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16/06/20
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CORREVA L’ANNO - # 26 - 1993 prima parte
12/12/2013 (4194 letture)
Nuovi eroi per una musica figlia della tradizione: senza bisogno di scalzare dal trono le vecchie icone, gli anni Novanta portano con sé un forte vento di rinnovamento, rimescolano le carte ed eleggono nuovi paladini da idolatrare, con un'attenzione sempre maggiore per le sonorità più aggressive. Le preferenze dei nuovi adolescenti ribelli erano sempre più appannaggio dei Sepultura, che assieme ai texani Pantera rappresentavano il volto della nuova generazione di portabandiera della musica estrema. Che i ragazzi capitanati dai fratelli Cavalera fossero entrati saldamente nei cuori e nei walkman degli appassionati era un dato di fatto assodato già da svariati anni, eppure il 1993 segnò un ulteriore capitolo memorabile nella carriera della formazione sudamericana. Se Arise aveva rappresentato il passaggio dal thrash complesso ed articolato di Beneath The Remains ad un thrash-death potentissimo e ancora molto elaborato, il nuovo Chaos AD accentuava l'avvenuta maturazione della band, che ora inseriva ancor più marcate componenti groovy ed influenze tribali nel proprio sound, ibridato anche con certi elementi industrial. Il full length era massiccio e quadrato e rispetto al passato lasciava prevalere la pesantezza sulla velocità, sostituendo con andamenti maciullanti ed impattanti le caratteristiche stoccate thrash, offrendo composizioni molto più lineari: questo permise ai quattro musicisti di non ripetersi ed anzi di mostrarsi fortemente ispirati ed in forma smagliante. I riff messi a punto da Max Cavalera e Andreas Kisser si facevano via via più corposi e robusti col passare degli anni, abbandonando la veloce e nervosa velocità tipica del thrash ed acquisendo una forte connotazione death: non vi era adrenalina in essi, ma desolante decadenza, inscalfibile e rocciosa oppressione, quasi a voler rappresentare lo stato di coma della società moderna, e del Brasile in particolare. Anche le linee vocali di Max si erano rese più soffocanti e seriose, mentre il drumming ipnotico di suo fratello Igor scandiva ritmi intimidatori senza dover ricorrere alle sfuriate ritmiche con la frequenza del passato. All'epoca, Max Cavalera spiegò proprio che la forte pesantezza del platter voleva rispecchiare la gravità dei problemi sociali avvertiti da lui e dai suoi compagni: 'Le liriche di Chaos AD trattano di problemi caotici, quel caos che circonda tutti noi; non mi riferisco solo al Brasile, dove pure si vive una drammatica realtà, bensì al mondo nella sua totalità: basti pensare alle lotte per la conquista di terre ('Territory') o alle rivolte contro l'oppressione ('Refuse/Resist'). In 'Propaganda' viene sviscerato il tema dell'enorme potere che hanno i mass media, capaci di fare il lavaggio del cervello alla gente ed influenzarne le opinioni, mentre 'Amen' è un urlo di protesta contro il fanatismo religioso e si riferisce a tragici ancorché assurdi episodi avvenuti in Texas o in Guyana, aventi per protagonisti sedicenti sette. 'Kaiowas' è invece il nome di una tribù di indios brasiliani che, piuttosto di essere cacciati dalla foresta da parte del Governo, decisero di suicidarsi collettivamente. Il pezzo, che abbiamo registrato in un castello del Galles, ha un'aria malinconica, cupa, e dà l'idea del triste evento che l'ha ispirato'. La band era ormai nota e apprezzata anche per la profondità dei suoi testi di denuncia: 'I testi che compongo sono a base di eventi concreti, tangibili, cose che vedo intorno a me e che io stesso ho vissuto e vivo in prima persona. Onestamente, non saprei di cos'altro parlare nelle mie canzoni: non sono uno che si tappa gli occhi ed evita i problemi, poiché sono convinto che più se ne parla meglio è, in quanto ci dobbiamo tutti sensibilizzare sulle storture del nostro mondo per tentare di raddrizzarle. Per il futuro mi auspico che gli uomini si rispettino di più, senza giudicarsi per il colore della pelle o le appartenenze politico-religiose'. Strepitosi erano i due pezzi d'apertura: Refuse/Resist col suo attacco percussivo, il suo groove irresistibile, la sua improvvisa corsa ritmica finale, e Territory, cadenzata ed opprimente come la pece. mentre Slave New World ed Amen appesantivano drasticamente l'ossessiva cortina di pesantezza che permeava il platter, la strumentale Kaiowas lasciava ammutoliti con le sue sofisticate trame tribali, imbastite con strumenti popolari e capace di trasportare l'ascoltatore direttamente nel cuore della Foresta Amazzonica. Essa rappresentava un momento di stacco, uno sprazzo acustico dal quale si ripartiva con la rinnovata possenza di Propaganda, un prepotente lavoro ritmico e chitarristico che esaltava le bordate scoccate dal pedale di Igor, i riff al vetriolo e le taglienti sezioni soliste; impossibile non oscillare la testa a tempo, di fronte all'esasperato e funereo incedere cadenzato del four-pieces brasiliano. Biotech Is Godzilla era il brano più diretto del lotto, una velocissima sassaiola hardcore che rappresenta quasi un capitolo a sé nella massiccia tracklist; pezzi come We Who Are Not As Others, dalle forti contaminazioni industrial, e Nomad sembravano macigni crollati con autorità intimidatoria da un cielo sanguinante: l'aria era rarefatta più che mai, le chitarre bassissime e spietate, la luce della speranza resa fioca da atmosfere tenebrose e disperate; le tracce venivano guidate da un drumming cadenzato ed aggravate da un groove asfissiante, oltre che da repentine ed inattese stilettate ritmiche -Nomad, Clenched Fist- e da raggelanti melodie intrise di disagio. Spiegava al tempo Max Cavalera: 'Chaos AD è un lavoro che trovo stimolante e ritengo che esprima al meglio l'essenza dei Sepultura; devo dire che quando lo ascolto mi dà l'impressione di qualcosa di paranoico, dissonante, suonato in un raccapricciante scenario di desolazione. Tutto è in forte correlazione col titolo, anche sotto il profilo concettuale e quindi non soltanto sotto quello concettuale'. Si trattava a tutti gli effetti di un nuovo capolavoro; per quanto estremo e privo di melodie o momenti catchy, paradossalmente, l'album garantì un'ulteriore fetta di fama alla band brasiliana, che era a tutti gli effetti divenuta una realtà tra le più apprezzate dello scenario metal mondiale e si lanciò a capofitto nell'impegnativo tour di supporto.

L'ambito classico restava importante e veniva alimentato da diverse uscite significative, come di consueto. Dopo i curiosi sperimentalismi hard rock di Sigh No More, i tedeschi Gamma Ray diedero una grande svolta alla loro carriera, potenziando oltre modo le caratteristiche power metal della loro musica. Lo straordinario Insanity And Genius era un disco potente e clamoroso, una dichiarazione d'intenti senza pari che si sublimava nell'impattante cavalcata d'apertura Tribute to the Past: riff esplosivi, cori esaltanti e ritmiche frenetiche caratterizzavano il pezzo migliore dell'opera, un autentico vangelo di power metal. Il fluido e prestante chitarrismo di Kai Hansen si prestava a riff rocciosi ed epici, oltre che a laviche sezioni soliste: metallizzati più che mai e sempre guidati dalla sovrumana prova melodica del bravissimo singer Ralf Scheepers, i Gamma Ray regalarono agli appassionati un nuovo collage di brani indimenticabili ed esaltanti; su tutti spiccava l'epica Last Before The Storm, arcigna e tenebrosa nelle trame chitarristiche quanto nelle strofe vocali: un cavallo di battaglia destinato a entrare nell'antologia della band, anche in virtù di un irresistibile e colossale refrain. Tra gli episodi più aggressivi si faceva valere la nervosa ed irruente Future Madhouse, con i suoi ritmi martellanti; il melodico e coinvolgente mid-time No Return, la divertente Gamma Ray (cover dei Birth Control), la sinistra titletrack -col suo riffery velenoso ed il drumming corposo- si succedevano alla perfezione, generando un mix di varietà che evitava saggiamente di fossilizzarsi sulle canoniche sgroppate speed metal pur senza perdere un grammo di forza, energia e colore. La tracklist era completata dalla struggente 18 Years, dalla spassosa Your Tørn Is Over, dalla malinconica e raffinata Heal Me (evidente, in essa, l'influenza dei Queen) e dall'orecchiabile Brothers. Secondo Kai Hansen, 'Insanity And Genius mostra un rinnovato entusiasmo: la sua musica parte direttamente dal mio cuore, con canzoni come Tribute To The Past, decisamente classiche per il mio stile di comporre. Inoltre è un album molto heavy, molto arrabbiato'. Nonostante questo, esso possedeva intatte le dinamiche colorature ariose tipiche dei Gamma Ray, le quali concorrevano a renderlo un nuovo masterpiece del power internazionale. La band supportò il disco suonando assieme a Rage, Helicorn e Conception nel Melodic Metal Strikes Back, iniziato a settembre e proseguito con ottimi riscontri di pubblico. Anche molti fans storici degli Helloween si erano affezionati alla formazione di Hansen, la quale sembrava decisamente più stabile e genuina delle Zucche di Amburgo. Eppure chi aveva storto il naso di fronte al passaggio degli Helloween stessi dal power all'heavy, coinciso con Pink Bubbles Go Ape, era destinato a finire per rimpiangere quel disco, dopo aver ascoltato il nuovo Chameleon: seguendo la volontà del giovane ed eclettico singer Michael Kiske con molta più convinzione di quanto forse i posteri ci abbiano tramandato, la band decise di abbandonare tutto quanto fatto fino a quel momento, rinnegando le proprie radici heavy metal e sterzando verso un suono molto più mainstream. L'album era caratterizzato da un pop-rock molto fruibile, ma nel quale affioravano molte influenze: jazz, prog, pop, blues, country, il tutto dominato dalla costante ed ingombrante presenza dei fiati. Gli Helloween qui erano irriconoscibili: i puristi gridarono allo scandalo e la rottura con Kiske -annunciata da anni di contrasti interni e scelte discutibili- fu inevitabile, ma di fatto Chameleon non era un brutto album, se analizzato obbiettivamente. Era un lavoro eclettico e che ci mostrava un volto inedito della leggendaria formazione tedesca, ponendosi come classico capitolo isolato e a sé stante in una discografia altrimenti orientata a sonorità più potenti, veloci, epiche, prettamente power metal. Il brano migliore del lotto era la trascinante opener First Time, un coinvolgente heavy metal dal refrain irresistibile, ma che tutto sommato era anche il capitolo più tradizionale (assieme all'epica Giants e alla lunga e cupa I Believe), metallico quanto bastava per essere considerato simile ai pezzi di Pink Bubbles Go Ape; una canzone ariosa e ottimista, intrisa di tutta la classica energia happy dell'act teutonico. Le novità iniziavano a delinearsi con l'atipica When the Sinner, accompagnata da fiati e linee vocali molto orecchiabili, lontane dagli standard metal e con l'eccezionale Crazy Cat, bellissimo pezzo simil-funky, con incedere ritmato, squilli di trombe dal profilo jazzistico, refrain ultra-catchy e cori di sottofondo di stampo anni cinquanta. Revolution Now guardava all'hard rock e al blues, con riff quasi sabbathiani ed il suo incedere lento, lontanissima da tutto quanto fatto dagli Helloween fino ad allora; ancor più insolita, In The Night sconfinava nel country, con un copioso utilizzo di chitarre acustiche e pianoforte, che col power metal dei Nostri non aveva una parentela neppure remota. Se Music era un hard rock evocativo e cadenzato, seguito dai fiati e dall'organo, Step Out of Hell mostrava un piglio ancora più vivace; I Don't Wanna Cry No More era un lento emozionante, scandito da un refrain dolce e da chitarre acustiche, mentre Windmill era ancora più toccante, una delicatissima e struggente ballata capace di suscitare emozioni molto intense. Dichiarava all'epoca Kiske: 'Se riesci ad identificare una sola, singola direzione su questo album allora sei davvero bravo. Sul disco precedente non traspariva abbastanza ciò che volevamo dire'. Durante il tour che seguì tale pubblicazione, il batterista Ingo Schwichtenberg si ammalò a causa di problemi personali legati alla droga e fu costretto a sospendere momentaneamente la partecipazione al tour, venendo sostituito dal session-man Ritchie Abdel-Nabi: si suiciderà nel 1995, gettandosi sotto un treno. A proposito della suia tragica fine, Kiske incolperà senza troppi giri di parole proprio Weikath: ‘Non mi aspettavo niente di buono dopo aver visto come si erano comportati con lui. Weiki gli aveva promesso che, una volta ristabilitosi, sarebbe ritornato nella band, ma poi cambiò idea. Questo ha influenzato sicuramente la sua scelta, anche se la sua ragazza disse il contrario. Non sapeva cosa fare, non era più in grado di suonare la batteria. Si faceva di cocaina dietro le quinte, di nascosto dagli altri per paura di essere punito. Mi rendo conto che rappresentava un problema quando eravamo in tour, ma l'amicizia avrebbe dovuto significare qualcosa'. A sua discolpa, Weikath ribatterà: ‘Poco prima che Ingo si togliesse la vita, lo incontrammo e gli comunicammo che non era più possibile per lui far parte della band. Era appena uscito da una terapia durante la quale gli era stato proibito di assumere sostanze alcoliche, cocaina ed hashish, tuttavia non eravamo affatto certi che si rendesse conto della situazione. Il vero problema non era soltanto che si rendeva responsabile di azioni pazzesche, ma che non sembrava consapevole della gravità dei suoi atti. Non potevamo sottoporlo allo stress che avrebbe comportato registrare un nuovo album e tornare in tour. Ha negato la sua malattia fino all'ultimo anzichè cercare di combatterla, arrivando così a perdere tutti gli stimoli vitali. E' molto triste, ma non aveva più idee, né ideali che valessero la pena essere vissuti. Il problema era nella sua testa più che nella droga o nel suo corpo. L'unico che voleva continuare a tenerlo nella band era Michel Kiske e il suo atteggiamento era particolarmente stupido perché non faceva altro che ignorare la realtà dei fatti'. I conflitti all'interno della band erano aumentati a dismisura e toccarono il culmine con l'espulsione dal gruppo dello stesso Kiske, che in seguito dirà: 'Gli ingranaggi in realtà avevano cominciato ad incepparsi quasi subito dopo il tour del primo Keeper. Ero giovane, mi piaceva fare la primadonna. Kai, anche se non lo ammise mai pubblicamente, ne soffriva e la situazione rimase in stallo per un po'. Il secondo Keeper fu, a mio avviso, la scintilla che serviva a Weikath per buttarlo fuori: buona parte delle canzoni di Kai furono bocciate. Ancora oggi vorrei sapere perché non cercò di portarsi via il nome della band, visto che era suo. Lui però fece le sue scelte e noi eravamo troppo occupati ad avere successo per fermarci a riflettere. L'unico che forse rifletteva era proprio Weikath. Pensava che una volta fatto fuori Kai il capo sarebbe stato lui. Così riuscì a rivoltare il resto della band contro di me ed io decisi di andare via. Non funzionava più come doveva, non c'era intesa. Lui deve sentire di avere il controllo, altrimenti vive nell'insoddisfazione più totale. Sono stato trattato talmente male che per anni non ho più voluto ascoltare quello che facevano'.

Una pubblicazione clamorosa coincise con l'esordio assoluto dei brasiliani Angra, originari di San Paolo: il loro Angels Cry era un disco stupendo, un power metal ridondante, potente e ricco di melodia ma che annetteva al suo interno tante sfaccettature, offrendo strutture complesse degne del progressive ed influenze dalla musica classica. Kiko Loureiro e Rafael Bittencourt erano chitarristi sopraffini, che attingevano a piene mani dalla lezione tradizionale dell'heavy metal e dei primi Helloween in particolare; partendo da questi presupposti, misero a punto una serie di composizioni fastose e ricche sotto ogni punto di vista, nelle quali si segnalavano trame elaborate e particolari raffinati, spaziando dalle classiche cavalcate speed metal alle ballate più struggenti. Il parco riff, tonante ed epico, veniva completato da fiotti di melodia curata e sopraffina, e di pari passo col vocalism del prodigioso singer Andrè Matos -epico, romantico, tecnicissimo- generava un vortice di emozioni difficilmente esplicabile a parole. Gli Angra aprirono nuove porte, ponendo di fatto le basi del power-progressive e illuminando le platee a riguardo del binomio tra metal e classica, senza perdere un'oncia di potenza e mantenendo comunque centrale e prominente il ruolo dei due axeman. Pezzo simbolo dell'intera opera era la magistrale titletrack, introdotta da un riff rilassato ed immediatamente convogliato in un'esplosione ritmica poderosa, la quale vedeva le chitarre alle prese con assoli fulgidi e riff incisivi. Su un esile tappeto atmosferico si issava il vocalism emozionante di Matos, un crescendo di pathos e romanticismo che culminava nell'irresistibile ritornello, scandito da velocità tipicamente speed metal e dal martellante lavoro di Ricardo Confessori alla batteria. Suggestivo era il break onirico centrale, maestoso l'assolo neoclassico con il quale la band riportava enfasi nel brano, sciorinando vampate di note trepidanti ed ispirate proprio alla musica classica; le continue accelerazioni da headbanging rendevano magistrale la resa della canzone, praticamente perfetta e rivestita di una prorompente patina metallica dall'inizio alla fine. Kiko Loureiro, tuttavia, spiegava che non erano solo le Zucche di Amburgo ad aver influenzato la sua band: 'Citerei i Virgin Steele su tutti, e poi senz'altro la New Wave Of British Heavy Metal. Io infatti ho sempre considerato gli Angra molto più vicini al suono di Judas Priest e soprattutto Iron Maiden piuttosto che agli Helloween, da noi del resto neanche ascoltati molto di frequente (eppure le assonanze musicali della band con i tedeschi sono davvero molte, soprattutto nel vocalism di Matos che ricorda tantissimo quello di Kiske, nda). Questo per far capire che nella nostra somiglianza agli Helloween c'è anche una certa dose di casualità. Aggiugnerei anche un tocco, seppur di marginale rilevanza, di Fates Warning, Queensryche e Dream Theater'. Una intro sinfonica, un roboante riffone power ed un drastico assalto di doppia cassa aveva aperto il disco con l'incedere arioso di Carry On, archetipo di speed metal-song, trainato da una ritmica martellante e dalle esaltanti vocals teatrali di un Matos superlativo e alle prese con refrain spettacolari; sprazzi di musica classica facevano ancora da sfondo alle metalliche cavalcate delle chitarre, rocciose ma ammorbidite proprio dalla voce acuta del singer, magistrale nel creare un sontuoso binomio di melodia sognante e forza sonora. Un magnifico inno alla vita, un incipit che da solo annunciava la ricchezza tecnica e compositiva di cui sarà insito l'album: le trame articolate e i dettagli curatissimi, come in tutto il platter, erano prominenti. La voce del singer svettava toccante in pezzi emotivi come Time o la suggestiva e maestosa Stand Away, nell'eccellente cover pop di Wuthering Heights di Kate Bush o nella suadente e delicata Never Understand, che a sprazzi si svegliava in brevi folate di energia. Più rocciosa e quadrata era Streets of Tomorrow, comunque positiva e fortemente intrisa di melodia e svolazzi introspettivi gioiosi; Evil Warning era un'altra galoppata speed-power energica e aggressiva con appendice sinfonico, una prova di forza che ribadiva come il combo brasiliano rappresentasse a tutti gli effetti la nuova leva del settore, nel quale avrebbero avuto ancora molto da dire.

Dopo qualche anno di silenzio, Set The World On Fire riportò il nome degli Annihilator sulle bocche degli appassionati e sulle pagine dei magazine specializzati. La formazione canadese, che con due pilastri del techno-thrash come i velocissimi ed intricati Alice In Hell e Never Neverland era entrata nella storia del metal tecnico, si presentò però sotto una veste nuova, più morbida e melodica: il nuovo disco abbandonava quasi del tutto le vecchie mitragliate rapide e taglienti, a favore di uno stile più fruibile, voluto fortemente dalla casa discografica e costituito da tempi medi molto melodici, tanto nel riffing quanto e soprattutto nella prova vocale. Che Jeff Waters fosse un signor chitarrista era un dato di fatto, confermato dalla qualità comunque elevata dei nuovi brani: passare improvvisamente dal techno-thrash ad un heavy metal potente ma anche appetibile radiofonicamente non è semplice, eppure le composizioni più fresche degli Annihilator erano brillanti e vivaci, sebbene facessero storcere il naso ai puristi del thrash. L'onda lunga mossa dal successo del Black Album era ancora percettibile ed ora le etichette chiedevano proprio quel rassicurante approccio melodico agli ex Titani del Thrash: ecco dunque arcigni mid-time con inattese aperture melodiche come la titletrack, accattivanti episodi dotati di linee vocali molto catchy e morbide melodie solistiche -Bats in the Belfry, Snake in the Grass, The Edge- o emozionanti ballad come l'intensa Phoenix Rising, una delle più belle e toccanti mai scritte da band appartenenti alla cerchia del thrash. Anche Sounds Good to Me, malinconica e delicata, possedeva i tratti intimistici della ballata, tanto nelle dolcissime linee vocali che nei carezzevoli assoli di Waters, che si dimostrava così abile tanto nel comporre complesse suite thrash metal quanto nel deliziare l'ascoltatore con suggestivi episodi sentimentali. La svolta coincise non soltanto con l'ammorbidimento delle linee di chitarra di Waters, ma anche con l'ingresso in line-up del singer Aaron Randall, il terzo differente cantante nell'arco di tre dischi: Randall interpretò con voce calda e orecchiabile i nuovi pezzi scritti dal chitarrista canadese, completando il passaggio della band dal thrash labirintico degli esordi a quello più gradito a MTV e stazioni radio. Alla batteria si sedette invece un giovane Mike Mangini, anche se un infortunio gli impedì di partecipare al buon tour europeo che seguì alla pubblicazione del platter. Tra i brani migliori spiccava No Zone, vivace e intrisa delle ultime stille di velocità: un brano dal refrain trascinante e dai caldi guitar solos, che potrebbe essere catalogata come un valido esempio di heavy-thrash melodico; vi erano anche un paio di filler nel disco oltre alla cover priestiana di Hell Bent For Leather -un chiaro segnale del passaggio dal thrash all'heavy- mentre la conclusiva Brain Dance era l'episodio più affine al classico Annihilator-sound, se si esclude la melodia troppo edulcorata delle strofe vocali. Per il resto era tutto riconoscibile, dal riffing serrato di Waters ai suoi assoli veloci, dal drumming carico a certi apici di asprezza vocale riconducibili al chorus. Era la canzone che celava ancora la vera faccia degli Annihilator, un volto che sarebbe tornato a colpire con più potenza nelle release successive ma che in Set The World On Fire restava celato, nascosto sotto colate di note zuccherose e atmosfere heavy-pop: se mettiamo da parte i pregiudizi da puristi, possiamo parlare di un disco a suo modo molto interessante e piacevole, che ci permette di conoscere l'indole più easy della corazzata canadese. Grazie a questa release gli Annihilator riscossero una crescente popolarità anche al di fuori degli ambiti più tradizionali, finendo per essere indicati come i più accreditati eredi dei Metallica stessi. Nonostante il nuovo disco fosse un prodotto comunque pregevole, l'incorruttibile Jeff Waters -appassionato di hard rock ed heavy metal tradizionale, un autentico defender of the faith- ne era contento solo in parte: 'La Roadrunner voleva che scrivessi delle ballad. Gli costavo molti soldi, quindi o iniziavo a farmi largo nelle hit parade o avrebbero iniziato a concentrare i loro sforzi finanziari altrove. Però non si può dire che sia dovuto scendere a compromessi, mi è sempre piaciuta la melodia. Io ascolto di tutto, da George Michael agli Slayer, per me scrivere ballad o hard rock melodico è assolutamente naturale. L'idea è partita dalla Roadrunner ma a me non è dispiaciuta affatto, purtroppo ho perso molti fans in Europa ma ne ho conquistati altri in Giappone'. Molti anni dopo, nel 2010, Waters offrirà una versione un pò differente dei fatti: 'Stava esplodendo la musica di Nirvana, Pearl Jam, Alice In Chains e l'heavy metal, almeno nel Nordamerica, stava lentamente scomparendo dal panorama. La parola metal era diventata una specie di tabù che ti teneva lontano dai club, dalle label, dai promoter. Il metal era quasi morto, c'erano pochissime band che continuavano. Ero con la Roadrunner allora e ricordo che continuavano a dirmi di pensare alle radio, di scrivere qualcosa di commerciale, che si potesse vendere meglio. Ma gli Annihilator, già per il loro nome, non possono andare in radio! Allora ho provato a scrivere cose più melodiche, mantenendo comunque le mie influenze heavy. Il disco andò bene in Giappone e in Europa, ma per gli USA era già troppo tardi: la Roadrunner ci scaricò ed io decisi di andare avanti per la mia strada, tornando a quello che sapevo fare meglio'. L'aria di novità portata dall'albeggiare degli anni novanta in ambito thrash toccò anche i leggendari Overkill, che dopo cinque lavori di thrash abrasivo, complesso e strutturato tornarono a farsi sentire col controverso I Hear Black, un lavoro che abbandonava lo stile speed/thrash epico e devastante dei lavori precedenti a favore di un approccio più groovy ed iniettato di oscura melodia, quasi a voler creare un connubio tra le sonorità che andavano per la maggiore: quelle truci ma catchy dei Metallica del Black Album e quelle tesissime dei Pantera. Il risultato fu discreto ma non eccezionale, e la maggioranza dei fans storici non gradì.

Gli svizzeri Coroner, invece, sembravano non perdere un colpo. Certo, il loro quinto disco, Grin, era a suo modo un esplosivo concentrato di innovazione e nuove influenze che probabilmente ai tradizionalisti avrà creato qualche prurito, ma che al contempo restava coerente con la direzione stilistica seguita dalla band album dopo album. Forte di una componente tecnica invidiabile, il terzetto elvetico si era infatti evoluto dal thrash classico degli esordi ad un techno-thrash devastante e ricco di stratificazioni, prima di convogliare in quel capolavoro di thrash progressivo che era stato Mental Vortex, pietra miliare del metal tecnico, pubblicato nel 1991: un capolavoro oscuro e gotico, costruito su magnetici e continui controtempo, permeato da un suono meccanico e infervorato da eclettiche mitragliate di math-thrash. Era l'apice della parabola evolutiva della formazione europea, e ne manteneva il prominente nucleo thrash metal pur espandendolo e centuplicandolo nelle potenzialità; Grin, invece, era un passo avanti ancora più rivoluzionario, nel quale la matrice thrash veniva quasi del tutto abbandonata -restando presente solo in taluni riff o sparute accelerazioni- a favore di un sound sempre più ricco negli arrangiamenti, cinico nella sua freddezza meccanica, stordente nella progressione, ancora rabbioso ma non più feroce come in passato. Elementi etnici e industrial assumevano un ruolo importante, sostituendo effetti più atmosferici alle sequenze di riff convulsi che incendiavano il lavoro precedente; il full length si presentava dunque come il prodotto più audace dei Nostri, molto distante dallo stile mantenuto e sviluppato nelle quattro releases che lo avevano anticipato. La dimensione alternative del platter era accentuata dall'utilizzo di patterns molto tecnici e di natura tribale, ma anche dalla presenza discreta di samples e appunti di tastiera, ben combinati ad arcigne sezioni heavy, arpeggi, riff rarefatti e sezioni molto atmosferiche. Sulla stampa il disco viene descritto come un lavoro che 'vive nel nome della contaminazione e dell'alterazione delle forme genetiche musicali', un lavoro maturo che purtroppo non fu supportato adeguatamente dalla Noise ma che rappresentava 'Sperimentazione su suoni, strumenti e strutture, per dieci canzoni descrivibili come industrial, metal, dark, groovy, con la consueta dose di prog dalle ampie vedute e un incedere quasi psichedelico, alimentato da ritmiche rallentate, accordature ribassate, innesti elettronici e da una latente forma di rabbia repressa'. Nonostante l'enorme valore manifestato nell'arco della loro intera carriera, i Coroner erano però destinati ad una fine prematura ed ingenerosa, come testimonierà il chitarrista Tommy Vetterli: 'Lo split è figlio di molteplici fattori. La Noise ad esempio ha svolto un lavoro di promozione assolutamente inadeguato, se paragonato alla qualità degli album che abbiamo prodotto, e con Grin le cose non sono migliorate affatto, anzi è stato cancellato perfino il tour di supporto che avremmo dovuto affrontare negli USA. Nello stesso periodo ci furono anche delle frizioni tra me e Marky, cose poi ricomposte; siamo sempre buoni amici, ma dopo dieci anni nella stessa band è normale, e forse anche salutare, rivolgere lo sguardo ad altri tipi di esperienza'. E' il grande paradosso dell'industria musicale: esalta e porta alla gloria tanti protagonisti sopravvalutati e dimentica miseramente fior di musicisti, decisamente più preparati e avanguardistici di quelli portati sul palmo della mano dalla stampa di tendenza. Il popolo metallico, però, non scorderà di certo l'enorme contributo impresso nella storia, e a caratteri cubitali, dai Coroner. Tornando a parlare di delusioni e svolte poco gradite, boccone amaro anche per i fans storici dei newyorkesi Anthrax, fino a quel momento storici pilastri del Big Four of Thrash americano e artefici di cinque dischi tutto sommato coerenti, nei quali l'evoluzione aveva portato toni più minacciosi e melodie più varie negli ultimi due episodi, a discapito dell'attitudine più funny e delle metriche più serrate dei primi tre. Il clamoroso cambio di rotta fu accentuato dallo split con il singer storico Joey Belladonna, un vocalist power metal che donava allo stile della band un tono acuto e colorito; il sostituto fu John Bush degli Armored Saint, corteggiato in passato dai Metallica ma mai convinto di lasciare la band della sua adolescenza fino a quel 1993. Con lui fu inciso Sound of The White Noise, un lavoro discreto ma che non convinse molto i puristi, presentando l'addio quasi totale al thrash canonico ed iniettando nelle composizioni alcune sonorità hard rock, quando non addirittura sfumature commerciali e citazioni alternative metal, le quali sembravano talvolta strizzare l'occhio al grunge. La scena thrash venne ravvivata anche dal non eccezionale Something Wicked degli hardcorer Nuclear Assault, da Hanging in the Balance dei Metal Church, dal ritorno dei Voivod con The Outer Limits, dalla nuova faccia dei Death Angel (riformatisi come The Organization e debuttanti con l'album omonimo) e, in Italia, dai lavori di Extrema (Tension at the Seams) ed In.Si.Dia (Istinto E Rabbia): più moderni e orientati al sound dei Pantera i primi, più classici e con un cantato in lingua madre i secondi. Chi il thrash lo aveva inventato e sviluppato, i già citati Metallica, stava vivendo un periodo controverso ma assolutamente prospero. Criticati dai puristi per lo svecchiamento sonico perpetuato con l'omonimo Black Album, i Four Horsemen rimanevano devastanti sul palco: il tour mondiale con il quale stavano supportando la loro ultima fatica si concuse dopo tre anni di sudore e prestazioni galattiche, con la band in forma strepitosa e capace di fare sold-out le arene di tutto il mondo. Il tutto venne documentato nel monumentale Live Shit: Binge & Purge, un cofanetto che conteneva un sacco di materiale audio, video e di oggettistica, fornendo ai fans esibizioni dal vivo tratte da tre concerti: uno registrato a Seattle nel 1989, uno a San Diego nel 1992 ed uno a Città del Messico nel 1993. L'enorme mole del progetto lo rendeva anche assai costoso, cosa che fece scattare prontamente le critiche di soggetti tanto bravi a puntare il dito ma incapaci di rendersi conto del fatto che una band non può certo regalare il proprio lavoro, soprattutto se tanto ricco dal punto di vista quantitativo e qualitativo, come si difese Lars Ulrich: 'Dentro c'è tutto, nove ore di musica, un libro di 72 pagine, i pass del backstage e la matita, le chiavi di casa nostra... e quindi se vi sta bene lo prendete, e se no andatevene affanculo! Il lavoro era un degno compendio che consacrava la sontuosa prima parte di carriera della band di San Francisco: emozionanti riprese video, suoni impeccabili ed una serie di classici da fare impressione, il meglio del meglio di un repertorio impareggiabile. In estate la band si esibì affiancata dai Megadeth, i rivali di sempre; Dave Mustaine aveva superato ogni complesso di inferiorità: 'I dieci anni di scazzo tra Metallica e Megadeth sono finiti'. Penso che i Metallica siano parte integrante della mia persona: quello che fanno, come lo pensano. Perché abbiamo iniziato tutti e tre con la stessa testa. Ci sono delle affinità che la gente non vuole ammettere; le pose che abbiamo sul palco io e James per esempio: alcune sono identiche! Un sacco di cose che dice Lars sono cose che una volta dicevo io. Quando li guardo è come se vedessi una parte di me, e sono contento per loro. Non so per quale motivo io e James non abbiamo ancora appianato il passato. A me piaceva suonare nei Metallica; quando poi mi hanno buttato fuori ho perso una cosa che mi piaceva e ho iniziato a odiarli. Ora ogni mattina mi inginocchio e ringrazio Dio perché riesco finalmente a vedere questa realtà'.

Il 1993 segnò anche l'atteso ritorno dei Virgin Steele, giunti all'importante giro di boa del decennale di carriera. Il fallimento dell'etichetta discografica aveva imposto un immeritato ritiro dalla scena per la leggendaria formazione romantico-barbarica; in questo periodo di pausa forzata il leader David DeFeis ne aveva approfittato per completare gli studi e si era diplomato in pianoforte e composizione, mettendo inoltre in piedi una band blues con l'ex compagno di band Jack Starr, col quale aveva dunque riallacciato temporaneamente i rapporti. Il nuovo lavoro si intitolava Life Among the Ruins, ma purtroppo deluse gli appassionati: in esso, infatti, venivano a mancare le classiche sonorità epic metal, potenti e melodiche, a favore di un hard rock-blues devoto allo stile di band come Led Zeppelin e Whitesnake. Un approccio di per sé affascinante, ma che poco si addiceva alla carriera di una band metal come quella di DeFeis, molto più a suo agio con scenari maestosi e sonorità più heavy. Nel corso del tour europeo, affrontato da headliner, il cantante maturò l'intenzione di ritornare presto su sentieri più consoni. Il mondo del metal classico acclamava in quei mesi i Savatage, che dopo tanti anni di onorata carriera si erano definitivamente consacrati con gli operistici Gutter Ballet e Streets: A Rock Opera, indicati come capolavori assoluti della formazione floridiana; il nuovo Edge Of Thorns rappresentò uno snodo cruciale per la loro carriera, essendo il disco in cui Jon Oliva lasciò il microfono al nuovo arrivato Zachary Stevens per dedicarsi solo al piano e alle tastiere. I problemi alle corde vocali non gli permettevano di proseguire nel ruolo di cantante, ma la scelta di Stevens fu azzeccata sotto tutti gli aspetti e portò una ventata di aria fresca nel sound, ora più aggressivo, della formazione americana. Riff e trame imbastite da Criss Oliva erano, ancora una volta, raffinate e personali; si trattava di un nuovo capolavoro, che però sarebbe stato macchiato da una tragedia drammatica pochi mesi dopo la pubblicazione. Nella notte del 17 ottobre 1993 Criss perse la vita in un incidente stradale, ucciso da un camionista ubriaco che invase la sua corsia; i Savatage pensarono al ritiro, ma Jon -straziato dal dolore- decise di mantenere una vecchia promessa fatta al fratello, secondo la quale entrambi avrebbero mantenuto in vita la band nel caso in cui l'altro fosse stato impossibilitato nelle persecuzione dell'avventura. Fu un destino beffardo: i Savatage erano all'apice della loro carriera e si erano appena guadagnati la possibilità di imbarcarsi in un ambito tout mondiale. Quell'anno vide anche le reunion di due leggende del metal classico, i Diamond Head ed i Mercyful Fate. I Diamond Head erano tornati sulle bocche di tutti grazie alle cover dei Metallica e alla continuità con la quale sia i Four Horsemen che i Megadeth li citavano tra le proprie influenze primarie. Il disco del ritorno, Death and Progress, era un lavoro discreto e giungeva a dieci anni dall'ultimo Canterbury. La reunion non durò molto: Sean Harris, che si presentava sul palco vestito da morte per simboleggiare la fine della NWOBHM, fu protagonista di performances non eccellenti e nel 1994 la band si sciolse nuovamente, dopo aver aperto diversi concerti proprio per Megadeth e Metallica. Decisamente meglio andò ai riformati Mercyful Fate, vecchia bestia nera dei censori bacchettoni: King Diamond li aveva riesumati dopo essere entrato in rotta di collisione con la propria casa discografica e la band aveva pubblicato l'ottimo In The Shadows a nove anni da Don't Break the Oath, il secondo capolavoro della band passata alla leggenda col debut Melissa. Il nuovo lavoro era valido sotto tutti gli aspetti e riproponeva in grande stile le peculiarità classiche della band: tanta melodia, pezzi intricati e zeppi di riff importanti, le teatrali vocals acute di Diamond e scottanti tematiche occulte. Un'altra band tornò sulle scene dopo qualche difficoltà, anche se si trattava di un moniker leggermente meno importante dei due sopracitati: i Grave Digger. I tedeschi, fino a quel momento autori di un discreto e arcigno heavy metal di scuola tradizionale, si erano sciolti nel 1987 dopo il fallimento dell'etichetta, ma si riformarono a loro volta e ritornarono all'assalto col devastante The Reaper, quinto e forse miglior album della loro intera discografia. I riffoni poderosi delle chitarre e la voce graffiante di Chris Boltendahl, gli acuminati assoli di chitarra e le scorribande ritmiche impetuose definirono una clamorosa rinascita, trasformando la band in qualcosa di nuovo e trascinandola dall'heavy degli esordi ad un glaciale speed/power, molto più violento e devastante rispetto a quello della classica scuola tedesca. Fu un balzo qualitativo immenso: se i primi lavori erano ottimi ma non epocali, il nuovo corso coincise con una netta impennata stilistica ed una importante affermazione di personalità, la quale portò la band sotto i riflettori, ispirata dal tellurico suono del Painkiller priestiano e capace di andare ad influenzare a sua volta un nuovo modo di intendere il power metal. In lontananza si udivano ancora le voci di tanti grandi vecchi del metal old school: leggermente in seconda linea ma con l'orgoglio di sempre, continuavano a pubblicare dischi i Motorhead (Bastards, ritenuto scadente nella produzione ma molto maturo nei testi), Dio (l'ottimo e potente Strange Highways) e Rush (Counterparts), mentre l'iconico Rob Halford, abbandonati i Judas Priest, debuttò col suo progetto Fight: a sorpresa, il loro esordio War of Words era orientato ad un heavy metal moderno e vagamente groovy, che pertanto aveva poco a spartire con la blasonata tradizione metallica del Metal God. Di lui ebbe modo di parlare Phil Anselmo: ''E' un uomo ancora molto affamato di successo, anche se in possesso di uno stile vocale molto aggressivo. Siamo stati in tour assieme a lui e sicuramente gli abbiamo fatto scattare una molla interna! Vedendoci ogni sera in concerto ha voluto riappropiarsi di qualcosa che col tempo aveva perduto, come mettere l'anima in ogni show e fare dischi che ti piacciono veramente. Adesso ha quella band, i Fight, che sono musicalmente molto vicini ai Pantera: lo ha fatto perché i Judas Priest avevano perso quella carica'. Halford non fu l'unico addio clamoroso dell'anno: come abbiamo visto, anche Kiske lasciò gli Helloween, mentre gli storici thrasher Testament rimasero orfani della vena del chitarrista Alex Skolnick. Lo strappo più clamoroso, tuttavia, fu quello tra gli Iron Maiden e Bruce Dickinson: il grande cantante, stufo degli stereotipi, dei tour sempre più pressanti e di uno stile di vita che non gli si addiceva più, preferì dedicarsi ad una carriera solista e passare più tempo con la propria famiglia. Il tam tam mediatico che si scatenò fu clamoroso: lo stesso Kiske fu avvicinato alla Vergine di Ferro ma poi scartato a favore del viscerale Blaze Bayley, dei Wolfsbane, preferito per la sua inglesità. Tra tanti addii dolorosi, però, ci fu anche un ritorno celebre: quello di Udo Dirkschneider negli Accept, per un tour Europa/America e addirittura un nuovo disco, Objection Overrouled, a sette anni da Russian Roulette. Secondo Udo, l'avvenuta rinascita era figlia della maturazione dei vari membri della band, che a suo tempo si erano separati da lui inseguendo velleità commerciali: ‘Credo ci sia un tempo per ogni cosa. Quando mi sono separato dagli Accept la band attraversava un periodo di grande stanchezza ed era inaffidabile sul piano creativo. Dividerci era proprio la cosa migliore che potessimo fare; non mi pento di averlo fatto, anche perché dopo tanti anni abbiamo capito meglio certi nostri errori, ci siamo resi conto di chi siamo e di che musica dobbiamo fare'.



Arrraya
Martedì 17 Dicembre 2013, 13.48.52
39
La fine della discografia è stata solo colpa di questa ingordigia che neanche ora viene meno, ma con l'aggravante che hanno avuto la faccia come il culo di dare la colpa al download gratuito, che poi gratuito un cazzo visto che per entrare in internet si paga (almeno in Italia) una bolletta per certi versi salata. in tutto questo caos (anche di cose buone come la possibilità di poter conoscere molte piu proposte di un tempo) molte band odierne hanno rinunciato a cercare veramente qualcosa di nuovo, cadendo nella trappola che questa competitività, che è andata ad esasperarsi, ha generato. Ovvio che non sarà mai come prima, e sotto certi aspetti è anche giusto, ma credo sia un dovere salvaguardare la cosa principale: la musica come arte ed espressione, e mandare a cagare i soldi, e sta gente di merda seduta nelle scrivanie a disegnare strategie sulla pelle del gregge da mungere. Ecco cosa mi manca di quel periodo, la voglia e la necessità di combattere un sistema di sciacalli, invece ora vedo per la maggiore un adeguarsi, un accodarsi per paura di non perdere il treno di chissà quale notorietà virtuale, che in fin dei conti tarpa le ali alla creatività che deve essere anarchica e fuori da vincoli.
Arrraya
Martedì 17 Dicembre 2013, 13.48.23
38
Sottratta la gallina dalle uova d'oro delle vendite dei dischi, si son buttati su quella rete che è stata causa iniziale dei loro mali in termini di vendite, tuffandosi su altri aspetti che poi hanno finito per inquinare tutto, e questo solo per mantenere a galla la loro categoria che ben si è guardata di abbassare i prezzi dei Cd. Insomma, dopo il grande spavento (il loro) stanno dando colpi alle incudini e ai martelli in loro possesso: Reality, Social, Applicazioni, Live a prezzi da galera, riproposizione del vinile ma riversato in digitale, l' assoluta plastificazione di tutti gli aspetti della musica per fini commerciali e non piu artistici.
Arrraya
Martedì 17 Dicembre 2013, 13.47.56
37
Radamanthis@ giusta osservazione per questo paradosso della rete, la cosa positiva è che ci possiamo fare un idea prima di un acquisto e prima no, e qui entrano in scena i consigli delle recensioni di un tempo di un redattore fidato. Quindi le cose buone ora ci sono e per certi versi non si deve ritornare indietro, ma il discorso sulla genuinità (che in altri post ho chiamato spirito, non venendo capito) è veramente venuto meno. Probabilmente , per come stanno girando le cose, tutto questo caos e tutta questa inflazione e svalutazione della musica e dei suoi contenuti, è dovuta solo e sempre dai soliti avvoltoi dei consigli di amministrazione, quelli che decidono le strategie di marketing e di guerre commerciali.
AL
Martedì 17 Dicembre 2013, 11.46.46
36
@vitadathrasher: quoto la tua considerazioneai commenti 29 e 32. altri tempi altri modi di assimilare la musica. io me ne accorgo perchè i vecchi album li conosco a memoria ma di brutto.. quelli più moderni no. effettivamente la possibilità di sentire tutto e subito ti porta ad essere più superficiale nell'ascolto... ad avere tutto a disposizione e nella frenesia non fai un ascolto "consapevole" ma spinto dalla curiosità e dalla voglia di essere super aggiornato e non perderti nulla..
Radamanthis
Martedì 17 Dicembre 2013, 11.38.02
35
Ahah che bei tempi quelli del metal shock e poi del metalhammer...io e un amico fan assoluto dei Metallica passavamo pomeriggi a leggere e rileggere ogni virgola dei giornali, scovare nuovi dischi, correre su alla casa del disco a Varese e spendere così i primi soldini....sperando che i giudizi e i voti fossero veritieri (anche se un pò di cagate le comprammo purtroppo...a volte venivano spacciati per capolavori certe cagate mostruose e io che ci perdevo le mie 40.000 lire che magari ero riuscito a metter via con tanta fatica...azz che nervi!!!) Ma poi si rivendeva e via al nuovo mese sperando di rifarci! ps: Odino benedica youtube...non mi hanno più fregato!!!!
Argo
Martedì 17 Dicembre 2013, 11.13.26
34
Mi trovo con Arrraya, ricordo con piacere quel periodo quando usciva MetalShock che prendevo sempre... bei tempi, però era palpabile il cambiamento che stava avvenendo, certo molti gruppi nuovi che tutt'ora esistono ancora sono nati in quel periodo, ma secondo me non raggiungeranno mai "l'immortalità" dei gruppi nati negli anni 80. Tutto quello che esce oggi è un surrogato di 25 anni fa... fra pochi anni Kiss, Maiden e compagnia bella dei miei amati dinosauri appenderà le chitarre al chiodo, e non riesco nemmeno ad immaginare un panorama metal senza quei nomi.
Sambalzalzal
Martedì 17 Dicembre 2013, 9.47.45
33
Vitadathrasher@ fai delle considerazioni interessanti e probabilmente il fatto che oggi come oggi i big riscuotano sempre e cmq più seguito ed apprezzamento di altre formazioni più nuove e potenzialmente anche più capaci è da ricercarsi proprio in ciò che dici...
Vitadathrasher
Martedì 17 Dicembre 2013, 8.43.24
32
In questo contesto internettiano è facile aggregare e disgregare, costruire e distruggere nel giro di poco tempo. Il vero problema è far durare le cose. Le band diventate mitiche paradossalmente sono quasi un' oasi di salvezza in questo marasma indigesto che muta continuamente. Quando ero ragazzo la scoperta di nuovi gruppi era un piacere e faceva parte del gioco. Oggi, (anche se ho qualche anno in più) è tutto e troppo alla portata che non c'è più il gusto di meravigliarci di una band. Quei soliti vecchi gruppi, hanno avuto il tempo di consolidarsi nelle nostre menti e di non essere fagocitati nell'era del digitale.
Sambalzalzal
Lunedì 16 Dicembre 2013, 22.46.52
31
Arrraya@ post da incorniciare, veramente. Sono della tua stessa identica idea. Come dicevo anche sul forum, riguardo alla polemica sulle bands italiane, finito il periodo "serio" di metal shock ne inizia un altro, quello che poi caratterizzò l'inizio della fine a livello di ispirazione diabolica e di concetto che andrà a danneggiare a vari livelli quello che era il modo di vedere e vivere il metal che di fatto era "manovrato" dalle riviste di settore.Devo andarmi a ricercare il libro che citi!
Arrraya
Lunedì 16 Dicembre 2013, 18.20.26
30
Già. In effetti gli album per niente esaltanti di queste band "madri" avevano fatto capire che ormai qualcosa era concluso. La scena si stava rinnovando (peggiorando?) e questi album abbastanza scadenti erano il segnale. Non dimenticherei un altro fatto importante, almeno per me: i giornali di settore. H/M mori proprio nel 1993 dopo un anno e mezzo di agonia editoriale,Metal shock rimase l' unico punto di riferimento e proprio nel biennio 93/95 raggiunse il massimo di popolarità, ma poi, fallito miseramente pure lui, gli unici magazine nelle edicole costavano un occhio della testa, e mentre H7M e Metal Shock erano quindicinali, il resto delle testate (Metal Hammer su tutti) usciva a 7000lire o giu di li, quindi niente piu riviste per il sottoscritto, niente piu informazioni, le band famose uscivano con cagate, il new metal piu becero prendeva piede (non tutto era male ma la maggior parte si), senza contare che nelle compagnie ritornava in auge certa droga lisergica disgregante. Insomma, un bel periodo di cambiamenti ed incertezze che ci ha portato direttamente in questi anni di crisi economica e sociale soprattutto. un bel libro sugli anni '90 è senz'altro "gli sprecati" di Stefano Pistolini, un interessante excursus sui giovani di metà anni 90, che a leggerlo adesso fa tanta tenerenza, l'ultima generazione prima del caos internettiano, del mondo pre 11 settembre. Nonostante tutto il metal c'è sempre e sempre ci sarà, i tempi cambiano e cambiamo pure noi, ma di certo rimane il fatto che non c'è piu stata una scena musicale che abbia caratterizzato gli ultimi anni, ma tante isole sparse e, parere del tutto personale e opinabile, una mancanza di genuinità che si taglia con un coltello.
Vitadathrasher
Lunedì 16 Dicembre 2013, 17.27.20
29
Il decadimento l'ho avvertito dopo il 95..... xfactor e load sono stati gli emblemi negativi della fine di un ciclo......e a distanza di anni non ho cambiato idea.
AL
Lunedì 16 Dicembre 2013, 15.53.44
28
mi ricordo bene quell’anno: il mio primo concerto metal a milano a vedere gli Iron... e poi l’addio di bruce . overkill, helloween e annihilator il tridente spazzatura!! un album più brutto dell’altro diosanto!! Per fortuna mi sono rifatto con gli Angra, Grave Digger e i Gamma ray. Ai tempi ascoltavo un bel po’ di power!
Arrraya
Lunedì 16 Dicembre 2013, 14.34.08
27
Esatto Samba@ mi immagino gia post infuocati. Aggiungerei il medioevo compreso tra il 1999 e il 2007, prima del grande cataclisma internettiano di massa che arriva ai nostri giorni. Badate bene, non sto dicendo che non ci son stati ottimi album, quelli si trovano andando a sbrogliare la matassa, ma la differenza l' ha fatta altro, troppe cose cambiate, compreso noi stessi chiaramente. Ma le mie cartucce le sparerò al momento. Ad essercene adesso di annate come il 93/94/95, quando ancora i fermenti musicali, le scene, esistevano in maniera ancora marcata.
Sambalzalzal
Lunedì 16 Dicembre 2013, 13.54.54
26
Argo@ eh ma allora dovresti dire la fine di tutto per quello che riguarda i tuoi gusti musicali, non è estendibile a tutto il panorama dell'hard n heavy in generale. Dicendo "i 90 sono stati la fine del metal" significa sputare addosso ad albums mastodontici e significativi tipo Painkiller dei Judas Priest, Immaginations From The Other Side dei Blind Guardian. tra i migliori albums dei Running WIld furono pubblicati proprio in questa decade. Icon e Draconian Times dei Paradise Lost. Potrei citare tante altre uscite che di sicuro non possono definirsi come un involuzione o un peggioramento del genere sfornate dall'anno 90 fino al 99. Riguardo l'hard rock non so quali siano i tuoi gusti ma per esempio i Firehouse si formano proprio alla fine degli 80' e non penso possano definirsi come una brutta band. Alice Cooper con Hey Stoopid, Bon Jovi con Keep The Faith. I Wild August e chi più ne ha metta quando si parla di Aor e glam. Ripeto, sul discorso che l'attitudine di una grande fetta di pubblico cambiò nel modo di vivere il metal è indubbio ma io ricordo un sacco di bella musica, tra i concerti migliori della mia vita. A livello musicale vedo i 90' come un periodo di sperimentazione che per tante bands darà bei frutti, poi esattamente sul finire di quegli anni, come dice Arraya@ è arrivata la vera botta. Sono curioso ed impaziente nel leggere prossimamente qui su Metallized i resoconti post 99, per esempio... la saranno dolori!
deedeesonic
Lunedì 16 Dicembre 2013, 13.14.34
25
Non dico che negli anni '90 non sia uscito niente di buono, ma sicuramente furono anni di cambiamento e instabilità per quanto riguarda quel modo di intendere il metal durante gli '80.Vissi quegli anni in modo "negativo" per poi rivedere la "luce" con l'avvento massiccio dei gruppi dal "Grande Nord" verso il 2000.
Argo
Lunedì 16 Dicembre 2013, 12.19.03
24
Io la crepa la metto proprio intorno al 1993, e non sono di sicuro tra quelli che si sono scandalizzati per Metallica, o Native Tongue o Motley Crue, anzi. Sarà perchè io amo molto di più l'hard rock che il metal (che è la stessa cosa, ma tutti sappiamo qual è la differenza), quindi tutto quello che ho amato negli anni 80 è sparito.
Arrraya
Lunedì 16 Dicembre 2013, 10.04.10
23
il metal non morirà mai, almeno come passione. se proprio dobbiamo dare la data del "great divide",il 476 d.c. della deposizione di Romolo Augusto, direi il 1999.
LAMBRUSCORE
Domenica 15 Dicembre 2013, 21.14.55
22
Cos'è che era morto nel 1993??? Allora era morta anche la figa???
er colica
Domenica 15 Dicembre 2013, 20.53.31
21
ma poi perché nel 93 il metal era morto? perché i metallica hanno fatto metallica? perché i sepultura hanno smesso di martellare? perché è arrivato Cobain il carro armato che ha fatto il genocidio? o perché era venuto fuori il GROOOOOVE oddio il GROOOOVVVE che brutta parola il groooooove non è metal no no. exhorder , pantera machine head , il Death più rock degli entombed no no tutta roba senza senso. naaaaaa tutte stronzate.
Sambalzalzal
Domenica 15 Dicembre 2013, 18.38.52
20
No dai Argo@ per favore, non ricominciamo con la storia che con la fine degli 80' finisce pure il metal perché è totalmente distorto come ragionamento. I 90' furono bellissimi anni che hanno offerto un sacco di bella musica, per il crollo aspettiamo i 2000 perché è la che si è creata la vera crepa! Poi se la fine è intesa come fine di un certo modo di vivere il metal è un altro discorso e sono d'accordo pure io però tantissimi albums di quella decade a mio parere sono veramente intoccabili.
Argo
Domenica 15 Dicembre 2013, 18.09.33
19
Vero si, non si esce vivi dagli anni 80...
fabione
Domenica 15 Dicembre 2013, 10.44.24
18
@argo: certo, nel 93 ci fu la morte del rock, del metal, di tutto..infatti i gruppi che andavano per la maggiore in campo metal come Sepultura, Pantera, Angra, Savatage, Dream Theater,ecc erano mezze calzette vero?? ma dai....
Argo
Domenica 15 Dicembre 2013, 9.40.51
17
Nel 1993 eravamo già alla fine di tutto.
Radamanthis
Venerdì 13 Dicembre 2013, 20.15.31
16
L'articolo su Kiske mi sono già prenotato nottetempo io per farlo eh!!!! Vi faccio un articolone con aneddoti e di tutto di più. Credo che so più cose io di Kiske che lui stesso!
Elluis
Venerdì 13 Dicembre 2013, 20.12.27
15
Invece mi pare di capire che questo problema non c'è tra Kai Hansen e gli Helloween odierni, i cui rapporti mi sembra di capire che siano buoni. All'epoca di Chameleon (disco che non posseggo) li avevo già abbandonati: gli Helloween li ho adorati fino al periodo dei due "Keeper.....", due album stupendi uno più dell'altro, un po più "morbidi" delle sonorità più speed di "Walls of Jericho", ma due dischi comunque memorabili. Pink Bubbles.... invece mi lasciò l'amaro in bocca, lo trovai moscio, noiosetto nonostante qualcosa di buono c'era: quando ascoltai Chameleon, decisi di non comprare l'album, e soprattutto capii che gli Helloween erano arrivati al capolinea, e ora ne comprendo anche i motivi.
Sambalzalzal
Venerdì 13 Dicembre 2013, 20.01.05
14
Io talento indiscusso di tutte le parti in causa a parte penso che il problema fondamentale degli Helloween fu il successo arrivato così in maniera massiccia, tanto per quella che era l'età media dei componenti e forse troppo per una personalità tipo quella di Kiske che prese a soffrire di vere e proprie smanie di onnipotenza musicale. Poi vabè il dramma vissuto da Ingo penso sia una delle cose più strazianti mai capitate in ambito metal. A parte droga e alcohol soffriva di schizofrenia ed ovviamente l'abuso delle citate sostanze assieme ai farmaci non gli rese l'esistenza più facile. Difficile a seguito di questi fatti prendere le parti di qualcuno. Weikath da buon uomo d'affari fece gli interessi della band ed è probabile che se non l'avesse fatto sarebbero esplosi di li a poco, Hansen scrisse qualche tempo dopo Break It Up e Kiske Always. Ho sempre paragonato il destino di Ingo a quello di un altro celebre batterista, Steven Adler dei Guns n Roses, messo alla porta in circostanze analoghe. Purtroppo, così sono andati i fatti, quando si raggiunge l'apice poi non è da tutti sapersi bilanciare.
Er Trucido
Venerdì 13 Dicembre 2013, 19.38.50
13
@Elluis: diciamo che lo stesso Weikath non è mai andato troppo sul leggero con Kiske. Anche lui disse che avrebbe dovuto prendere a calci Kiske per evitare di fare Chameleon (o una roba del genere). Purtroppo il povero Ingo aveva grossi problemi di droga ed alcool cosa che pregiudicò la sua permanenza negli Helloween e probabilmente fu Weikath il più risoluto in tal senso. Da lì purtroppo per lui la situazione peggiorò e si arrivò alla tragedia. Per questo non credo che ci sarà mai una riconciliazione tra le due parti, la ferita rimarrà aperta, un po' come la situazione tra Phil Anselmo e vinnie Paul.
Elluis
Venerdì 13 Dicembre 2013, 19.30.59
12
Io sapevo che Schwichtenberg in preda a una depressione totale, si buttò sotto la metropolitana ad Amburgo, città dove viveva; ignoravo che i rapporti interni di allora fossero così tesi in casa Helloween, e non sapevo che Kiske disse quelle cose pesantissime su Weikath. In verità penso che queste cose bisognerebbe viverle di persona per poterle giudicare, i fatti riportati per quanto possano essere fedeli alla verità, non sono mai obbiettivi.
the Thrasher
Venerdì 13 Dicembre 2013, 19.15.55
11
@xXx: grazie dei complimenti! Per il momento personalmente no, ma in futuro potrebbe essere un'idea interessante!
xXx
Venerdì 13 Dicembre 2013, 18.59.24
10
bell'articolo, complimenti! chameleon ultima uscita discografica con schwichtenberg, solo per questo sarebbe un anno da ricordare! mi piacerebbe un articolo su di lui oltre che uno su kiske. thrasher@ è in cantiere qlc del genere?
HeavyLollo
Venerdì 13 Dicembre 2013, 18.13.31
9
Il mio anno :')
Elluis
Venerdì 13 Dicembre 2013, 15.54.50
8
L'anno in cui ho perso un sacco di concerti a causa di quel cazzo di servizio militare: ciò fortunatamente non mi impedì di vedere gli Iron Maiden al Palatrussardi. Appena congedato vidi anche i Dream Theater, che all'epoca non masturbavano ancora gli strumenti, ma suonavano di brutto e fecero un concerto memorabile al Palasesto (simile a quello del Gods Of Metal del 2007), e soprattutto riuscii a vedere i Sepultura col tour di Chaos A.D. che sempre al Palasesto fecero uno show semplicemente devastante !
Arrraya
Venerdì 13 Dicembre 2013, 14.25.39
7
l'anno del "Delle Alpi" con una busta della spazzatura come riparo dalla pioggia (ero partito senza cambi, una maglietta e i pantaloni e basta) Rain dei Cult sotto la pioggia, le 2 ore e 45 dei Metallica e i Megadeth e Suicidal Tendencies in pieno splendore. L'addio di Dickinson al palazzetto di Genova e poi tutte le uscite qui elencate (tranne gli Angra che non ho mai sopportato). per me insieme al 1994, gli anni piu belli della mia vita.
blackie
Venerdì 13 Dicembre 2013, 13.02.00
6
un anno vissuto (musicalmente)con molta paura che tutto cambiasse con l abbandono di bruce disckinson non potevo pensare a i maiden senza di lui.blazeinfatti secondo me non e maistato all altezza.il piu bel disco per me del 93 fu bastards degli eterni motorheadinsieme a live at the marquee dei drem theater stupendo.
Sambalzalzal
Venerdì 13 Dicembre 2013, 12.59.34
5
Bellissimo articolo come sempre per un'altra bellissima annata piena di uscite ottime! Il sempre sottovalutatissimo Bastards dei Motorhead, l'album d'esordio dei tedeschi Capricorn (ex grinder), il bellissimo e particolare Live Among The Ruins dei Virgin Steele, il grandioso The Secret Doctrine dei Morgana LeFay. Cavolo che ricordi! Anche la bellissima soddisfazione con l'entrata di Bush negli Anthrax e di quell'album che ne seguì e che ancora rimane tra i miei preferiti di sempre. Come cita Radamanthis@ poi quella cosa epica che è il Live Shit dei Metallica e si il fatto che l'influenza del Black Album inizia a farsi sentire ovunque nel bene e nel male. Bello, bellissimo anno!
FABRYZ
Venerdì 13 Dicembre 2013, 12.45.08
4
Complimenti come sempre x l'articolo che aldila' dei dischi usciti riporta anche interessanti dichiarazioni dell'epoca dei musicisti coinvolti...se mi permetti un appunto, avrei speso qualche riga in piu' x il primo cd degli extrema, importantissimo x la scena italiana oltre che x il valore artistico anche x il livello di vendite raggiunte che x i tempi e' stata una vera rivelazione x la scena italiana che in parte cominciava ad uscire dall'anonimato underground in cui era stata relegata fino a quel momento
the Thrasher
Venerdì 13 Dicembre 2013, 11.42.16
3
Grazie, ragazzi, come di consueto, per i vostri complimenti! Eh si, il 1993 è un altro anno riccodi grandi uscite,e considerate che all'articolo manca ancora la seconda parte!
Radamanthis
Venerdì 13 Dicembre 2013, 11.08.16
2
Beh in primis i complimenti a Rino per l'articolone, veramente ben strutturato! Anno per me stupendo per il metal, dischi di quelità immensa come il debut degli Angra (bel ragalo di compleanno di mio cugino...grazie ancora! ), come Edge of thorns dei Savatage (ad oggi uno dei miei preferiti con Stevens alla voce), il miglior live che io abbia ad oggi mai sentito (Live Shit dei Metallica, anche la VHS era immensa!), Sound of white noise degli Anthrax il primo disco della band thrash americana che l'allora compagno di banco Mauro Paietta My Refuge mi fece ascoltare....azz, son passati 20 anni...) e il bellissimo Insanity & Genious dei Rayz. Purtroppo anche dischi che all'inizio non mi fecero impazzire (Life among the ruins dei VS) o dischi che conobbi poi più in là (Chaos AD dei Seps). Ma su tutto e tutti direi Chameleon, ciò che penso di quel disco FAVOLOSO l'ho già detto sotto la rece del disco e non mi ripeto qui ma quel disco è GENIO allo stato puro, va visto così, non come il 5° disco degli Helloween ma come un disco che va parallelo alla discografia della band, un'esperimento, un capolavoro! Un Kiske immenso e un triste ricordo per Ingo. Qui citerei la dichiarazione rilasciata da Hansen qualche anno fa (forse 3/4 anni fa se non sbaglio) che avvalla la tesi di Kiske a dispetto di Weikath: "se avessi preso a calci Weiki a suo tempo forse Ingo ora sarebbe ancora vivo...." RIP Ingo, la tua musica rimarrà per sempre!
uatu
Venerdì 13 Dicembre 2013, 9.32.14
1
Altro anno fondamentale: sepultura, carcass, entombed, savatage... al delle alpi di torino, sotto un diluvio universale, metallica megadeth suicidal tendencies... aarghh sono già passati vent'anni.... tempus fugit
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