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ALMOST FAMOUS - # 7 - Riot
20/11/2013 (3536 letture)
Chi di voi ci concede l'onore di una frequentazione costante, sa che con la serie Almost Famous cerchiamo di parlare di quelle band dalle potenzialità enormi, tali da fare di loro delle vere star e che, invece, per un motivo o per l'altro non sono riuscite a farcela. Il nostro intento è cercare di spiegare le ragioni che hanno fatto sì che il successo, quello vero, non arrivasse mai. Il caso dei Riot, strepitosa band statunitense, è uno dei più eclatanti in questo senso: nonostante una qualità sempre molto alta e in qualche caso clamorosa delle loro uscite, nonostante un indiscutibile ruolo di pionieri e maestri, nonostante una lunga e prolifica carriera, il gruppo di Mark Reale non è mai riuscito ad andare oltre il ristretto status di cult. Cosa è successo? Cosa è mancato o è andato storto per una band così seminale tanto da bloccarne la scalata al successo?

I PRIMI ANNI: GIOIE E DOLORI
I primi passi per i Riot arrivano già nel 1975, quando Mark Reale, proveniente dai Kon-Tiki, fonda la band assieme al batterista Peter Bitelli, al bassista Phil Feit ed al cantante Guy Speranza. I quattro registrano il primo demo ed è a questo punto che arriva il primo incontro fondamentale: Billy Arnell e Steve Loeb, proprietari del Greene Street Recording Studio, produttori e proprietari della piccola etichetta indipendente Fire Sign Records. I due credono nella band e con qualche aggiustamento di line up –fuori Feit e dentro Jimmy Iommi al basso, mentre alla seconda chitarra arriva L.A. Kouvaris- viene pubblicato il primo album Rock City nel 1977. Il disco è un vero concentrato di pre-heavy metal e, anche se le influenze hard rock sono evidenti e resteranno tali per tutta la carriera del gruppo, le sonorità sono in anticipo sui tempi di almeno 4-5 anni e fanno dei Riot uno dei primissimi gruppi heavy metal della storia e veri antesignani dello speed metal. Ricordiamoci che il 1977 è l'anno dell'esplosione del punk e che l'unico altro riferimento nel settore è un gruppo inglese che ha da qualche mese pubblicato il proprio terzo album, Sin After Sin. La musica dei Riot tuttavia è personale e chiaramente americana, benché in patria la band non riesca ad andare oltre qualche buon tour in supporto ad AC/DC e Molly Hatchet e rischi addirittura di sciogliersi; è allora proprio in Inghilterra che il nascente movimento heavy tributa loro un crescente successo, grazie all'opera del DJ Neal Kay e del suo Soundhouse. L'album è però disponibile solo come import a prezzi elevati nel Regno Unito e le vendite, per quanto incoraggianti, non risultano ancora determinanti. Per fortuna Arnell e Loeb credono nella band abbastanza per dare alle stampe il secondo album Narita nel 1979, un nuovo capitolo fondamentale tanto nella carriera della band, quanto nella storia dell'heavy metal. Proprio durante le registrazioni, Kouvaris viene sostituito da Rick Ventura, dando vita alla line up "classica" del gruppo. A questo punto arriva il nuovo fondamentale incontro per i ragazzi, sotto forma della major Capitol: l'etichetta è in cerca di una band di supporto a Sammy Hagar per il tour inglese, un gruppo duro e potente che possa svegliare i fans e scaldare l'atmosfera per il "Red Rocker" e offre la mela avvelenata di una distribuzione mondiale per Narita. Ovviamente, il gruppo accetta e non potrebbe fare diversamente, ma quando il tour finisce, la Capitol molla la band bloccando di fatto la diffusione dell'album. Sono ancora Arnell e Loeb a salvare il gruppo, spendendo tutto per comprare spazi nelle radio americane al fine di spingere l'album almeno in patria, per costringere così la Capitol a rispettare gli accordi. La strategia funziona ed il gruppo ottiene anche un contratto per il nuovo album. Ma ancora una volta la major invece di capire il potenziale che ha in mano, proprio mentre in Inghilterra il fenomeno NWOBHM sta impazzando, boicotta la band. Non basta una trionfale esibizione in apertura al primo Monsters of Rock nel 1980 (dalle cui registrazioni sarà poi tratto Riot Live pubblicato nel 1989) a far capire all'etichetta che la conquista del mercato europeo è a portata di mano e basterebbe crederci per ottenerla: quando i Riot consegnano le registrazioni per quello che sarebbe diventato il loro capolavoro, Fire Down Under, i capoccioni della Capitol li giudicano "commercialmente inaccettabili" e bloccano ancora una volta l'uscita del disco. La situazione entra in stallo e la major rifiuta alla band anche la risoluzione del contratto e sembra davvero che a questo punto l'unica scelta che resta al gruppo per liberarsi dal giogo sia sciogliersi. Ancora una volta, gli eterni Arnell e Loeb organizzano e finanziano una vera e propria campagna mondiale per costringere la Capitol a sbloccare la situazione; finalmente sarà la Elektra Records a raggiungere un accordo con la major e con la band e così il disco vedrà la luce, raggiungendo anche l'ingresso nella Billboard Top 100. Il disco, che esce comunque con quasi un anno di ritardo, è l'ennesimo trionfo di grandezza heavy metal, con la title-track ad anticipare le stilettate dello speed/thrash e una scaletta composta da soli classici. Lieto fine, titoli di coda, dissolvenza? Niente da fare. Proprio quando le cose sembrano indirizzarsi verso la giusta direzione, arriva l'ennesima mazzata: Guy Speranza, indimenticato frontman della band, patisce ormai da tempo un ruolo che non sente coerente con le proprie idee religiose e decide di mollare la band per ritirarsi a vita privata. E' l'ennesimo cambio di line up, per un gruppo che in tre album non ha mai trovato una stabilità. Il nuovo arrivato Rhett Forrester, in ogni caso, è un cavallo di razza, uno di quelli capaci di fare sempre la differenza e così Restless Breed, che pure si rivela più vicino all'hard rock, è ancora ottimo e sembra di poter assorbire il colpo dell'abbandono del singer originale. Forrester si rivela un grande cantante e un frontman di primaria forza e i Riot sembrano aver ritrovato una loro dimensione, ma ancora una volta qualcosa nel meccanismo si rompe: l'Elektra non sembra più molto interessata alla band e, per quanto possa sembrare paradossale oggi in tempi di internet, il contemporaneo successo dei Quiet Riot crea confusione nei fans. Il gruppo si ritrova improvvisamente e di nuovo senza contratto e il successivo Born in America viene pubblicato come autoproduzione di Steve Loeb attraverso la Quality Records, piccola etichetta canadese. Purtroppo, la situazione divenne ingestibile e anche sulla cover il gruppo fu costretto ad applicare uno sticker che spiegasse che non si trattava di un nuovo album dei Quiet Riot; troppe le delusioni raccolte e il treno per il successo appare ormai ampiamente sfumato, così, dopo cinque album il gruppo molla il colpo e si scioglie.

IL RITORNO E LA NUOVA VITA
Nel 1986, Reale tenta di dar vita al progetto Narita con Don Van Stavern e altri ex membri degli S. A. Slayer. La formazione ha vita breve e Reale decide così di tornare a New York ricontattando i vecchi compagni Rhett Forrester e Sandy Slavin. Ma la reunion non s'ha da fare e con il solo Van Stavern, Reale decide di proseguire con una line up totalmente rinnovata, reclutando il singer Tony Moore e il batterista Mark Edwards (ex-Steeler) che lascerà il posto a Bobby Jarzombeck (ex-Juggernaut), il quale completerà le tracce del nuovo album dopo un demo di quattro tracce che la rinata band registra con Steve Loeb. Il contratto stavolta arriva con la CBS e Thundersteel, pubblicato nel 1988, è una bomba sparata nel firmamento dell'heavy/speed mondiale, una vera e propria rivelazione e una dimostrazione di superiorità. La title-track resta a tutt'oggi uno degli apici assoluti del genere, grazie agli affilatissimi intrecci di chitarra, dominati dal solismo fluido di Mark Reale, vero e proprio maestro per centinaia di altri chitarristi, all'incredibile e squillante voce di Tony Moore che si arrampica su vette altissime e alla potente e velocissima sezione ritmica che terremota letteralmente il brano, facendolo diventare un classico senza tempo. Il resto del disco, pur muovendosi su ritmiche meno impetuose, conferma le qualità compositive fuori della norma della nuova formazione. Sembra quasi ridicolo dirlo, ma ancora una volta a tanta qualità musicale fa da contraltare il totale disinteresse del mercato discografico: l'album raggiunge la 150° posizione della Billboard 200 e poi viene risucchiato. E' il 1988 e la band capisce che deve rimboccarsi le maniche. Il successivo The Privilege of Power però si presenta in maniera abbastanza bizzarra e frammentaria, con canzoni che spaziano dall'hard rock allo speed/epic senza una vera soluzione di continuità e con delle sezioni di fiati (ospiti i grandiosi Tower of Power e Brecker Brothers) forse un po' troppo ambiziose, così come la cover di Racing with the Devil on a Spanish Highway di Al Di Meola. Al disco partecipa anche Joe Lynn Turner (Rainbow) come ospite sulla traccia Killer. L'ingresso del secondo chitarrista Mike Flyntz non basta però a dare alla band la tanto agognata stabilità e il balletto della line up ricomincia: il primo a mollare, insoddisfatto del risultato del nuovo album, è proprio Don Van Stavern, seguito nel 1992 da Tony Moore. Il gruppo prosegue col solo Reale e il nuovo cantante è Mike DiMeo, misconosciuto cantante dal grandissimo talento. Reale lo aveva cercato per un proprio progetto solista hard rock, ma i risultati sono così convincenti che la decisione di registrare il materiale per un disco dei Riot ha la meglio. Inizia così una stagione tutto sommato serena nella vita del gruppo: Di Meo è l'uomo giusto e il recupero di sonorità più hard rock è comunque parte del background della band, come fosse una sorta di ritorno al periodo di Rhett Forrester. Proprio nel gennaio 1994, il vecchio frontman del gruppo morirà, ucciso da un colpo di pistola durante una rapina, episodio peraltro mai del tutto chiarito. Sono di questi anni gli ottimi Nightbreaker (1993), The Brethren of the Long House (1996, ultima collaborazione con Steve Loeb, storico producer della band), Inishmore (1998), il live Shine On (1998) e Sons of Society (1999), ultimo album con Jarzombek, che correrà a sostenere Rob Halford nel suo ritorno da solista Resurrection. Il sostituto sarà lo storico Bobby Rondinelli (Blue Oyster Cult, Black Sabbath e Rondinelli, tra gli altri) con il quale verrà registrato Through the Storm nel 2002. Sono anni questi di grande stabilità e soddisfazione per la band, che in piena esplosione grunge non può certo aspirare a recuperare posizioni di notorietà e vendita, ma dimostra di avere ancora molto da dire, con una serie di album davvero notevoli. Purtroppo, prima o poi anche il gioco più bello deve finire e così Army of One nel 2006 (con Frank Gilchriest, ex-Virgin Steel alla batteria) è l'ultimo disco da studio che vede la partecipazione di Mike DiMeo, il quale ufficialmente vuole dedicare più tempo ai suoi The Lizards e in realtà si prepara per l'ingresso nei power metallers Masterplan in sostituzione di Jorn Lande, per lo sfortunato MK II del 2007.

L'ULTIMA CORSA E L'ADDIO A MARK REALE
Reale resta quindi di nuovo solo e dopo un periodo di lunghi tour con l'ottimo Mike Tirelli alla voce, nasce l'idea di riformare la line up dello storico Thundersteel, dopo vent'anni. Si tratta ovviamente di un'idea affascinante, dato che quella line up finita forse troppo presto aveva probabilmente davvero qualcosa ancora da dire. La cosa sembra fatta nel 2009, con la partecipazione a festival estivi importanti come lo Sweden Rock, ma Tony Moore annuncia poco dopo di essersene andato di nuovo. Passa un anno e nel 2010 il cantante torna sui suoi passi e il nuovo album Immortal Soul vede così la luce nell'agosto del 2011 (ottobre in Europa). Si tratta dell'ennesima dimostrazione di classe e il salto indietro nel tempo risulta credibile e riuscito, con diversi brani degni di entrare nel novero delle migliori composizioni del gruppo e un confronto con il precedente album sostenuto più che degnamente. La band dovrebbe tornare on the road come supporto agli HammerFall nell'inverno dello stesso anno, destino abbastanza crudele se si guarda al peso specifico delle due band, ma giustificato proprio dall'amore della band di Joacim Cans per i Riot, come testimoniato dalla cover di Flight of the Warrior (da Thundersteel of course). Purtroppo, il Diavolo ci mette ancora lo zampino e la partecipazione dei Riot viene cancellata a causa di una operazione per Tony Moore. È a questo punto che le voci su una malattia di Mark Reale cominciano a diffondersi: il chitarrista è infatti da diversi anni affetto dal Morbo di Crohn (una grave infezione cronica del tratto gastrointestinale, per la quale non esiste una cura certa), i cui effetti sembrano peggiorare gravemente e in brevissimo tempo; tanto che dall'annuncio pubblico della malattia alla morte, il lasso è brevissimo. Mark Reale, indomito chitarrista e grande artista, ci lascia il 25 Gennaio 2012. La band porterà comunque a compimento gli impegni presi per i tour, ma si scioglierà definitivamente di lì a poco, mentre i membri annunciarono di voler proseguire con un altro progetto, in memoria di Mark Reale.

COSA NON HA FUNZIONATO?
La domanda a questo punto è lecita. Cosa ha impedito ai Riot di raccogliere il meritato successo o, se non altro, di essere ricordati e onorati da tutti i fans dell'heavy metal come uno dei gruppi fondamentali e fondanti del genere? Perché una band di così immenso valore è rimasta schiacciata nel ruolo di cult ed è oggi sostanzialmente dimenticata e considerata di quarto piano? Come abbiamo visto, a fronte di un inizio carriera segnato da tre album a dir poco strepitosi e molto avanti rispetto ai tempi, dei quali almeno uno è indiscutibilmente un capolavoro assoluto, per i Riot i problemi hanno diversi nomi. Prima di tutto, l'essere nati negli States, in un periodo nel quale fare heavy metal significava chiamarsi fuori da qualunque circolo, specialmente in una città come New York, quasi totalmente asservita al verbo punk, new wave, hardcore. Ricordiamo che in quegli stessi anni anche i Twisted Sister, i The Rods e svariate altre band tentavano inutilmente di farsi strada. A questo, aggiungiamo una line up perennemente instabile e, soprattutto, i rapporti con le case discografiche. Prima la Capitol che con una band praticamente pronta per esplodere blocca la diffusione mondiale del secondo disco e successivamente impedisce la pubblicazione del terzo per quasi un anno; poi la Elektra che dopo aver salvato il gruppo pubblicando Fire Down Under, poco dopo lo molla, decretandone di fatto la fine. A questi enormi freni a mano tirati allo spasimo, aggiungiamo anche altri fattori secondari ma non troppo: l'immagine, innanzitutto. Cosa sia passato nella testa della band al momento di scegliere la "mascotte" per la band, di optare per quella specie di guerriero con la testa di foca, nessuno potrà mai spiegarlo davvero. Di sicuro, non si può dire che abbia garantito loro il minimo rientro positivo e, sicuramente, ha invece allontanato moltissimi fans alla ricerca di musica dura e che si scontravano con quel simpatico e dolcissimo animale, del tutto inappropriato a rappresentare una band heavy metal. In secondo luogo, dopo l'abbandono di Guy Speranza (anche lui deceduto, l'8 novembre 2003 a causa di un cancro al pancreas, all'età di 47 anni), la svolta verso un hard rock meno potente e convincente, proprio mentre l'esplosione del thrash alzava la soglia dell'estremo in campo metal, raccogliendo quei semi che proprio i Riot tra gli altri avevano piantato e che la band non saprà sfruttare a proprio vantaggio, anche a causa del comportamento non proprio inappuntabile di Forrester sul palco. L'unica nota positiva, oltre alla musica, provenne dalla dedizione assoluta dei due producer, che nel corso degli anni, praticamente, hanno sempre aiutato la band a salvarsi per il puro rotto della cuffia. Purtroppo, questo non è bastato per ottenere il giusto riconoscimento e nonostante il rispetto underground ormai acquisito e uno zoccolo duro di fans fedeli che mai molleranno il gruppo, il treno per il successo passò per sempre. Il ritorno dirompente di Thundersteel, a lungo peraltro introvabile, una volta esaurita la prima stampa, non fu a sua volta sfruttato a dovere, sempre a causa dei problemi di line up e anche in conseguenza di un secondo album troppo fuori fuoco e ambizioso, che spostò di nuovo l'attenzione dalla band, proprio mentre il successo in Europa di gruppi come gli Helloween avrebbe potuto rilanciare definitivamente le ambizioni degli statunitensi. Invece, l'abbandono di Van Stavern prima e di Tony Moore poi, con la rinnovata virata hard rock, che porterà definitivamente la band fuori dal mercato, nonostante la grande qualità dei dischi incisi, sanciranno la definitiva e non più recuperabile dimensione di cult band, rispettata da molti, conosciuta da pochi, amata alla follia da pochissimi. Non è bastato essere tra i pionieri in assoluto, tra le prime band a lanciare la propria ispirazione sia verso l'heavy classico, che verso l'epic e lo speed e poi verso il power metal, per ottenere il successo e il giusto riconoscimento. Troppe sono le variabili che nel mondo del music business determinano vincitori e vinti e per i Riot la ruota non ha mai girato dalla parte giusta per il grande successo. Il limpido fraseggio e i riconoscibili grandi assoli di Mark Reale restano uno dei punti di riferimento assoluti nel genere, che siate amanti della band o che non li conosciate affatto; sin dal primo impatto, non si può non restare ammirati dalla classe di un vero Maestro, che ha scolpito nel tempo i parametri per tutti i chitarristi a venire, ignari magari del suo contributo a un genere che ha giustamente celebrato Tony Iommi, Ritchie Blackmore, Jimmy Page, Pete Townsend, Glenn Tipton, K.K. Downing, Dave Murray, Adrian Smith, John Sykes, Uli Jon Roth, Michael Schenker, Yngwie J. Malmsteen, Randy Rhoads e tanti altri splendidi e fondamentali interpreti, dimenticandosi troppo spesso di un piccolo chitarrista di New York dall'immenso talento e della sua band.

DISCOGRAFIA RIOT
1. Rock City (1977)
2. Narita (1979)
3. Fire Down Under (1981)
4. Restless Breed (1982)
5. Born In America (1983)
6. Thundersteel (1988)
7. Riot Live (1989)
8. The Privilege of Power (1990)
9. Riot In Japan Live!! (1992)
10. Nightbreaker (1993)
11. The Brethren of the Long House (1995)
12. Inishmore (1998)
13. Shine On (1998)
14. Sons of Society (1999)
15. Through the Storm (2002)
16. Army of One (2006)
17. Immortal Soul (2011)



Lizard
Lunedì 16 Aprile 2018, 19.40.50
21
Grazie mille Davide, mi fa piacere che ti piaccia la serie. I Riot sono e saranno sempre l'emblema delle band più talentuose e meno considerate di tutti i tempi.
David D.
Lunedì 16 Aprile 2018, 15.47.34
20
Diamine ragazzi che bella rubrica, veramente ben curata e piena di passione e competenza, complimenti davvero! I Riot sono uno dei miei gruppi heavy preferiti, ogni tanto metto su Narita, almeno due volte al mese, il mio lavoro preferito di loro e ascolto in rispetto e ammirazione i fantastici assoli di Mark Reale, scomparso veramente troppo presto. Ancora complimenti Lizard per l'editoriale.
mic
Domenica 25 Ottobre 2015, 20.17.33
19
io dei Riot li ho tutti, compreso l'ultimo dei Roti V. Band immensa
Giovanni Loria
Domenica 24 Novembre 2013, 0.09.07
18
ciao Saverio, figurati, grazie a te piuttosto per l'appassionato omaggio che hai fatto a (mi ripeto, scusatemi) quello che per me è uno dei più grandi gruppi di ogni epoca. ho offerto soltanto un piccolo contributo basato su qualche contatto diretto coltivato negli anni. hai colto perfettamente il punto infatti, purtroppo spesso su internet partono delle leggende (nello specifico, lo Speranza religioso fervente) che poi vengono ripetute all'infinito sino a diventare la verità per molti. riguardo al ruolo di Loeb il tuo dubbio è assolutamente legittimo, la storia del Rock è piena di musicisti che una volta restati senza soldi incolpano le etichette o i manager 'dimenticandosi' ad esempio che uno studio di registrazione costa caro, e se tu ci bivacchi per mesi senza combinare nulla poi non puoi lamentarti se la 'cattiva casa discografica' poi detrae le spese dai guadagni (un esempio su tutti, gli UFO). effettivamente però di Loeb hanno detto peste e corna praticamente tutti i membri delle varie incarnazioni (Tony Moore lo definì letteralmente 'un parassita e un ladro')... ovviamente nessuno di noi saprà mai la verità, sembra però emergere un suo ruolo di padre-padrone nei confronti di un Mark ben felice di pensare solo a suonare. comunque, ancora complimenti, Metallized è un sito che seguo sempre con attenzione, a presto.
Lizard
Sabato 23 Novembre 2013, 20.44.23
17
Ciao Giovanni, ti ringrazio per il corposo intervento che, tra l'altro, mi ha permesso di correggere un errore abbastanza evidente per quanto riguarda gli S.A. Slayer. Per quanto riguarda il motivo della fuoriscita di Speranza, ho fatto riferimento a quanto sapevo e di cui avevo trovato altri riscontri. Accetto con piacere la tua versione, che rimetto ai lettori, evidentemente si tratta di una di quelle leggende che diventano verità per passa parola. Sul discorso ben più corposo relativo al ruolo di Loeb, ho scelto volontariamente questa versione dei fatti, perché in quella del "cattivo Steve" ravviso diverse contraddizioni che non mi hanno mai convinto. In ogni caso, concordo assolutamente sul fatto che lo sciogliersi la prima volta abbia costituito un ulteriore ottimo motivo per le difficoltà incontrate dopo.
Giovanni Loria
Venerdì 22 Novembre 2013, 20.08.49
16
complimenti per la scelta di dedicare una retrospettiva ad un gruppo semplicemente immenso, tra i miei preferiti in assoluto. la Storia dei RIOT non è molto conosciuta ed è comprensibile qualche punto uscuro, ma un equivoco va chiarito. Steve Loeb, l'uomno dietro le quinte, non era affatto un benefattore, ma una persona che ha sempre badato ai suoi interessi riducendo il gruppo alla fame, ed un errore del povero Mark è stato proprio quello di dargli per troppo tempo fiducia, essendo uno spirito puro e ingenuo, di fronte ad un pescecane come Loeb. ho avuto modo di parlare con diversi membri della formazione storica, e tutti hanno detto che Loeb prendeva tre stipendi: uno come manager, uno come produttore dei loro dischi, ed uno come titolare degli studi di registrazione... i guadagni (non enormi ma neppure scarsi) dei Riot se li è mangiati tutti lui, e questo ha portato Guy e gli altri ad andarsene uno dopo l'altro. Mark si era ridotto a vivere nella sua auto durante il periodo texano (P.S. non ha mai suonato nei S.A. Slayer, ha solo preso alcuni dei loro musicisti per il provvisorio progetto Narita), mentre Loeb ancora contava i soldi di 'Fire Down Under'. ah, la storia di un Guy Speranza 'integralista religioso' è raccontata spesso, ma non è affatto vera. semplicemente scelse di fare un altro lavoro (per l'esattezza: sterminatore di scarafaggi e schifezze varie) che gli consentiva di guadagnare di più che con i Riot! comunque, una grande band che negli anni 80 è stata apprezzata e rispettata, ma si è sciolta proprio quando (83/84 circa) l'HM cominciava a tirare come fenomeno commerciale e a scalare le classifiche: anche questo può essere un motivo che l'ha tolta dai radar di tanti metal maniacs.
Mauro Paietta "My Refuge"
Giovedì 21 Novembre 2013, 8.17.01
15
concordo sul fatto che l'immagine è sempre stata molto importante e per avere una copertina decente bisogna aspettare il 1995... peccato perchè sono stati una grande band
jek
Mercoledì 20 Novembre 2013, 20.20.52
14
Bell'articolo, sto risentendo sul tubo "Fire Down Under" che avevo in vinile, dico avevo perchè onestamente li avevo un po' snobbati ai tempi visto che la mia "ottusità" mi portava o deprezzare il metal USA. Con gli anni si è più moderati e qundi si aprezzano questi gioelli. Devo riaquistarlo perchè Altar of the King ad esempio con l'arpeggio iniziale è un pezzone e me lo ricordo ancora benissimo. Certo che in quanto a sfiga.....
maurilio
Mercoledì 20 Novembre 2013, 19.58.56
13
Complimenti per l´articolo. Le copertine e il logo erano fondamentali per i gruppi negli anni ´70 e ´80, guardate quanti si sono avvicinati ai Maiden partendo proprio dalle copertine e da Eddie, o per esempio le splendide copertine di Helloween e Blind Guardian. Io stesso ho scoperto molti gruppi dell´epoca comprando a scatola chiusa perché mi attirava la copertina. L´eccezione forse sono stati gli Scorpions che sono diventati famosi pur avendo delle copertine spesso orrende( naturalmente contano molto anche produttori, fortuna e case discografiche). Ottimo Thundersteel e grande voce Tony Moore!
CauldronBorn
Mercoledì 20 Novembre 2013, 17.10.09
12
Grandissima band e bell'articolo. Concordo con i vari punti evidenziati riguardo le cause del loro mancato successo. Una band talentuosa fregata dalle scelte discutibili delle case discografiche e da un orripilante gusto in fatto di copertine (eheh). Se dovessi scegliere una manciata di dischi con cui iniziare un novizio al metal classico, ci infilerei uno tra Narita, Fire Down Under e Born in America. O tutti e tre. Rip Mark.
Vittorio
Mercoledì 20 Novembre 2013, 16.10.35
11
Grazie Saverio!
Luca
Mercoledì 20 Novembre 2013, 14.36.24
10
Grandi, grandissimi Riot ! Ho amato tutte le versioni di questo fantastico gruppo. L'inconfondibile voce gioiosa di Guy Speranza (FIre down under è un capolavoro ma Narita gli è di poco inferiore), il graffiante e passionale Rhett Forrester ( per me Born in America rimane un superbo disco di purto US metal), sua maestà Tony Moore e la sua impareggiabile ugola messa in mostra nel seminale Thundersteel e negli altri due capitoli molto validi della saga Riot e il talentuoso e tecnico Di Meo, autore di prove magistrali in Nightbreaker e soprattutto negli ultimi lavori fatti alla corte di Mark Reale. Personalmente credo che il mancato riscontro commerciale è dipeso dall'incompetenza delle varie case discografiche che si sono via via succedute (visto che non sono mai riusciti a valorizzare l'enorme potenzilale dei Riot) ma ha inciso fortemente il deleterio abbandono di Guy Speranza, giunto nella fase cruciale della carriera. In quel momento i Riot non erano un gruppo qualunque e avevano tutte le carte in regola x sfondare. Nonostante l'enorme qualità dei dischi e cantanti altrettanto spettaciolari (Rhett e Tony x me sono il massimo) non è stata più la stessa cosa. Rimane una profonda tristezza e nostalgia per quanto accaduto al grande M. Reale, sicuramente uno dei chitarristi più sottovalutati di sempre, che sarebbe dovuto entrare nel novero dei più virtuosi e grandi chitarristi di tutti i tempi. Nel periodo del loro primo scioglimento, intercorso tra Born in America e Thundersteel, Mark partecipò a un interessantissimo progetto chiamato Narita, realizzando anche un demo (purtroppo introvabile) contenente gemme di class metal come The feeling is gone e Liar. Per chi non lo sapesse, sta per uscire un nuovo album ma non è chiaro se il gruppo continuerà con lo stesso nome o con una piccola variante dovuta al fatto che non è rimasto nessun membro fondatore dopo la dipartita del grande Mark. E' stato arruolato un nuovo cantante, molto simile a Tony Moore. Dovrebbe uscire all'inizio del 2014. Grandi Riot e grazie per aver parlato di questo fondamentale ma tanto sfortunato gruppo.
anvil
Mercoledì 20 Novembre 2013, 13.42.26
9
Grande! mitico Lizard.
Radamanthis
Mercoledì 20 Novembre 2013, 12.26.52
8
Thundersteel uno dei dischi heavy metal più belli della storia!
andreastark
Mercoledì 20 Novembre 2013, 12.22.54
7
@Nightcomer è vero ciò che dici...Narita, Fire Down Under, Thundersteel erano lavori decisamente al passo con i tempi ed erano tra i prodotti migliori sul mercato...ciò che volevo dire è che molto spesso nella loro carriera è mancata la zampata decisiva e quindi l'indomani di un loro grande disco Mark Reale decideva, con grande coraggio e per il suo grande amore per la musica, di mischiare le carte facendo sempre grandi dischi ma, a volte, con meno appeal discografico....Mark era un libero pensatore musicale e come ho detto scriveva di getto ciò che desiderava suonare in quel momento.... Poi...naturalmente questo non è l'unico fattore ma volevo aggiungerne uno a tutti quelli presi in esame dal grande articolo di Lizard.
Joe91
Mercoledì 20 Novembre 2013, 11.26.27
6
Ottimo articolo davvero, è spiegato praticamente il motivo dell'insuccesso dei grandissimi Riot, cioè la sfortuna, che a volte è più importante del talento stesso. Non mi sono chiare due frasi comunque, "e, per quanto possa sembrare paradossale oggi in tempi di internet, il contemporaneo successo dei Quiet Riot crea confusione nei fans", l'ho letta e riletta ma non ho ben capito il paragone con internet e tutto il resto. Poi, "La band porterà comunque a compimento gli impegni presi per i tour, ma si scioglierà definitivamente di lì a poco" per quanto ne so io non hanno fatto nessun tour, soltanto 1-2 date nella Cruise of Rock.
The Nightcomer
Mercoledì 20 Novembre 2013, 10.33.16
5
P.S. Scusate il casino che ho combinato dal punto di vista della sintassi... La fretta gioca brutti scherzi.
The Nightcomer
Mercoledì 20 Novembre 2013, 10.29.37
4
Condivido in parte le interessanti riflessioni di Andrea, però non riesco a non pensare che in alcuni casi i Riot siano comunque riusciti a proporre qualcosa che fosse al passo con i tempi; penso a Thundersteel soprattutto, che vide la luce in un periodo nel quale il mercato offriva proposte analoghe (di bands heavy tendenti allo speed ce n'erano diverse, anche se in nome del fuorviante revisionismo storico di matrice postuma sono state talvolta etichettate in modo differente), ma pure a Fire Down Under, che - nonostante le traversie con le labels, uscì in piena epoca N.W.O.B.H.M. (in questo caso a decretarne l'isolamento fu l'appartenenza della band al continente sbagliato). Credo sinceramente che le ragioni del mancato successo dei Riot vadano ricercate in un insieme di fattori, talvolta concomitanti, ma forse non determinanti se prese singolarmente e rapportate ad altre realtà contemporanee simili. Riconosco comunque che con i se ed i ma la storia non si scriva e che le mie restano valutazioni solo in parte oggettive. Sono però contento che si parli di questo gruppo su queste pagine, lo merita davvero.
andreastark
Mercoledì 20 Novembre 2013, 10.05.08
3
Grandissimo Lizard.....bellissimo, dettagliato e meritato articolo....ho sempre amato i Riot ed ho sempre adorato il modo di suonare di Mark Reale chitarrista seminale di una band seminale con all'attivo dei dischi imperdibili.... Un'altro possibile intoppo alla carriera dei Riot era secondo me il fatto che Mark Reale era un pessimo uomo-marketing.......mi spiego...l'indimenticato Mark era un uomo molto sanguigno che prendevo decisioni di cuore e decideva sempre e solo di suonare ciò che gli pareva fottendosene beatamente della direzione del mercato in quel momento....ciò suscita in me una grande ammirazione ma purtroppo ha fatto si che i Riot immettessero sul mercato prodotti fantastici ma che compravano in pochi a causa del fatto che erano dischi che non rispecchiavano l'andamento del mercato rock/metal di quel preciso momento....insomma erano sempre fuori-tempo e ricordo che in tutta la mia cerchia di amici metallari di allora gli unici a cagare e venerare i Riot eravamo io ed il mio migliore amico Riccardo. Peccato....e peccato soprattutto che sia morto Mark....ma nella tristezza sono felice che ci abbia lasciato una grande eredità musicale che qualcuno inizia a scoprire e sono felice che ci abbia lasciato uno splendido testamento musicale come il bellissimo Immortal Soul. Grazie Lizard!
Sambalzalzal
Mercoledì 20 Novembre 2013, 9.52.23
2
Bellissimo articolo per una delle bands più sfortunate di sempre! Fire Down Under è secondo me una vera pietra miliare che tutti gli amanti dell'hard n heavy e della musica degli 80's dovrebbero avere. Rimane, come giustamente fatto notare, il mistero della mascotte... mi sono chiesto la stessa cosa tantissime volte. Veramente una cazzata che pagarono a carissimo prezzo. Li ascoltai la prima volta a casa di un amico e me ne interessai ma non sarebbe mai capitato se fossi dovuto partire da una copertina con seal head!!! La copertina di Narita è un qualcosa di veramente brutto!!!
The Nightcomer
Mercoledì 20 Novembre 2013, 7.12.09
1
Ottimo articolo, come sempre lo sono quelli scritti da Saverio, che affronta a 360° la lunga e sfortunata storia di una delle bands più influenti nel panorama hard 'n' heavy del periodo fine seventies/primi eighties, ove gettò di fatto le basi per molti gruppi a venire, senza che per questa evidenza le venisse riconosciuto alcun merito. I solchi dei loro dischi parlano da soli, per chi è in grado di contestualizzarne i contenuti, e poco importa se il destino non è stato loro favorevole, in quanto tale verità non può essere messa in discussione. Penso che Fire Down Under sia uno dei migliori albums usciti negli eighties, un vero classico (termine spesso abusato per molti altri lavori che non lo meritano, ma non è questo il caso), ma ritengo assai valida tutta la discografia fino a Thundersteel incluso. Da quel momento venne secondo me a mancare qualcosa, nonostante alcune releases comunque di qualità, che videro la luce negli anni '90. Oggi esistono tantissimi gruppi mediocri che vengono osannati oltre ogni limite comprensibile da molti seguaci, i quali farebbero sicuramente meglio a recuperare le discografie di giganti come i Riot (ma il discorso vale anche per diversi altre formazioni meno note).
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