possa creare uno stato d'animo, perché sono troppo impegnate a tirare fuori ritmiche e satanismo'. L’ex giornalista di Metal Maniacs, Jeff Wagner, storico ed esperto di musica, ha scritto a proposito di questo disco: ‘L'uscita di Human nel 1991 cambiò tutto, non solo per i Death e per la Florida, ma per un'intera costellazione metal: nessun gruppo aveva mai bilanciato brutalità e sfumature complesse come aveva fatto la nuova formazione dei Death. Il batterista Reinert portò nei Death il suo background metal, prog rock e jazz fusion -era più facile vederlo indossare una maglietta di Chick Corea che una dei Morbid Angel- e diede un'inflessione jazz al martellante attacco di doppia cassa tipico del death metal. Le sue poliritmie scivolose e il pungente uso dei piatti lanciarono i Death verso nuovi territori, piegando i riff maturi, ma non ancora alquanto lineari, di Schuldiner in forme complesse che non si erano mai sentite prima di allora. C'erano altri batteristi tecnicamente competenti nella scena metal estrema di quel periodo, ma nessuno aveva l'approccio scorrevole e sensibile che Reinert portò su Human. Il chitarrista Masvidal, compagno di Reinert nei Cynic, introdusse un elemento altrettanto disinibito nei Death. Era capace di costruire degli assoli jazz celestiali e degli accordi intricati che si avvolgevano sugli assoli più convenzionali di Schuldiner, quelli basati sulle scale, e alla sua ritmica pesante; i due chitarristi si completavano perfettamente a vicenda. Uno dei punti di forza di Human, Cosmic Sea, presenta un'introduzione dalle trame eteree, dalle melodie a tema pesantemente effettate, dai bizzarri assoli bilanciati e un basso ondeggiante in stile fusion. La parte strumentale dei pezzi é un momento decisivo nell'evoluzione della musica death metal'. Ancora: 'Nonostante i virtuosismi musicali, a Human non mancava la potenza, Il produttore Scott Burns -che a quel tempo era un autentico guru tra i produttori, molto richiesto- fu abbastanza abile da catturare sia la crudezza che le sfumature più fini di Human. Riuscì a focalizzare l'album, bilanciando con destrezza la sua incredibile spinta aggressiva e gli elementi sottili e raffinati messi in gioco dai quattro musicisti'. A chi chiedeva a Schuldiner se un tale disco sarebbe stato realizzabile con la vecchia line-up, il ragazzo rispondeva prontamente: 'Basta ascoltarlo una volta sola per ottenere la risposta. Questi non sono solo riff supportati da una musica di sottofondo, ma si complementano in maniera perfetta, e ogni musicista ha il controllo totale del proprio lavoro. In certi frangenti Sean suona in controtempo, andando in direzione opposta rispetto al riff, e al tempo stesso le sue parti diventano un tutt'uno col riffing. E' così originale, difficile da spiegare, lo puoi solo ascoltare. Questi musicisti portano la morte in vita, la morte nella realtà. E' un peccato che dovranno tornare nei Cynic, ma apprezzo la dedizione per la loro band. Almeno ora lavoro con musicisti professionisti e non con persone che volevano essere viste come musicisti ma non ne avevano le competenze necessarie, persone a cui non fregava un cazzo di auto-migliorarsi. I miei assoli su Human sono la prova di ciò che sono capace di fare, essi dimostrano che io sono il perno centrale nell'esistenza dei Death. Sono felice di poter buttare via tutta la spazzatura che è stata gettata su di me, questo album é la mia vendetta finale. Questo album é di fondamentale importanza, una prolunga di me stesso, che dimostra ciò che veramente conta: la musica. Io sono un essere umano, non sono stato creato su qualche pianeta perfetto, e posso commettere degli errori, purtroppo. Il fatto di pubblicare album non significa che la tua vita sia perfettamente in ordine, ho il diritto di commettere errori; ecco perché mi son dovuto prendere del tempo libero, per mettere le cose in ordine: mi piace separare le mie due vite, ma se queste due vite entrano in contrasto allora sei nei guai. Non sono il primo musicista ad avere a che fare con questo, ma quando i pensieri iniziano a mescolarsi e non si hanno più le cose chiare allora si ha bisogno di un time-out. Spero che la gente capisca che stanno pensando cose diverse su di me a causa della manipolazione e delle menzogne. Ho avuto modo di fornire qualche spiegazione, ma é un peccato che ci sia gente che passi la sua vita a ferire gli altri, a me non piace ferire le persone'. I Death supportarono il disco con un lungo tour negli States: nella setlist, le vecchie mazzate gore possedevano uno spazio sempre più limitato (venivano eseguite le sole Zombie Ritual e Pull The Plug), mentre i nuovi cavalli di battaglia come Lack of Comprehension, Suicide Machine ed Altering the Future divennero le nuove micce esplosive capaci di rapire il fomento degli headbangers, allineate agli inni più recenti come Altering The Future, Defensive Personalities o Living Monstrosity. Sorsero delle feroci polemiche quando i co-headliner Morbid Angel, ingaggiati per una breve serie di date, si ritrovarono fuori dal tour; con la consueta fermezza ed un pizzico di arroganza, Schuldiner spiegò: 'Il fatto è che Death e Morbid Angel avevano un accordo da headliner, quindi abbiamo dovuto cercare una soluzione; la nostra proposta era quella di lasciare che i Morbid Angel chiudessero la serata per due volte e noi tre, era il massimo che avremmo potuto fare. Tutto ad un tratto però i Morbid Angel hanno chiesto di suonare tre volte da headliner, e questo non lo potevamo accettare. Il promotore del tour ha dunque respinto i Morbid Angel. Guarda, può sembrare arrogante, ma dopo tutto i Death sono tra i fondatori del death metal, abbiamo pubblicato quattro album e loro due. Inoltre offriamo molto più di loro, in realtà avremmo tranquillamente potuto essere headliner in ogni spettacolo. Non ho nulla contro i Morbid Angel, non ho paura di loro e non me ne fotte un cazzo di quello che faranno, solo che non lascerò che mettano alcuna pressione su di me. Faremo questo tour europeo e nessuno ci insegnerà come si fa, i nostri fans europei meritano di vedere un vero concerto dei Death e stanno per averlo'. L'act americano si spostò dunque in Germania, Svizzera e Belgio, ma ancora una volta l'Europa segnò una sorta di via crucis per Schuldiner e compagni, ancora una volta vittime della disorganizzazione del management. Tra i vari intoppi dovuti all'inefficienza del personale dedicato, particolarmente irritanti furono gli intoppi nei pagamenti relativi al tour-bus: ne conseguì il sequestro della strumentazione e il prematuro ritorno nel continente natio. Da quel momento Chuck decise di accollarsi anche certi impegni più consoni ad un manager che ad un musicista; inoltre, doveva già pianificare l'immediato futuro: i musicisti che aveva scelto, infatti, provenivano tutti da band importanti ed impegnate, e non avrebbero potuto fermarsi stabilmente nella line-up dei Death, che dunque andava nuovamente rivisitata.

Evoluzione è una parola dai significati molteplici. Evolversi significa progredire, ma non sempre questo coincide con l'esasperazione dei tecnicismi. I leggendari Metallica erano cresciuti esponenzialmente come musicisti, tra il 1983 ed il 1988: dischi come Master of Puppets e And Justice For All avevano segnato la loro prepotente ascesa a icone del thrash e leggende del metal nel senso più ampio, portando di pari passo delicate denunce liriche ed articolate trame strutturali, concentrate in pezzi potenti, epici e devastanti; ma con l'avvento degli anni novanta qualcosa era cambiato. I Four Horsemen, sublimi e spettacolari nel tour di supporto a Justice, dichiararono di essersi stancati di cimentarsi con composizioni lunghe ed eccessivamente elaborate: la loro volontà era quella di creare qualcosa di più semplice e divertente da suonare on stage, e dunque il nuovo materiale che stavano componendo si distaccò clamorosamente dalle vecchie bordate di techno-thrash. Nelle interviste del tempo, James Hetfield e Lars Ulrich parlarono di un ritorno alla semplicità, a composizioni più scarne e che non fossero più un contorto assemblaggio di riff: un unico riff a pezzo, portante e significativo, sembrava essere il diktat, ed i fans storici iniziarono a preoccuparsi. Le loro notti divennero ancora più insonni quando venne annunciato il produttore: Michael Clink, artefice del successo mainstream dei Guns'N'Roses. In realtà il rapporto non durò molto, perché i californiani non sembrarono soddisfatti del suo lavoro e, licenziatolo, si affidarono alle cure di Bob Rock. Il disco che ne uscì possedeva una copertina tutta nera - e fu pertanto ribattezzato Black Album - ed era destinato a sancire uno spartiacque tra nuovi e vecchi Metallica. L'impatto con il nuovo sound dei Quattro Cavalieri era disorientante: non c'era più traccia del vecchio thrash velocissimo, perso a favore di un appeal più semplice e orecchiabile, eppure i nuovi brani erano comunque potenti, stentorei e intrisi di cupo cinismo. Due calibri grossi come le ritmate Enter Sandman e Sad But True aprivano la tracklist, proponendosi immediatamente come nuove hit: i refrain vocali erano crudi ed aggressivi ma anche tremendamente catchy, i riff restavano possenti. Le strutture, come detto, erano molto lineari e semplici, come del resto gli assoli: nonostante ciò il disco trasudava feeling e faceva oscillare la testa. Più dinamiche ed esplosive, Holier Than Thou, Trough The Never e Struggle Within erano gli episodi più duri e incalzanti del disco, e anche se non possedevano ritmiche thrashy suonavano molto coinvolgenti; fiotti di melodia e refrain accattivanti caratterizzavano Wherever I May Roam, dal profilo vagamente orientaleggiante, mentre le dolcissime ballate The Unforgiven e Nothing Else Matters rappresentarono non solo i momenti più radiofonici del disco ma anche il tradimento di un ideale: i Metallica erano stati fieri ostentatori del thrash più duro e anti-commerciale, ed avevano sempre dichiarato che comporre una canzone romantica non era ipotizzabile per loro. Ora il tabù era caduto, e la band stava per diventare la più popolare formazione metal mondiale, anche al di fuori dei circuiti tradizionali. Addirittura, la ritmata Don't Tread On Me sembrava quasi un'ode patriottica, aperto da un riff nel quale si udivano alcune note dell'inno nazionale americano: dove erano finiti i ragazzini che disprezzavano il Sistema, ripudiavano la guerra e criticavano le controversie della società americana? Probabilmente i Metallica erano ancora i ragazzi di sempre, ma quei detrattori che volevano infamarli a tutti i costi trovavano diversi spunti ai quali aggrapparsi. Minacciose e solide, canzoni come Of Wolf and Man o My Friend Of Misery erano gradevoli ma meno rilevanti delle altre: per la prima volta i Metallica avevano realizzato un disco con più di dieci tracce, e per la prima volta non tutte rasentavano l'eccellenza. James Hetfield aveva composto ancora una volta dei riff taglienti e memorabili, anche se meno complessi e numerosi; la sua prova al microfono era eccellente, perché ora egli si presentava come cantante completo e capace di utilizzare la sua voce anche in contesti meno rabbiosi. Lars Ulrich faceva sfoggio della consueta precisione, anche se avvantaggiato da ritmiche più elementari; Kirk Hammett si destreggiava con assoli semplici e brevi ma brillanti e trepidanti, mentre il basso del sottovalutato Jason Newsted si udiva ora più distintamente che su Justice. Sulla band piovvero tanti elogi quante accuse: l'album, trainato da una serie interminabile di singoli, balzò in testa alle classifiche di tutto il mondo, rendendo famosissimo il monicker che lo aveva concepito. I fans del thrash e del metal più puro storsero il naso, nonostante il disco fosse comunque duro ed eccellente dal profilo compositivo; proprio Newsted ebbe modo di rispondere alle critiche con orgoglio: 'Capisco perfettamente chi vuole sentirci fare solo pezzi velocissimi. Se vi piacciono le band thrash, compratevi i dischi di quelle band e andate ai loro concerti, così possiamo tenerle in vita, ma per favore non disprezzate chi ha aperto la strada e ha sfondato le porte a tanti gruppi che ora apprezzate. I Metallica sono uno dei gruppi che ha avuto un ruolo principale in questa storia. Siamo noi che abbiamo scritto 'Damage Inc.', 'Fight Fire With Fire' e 'Whiplash'. Voi gli date un nome, noi abbiamo contribuito a inventarlo. E siamo ancora capaci di suonarlo meglio di chiunque altro. Posso sfidare qualsiasi gruppo death metal, colpo su colpo, in qualsiasi momento: lo schiacceremmo. Li rispetto molto, ma questi sono i fatti'. Erano più morbidi, ma restavano più duri di molti altri; eppure i Metallica crearono una spaccatura irreversibile, saltando dai pub alle arene; la loro musica veniva trasmessa da MTV, le loro immagini finivano sui giornali e tutti iniziarono a conoscerli così: i lunghi capelli al vento, le tenute completamente nere a sostituire i classici jeans stracciati, Hetfield con i baffoni ed il grugnito da uomo maturo che soppiantava il suo volto da ragazzino, Hammett coi riccioloni e Lars sudato dietro alla batteria, a far sfoggio del suo petto nudo, scheletrico e striminzito. L'heavy metal era uscito dalla nicchia, e lo aveva fatto col Black Album: era entrato nei supermercati, era giunto alla spaurita gente comune, che ora identificava proprio con i Metallica il genere stesso. Erano loro, i metallari sporchi e cattivi: però la loro musica sembrava diventata fottutamente cool, ed echeggiava ripetutamente nelle hit parade. Tony Scaglione, degli Whiplash, li difese: 'La cosa che ho sempre rispettato dei Metallica è che hanno provato a fare una cosa diversa in ogni album e hanno fatto maturare il loro sound. Questo è il principale motivo di insoddisfazione di molti dei vecchi fans, per me è invece il loro punto di forza'. La band partì in sostegno di un tour mastodontico, che si sarebbe protratto e ramificato per oltre tre anni: davanti a folle oceaniche campeggiava un palco immenso, ai piedi del quale veniva creata una sezione dedicata ai fans vincitori di concorsi e simili (lo 'Snakepit'). La corposa setlist che veniva proposta prevedeva l’esecuzione di Enter Sandman, Creeping Death, Harvester of Sorrow, Welcome Home, Sad but True, Wherever I May Roam, The Unforgiven, un medley di pezzi tratto da And Justice For All (comprendente Eye of the Beholder, Blackened, The Frayed Ends of Sanity e And Justice for All), un assolo di basso ed uno di chitarra, Through the Never, For Whom the Bell Tolls, Fade to Black, l'epica ed intramontabile Master of Puppets, la gloriosa Seek & Destroy, Whiplash, Nothing Else Matters, le cover di Am I Evil e Last Caress, quindi One, la sassaiola Battery e Stone Cold Crazy dei Queen in chiusura.

Dopo una data in Polonia, gli americani toccarono Ungheria, Germania, Svizzera, Belgio, Olanda, Austria, Italia, Francia e Spagna; calcarono il palco di Castle Donnington assieme a Motley Crue e Queensryche, quindi furono protagonisti di un concerto storico a Mosca, in un ex aereoporto militare in disuso: pare che lo show fu voluto personalmente da Mickhail Gorbaciov, e vide in azione anche i devastanti Pantera e i classici AC/DC. Fu un successo clamoroso, perché era la prima volta che la Russia ospitava qualcosa di simile dopo la caduta del Muro: cinquecentomila fans in preda al delirio sfogarono frustrazioni e disagi muovendo la testa al tempo di pezzi come Master Of Puppets, Cowboys From Hell e Back In Black, anche se la polizia locale pensò bene di sedare con i manganelli la folla troppo esagitata. Pogo ed altre dimostrazioni di entusiasmo e partecipazione vennero ripagate con clamorosa violenza, e ancora oggi vedere le immagini di quei giovani picchiati senza motivo fa gelare il sangue nelle vene. I Metallica proseguirono il tour in America, correndo da una parte all'altra degli States; sbarcarono quindi in Giappone, iniziando ad accorgersi concretamente di aver raggiunto uno status-quo da rockstar: conferenze stampe, premi internazionali, bodyguard e videoclip avevano sostituito l'ambiente più intimo ed underground tipico della scena thrash metal. Ricorderà in seguito Lars Ulrich: 'Penso che la ragione per la quale facemmo quel cambio di categoria fu perché sapevamo di avere qualcosa di grosso tra le mani. Mentre io e James scrivevamo quelle canzoni sapevamo che molte di esse erano pezzi per cui valeva la pena combattere: era l'inizio degli anni novanta, c'era tutto quel pop permanentato, la scena di Los Angeles che stava finendo. Stava per esserci un cambio della guardia; a Seattle le cose stavano già ribollendo, stava succedendo qualcosa di nuovo. nel corso degli anni ottanta il grosso pubblico si era trasformato, improvvisamente i sedicenni erano pronti ad abbracciare una grossa novità. Insomma, è uno di quei casi in cui si può parlare di analogia degli astri: e gli astri si allinearono nel 91/92, proprio quando uscì il disco. Tutto capitò al momento giusto, con le canzoni giuste, il produttore giusto, l'atteggiamento giusto ed il clima musicale giusto per creare, nel bene e nel male, quell'accidenti di disco che divenne il fenomeno che fu'. Un fenomeno, giustappunto: in molti identificano con l'uscita del Black Album la fine dell'epopea thrash metal, perché nel corso degli anni novanta tutte le più grandi band del genere cambieranno stile, e molte cercando di imitare il successo commerciale dei Metallica. La verità sta nel mezzo: l'avvento del grunge e l'ascesa di nuovi generi metal contribuì in parte a mettere all'angolo il thrash, che stava ristagnando in ogni caso. I Metallica indicarono una strada per sopravvivere ai loro colleghi, ma non tutti la seguirono; e, soprattutto, è sbagliato dire che i quattro hanno contribuito a distruggere il genere così come in passato erano stati seminali nel forgiarlo e poi svilupparlo. C'erano venti di cambiamento, e il vecchio thrash avrebbe avuto comunque bisogno di un periodo di riposo: all'epoca fu percepito tutto come un de profundis, ma il filone aveva solo bisogno di un rimescolamento delle carte, magari proveniente dalla nascente diramazione groove introdotta dai Pantera. Nuovi dischi di ottimo livello sarebbero ancora usciti, alla faccia del revisionismo storico: proprio in quel 1991, per esempio, venne alla luce il tellurico Horrorscope degli Overkill, paladini del thrash più genuino, giunti alla quinta release di una carriera senza macchie; un disco nervoso e devastante, glaciale e asettico nella sua produzione moderna, travolgente nelle sue sfuriate frontali a ritmo di doppia cassa. La band americana mostrava un bagaglio tecnico perfezionato e ripulito, cimentandosi in pezzi imprevedibili, ricchi di improvvisi cambi di tempo ed intersezioni: sin dalla potentissima opener Coma si percepiva l'accresciuta forza d'urto dei thrasher newyorkesi, alle prese con nevrotiche stilettate rapide ed una sezione ritmica poderosa, guidata dall'azione massacrante di Sid Falck. L'ugola al vetriolo di Bobby Ellsworth gettava ancora una volta fiotti di adrenalina sui pezzi, tirati come fionde: il carismatico singer si produceva in nuovi refrain al veleno, da cantare in coro tra un possente breakdown ed una scarnificante accelerata; come in Infectious, brano nel quale si passava indistintamente da rapidissimi incaponimenti ritmici a sfumature più cadenzate e oscure, a degna dimostrazione dello stile composito affinato dagli Overkill. Ricordava proprio Ellsworth: 'Cambiare diventa necessario quando lo fai per rendere migliori le dinamiche di un pezzo; in uno stesso brano possono convivere diverse facce degli Overkill, quella più brutale e spaccaossa oppure quella più doom, alla Black Sabbath. Unire tra loro vari pezzi riuscendo comunque a non finire in sviluppi deboli o privi di fascino mi rende felice. Cambiare per me significa aggiungere e variare al fine di migliorare le canzoni; farlo solo per il gusto di non ripetere se stessi non è sempre salutare'. L'ingresso in line-up di Rob Cannavino e di una seconda chitarra -Merritt Grant- in luogo del fuggiasco Bobby Gustafson fu dunque indolore: la band restava inflessibile e letale nell'esecuzione di frustate ritmiche rocciose e massicce come Blood Money o la straripante Thanx For Nothin, infuocata da un riffing spigoloso, quasi hardcore: una mazzata gonfia di energia e tensione, poi ricalcata dall'insostenibile Bare Bones. Quest'ultima poggiava su dirompenti corse ritmiche, su una prova impattante del batterista e su un assolo di chitarra epilettico, spiccando tra gli episodi più crudi e violenti del platter. Crudo era un aggettivo che ben si prestava al suono glaciale del disco: l'idea che emerge durante l'ascolto di certe bordate intransigenti è proprio quella di trovarsi nel mezzo di un pestaggio massacrante, col suono secco e cruento di poderose mazze di ferro schiantate sul cranio. La title-track era il classico pezzo slow-tempo, pesantissimo e corpulento, immancabile negli album degli Overkill; Live Young, Die Free riportava la velocità urticante in primo piano, mentre Solitude concludeva l'album con una vena epica e tenebrosa, infervorata da alcune repentine accelerazioni. Riff possenti, ripartenze veementi e assoli al fulmicotone caratterizzavano dunque il platter nella sua interezza: Horrorscope era il prodotto più duro e aggressivo mai rilasciato dagli Overkill, che dunque avevano raggiunto il vertice compositivo assoluto della prima parte di carriera. La release fu supportata con un lungo tour nel corso del 1992; Sid Falck però lasciò la band per mutati interessi artistici, rimpiazzato da Tim Mallare.

L'heavy metal, tuttavia, non è mai stato un genere limitato o riducibile ad una fredda classificazione. Ha sempre goduto di sonorità, atmosfere, scenari e sfaccettature ricche e disparate: la discesa agli inferi, in altre parole, poteva arrivare anche muovendosi in direzione opposta rispetto all'estremizzazione canonica, caratterizzata dall'accelerazione delle ritmiche e dall'esagitazione del caos. I britannici Cathedral in quei mesi mostrarono al mondo il volto più cupo e tenebroso dell'heavy metal, debuttando in quel 1991 col catacombale Forest Of Equilibrium, autentico monumento di doom metal. Attingendo dallo stile roccioso dei Black Sabbath ed ampliandone i riff poderosi, dilatandone a dismisura le ritmiche cadenzate e attingendo a piene mani dai desolanti guitar-solos melodici di Tony Iommi, la band sorta a Coventry nel 1989 diede una dimensione nuova e di primissimo rilievo ad un genere - il doom, appunto - che fino a quel momento era rimasto nella nicchia: i Cathedral erano molto più minacciosi ed incisivi di Pentagram o Saint Vitus, avanzavano con slow-tempo ipnotici e ossessivi e sciorinavano una messe cospicua di riff marmorei, pesanti come macigni; il vocalism basso di Lee Dorrian dipingeva annichilenti atmosfere di rassegnazione e sembravano provenire direttamente dall'oltretomba. Dorrian era stato cantante nei grindcorer Napalm Death, ma dopo aver lasciato la formazione di Birmingham aveva deciso di creare qualcosa di completamente diverso, passando dalle temistiche iper-veloci di Scum al tetro doom metal della sua nuova creatura, chiaramente ispirata dalle fosche partiture sabbathiane. Forest Of Equilibrium era una statuaria collezione di riff monolitici ripetuti fino alla nausea ed arricchiti da sporadiche aperture melodiche di stampo settantiano; brani lunghi e ossessivi erano scanditi da una sezione ritmica minimalista, che abbinata all'accordatura ed alla distorsione inverosimile delle chitarre andava a creare un impasto sonoro claustrofobico e funereo. Non vi era appiglio alcuno, in quel disco: come una spirale mortale esso si avvolgeva ripetutamente attorno a se stesso, statico, immobile e ieratico nella sua cattedraticità. Senza variazioni, senza concessioni melodiche troppo marcate: bieco, integerrimo, l'album si trascinava maciullante e pesantissimo, mostrando un raro fascino gotico. La copertina del disco sembrava una miniatura medievale, dalle tinte pastello, raffigurante una scena di inquietante dannazione infernale; un'intro dolcissima, Picture of Beauty & Innocence, atipicamente melodica e arrangiata alla chitarra acustica con accompagnamento di armonie dettate dal flauto, donava in avvio un forte senso di quiete. Con queste premesse la formazione britannica trascinava l'ascoltatore in un profondissimo oblio, distorcendo la realtà sotto i suoni corposi e le tempistiche dilatatissime: sembrava di sprofondare nel buio, ascoltando l'avanzata funerea della mastodontica Commiserating the Celebration o contorcendosi nelle voci esasperate della lentissima Ebony Tears. I tempi lunghi e le strazianti linee vocali della mastodontica Serpent Eve erano la raffigurazione della sofferenza, la trasposizione dell'orrore: le chitarre, pesantissime, scolpivano nel granito dei riff enormi e lentissimi, cadenzati oltre l'inverosimile; la sola Soul Sacrifice, pezzo più breve del lotto, godeva di una coda vagamente più dinamica, mentre già con A Funeral Request (Ethereal Architect) si ritornava a oscillare la testa seguendo i giganteschi riff del becchino Gary Jenning. Quest'ultima era il pezzo più significativo del lotto, dotato di assoli melodici fulgidi e di una potente sezione ritmica, che si apriva in porzioni più movimentate e telluriche prima di tornare al melmoso refrain portante. Nove minuti di incubo, immaginari rintocchi di campana e apocalittici squarci di desolazione che sembravano sgorgare dalle sei corde e dalla voce roca di Dorrian, creando uno scenario surreale e intriso di visioni medievali: una gelida ed imponente cattedrale eretta sul sangue degli eretici, un immondo coro gotico echeggiante nel buio, il terrore e l'Inquisizione, le foreste e le maledizioni, la peste e le profezie. I sei minuti di Equilibrium ed i nove di Reaching Happiness, Touching Pain, canzone impreziosita dalla presenza raggelante del flauto, completavano il tutto con le loro destabilizzanti disarmonie: era un quadro atroce e straziato dalla voce sofferente di Dorrian, il primo vero esempio di funeral doom della storia. Un disco epocale e meraviglioso, nel quale le sofferenze più atroci dell'animo umano venivano messe in musica, estrapolate dallo stomaco e plasmate nell'ansia, riff dopo riff, pezzo dopo pezzo. La band supportò il disco partecipando al Gods Of Grind, pur non appartenendo neanche lontanamente al filone grindcore, naturalmente; Lee Dorrian conservò buoni ricordi di quell'esperienza: 'Certo il grind non è il mio genere preferito, ma quella è stata comunque un'ottima occasione per farci conoscere da un pubblico più numeroso e magari non proprio avvezzo al tipo di musica proposto dai Cathedral. La gente aveva la possibilità di ascoltare più cose diverse tra loro e magari poi decidere se preferire certe soluzioni veloci o altre che lo erano meno. Insomma, non male; e poi c'erano ragazzi provenienti dai paesi più disparati, molti dall'Italia e dalla Spagna'. La band britannica avrebbe impiegato ben poco tempo per erigersi a leader del proprio sottogenere, finendo per diventare una realtà tra le più apprezzate nella scena metal internazionale.

Anche la scena power metal, relativamente giovane, proseguiva a gonfie vele nel suo processo di crescita. Elettisi nuovi colossi del power metal tedesco, grazie alla militanza negli Helloween del fulgido chitarrista Kai Hansen e ad un disco d'esordio potente e melodico, i Gamma Ray tornarono in quei mesi sul mercato, stupendo tutti con la clamorosa parentesi stilistica di Sigh No More, un album che spaziava largamente in territori heavy-rock tralasciando le tipiche scorazzate power. Non fu capito subito, ma guadagnò consensi col passare del tempo: le allegre e variopinte melodie di Rich & Famous, le ritmiche repentine ed i chorus accattivanti di As Time Goes By o Start Running, l'incedere misterioso ed epico di (We Won't) Stop the War, la melodia toccante di Father And Son, gli svolazzi chitarristici di Dream Healer o il bellissimo ed anthemico inno da stadio One With The World - assolutamente da brividi, con un Ralf Scheepers eccezionale al microfono - rendevano il disco vario e fresco, pur senza che questo si soffermasse eccessivamente sugli elementi speed-power metal che caratterizzano invece tutte le altre releases del Raggio Gamma. Lo stesso Hansen, fautore di ottime trame alle sei corde, affermò che 'Sigh No More è un buon album, da un lato, ma anche piuttosto strano. Esso mostrava una band in stato di evoluzione, ma ancora oggi mi riesce difficile da inquadrare in quanto conteneva caratteri ed idee molto diverse dal mio solito. Non sono un dittatore, lascio libertà ai membri del mio gruppo: e così feci in quella situazione'. La formazione tedesca si imbarcò in un lungo tour mondiale di cinquanta date, ma critica e fans non compresero appieno la piccola deviazione stilistica: già dal successivo full length, i Gamma Ray riabbracceranno coordinate prettamente power metal. Dall'altra parte dell'oceano, intanto, erano gli Iced Earth a far vibrare i pavimenti con il loro power metal violento e compatto. Dopo l'ottimo ma ancora canonico debutto omonimo, la granitica band di Jon Schaffer ingaggiò un nuovo singer, John Greely, e pubblicò Night Of The Stormrider, un piccolo capolavoro che rappresentava il vertice del primo mini-ciclo di carriera per l'act di Tampa. Un album corposo e intriso di frustate metalliche rapidissime, scorribande devastanti costruite su un tellurico lavoro ritmico e su un cospicuo parco di riff esplosivi. Schaffer e Randall Shawver sferravano riff possenti ed affilati, a metà tra il power ed il thrash, e si destreggiavano in ampie ed esaltanti sezioni strumentali, sospinti dal drumming scrosciante di Rick Secchiari; anche l'interpretazione vocale di Greely era un ibrido tra lo stile halfordiano ed un approccio più classicamente thrash, cosa che rendeva assolutamente impetuoso lo stile dei Nostri. Le varie composizioni, che pur erano generalmente tirate e rapide, presentavano una struttura ricca di stacchi, ponti, intermezzi atmosferici e ripartenze a briglia sciolta, le quali unitamente ad un suono pieno e corposo rendevano l'album assolutamente spettacolare. Stormrider era uno dei brani migliori in assoluto, una cavalcata metallica dal riffing variegato e devastante, un pezzo trascinante e pieno di tensione che si districava in complesse parti strumentali e ripartiva con accelerazioni poderose; The Path I Choose spiccava ancora per la vasta gamma di riff rocciosi e per l'alternanza di sezioni rapide a granitici passaggi mid-tempo, oltre che per un prolungato e squillante assolo melodico. Alcuni intermezzi acustici esaltavano ancor più la forza d'urto di brani epici e massicci come Mystical End e Desert Rain, un'oscura e spietata sequenza di riff killer dalle proporzioni ciclopiche. L'avanzata era stentorea e ricalcava l'incedere di un'armata sinistra e perentoria, innervata da pregevoli stille melodiche e con il drumming martellante a rammentare il possente suono degli zoccoli di tanti destrieri al galoppo, sotto il cui passaggio tutto veniva raso al suolo. La potenza espressa era notevole, così come la prestanza e la compattezza dei suoni, ma a colpire era proprio la qualità delle trame, mai banali e dotate di intrecci complessi. Clamoroso pezzo da novanta, Pure Evil si apriva su un'inquietante melodia dai tratti malinconici ed esplodeva all'improvviso in un impattante riffing thrash, dal quale si scatenava l'inarrestabile assalto ritmico, con bordate terremotanti e le due chitarre ad imbastire un lavoro nervoso e letale. Non mancavano sorprendenti aperture melodiche e striature orientaleggianti a spezzare la tensione prima dell'abrasiva reprise, scandita da vocalizzi acuti ed apocalittici, capaci di riportare alla mente lo screaming celebre di Rob Halford; lo stesso Greely sfoderava una prova coinvolgente ed autoritaria, definendo il pezzo migliore del lotto assieme a Stormrider. La fucina di riff restava sorprendente ed attiva fino alla fine, continuando a colpire l'ascoltatore con bordate da knockout, diramazioni tortuose ed imprevedibili rasoiate a sorpresa, mantenendo vivida la tensione e l'adrenalina come del resto succedeva nell'intera durata del full length. Bastava l'ampio, ricco e robusto preambolo strumentale a rendere eccellente il pezzo di chiusura, Travel in Stygian, un'altra frustata d'acciaio che convogliava in un refrain molto epico ed in una seconda sequenza strumentale da manuale dell'headbanging, coincidente con l'ottimo assolo melodico e capace di snocciolare ancora una volta riff spessi come il granito e ritmiche schiaccianti quanto il marmo. A proposito dello stile personalissimo ed inconfondibile della sua band, Schaffer affermerà anni dopo: 'Si è trattato di un processo naturale, anche perché credo di aver smesso di subire l’influenza degli altri gruppi fin da quando avevo quattordici anni. L’evoluzione artistica di un musicista arriva soprattutto dalla propria vita, non dal lavoro di altri artisti, la gente dovrebbe iniziare a capirlo una volta per tutte. Se tutti coloro che fanno musica se ne rendessero conto, penso che avremmo molti più artisti originali di quanti ne abbiamo oggi, poiché imparerebbero a scrivere secondo il proprio istinto e non solo secondo quanto già prodotto da altri. L’importante è vivere la propria vita e trarre ispirazione dalle proprie esperienze per poterle tradurre in musica, senza preoccuparsi di ciò che fanno gli altri gruppi, o di qual è il ‘trend’ predominante in un dato momento. Crescere come persone ci aiuta a crescere anche come musicisti'. Di fatto, possiamo dire che il five-pieces americano abbia creato uno stile accostabile alle suggestioni simil-thrash dei primi Blind Guardian, reinterpretandole con uno stile proprio ed una ferocia maggiore, pertanto eleggendosi a rappresentante di quello che sarà di lì a poco definito come power metal americano. La band americana supportò l'album andando in tour proprio con i tedeschi, con i quali nacque un rapporto di amicizia e stima sincera, in particolare con Hansi Kursch; la gente rimase colpita dall'energia delle due band, e dedicò sempre maggior interesse per l'operato degli Iced Earth, che dunque assursero al rango di band emergente tra le più interessanti della scena. Non mancarono tuttavia problemi interni che rischiarono di minare gli equilibri: Schaffer si ritrovò a dover cacciare Greely per le sue ideologie razziste e la formazione andò incontro ad un pericoloso periodo di crisi.

Le sorti del power metal erano comunque in ottime mani, sia in Germania che negli States. Ma i pionieri assoluti del genere, gli Helloween, non se la passavano alla grande. Certo, erano approdati su una major, la EMI, ma la Noise - la loro precedente casa discografica - aveva fatto loro causa, con la sentenza del giudice a darle ragione. Alla band fu impedito di pubblicare dischi al di fuori di Germania, Regno Unito e Giappone; inoltre, la dipartita di Kai Hansen aveva impoverito il bagaglio tecnico delle Zucche, che dopo anni d'oro dei due Keepers si ritrovarono a vivere un periodo di appannamento, dal quale fuoriuscirono con Pink Bubbles Go Ape, un disco di svolta dopo tre massicci capisaldi di speed-power metal. L'album abbandonava le corse ritmiche epiche e velocissime tipiche del genere e si assestava su coordinate più classicamente heavy, quasi come fosse un tentativo di sfuggire agli stereotipi del settore ed ammorbidire il sound senza per questo compromettere la credibilità della band. Anche dal punto di vista estetico la band preferì adottare uno stile più semplicistico e meno eccessivo, smettendo i luccicanti e colorati costumi in pelle ed abbandonando il look simil-priestiano a favore di giacche in jeans e banali camicie. Pink Bubbles Go Ape era un buonissimo album di heavy metal melodico, ma l'abbandono delle maestose e irrefrenabili strutture epiche deluse non poco i fan della band e quella critica che nelle Zucche vedeva i nuovi leader del movimento internazionale; tuttavia, al cospetto del disco che sarebbe seguito, questo lavoro era ancora comprensibile, accettabile, piacevole, trascinato da pezzi discreti vivaci come l'incalzante Back On The Streets o la potente Heavy Metal Hamsters, catchy e arricchite dalla voce sempre eccezionale del giovane Michael Kiske. L'apporto di Weikath in fase di riff non era eccellente come ci si aspettava, ma in sede solista il chitarrista offrì comunque momenti di buon livello. Piacevoli erano anche la melodica e oecchiabile Number One (quasi anthemica nelle strofe), la positiva Goin' Home, la solenne Mankind o la ballata You Turn, anche se nello scorrere del platter risultava assolutamente demenziale l'insensatezza di certe espressioni, tanto nel titolo quanto nelle strofe delle varie canzoni: come se incastrati in un approccio "happy", i musicisti tedeschi si ritrovarono ad esibire un'ironia forzata, che pertanto suonava del tutto fuori luogo. Il songwriting non era affatto brillante come in passato - dato che la tracklist era composta da tanti pezzi buoni ma nessun capolavoro - ed era nato della grande confusione susseguita ai primi problemi interni, con i contrasti tra Kikse e Weikath ad aumentare il disagio del drummer Ingo Schwichtenberg, già segnato dall'addio di Hansen. Secondo Weikath, Kiske non accettava che fosse il chitarrista a svolgere il ruolo di principale compositore, ed insistette per dare un tocco personale al platter. Affermerà in seguito il biondo cantante: 'Non mi è mai importato molto se i fans non capivano fino a che punto fossero originali certe canzoni. Ciò che voglio fare per me stesso è divertirmi, non mi importa di guadagnare denaro e non mi importa di avere successo, ma ci sono limiti che non voglio oltrepassare e questo è certo. Scriverò molte canzoni diverse e mi rifiuterò di pensare se saranno vendute oppure no. Penso che tutta la brutta storia legale con la Noise abbia cambiato il modo in cui gli Helloween scrivono canzoni'. E ancora: 'Ognuno aveva i suoi problemi. Nessuno sembrava più interessato a ciò che faceva, sembrava tutto stupido e poco professionale. Una specie di asilo in cui tutti correvano dappertutto ed erano in confusione totale'. Le ultime reminescenze power si coglievano ad esempio nel roccioso binomio chitarra/batteria di Someone's Crying, pezzo dotato di valido assolo e ariosi refrain, e di The Chance, alcune delle tracce che rappresentavano l'anello di congiunzione con l'immediato passato. Per quanto fosse figlio della confusione e presentasse un tasso compositivo decisamente inferiore agli illustri predecessori, Pink Bubbles Go Ape restava un album heavy metal. Un album metal più che buono, che si dovrebbe giudicare oggi con meno pregiudizi e che segnò il compimento della prima fase di carriera per gli Helloween. Tutto il resto del movimento era veramente in fermento, con una scena ricca di grandi uscite e album da segnalare. L'immarcescibile Ozzy Osbourne, ad esempio, se ne uscì con l'ottimo No More Tears, un disco che compattava i poderosi chitarrismi di Zakk Wylde col vocalism melodico del Madman: Wylde era arrivato nella band del singer inglese in occasione del precedente No Rest For The Wicked, un disco buonissimo, ed aveva avuto tutto il tempo di ambientarsi, manifestando ora a tutto tondo le sue eccellenti doti tecniche e compositive. L'album era un concentrato di potenza e melodia, e rilanciò Osbourne dopo la nuova crisi di tossicodipendenza nella quale era sprofondato, arrivando addirittura al tentativo di strangolare la moglie Sharon, operazione per fortuna fallita; si trattò di un clamoroso trionfo commerciale, celebrato dai numerevoli passaggi radio e definito uno degli assoluti vertici qualitativi della carriera solista di Ozzy, che nonostante le sue irreprensibili follie restava uno dei protagonisti più amati dal pubblico. Affermerà in seguito il cantante britannico: 'Sharon ha il compito di guidarmi e consigliarmi, come fa un professore col suo allievo. Se fossi solo, sono sicuro che passerei il mio tempo rimandando a domani quello che potrei fare oggi. Sharon mi obbliga ad alzarmi dal letto ogni mattina, mi ricorda che ho del lavoro da sbrigare e che devo farlo serenamente, senza paranoie. Certo, a volte sono così stressato che mi viene voglia di prendere un taxi e correre a nascondermi chissà dove, lasciando Sharon da sola a casa assieme al cane e ai bambini. In queste occasioni mi viene in mente lei, che mi ricorda di essere Ozzy e mi fa pensare a quante persone ho reso felici con la mia musica, e allora mi accorgo di sbagliare. O meglio, sono convinto di avere ragione nove volte su dieci, ma non posso trascurare il fatto che aver torto anche una sola volta su dieci potrebbe aver riscontri negativi non solo sulla mia carriera ma anche sulla mia vita. Grazie di tutto Sharon'! Il disco era trainato dal singolo strappalacrime Mama, I'm Coming Home, ma al di là delle velleità radiofoniche puntava forte sulle robuste scariche elettriche di Mr. Tinkertrain, sulla vivacità trascinante di I Don't Wanna Change the World o Desire ma anche sull'oscura pesantezza della title-track, sul flavour anthemico di Hellraiser, sulla melodia catchy di SIN e sulle sfaccettature introspettive dell'altra ballad, Road to Nowhere. Si trattava di un lavoro molto dinamico e dalle molteplici sfaccettature, alla cui stesura partecipò anche l'iconico Lemmy Kilmister, grande amico di Ozzy. L'enorme tour mondiale di supporto a No More Tears culminò nella storica data al Pacific Amphiteatre di Costa Mesa, con l'apparizione sul palco di Tony Iommi, Geezer Butler e Vinnie Appice e la conseguente riproposizione dei grandi classici sabbathiani per oltre mezz'ora di concerto. Dopo questo evento, Ozzy si prese un periodo di pausa per ripulirsi nuovamente e Zakk Wylde abbandonò la band, inseguendo progetti solisti ed il sogno di accasarsi presso i Guns'N'Roses.

Proprio i Guns'N'Roses divennero in quel 1991 la band sulla bocca di tutti, colpita da un clamoroso ed irripetibile successo commerciale. Il loro heavy rock venato di glam, street e sleaze non aveva fatto prigionieri già nel debut, Appetite For Destruction, datato 1987, ma la doppietta che consacrò la band sul trono del music business portava il nome di Use Your Illusion: un album suddiviso in due capitoli, destinato a portare la band nelle arene, nei supermercati e nelle stazioni radio di tutto il globo. Litigiosi, arroganti, pieni di problemi legali e personali, i Guns'N'Roses impersonavano tutta l'etica trasgressiva del glam metal e rilanciarono la grandeur ormai appannata dei boulevard losangelini. In confronto a loro, i ragazzacci dei Motley Crue sembravano dei santarellini: la droga aveva scandito ogni giornata nella vita di queste rockstar nei quattro anni che erano seguiti al primo full length ufficiale (non che il periodo antecedente fosse stato differente, del resto), eppure aveva a suo modo creato un mix di genio e sregolatezza che si rifletteva nel sound irriverente e graffiante della band. I due album, differiti solo dal numero romano che campeggiava al fianco del titolo, erano nati dall'incontro di due differenti visioni del rock: quella del chitarrista Slash, che prediligeva uno stile tradizionale e aggressivo, e quella del singer Axl Rose, che invece bramava ad un flavour più radiofonico e capace di ricalcare il successo dei suoi miti, Queen e Aerosmith. Sempre alle prese con abrasivi riff hard'n'heavy e morbidi, prolungati assoli di chitarra, Slash era ad ogni modo al centro della scena, affiancato sì dalle vocals gracchianti e ruffiane di Axl ma comunque artefice primario della grandezza dei Guns, quanto meno dal punto di vista di chi - come noi - propende per l'approccio più integerrimo e tipicamente rock alla questione. Nel primo dei due dischi, destinato a dodici dischi di platino ed uno d'oro, spiccavano zampate di hard rock selvaggio e irrequieto come la sfrontata Back Off Bitch, Right Next Door to Hell, Perfect Crime, Double Talkin' Jive, Garden of Eden o Don't Damn Me, ma anche esempi di rock più eleante quali Dust N' Bones e Bad Apples; vi erano poi Live and Let Die, l'eccitante cover dei Wings di Paul McCartney, dal riffing scoppiettante, un paio di ballate struggenti, davvero emozionanti (Don't Cry, November Rain), l'ipnotica Coma ed il simil country di You Ain't the First o Bad Ossession. Il secondo capitolo fece ancora meglio, con un oro e tredici dischi di platino; poggiava sulla drammatica e toccante Civil War, un commovente manifesto anti-bellico che cresceva in un finale più movimentato, ma anche su pezzi più aggressivi, dinamici e schietti che rispondevano al nome di Get in the Ring, Shotgun Blues e soprattutto You Could Be Mine, un episodio esplosivo ed irresistibile tanto nel lavoro di chitarra quanto nelle vocals coinvolgenti. Non mancava il rock di classe, accompagnato dal piano in 14 Years, mentre le melodiche e intense Breakdown, Yesterdays, Estranged ponevano l'attenzione sul tocco morbido e avvolgente di Slash. L'avvincente e passionale cover di Knockin' on Heaven's Door di Bob Dylan completava lo spettro sonoro di un disco forse ancora più radiofonico ed assimilabile rispetto alla prima parte, pubblicata nello stesso identico giorno della seconda (il 17 settembre 1991). Dichiarava al tempo il riccioluto Slash, che con la sua chitarra doppio manico - retaggio della sua ammirazione per Jimmy Page - e il celebre cilindro divenne in poco tempo l'idolo incontrastato delle folle: 'Ho realizzato che non abbiamo più la nostra privacy. Anche quando mi nascondo a Los Angeles la gente parla di quello che io sto facendo. Bella roba! Questo condiziona le relazioni che io ho con gli altri, specialmente con quelli più vicini, tipo la mia ragazza. Non affronto la vita pensando che tutti si curino di me e mi sento un pò naif a trovarmi improvvisamente tutto questo scaraventato sulla faccia. Penso sia un piccolo prezzo da pagare, in un certo senso, per poter fare quello che faccio, però non riesco proprio a capirne il senso. Aggiungici tutto il resto delle pressioni che derivano dall'essere parte integrante del music business e sembra che il nostro ultimo pensiero sia quello di salire sul palco e suonare'! Lo Use Your Illusion Tour ebbe luogo dal 24 maggio 1991 al 17 luglio 1993 e fu il più lungo della band, nonché uno dei più lunghi nella storia della musica rock in generale, totalizzando 192 show in 27 Paesi. Durante il tour, i Guns supportarono anche i colossali Metallica (alternandosi come headliner) e facendo segnalare un numero infinito di polemiche, presentandosi spesso in ritardo sul palco per assecondare le bizze di Axl Rose. Ancora Slash una volta disse: 'Beh, ci piace arrivare tardi sul palco perché siamo un gruppo notturno. Noi arriviamo da quei club in cui vai in scena tardissimo e poi bevi tutta la notte, questo è il nostro background. Non siamo proprio quel che si può definire un gruppo nella norma dell'industria, che si fottano, noi siamo fatti a modo nostro. Abbiamo dovuto accettare qualche compromesso, per i problemi di orario dei ragazzi della crew che montano e smontano ogni cosa. Se non fosse stato per quello saliremmo ancora sul palco oltre mezzanotte'. Nel corso del tour successe di tutto, come la rissa tra Axl ed un fan che stava riprendendo lo show: il cantante si lanciò tra la folla e strappò la telecamera dalle mani del ragazzo, distruggendola. Vi fu anche l'ultima apparizione di Izzy Stradlin come secondo chitarrista (fu sostituito per divergenze musicali da Gilby Clarke), quindi i problemi alle corde vocali di Axl, l'infortunio alla mano di Clarke (rimpiazzato temporaneamente proprio dall'ex Stradlin) e la capatina, nell'aprile del 1992, al Freddie Mercury Tribute Concert. A proposito delle intemperanze e delle turbolenze di Axl, Slash dichiarerà: 'Jim Morrison è Jim Morrison, Axl è Axl, punto. La gente può divertirsi a creare paragoni e stravolgimenti, con la propria immaginazione, o addirittura usare la propria illusione per modificare la realtà, ma quel che dico è di prendere le cose per quel che sono'. Le cose, a quanto pare, erano davvero quel che sembravano: ovvero, la band era una bomba alla nitroglicerina destinata a esplodere, che dopo un disco di cover punk sarebbe andata incontro ad una rovinosa diaspora, sparendo dalle scene per diciassette anni e ritornando sul mercato soltanto nel 2008, col solo Axl Rose a recitare una sorta di pantomima tenuta in piedi dal glorioso monicker portato in scena. In realtà i Guns'N'Roses sono morti nel 1991, evaporati nei loro stessi eccessi, fuorilegge ed icone di un rock bastardo e romantico al tempo stesso, ma fin troppo dissoluto per durare oltre una manciata di anni, comunque sufficiente ad iscrivere quel monicker nella storia.



the Thrasher
Mercoledì 29 Gennaio 2014, 16.33.31
27
grazie dei complimenti per la rubrica, Marchese! Eh si il mio amore per i Death è risaputo, non a caso ci ho scritto pure un libro!
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 29 Gennaio 2014, 15.49.38
26
Evviva, qui trovo il primo album tra quelli citati che ho comprato: anzi sono due, Use Your Illusion I e II dei Guns. Il pezzo Novembre Rain è per me legato ad una storia finita malissimo. Noto poi che lei, Monsieur the Thrasher è veramente appassionato dei Death e di Chuck Schuldiner. Vedrò di ascoltarli. Comunque questa serie di articoli è eccezionale, scritta benissimo e con grandissima passione Complimenti ancora e grazie. Au revoir.
maurilio
Lunedì 28 Ottobre 2013, 20.48.56
25
Grazie per aver parlato a lungo e approfonditamente dell´album degli Iced Earth, gruppo troppo sottovalutato per quello che ha dato negli anni ´90. Poi purtroppo si sono un pó persi a causa dei troppi cambi di formazione e del venir meno della vena compositiva di Schaffer. Grandissima Travel in Stygian, come del resto tutto l´album.
Argo
Domenica 27 Ottobre 2013, 14.41.51
24
Il 1991 è l'anno della fine del metal-rock inteso come "classico", almeno per i miei gusti e preferenze. Non per il fatto che poi molti album siano stati oggettivamente scadenti, ma proprio per l'atmosfera, non so come spiegarmi.
Radamanthis
Venerdì 25 Ottobre 2013, 17.24.09
23
Un unico appunto: la foto dei Rayz non è quella della formazione del 91 ma bensì quella da Somewhere out in space in poi...
Delirious Nomad
Venerdì 25 Ottobre 2013, 15.26.11
22
Splendida annata, magnifica in particolare per il techno death, con Human e Unquestionable Presence a cambiare le carte in tavola al death metal... Bravo rino!
The Preacher
Venerdì 25 Ottobre 2013, 15.14.12
21
@The Thrasher non posso fare altro che ringraziare te e tutto lo staff per il vostro preziosissimo lavoro! Credo che senza metallized adesso starei ancora ascoltando i soli Black Album e Fear Of The Dark come troppa gente fa!
Unia
Venerdì 25 Ottobre 2013, 14.36.31
20
EDIT: "Blessed are *THE Sick", sorry.
Unia
Venerdì 25 Ottobre 2013, 14.32.19
19
"Human", "Black Album", "Effigy of the Forgotten", "Necroticism...", "Blessed are Sick"... Ne sono usciti di begli album quell'anno, oltre che la battaglia contro il grunge, infatti "Nevermind" uscì proprio nel '91.
manaroth85
Venerdì 25 Ottobre 2013, 14.12.52
18
Black album, i use your illusion e no more tears penso siano tra i dieci dischi che ho ascoltato di più a 15 anni...non vedo l ora della seconda parte! under a grey pale sky we shall arise!!!sepultura!! il mio disco del cuore..ottimo articolo come sempre cmq!
uatu
Venerdì 25 Ottobre 2013, 14.09.19
17
a mio giudizio il miglior anno del metal, sia complessivamente come uscite discografiche sia come concerti
the Thrasher
Venerdì 25 Ottobre 2013, 13.16.05
16
Vero, lapsus mio! provvediamo subito a modificare!
the Thrasher
Venerdì 25 Ottobre 2013, 13.16.05
15
Vero, lapsus mio! provvediamo subito a modificare!
Gokronikos
Venerdì 25 Ottobre 2013, 13.12.27
14
Però io Use your illusion l'ho comprato a settembre, non il 17 novembre, forse il 17 settembre, visto che il giorno dopo c'è stato il primo giorno di scuola superiore.
the Thrasher
Venerdì 25 Ottobre 2013, 13.09.38
13
@The Preacher: sono contento che apprezzi l'articolo, mi fa piacere aiutare a mantenere vive le storie che questa musica ci ha regalato anche nei confronti di appassionati così giovani!
The Preacher
Venerdì 25 Ottobre 2013, 12.58.02
12
Bello l'articolo, per ora ho letto solo la parte sui Death ma lo leggerò tutto perchè le premesse sono molto buone I Death sono il mio gruppo preferito, e Chuck (RIP) un genio, una persona enorme vittima di troppe ingiustizie. Da queste dichiarazioni si capisce anche che era perfettamente consapevole delle sue capacità, potrà sembrare arrogante ma non facevo altro che dire la verità dei fatti! Al di la di questo, ottimo anno il 91, sono nato 5 anni dopo aimè, ma è un piacere immenso riscoprire quello che la nostra musica ci ha regalato!
the Thrasher
Venerdì 25 Ottobre 2013, 12.43.33
11
Grazie Radamanthis! E' un piacere poter pubblicare articoli che poi vengono tanto apprezzati!
therox68
Venerdì 25 Ottobre 2013, 12.29.59
10
Forse mi è sfuggito data la lunghezza dell'articolo ma io includerei anche A Little Ain't Enough che sebbene sia un album solo "discreto" è l'ultimo disco dove possiamo sentire una prova in studio di Jason Becker ancora sano e non è poco. Intanto vado a farmi prescrivere una bella scatola di Triatec...
Radamanthis
Venerdì 25 Ottobre 2013, 12.22.04
9
Al di là della grande annata musicale del 1991 (inferiore forse all' 88, 89, 90) ma di qualità immensa (chissà cosa si racconterà quando parleremo tra una trentina d'anni sempre qui su metallized del correva l'anno 2012 ecc) vorrei fare i complimenti a Rino: questo articolo è il migliore di tutti i "correva l'anno". Ricco di aneddoti e curiosità! Complimenti!
Vitadathrasher
Venerdì 25 Ottobre 2013, 12.01.05
8
Anche se non è molto "Heavy" in questa annata di grandi album oltre al capolavoro omonimo dei Metallica e ai buoni Use your illusion, ci metterei anche Innuendo dei Queen.
the Thrasher
Venerdì 25 Ottobre 2013, 11.57.38
7
a tutti gli altri grazie dei complimenti, ed in particolare al solito esaustivo Painkiller che ci regala sempre riflessioni interessanti, appassionanti e corpose!
the Thrasher
Venerdì 25 Ottobre 2013, 11.56.44
6
@gianmarco, nihilist: questa è solo la PRIMA parte dell'articolo, è inutile mettersi qui a elencare i dischi che mancano perchè se non sono qui significa che ovviamente saranno trattati nella seconda parte..
gianmarco
Venerdì 25 Ottobre 2013, 11.30.01
5
Necroticism
gianmarco
Venerdì 25 Ottobre 2013, 11.21.17
4
Arise ,Gothic
Sambalzalzal
Venerdì 25 Ottobre 2013, 10.47.24
3
Bellissimo articolo. Anni e albums che segnarono un'epoca e che volenti o nolenti crearono una spaccatura. Anche oggi a distanza di anni ancora se ne parla. Ancora si parla delle due bands, Metallica e Guns n Roses che in maniere diverse fecero tremare i palchi e gli stereo di tutto il pianeta. Se da una parte è vero che il Black Album fece e ancora fa storcere il naso a più di una persona è anche vero che cambiò il modo di approcciarsi al metal da parte di più di una band. Anche a livello di registrazione. C'è una band che arrivò a quei canoni compositivi un anno prima. Gli svedesi Morgana LeFay con qualche milione di dollari da spendere in meno ma il fatto che ancora oggi personalmente io conosca solo una decina di persone che li ha sentiti nominare e due che li seguono in maniera attiva la dice lunga su come alcuni fenomeni abbiano funzionato ed altri no. 1991.... il mondo scopriva l'heavy metal grazie fondamentalmente a due bands ma questo successo si estese anche al resto della scena. Sempre più persone si interessarono a quello che fino a questo momento era stato considerato un argomento tabù, un genere per sbandati e drogati. Tanti begli albums vennero scritti, tante bands si formarono e per assurdo proprio nel momento di massima gloria il movimento cominciò il suo lento declino ma credo che dovremo aspettare i capitoli seguenti dell'articolo
Painkiller
Venerdì 25 Ottobre 2013, 9.32.37
2
Arrivano gli anni novanta, arrivano le difficoltà caro Rino!!! Non per te, ma vedrai che tenere a bada i commenti contrastanti su questi anni, le solita diatribe sulla morte del metal etc... sarà un bel lavoro!!! . Mi limito a quanto scritto in questa prima parte e personalmente faccio coincidere il 1991 con due album-evento che per me sono ancora fonte di grande tristezza. Mi riferisco al Black Album ed a Use your Illusion. Al di là di tutto quello che si è detto sul black album, sul fatto che non sia thrash etc....ricordo perfettamente il giorno in cui andai, fremente, al mio negozio di fiducia per comprare la cassetta. Era agosto, caldo torrido in città, e il video di Enter Sandman che ruotava da un po' su MTV. Ero un ragazzino sedicenne impazzito per quella canzone. Quindi non vedevo l'ora di avere tra le mani quella cassetta e di ascoltarla...già dai primi ascolti a parte Enter, mi rimasero nella testa wherever I may roam sad but true, ma nelle settimane successive qualcosa già suonava strano. Perchè? Perchè dopo l'entusiasmo iniziale le canzoni citate da Rino, holier, through the never etc...non mi lasciavano nulla? Non mi voglio dilungare, dico semplicemente che il black album contiene buone canzoni, ha un suono perfetto, fu un evento generazionale, ma sono convinto che esista un solo vero capolavoro su di esso, Enter Sandman. Capiamoci, ebbi un'euforia iniziale notevole, cantavo nothing else matters a casa di un amico mentre lui suonava la chitarra etc...ma poi tutto svanì. Lo stesso discorso lo faccio per Use your illusion. C'è solo una canzone che ancora oggi mi fa impazzire, e parliamo addirittura di un doppio album, ed è you could be mine. Enter sandman e you could be mine per me sono quel raro esempio di canzoni bordeline, che riescono a restare in equilibrio tra pesantezza dei riffs e melodie che non ti togli dalla testa, un po' come l'album the unforgiving dei within temptation se qualcuno ha avuto modo di leggere i miei commenti a quella recensione. Ma il resto non lo digerisco proprio, anzi, non mi ha mai preso veramente già in quell'anno, passata l'euforia del momento. Devo anche dire che nel 1991 uscirono diversi album, non ancora citati da rino ma che mi aspetto nella seconda parte, che per me risultano capolavori assoluti, e questo pesa inevitabilmente sul giudizio che diedi e che do ancora oggi sugli album-evento del '91, use y.i. e Metallica. Sempre bravissimo Rino.
NihilisT
Venerdì 25 Ottobre 2013, 9.27.24
1
1991..quanti ricordi..musicali e non..20 anni non tornano piu'!!! il monsters di Modena...i METALLICAAAAAA che cazzo di concerto...2 giorni senza dormire...molto bello l'articolo..manca solo una cosa..nel 1991 è uscito CLANDESTINE degli ENTOMBED...secondo me andava citato..
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