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CORREVA L’ANNO - # 28 - 1994 prima parte
11/01/2014 (3555 letture)
Estremo, progressivo e tradizionale: non solo gli anni Novanta non hanno affatto sancito un declino per la musica dura, ma ne hanno addirittura centuplicato le sfaccettature, offrendo nuove potenzialità e orizzonti illimitati per ognuna di esse, con generi come il power, il death, il black, il prog e l'heavy tradizionale a vivere ancora giorni di gloria. Soltanto il thrash attraversava un periodo di transizione, ma del resto era comprensibile vista la grande qualità espressa con frequenza fino a quel momento. Il terzo atto della storia targata Dream Theater rappresentò la completa maturazione di una band che aveva mostrato doti non comuni fin dagli esordi, ravvivando e rivoluzionando in modo inesorabile e geniale la scena prog metal. L'inarrivabile Images and Words aveva rappresentato un autentico momento storico per il settore, impreziosendo con i suoi sublimi arazzi di tecnica e melodia un periodo storico che altrimenti avrebbe potuto mortificarsi sotto il minimalismo del grunge. Passati da band culto dai margini di crescita interessanti ad icona trainante del movimento, gli americani erano chiamati alla conferma assoluta. Tra il primo ed il secondo album erano passati diversi anni di anonimato, caratterizzati anche dalla ricerca di un cantante adeguato, ma ora non c'era più tempo da perdere e le forche caudine della critica erano pronte a farsi sentire. Nessun problema, per il quintetto di Boston, che centrò appieno l'obbiettivo con l'altrettanto impressionante Awake: il disco possedeva un suono potente e raffinato, pulito, esaltato da una produzione asciutta e moderna, come era stato per il suo illustre predecessore; si presentava molto più cupo e aggressivo di Images and Words, come se inconsciamente riflettesse l'inasprirsi dei rapporti personali tra il tastierista Kevin Moore, al canto del cigno, ed il resto della band. Il chitarrismo di John Petrucci toccava qui vertici elevatissimi, articolandosi in trame complesse, riff moderni e complicati, assoli fluidi e prolungati in virtuosi esercizi di funambolismo tecnico e melodico. Anche James LaBrie, che col suo ingresso in line-up ed il suo esordio folgorante aveva risollevato le sorti della band, era autore di una prestazione mostruosa, la quale spaziava in vocalizzi di notevole caratura e dalle disparate sfaccettature. A sostenere il tutto vi era Mike Portnoy, batterista sontuoso che diede dimostrazione pratica delle sue pirotecniche abilità in tutto l'arco del disco, fin dalla cybernetica opener 6:00. John Petrucci al tempo spiegava: ‘Abbiamo cambiato modo di comporre, produttori e strumentazione: entrando in studio sapevamo già che il disco non sarebbe stato simile al precedente. Quindi chi si aspetta il gemello di Images and Words potrebbe restare deluso. L'equilibrio tra gli strumenti è cambiato, non c'è più lo stesso interplay tra chitarre e tastiere per volontà di Kevin e la sezione ritmica è molto più presente'. Dunque l'album era anche più roccioso ed in un certo senso aggressivo, pur mantenendo centrali le peculiarità melodiche tipiche della formazione americana; erano il trasformismo e la progressione la dote migliore di questa band, capace di cucire insieme un numero cospicuo di intersezioni e cambi di tempo, ritmo, melodia ed atmosfera in brani lunghissimi -sei minuti in media la durata delle tracce- eppure accattivanti: i Dream Theater non fecero che confermare il loro status di icone del prog metal, rendendo piacevoli, emozionanti e coinvolgenti composizioni di elevato spessore tecnico, senza mai apparire freddi o accademici. Musicisti stellari, autentici maestri nei rispettivi strumenti, essi si erano messi al servizio della buona musica per coniugare la lezione del prog con la potenza del metal meglio di chiunque avesse tentato lo stesso approccio. Petrucci, tuttavia, ha sempre voluto precisare che i Dream Theater non erano dei ragazzi seriosi e accigliati, dediti alla propria musica con la freddezza matematica che spesso la stampa attribuiva loro: ‘Vorrei che l'accento ogni tanto si spostasse sull'aspetto umano della band. Noi abbiamo delle personalità molto diverse tra loro e anche se siamo molto uniti queste differenze a volte si fanno sentire. Non ci sono conflitti, ma di certo componiamo un insieme assai variegato. A prescindere dalla musica siamo tutti dei comici, o almeno crediamo di esserlo: sai, la qualità delle battute non è sempre eccelsa! Mike ha forse la personalità più positiva ed è molto bravo come organizzatore, è il motore e la colla del gruppo. John invece è più distaccato, assai introverso e alla ricerca di un equilibrio accettabile nella propria vita. Per farlo tende a chiudersi molto in sé stesso. James ancora non lo conosco bene, mentre la miglior definizione di me stesso è data dal fatto che cerco di integrare tutto il resto della vita all'esterno del gruppo con quello che faccio all'interno di esso. In questo modo riesco a trasmettere una parte più vera di me nelle composizioni, cerco di avere una visione più ampia delle cose'. Tra i pezzi migliori del disco spiccava la potente Caught in a Web, che nella musica compatta e nelle vocals drammatiche rifletteva tutta l'oscurità insita nel disco, salvo aprirsi in un meraviglioso sprazzo melodico in corrispondenza del refrain, teatro degli avvincenti acuti di LaBrie; è in questo brano che emerge quella costante che rende immensi i Dream Theater e che caratterizza tutto lo svolgimento di Awake, ovvero la presenza di lunghi e strutturati comparti strumentali, nei quali vengono sciorinati incastri melodici dalla qualità eccelsa con la semplicità e l'orecchiabilità che solo i grandissimi possiedono. Innocence Faded era un elegante e positivo raggio di luce in un disco decisamente tenebroso e premiava l'ottimo lavoro melodico di Petrucci, mentre Silent Man si presentava come una struggente ballata interamente acustica, davvero commovente; pezzo da novanta della tracklist era Erotomania, una strumentale di quasi sette minuti che si apriva circospetta e poi andava a fare la felicità dei più affezionati seguaci del progressive, con strutture in costante movimento, squisiti inserti di tastiera e suadenti melodie di chitarra: un'orchestra sublime, perfettamente organizzata e capace di scorrere ammaliante, annettendo sfumature ed emozioni molto varie. Le influenze di band come i Rush erano evidenti, e la struggente sezione centrale di questo brano non faceva che toccare dritto al cuore l'ascoltatore, trasportandolo in un fantastico viaggio introspettivo sotto una cascata di morbide note. La porzione conclusiva era quella più dura, appoggiata su riff poderosi e su un assolo molto spesso, oltre che su un lavoro ritmico sempre più corposo. Una suite dunque ricchissima e degna di rappresentare un vero e proprio biglietto da visita per le sconfinate capacità artistiche della band americana. Anni dopo, il giornalista Jeff Wagner scriverà a proposito di questo full length: ‘Quello che lo distingueva dal predecessore era la maggior frequenza di momenti di shredding denso e distorto e il fatto che sembrava provenire da un luogo più oscuro e introspettivo. I giovani musicisti emergenti si appropriarono dell'abilità di bilanciare l'accessibilità con la grandiosità, mentre al tempo stesso sfoggiavano una tecnica sbalorditiva. Persino l'artwork -un collage stilizzato di figure oniriche- fornì un'immagine e un'atmosfera che centinaia di band avrebbero adottato per le loro produzioni future'.

Emozionanti, a dir poco, erano Voices e Lifting Shadows Off a Dream: la prima si dipanava in nove minuti camaleontici, nei quali la band cambiava continuamente pelle trainata dal registro vocale di LaBrie, in costante progressione; quando questo si apriva in un arioso refrain, la canzone -inizialmente sommessa e malinconica- lievitava sull'onda del massiccio drumming di Portnoy, prima di farsi quieta dopo i cinque minuti e sgorgare in un assolo torrenziale. Lifting Shadows Off a Dream era invece una toccante ballad che cresceva alla distanza, toccando momenti di assoluta poesia lirica e musicale. Due pezzi del disco, su tutti, spiccavano per potenza e cupezza: il primo era The Mirror, canzone aggrappata ad un riffing pesantissimo e ad un drumming poderoso, oscillatorio; una cadenza ossessiva e da headbanging accompagnava il cantato aspro e drammatico di LaBrie, mentre inquietanti stilettate eseguite alla tastiera facevano crescere il pathos ed il senso di ansia che rimaneva costante. La doppietta-killer veniva alimentata dalla tellurica Lie, un altro riff corposissimo che si scagliava duro sulla faccia dell'ascoltatore con un suono pieno e compatto. Anche in questo caso era eccezionale la performance di LaBrie, che passava da vocals rabbiose ed aggressive a momenti più distesi o acuti elevati, dimostrandosi il miglior cantante che una band dal profilo tanto articolato potesse sognare. Il lavoro alle sei corde di Petrucci era dinamico e massiccio, martellante nel riffing e poi alle prese con sezioni soliste di differente caratura: torbida e minacciosa la prima, avvolgente e morbidissima la seconda, una calda e squillante cascata di note che scorreva fluida e cristallina per la delizia degli ascoltatori più esigenti. Gli undici minuti di Scarred riassumevano tutti i concetti precedentemente espressi, candidandosi a magistrale emblema del progressive metal stesso: atmosfere introspettive, melodie toccanti ed imprevedibili colpi di scena, capaci di cambiare drasticamente le carte in tavola più e più volte durante lo scorrere del brano. Ogni canzone dei Dream Theater sembrava essere una mini opera d'arte a sé stante, variegata e articolata all'inverosimile: non a caso l'album non fu capito immediatamente da tutti e meritava parecchi, ripetuti ascolti per essere assimilato e apprezzato. Inutile dire che è passato alla storia come una pietra miliare del panorama prog metal e non solo. Spiegava al tempo Mike Portnoy: ‘Per noi è sempre difficile scegliere un singolo. Chi ascolta ‘Lie' crede che tutto l'album suoni come i Pantera, poi c'è ‘Silent Man' e pensi che sia un album acustico'. A chi gli chiedeva le differenze col lavoro precedente, il batterista rispondeva così: ‘La differenza è il tempo che abbiamo impiegato per registrare. Per Images abbiamo avuto quasi due anni di tempo, suonavamo due ore al giorno e poi interrompevamo, non c'era oppressione, nessuno si interessava a noi. Abbiamo impiegato due mesi solo per registrare Metropolis! Stavolta abbiamo composto tutto il materiale in soli tre mesi, abbiamo suonato per sei ore tutti i giorni ed abbiamo maturato tutte le idee germogliate durante il lungo tour di due anni fa'. La band supportò l'album con un lunghissimo tour e sostituendo Kevin Moore con Derek Sherinian. Anche l'altro grandissimo pilastro del progressive metal, rappresentato dai Queensryche, era pronto a tornare in pista dopo il clamoroso successo mondiale di Empire, il disco che era seguito all'epocale masterpiece Operation: Mindcrime. Il nuovo lavoro si chiamava Promised Land ed era più cupo ed introspettivo, meno aggressivo nel riffing, ma comunque valido ed emozionante. Non ripeté il successo mastodontico del predecessore, ma era effettivamente difficile fare altrettanto e restare su validi livelli qualitativi fu già un buon risultato, che confermò lo stato di forma invidiabile dell'act di Seattle. All'epoca, il singer Geoff Tate dichiarava: ‘Certo, questo non è un disco da mettere ad una festa, ma va ascoltato con attenzione, mentre sei in casa da solo o mentre guidi la macchina, per farsi trasportare nella sua atmosfera malinconica. Sconsiglio l'ascolto se ci si sente giù di morale! A me piacciono i dischi melanconici, l'aria che si respira ascoltandoli; ogni autunno metto sempre su ‘Wish You Where Here' dei Pink Floyd per un paio di giorni e mi lascio sprofondare nella malinconia, mi piace la sensazione dell'autunno quando tutto muore e la stagione cambia. Ogni stagione ha la sua giusta musica d'accompagnamento, d'estate mi piace ascoltare jazz o comunque qualcosa che mi tiri su'. Rispetto ad Empire, che possedeva strutture più lineari, Promised Land sfuggiva dalla classica impostazione composta da strofa, bridge, ritornello e assolo: ‘Credo sia stata una scelta premeditata, volevamo produrre un album che fosse lontano dalla struttura convenzionale di ‘Empire' per mantenere il nostro equilibrio mentale. Ancora prima di iniziare a comporre i nuovi brani eravamo d'accordo di tentare di distaccarci dagli arrangiamenti tradizionali; crediamo di esserci riusciti anche se solo in parte, dato che alcuni brani del nuovo album sono comunque legati ad una struttura piuttosto tradizionale'. Sempre restando in tale ambito, un'eccelsa prova tecnica arrivò dai Fates Warning di Inside Out, il disco che completava la trilogia iniziata con Perfect Simmetry e Parallels: considerati i veri maestri del prog metal dagli stessi Dream Theater, i Fates Warning si allontanarono del tutto dalle influenze maideniane degli esordi per proporre un sapiente mix di tracce dal riffing deciso e di forte impatto, altre melodiche e delicate, più un paio tendenzialmente più innovative o sperimentali.

Una rinascita, in grande stile, echeggiava nel frattempo nell'heavy tradizionale. Con The Marriage of Heaven and Hell - Part I, primo di due concept incentrati sulla lotta tra il bene e il male, i maestosi Virgin Steele tornavano a far vibrare il loro emozionante heavy metal romantico-barbarico, riprendendo i discorsi interrotti qualche anno prima a causa del fallimento dell'etichetta discografica. Certo, nel 1993 era uscito Life Among the Ruins, ma si trattava di un disco abbastanza deludente, nel quale il factotum David DeFeis aveva sperimentato sonorità hard rock e abbandonato la forza maestosa dell'Acciaio Vergine; con The Marriage of Heaven and Hell - Part I i Virgin Steele non solo rilanciavano il loro tradizionale sound epico, ma sfornavano uno dei loro masterpieces assoluti, un disco memorabile incentrato su riff di chitarra poderosi e ridondanti, vocals passionali ed emozionanti, assoli trepidanti, trame elaborate e melodie indimenticabili, capaci di penetrare nel più profondo dell'anima. Merito dell'inossidabile coppia DeFeis-Pursino, un binomio da sempre garanzia di grande musica: il primo era autore di linee vocali profonde ed evocative, il secondo si confermava chitarrista eccellente, scrivendo musica di qualità incredibile. Affermava al tempo DeFeis: ‘Adoro l'epic-style e con questo disco ho avvertito la necessità di tornare al nostro sound, quello che ci ha reso famosi agli occhi dei fans. È uno stile che sento profondamente mio anche per i miei studi di musica classica, che mi hanno permesso di ottenere una laurea in composizione musicale'. A proposito della magia esalata dalla sua band, il cantante e tastierista aggiunse: ‘Quando io ed Edward suoniamo insieme la musica diventa piena, satura, è un mood particolare, difficile da spiegare a voce. È come se Inferno e Paradiso si incontrassero, tanto per capirci'. Un'opener grandiosa ed eroica come I Will Come for You sintetizzava da sola la grandezza del disco, sfornando in successione refrain esaltanti, riff potenti e partiture centrali dai tratti sinfonici, mescolando dunque forza metallica dirompente e classe compositiva raffinata; la coda del pezzo era ancor più maestosa ed epica, con le vocals che si scatenavano in un crescendo imponente da brividi. Immensa era anche Weeping of the Spirits, col suo riff sferzante e le impattanti vampate vocali di DeFeis, indomite ed irresistibili, mentre Blood and Gasoline incedeva con un mood quasi sognante ed una cascata di melodia eroica. Il disco era un brillante connubio di potenza, epica e melodia: episodi tenebrosi come la cadenzata Last Supper o la tagliente The Raven Song, con i suoi fendenti nervosi, veloci e oscuri, contribuivano a creare una tracklist variegata e ugualmente valida, nella quale si passava da intimidatorie rasoiate metalliche come I Wake Up Screaming, Life Among the Ruins e Blood of the Saints -dai refrain grandiosi ed irresistibili- ad epici lenti evocativi (Forever Will I Roam). In un'intervista di fine anni Novanta, DeFeis ha voluto così erigere la musica metal a forma d'arte contemporanea: ‘Le qualità migliori di questa musica sono la longevità e la qualità dal punto di vista compositivo; non per niente molta gente ha parlato, a ragione, dell'heavy metal come della musica classica del ventunesimo secolo. Certo, non è il caso di tirare in ballo i nomi sacri dell'arte compositiva come Mozart o Beethoven, ma tutti sappiamo bene delle similitudini tra questi due generi di musica e soprattutto dei continui riferimenti del metal al mondo della classica'. La musica dei Virgin Steele era eroica e rocciosa, puramente metallica, ma la passione trasudata dalle sue note era ardente: ‘Mi piace molto l'espressione ‘romanticismo barbarico', e il motivo sarebbe anche di facile intuizione in quanto questo termine potrebbe essere sinonimo del nostro moniker: qualcosa di leggero -Virgin- accostato a qualcosa di pesante -Steel- nello stesso tempo. Un lato forte ed aggressivo ed una parte più delicata e suadente, un mix che si trova bene nel nostro sound. Devo ammettere il mio grande amore per quell'esplosione di compositori romantici quali Wagner, Verdi, Chopin; ma anche di scrittori romantici come Byron e Shelley. Emozioni romantiche e violente al tempo stesso, che coesistono in un ammaliante turbine musicale'. Effettivamente, non vi era modo migliore per sintetizzare la mirabile coesistenza di potenza e ricercatezza all'interno di un medesimo lavoro. Il full length venne ritenuto all'unanimità una delle uscite migliori di quel 1994, supportato degnamente dai tour europei al fianco di Manowar ed Uriah Heep; il gradimento dei fans europei aveva una spiegazione semplice, a detta di DeFeis: ‘In Europa avete una tradizione molto più radicata che negli Stati Uniti, siete più legati alla classicità delle cose. L'America è un paese ancora giovane, facilmente manipolabile ed inesperto, mentre l'Europa è chiamata Il Vecchio Continente proprio per la sua tradizione culturale e sociale. L'audience europea tende a premiare chi ha svolto studi legati alla musica classica, chi ha dimostrato serietà nel suo mestiere, chi si rivela preparato e con un adeguato background alle spalle. Perché la vecchia Europa dovrebbe imparare dell'America? È come se i genitori imparassero dai figli. Negli ultimi anni abbiamo suonato parecchie date in Germania, Austria e Svizzera ed il feeling che si è instaurato col pubblico europeo è davvero molto particolare; abbiamo la sensazione che i kids europei comprendano fino in fondo la nostra proposta, dalla musica ai testi, e ti assicuro che questa è la cosa più gratificante che possa capitare ad una band di non facile assimilazione come la nostra'. La Resurrezione era avvenuta, e l'Araba Fenice svettava in cielo con un'eleganza ed una maestosità ancor più magniloquenti che in passato.

Dicono che dopo aver toccato il fondo si possa soltanto risalire. La carriera dei tedeschi Helloween, nel 1994, era a un bivio: dopo il crollo pop-rock di Chameleon, dopo le furiose liti che portarono alla diaspora di Michael Kiske e Kai Hansen, dopo i problemi di droga che causarono l'allontanamento di Ingo Schwichtenberg, era difficile fare peggio. Master of the Rings era il disco che rilanciava le quotazioni delle Zucche, riportandole al power metal dopo le divagazioni dell'ultimo full length: si trattava di un prodotto più che buono, un heavy/power nel quale i tedeschi cercarono di tornare alle proprie origini senza strafare, gradualmente. Le scorribande speed metal dei primi dischi, dunque, rimasero limitate e sarebbero tornate prominenti soltanto dalla pubblicazione successiva; per il momento ci si accontentava di recuperare i cori fastosi, il riffing potente, l'aura epica che impregnava pezzi come la corposa opener Sole Survivor ed una certa qualità compositiva, evidente nelle trame chitarristiche costruite da Michael Weikath e Roland Grapow. Sulle spalle del nuovo cantante Andi Deris pesava il fardello considerevole dovuto all'eredità di uno dei migliori cantanti metal di sempre, Michael Kiske: il paragone era improponibile, ma Deris se la cavò egregiamente, calzando perfettamente nel sound arioso -ma comunque più minaccioso che in passato- della band europea con la sua voce ruvida e acuta. L'album era roccioso e contraddistinto da tanti pezzi discreti e gradevoli come Where the Rain Grows, Why? e The Game Is On; il flavour ‘happy' che aveva reso celebri i Nostri emergeva nell'atipica Perfect Gentleman ed in Take Me Home, mentre lo stupendo mid-time Secret Alibi rappresentava uno dei vertici qualitativi del disco col suo refrain estremamente positivo. Alla struggente ballata In the Middle of a Heartbeat seguiva la poderosa e conclusiva Still We Go, il pezzo più impetuoso e power metal del lotto: in essa si avvertiva la cara vecchia velocità, quasi come fosse una postilla nella quale il gruppo comunicava la strada che avrebbe intrapreso dal disco successivo, recuperando completamente le coordinate che l'avevano portata su tutti i libri di storia della musica dura. Era più che altro un bagno di umiltà, questo disco, la dimostrazione che la band di Amburgo aveva ancora qualcosa di interessante da dire e avrebbe potuto farlo soltanto dopo aver ritrovato sé stessa, cosa che avvenne proprio in Master of the Rings. Per Weikath era il momento delle rivincite, dopo tanti anni di polemiche e diffamazioni più o meno fondate, come rivelerà un paio di anni dopo: ‘Kiske è stato letteralmente cacciato via, te lo assicuro! Aveva anche preparato del materiale che sarebbe dovuto finire sul successore di Chameleon, ma a nessuno all'interno della band piacque quella roba! Andava forse bene per ottenere successo nelle charts inglesi, ma non si adattava certo alle nostre intenzioni di tornare al power metal! Non era hard rock, non era heavy metal, si trattava di un vero disastro! Michael si offese a morte per il nostro rifiuto di pubblicare quel tipo di songs. Lui attribuisce a me tutta la colpa di quanto è successo e questa è una bugia bella e buona, perché lo stesso Roland Grapow mi confidò che non intendeva assolutamente registrare un altro album con Kiske. Quindi non sono stato il solo ad avere problemi con Michael'. Il chitarrista era talmente fiero del nuovo disco e dell'operato di Deris che arrivò a negare il vociferato contatto tra Kiske e gli Iron Maiden: ‘La voce di Michael è molto classica, pulita, ma allo stesso tempo capace di esprimersi bene solo su tonalità acute. Se Steve Harris aveva bisogno di qualcuno capace di interpretare alla grande The Number of the Beast, avrebbe fatto meglio a reclutare Andi e non Kiske, che è un cantante palesemente limitato e capace di esprimersi su un solo registro, mentre Dickinson era molto più preparato tecnicamente, perché capace di dare alla sua voce connotazioni differenti'. Gli elogi per Deris erano sperticati, anche da parte del bassista Markus Grosskopf: ‘Andi aveva sulle spalle una grossa responsabilità, perché Kiske era molto amato dai nostri fan. Tuttavia non ha mai dato segni di nervosismo o di insicurezza nei confronti delle proprie capacità: l'unica sua preoccupazione era legata al fatto che per terminare Master of the Rings disponevamo solo di due settimane, ed in un lasso di tempo così breve Andi doveva registrare tutte le parti vocali. Fu un lavoro massacrante, ma gli riuscì alla grande'. Gli appassionati del più potente e melodico heavy metal di matrice tedesca potevano dunque accogliere con piacere anche questa gradita rinascita e nel frattempo seguire con interesse l'evoluzione dei finlandesi Stratovarius, capitanati dal cantante e chitarrista Timo Tolkki: il loro terzo lavoro, Dreamspace, era quello che sanciva il completo e definitivo passaggio dall'heavy/power del precedente Twilight Time ad un power arioso e malinconico, molto più personale, scandito da riff epici e poderosi, ma anche da vocals oniriche ed introspettive. Ecco dunque trascinanti e velocissimi up-time dai chorus intensi come Chasing Shadows o We Are the Future, una straripante galoppata speed metal scandita da riff metallici e da uno scrosciante tappeto ritmico da headbanging, oltre che da linee vocali emozionanti e suggestive. La titletrack poggiava su nervose accelerazioni, alternate con sapienza a sprazzi atmosferici e riff possenti; si trattava di un mid-time in continua progressione, dalle variegate sfaccettature, che ben riassumeva l'ambizione crescente di Tolkki: creare un sound vario e ben strutturato, senza rinunciare alla forza e all'energia di brani veloci ed incalzanti come Shattered. Erano questi gli episodi più rappresentativi del disco, assolutamente meravigliosi ed emblema del power positivo che la band nordica affinerà e porterà alla gloria negli anni a venire; a proposito di questo lavoro, Timo Tolkki dichiarerà anni dopo: ‘Dreamspace è un altro grande album, molta gente lo ritiene tuttora il migliore che abbiamo mai scritto. È un disco molto variegato, le composizioni sono molto differenti l'una dall'altra'. Infatti l'opera era caratterizzata anche da evocativi mid-tempo dai toni solenni quali 4th Reich, Eyes of the World, la ballad Tears of Ice, la raffinata Abyss o la sacrale Magic Carpet Ride, con le sue improvvise accelerazioni. Completavano lo spettro del disco composizioni dinamiche, molto heavy nel riffing ed intrise di stupende melodie emotive -Hold on to Your Dream- o minacciosi esercizi di heavy metal roccioso e intimidatorio come Reign of Terror, nonché le pregevoli evoluzioni sulle sei corde della breve strumentale Atlantis o il refrain quasi pop di Wings of Tomorrow. Il lavoro chitarristico di Tolkki era già abbastanza variegato ed incorporava sia potenti riff power metal che delicati e toccanti arpeggi melodici; la struttura dei pezzi mostrava dunque già quelle sfaccettature quasi progressive che renderanno grande ed elaborato il raffinato power metal dell'act scandinavo. La popolarità crescente permise ai Nostri di esibirsi ancora una volta, come già anni prima, in Giappone: Tokyo, Osaka e Nagoya furono toccate dalla calata del gruppo finlandese, che tuttavia nel 1995 avrebbe ingaggiato un grande cantante come Timo Kotipelto per permettere a Tolkki di dedicarsi solo a vocals, produzione e songwriting.

Rabbia e senso di ingiustizia erano due sentimenti feroci che covavano nei cuori dei Savatage e di ogni appassionato di heavy metal, dopo il maledetto incidente che si era portato via Criss Oliva, uno dei più sottovalutati e talentuosi chitarristi della scena. Il fratello Jon, che con Criss aveva condiviso una simbiosi artistica magistrale -capace di partorire perle come Gutter Ballet e A Rock Opera- decise di mantenere fede ad una vecchia promessa, portando avanti la carriera della band. Per raccogliere l'eredità del fratello, ingaggiò Alex Skolnick, abile chitarrista radicato nel jazz, che aveva reso immortale il thrash metal dei devastanti californiani Testament. Ne nacque, appunto, un lavoro rabbioso: Handful of Rain era il disco più aggressivo dei Savatage, esalava una potenza nuova e rappresentava un'evoluzione inattesa rispetto al sound tradizionalmente melodico dei floridiani. Si trattava di un altro gioiello, un altro capolavoro, anche se qualche fans storico non lo comprese subito e criticò l'innesto di Skolnick per l'eccessiva durezza che portò con sé. Paradossalmente, il musicista era stato criticato da membri e fans dei Testament per l'eccessivo appeal melodico dato a The Ritual, suo ultimo disco in studio con i killers di Frisco. Accontentare tutti è impossibile, ma oggettivamente Handful of Rain era un signor album, che proseguiva dignitosamente la storia dei Savatage e rendeva onore alla memoria dell'indimenticabile Criss. Nonostante una carriera ormai pluriventennale e qualche scivolone, intanto, la nave ammiraglia dei veterani Black Sabbath restava salda nonostante le intemperie ed i venti di rivoluzione che stavano scuotendo con onde riottose il mare magnum dell'heavy metal. Cross Purposes non era un capolavoro, ma tra i dischi di secondo livello sfornati dopo la sfilza di classici leggendari sembrava essere uno tra i più convincenti: un profilo granitico ed un sound classico, affidato al duo storico Iommi-Butler oltre che al vocalism caldo di Tony Martin, richiamato alla base dopo l'ennesima rottura con Dio. All'epoca il disco non fu accolto con molto entusiasmo, ma a conti fatti possedeva pezzi validi e ritmi più dinamici rispetto agli stilemi sabbathiani tradizionali: certo, il ciclopico Dehumanizer era di un altro livello, ma il diciassettesimo prodotto in studio dei pilastri inglesi sapeva come farsi rispettare senza rischiare di essere soltanto un disco di mestiere. A proposito di mari e tempeste, continuava di gran carriera l'epopea dei teutonici Running Wild, mai ascesi al rango di superstar, ma sempre una garanzia nel ruolo di comprimari di lusso. Il loro fervore piratesco vibrava ancora una volta nell'applaudito Black Hand Inn, uno dei lavori migliori di sempre affidato al riffing tagliente di Rolf Kasparek e ai suoi inni da osteria portuale. Altre vecchie leggende come Accept e Mercyful Fate, nel frattempo, mantenevano viva la loro posizione sul mercato con uscite positive ma tutto sommato non epocali quali Death Row e Time; lo stesso Ronnie James Dio, appena fuoriuscito dal Sabba Nero, rilanciò la sua carriera solista con l'ottimo Strange Highways, disco roccioso, melodico e pieno di pathos evocativo come nella miglior tradizione del folletto italo-americano e nel contempo anche Alice Cooper cercava di mantenersi sulla cresta dell'onda col suo nuovo The Last Temptation. Il 1994 fu anche l'anno del secondo lavoro solista di Bruce Dickinson, il leggendario ex cantante degli Iron Maiden: Balls to Picasso, un buon disco di heavy e hard rock, seguiva la scia del positivo debutto Tattoed Millionaire -uscito quando il Nostro era ancora il singer della Vergine di Ferro- presentando dunque una scaletta molto ricca di idee e poco omogenea dal punto di vista stilistico, passando da brani più cupi ad altri più spensierati. Nelle interviste del tempo, il cantante inglese ebbe modo di parlare parecchio della sua dipartita dalla formazione di Steve Harris: ‘È difficile mantenere buoni rapporti in queste situazioni, perché ci sarà sempre qualcuno che si sentirà abbandonato e non è certo una sensazione piacevole. Ma sono grande e vaccinato e quando ho capito quello che volevo non sono riuscito a rinunciare all'opportunità di fare tutto quanto da solo. Però non è stata una scelta indolore'. Anche se non mancarono parecchie interviste polemiche e frecciatine reciproche, con Bruce che nel 1995 definirà come ‘piece of shit' il pur buono The X Factor, all'inizio il cantante sembrava non aver nessun sassolino nelle scarpe: ‘A Blaze auguro di avere un futuro fantastico e senza intoppi, vorrei con tutto il cuore che il prossimo album dei Maiden sia eccezionale. Vorrei che la loro carriera continuasse per altri quindici anni. Insomma, non ho alcun motivo per volergli del male o dire cose spiacevoli riguardo Blaze o ognuno di loro. Blaze ha già una grande responsabilità sulle spalle e non sarò certo io a rendergliela ancora più pesante. Sarebbe fantastico se tra qualche anno potessi andare ad un loro concerto e standomene seduto in fondo alla sala dire a quelli che mi stanno intorno: ‘Ehi, io facevo parte di quel gruppo! Non sono ancora fantastici'? Io me ne sono andato dalla band non perché fossi disgustato da quello che stavamo facendo, ma perché dovevo, perché era l'unico modo che avevo per migliorarmi. La mia decisione non deve essere interpretata come un giudizio negativo sulla musica o sullo stile di vita delle persone: ognuno deve fare quello che vuole'. Tuttavia, nel 1996 Bruce affermerà: ‘Nei Maiden ci sono sempre stati dei limiti, espliciti e impliciti, ai tentativi di innovazione, al tentare di introdurre qualche elemento diverso e sperimentare. Io sentivo spesso questa esigenza, ma ogni volta che proponevo qualcosa mi guardavano con aria attonita, come se fossi appena sbarcato da Marte. Anche per quanto riguarda i testi credo che non avrei mai potuto cantare quello che canto adesso se fossi rimasto ancora con loro. Il problema è che quando suoni in un gruppo da così tanto tempo, finisci per rinchiuderti in un modello stereotipato dal quale è difficile uscire e che finisce per soffocarti. Inoltre Steve aveva sempre l'ultima parola su tutte le decisioni ed ero stanco di sentirmi continuamente sotto esame: questa cosa sì, quell'altra no, qui si deve modificare questa parte eccetera. Volevo vedere se potevo fare qualcosa per conto mio'. La figura di Bruce Dickinson e quella della sua ex band non smettevano di esalare un'alone quasi mistico nei cuori degli appassionati più nostalgici, che di fatto si trovavano nel decennio in cui vecchio e nuovo si stavano intrecciando, un superbo incontro di epoche differenti nel quale rimaneva costante ed autoritaria la presenza dei grandissimi, le icone che nella decade precedente avevano scritto a caratteri cubitali la Storia della musica dura.

Il monumentale doppio live Decade of Aggression aveva chiuso la prima parte di carriera per gli Slayer con un curriculum invidiabile: un esordio che mescolava i vagiti nascenti del thrash con le sonorità più tradizionali, un secondo disco più aggressivo e dotato di composizioni lunghe ed articolate, un capolavoro irraggiungibile che si poneva come album più veloce, brutale e devastante della storia del thrash e, per finire in bellezza, due lavori più curati dal punto di vista melodico e variegati da quello tecnico. Il testamento dal vivo segnava la fine di un'epoca: la band aveva ormai salutato per contrasti interni e tentazioni soliste il membro fondatore Dave Lombardo -batterista tra i più letali e veloci del pianeta- e l'avrebbe rimpiazzato con Paul Bostaph dei Forbidden, recuperando tutta la furia apocalittica di Reign in Blood nel massacrante Divine Intervention: ecco dunque accantonate le melodie sinistre ed i refrain più catchy dei due strepitosi dischi precedenti -capolavori che mostravano la band alle prese con sensibili evoluzioni stilistiche e tecniche- per far ritorno ad uno stile scevro di orpelli, asettico, frenetico, composto da canzoni crude, violente e velocissime, dirette al sodo con caustica frenesia e spietata veemenza. Secondo il cantante e bassista Tom Araya, tuttavia, non fu una scelta pianificata a tavolino: ‘Non avevamo pianificato nulla. Sapevo che Kerry aveva intenzione di ripescare qualcosa del passato, ma non immaginavo che saremmo arrivati a scrivere un album del genere. Ad un certo punto, durante le varie prove, mi sono reso conto che stavamo componendo del materiale velocissimo ed è stato divertente vedere la reazione di alcuni nostri amici. A chi ci chiedeva come sarebbe stato il nuovo album rispondevo che avrebbe ricordato lo stile di Reign in Blood. Avresti dovuto vedere le loro espressioni! Non ci potevano credere. Era quello che avevano sempre sperato ma che non avevano mai osato dire'. Arayaaveva messo da parte le linee vocali variegate degli ultimi lavori e si presentava al microfono più grintoso che mai, vomitando una rabbia scevra di melodie; Jeff Hanneman e Kerry King ripresero a mitragliare riff letali a velocità proibitive, come di consueto. Molto meno consueto era il nuovo look di King, che si era completamente ripulito di borchie e catene e soprattutto sfoggiava una pelata luccicante, debitrice della calvizie incipiente che aveva iniziato a colpirlo nel biennio appena trascorso. Una produzione bombastica e corposissima esaltava proprio il lavoro alle pelli di Bostaph, straripante nel crescendo vorticoso di Sex, Murder, Art o nella poderosa opener Killing Fields, un brano potente e letale che si faceva ancora più pericoloso in concomitanza delle drastiche accelerazioni che lo infervoravano. L'album recuperava la furia e la velocità che i fans oltranzisti sognavano fin dal 1986, ma annetteva a sé anche alcune componenti moderne, suonando come un ideale mix tra vecchio e nuovo; restava intransigente e glaciale nella sua opera di distruzione ed era un altro disco eccezionale, degno di meritarsi un posto di rilievo nella storia e capace di far scuotere non poco le teste degli headbangers. I classici, velenosissimi riff slayeriani e gli assoli lancinanti erano presenza costante nel corso di brani cupi e aggressivi come Fictional Reality, dal drumming corposissimo e dal refrain inquietante; uno dei brani più veloci e diretti mai scritti dagli Slayer era Dittohead, una scheggia impazzita che mostrava tutto l'arsenale di distruzione posseduto dai quattro americani. La titletrack si apriva su una lunga serie di riff lenti e circospetti e poggiava anch'essa su uno scrosciante lavoro ritmico oltre che su linee vocali ossessive e claustrofobiche, mentre Circle of Beliefs era una mazzata scarnificante dai connotati quasi hardcore; il suono potente e corposo del doppio pedale echeggiava anche in SS-3 -dotata di un roboante finale a briglia sciolta- e 213, che vocalmente erano due dei pochi episodi del platter dotati di vaghi accenni melodici. I testi, naturalmente, erano quanto mai spietati e crudi da digerire, macabre storie di serial killer o perentorie frecciate anti-religiose, anche se al tempo Araya non nascondeva di essere comunque un credente e di limitarsi a cantare certe liriche dando loro un'interpretazione personale: ‘Credo che ci sia un Dio. Un Dio che non è una sola entità, ma tante allo stesso tempo. Credo che sia lui a celarsi dietro all'universo, questa è la mia idea di Dio. Per vivere, però, conto solo sulle mie forze, devi credere in te stesso. C'è chi trae conforto e sicurezza dalla fede in un essere superiore, ma non è il mio caso. La tua religione è quella che tu vuoi e lo stesso vale per il tuo Dio. Io credo nel mio Dio, ma non dico che ci devi credere anche tu: se tu credi in un'altra religione per me va benissimo'. La tracklist del nuovo lavoro si manteneva forte e assassina per la sua intera durata: Serenity in Murder, con le sue vocals cantilenate, creava una leggera diversificazione, mentre Mind Control era una sfrontata bordata a rincorsa che esaltava ancora una volta l'efficacia della sezione ritmica e l'affilatezza di certi passaggi di chitarra, tanto quelli più brutali quanto quelli più acuti rintracciabili negli assoli. L'album, proprio come l'illustre gemello del 1986, aveva un minutaggio abbastanza contenuto -trentasei minuti di foga ritmica- e mostrava una band sì intenta a massacrare i propri strumenti, ma con una precisione ed una perizia davvero chirurgica. Fu un capitolo importantissimo per l'act californiano, che -inversamente a quanto fatto dagli altri epigoni del thrash ottantiano- si manteneva coerente col proprio stile e non si ammorbidiva, anzi, compiva un percorso inverso e andava a recuperare la ferocia più spietata degli anni addietro; il Divine Intourvention vide la band esprimere tutto il suo rinnovato potenziale omicida affiancata da band moderne e fautrici di sonorità nuove come Biohazard e Machine Head, le quali andranno ad influenzare gli stessi Slayer dei dischi successivi. Nel frattempo, il gruppo avrebbe fatto colare sangue nelle platee di ben due Monsters of Rock: a Buenos Aires nel 1994 -con KISS, Black Sabbath e Manowar e a Castle Donington nel 1995, su un palco calcato anche da Metallica, White Zombie, Corrosion of Conformity ed altri.

Completamente differente era la scia presa dai Megadeth, ex compagni di battaglia nelle vecchie e feroci trincee del thrash metal: Dave Mustaine era rimasto folgorato dal successo mainstream del Black Album dei sempre invidiati Metallica, tanto che nel 1992 aveva fortemente voluto l'ammorbidimento del sound della sua formazione, coinciso con il pur potente e discreto Countdown to Extinction, che presentava sonorità più melodiche e prevedeva l'abbandono delle velocità serrate del thrash con conseguente semplificazione delle trame tecniche ed elaborate che avevano portato la band nella leggenda. Il nuovo lavoro, Youthanasia, ne seguiva la scia e sfoggiava un profilo catchy e ruffiano, capace di attirare le attenzioni del grande pubblico e al contempo di infervorare ancora gli appassionati di heavy metal. Come il predecessore, era un disco pregevole e ottimo dal punto di vista del songwriting, dotato di refrain accattivanti e valide melodie; tuttavia, era sempre difficile accettare tale svolta da parte di chi il thrash lo aveva forgiato ed evoluto, portandolo a livelli stellari. Inevitabile, dunque, considerarlo un prodotto secondario -per quanto eccellente- nella discografia della band californiana, che lo registrò in uno studio privato costruito apposta per l'occasione. Con un look più curato, che dunque rinnegava i jeans stracciati e le t-shirt aggressive del thrash metal, i Megadeth tentavano l'azzardo commerciale senza rinnegare il loro nucleo metallico, ma rinunciando ancora una volta alle indimenticabili mitragliate thrash dei tempi d'oro, intricate e ricche di riff: qui ne bastavano pochissimi a pezzo e linee vocali più radiofoniche per rendere appetitose canzoni gradevoli, semplici e orecchiabili come l'opener Reckoning Day o Train of Consequences, col suo mood caracollante ed il chorus tormentone; gli assoli erano morbidi e suadenti, così come il flavour di episodi quali Addicted to Chaos o A Tout Le Monde, la mid-ballad per eccellenza dei Megadeth: il brano più commerciale del lotto, col suo refrain in francese e lo status di malinconica hit da classifica. Appena più aggressive, seppur melodiche e catchy, Elysian Fields, le minacciose Blood of Heroes e Family Tree, entrambe dotate di un refrain bellissimo e coinvolgente, la decadente I Thought I Knew It All, l'ossessiva titletrack -più potente e movimentata nella sua sfumatura centrale- o la tagliente Victory completavano il disco, che ad ogni modo suonava ammiccante e assai curato. L'album era piacevole e ben composto e se fosse pervenuto da una qualsiasi altra band emergente sarebbe stato ritenuto un prodotto memorabile; il punto è che proveniva da musicisti capaci di scrivere canzoni molto più importanti, tecniche e aggressive. Era bello sentire un'altra anima della band, certo, ma era anche triste, per molti fan oltranzisti, pensare al potenziale di virtuosismo che due guitar heroes come Mustaine e Marty Friedman tenevano a freno, preferendo edificare pezzi che potessero essere trasmessi in radio invece di imbastire le ennesime cavalcate metalliche, veementi ed iper-strutturate, che avevano sfoggiato fino al 1990. Dave Mustaine difendeva il nuovo disco a spada tratta: ‘Mi frega poco di essere musicalmente alla moda o di creare un disco forzatamente heavy solo perché la gente se lo aspetta da noi. Vorrebbe dire seguire un copione prestabilito, non più creare spontaneamente. Io ho una mia opinione in proposito e cioè che esistono musicisti che creano musica ed altri che la eseguono. Noi la creiamo. Stiamo aprendo un nuovo corso all'heavy metal con questo disco, proprio come abbiamo fatto negli anni Ottanta. In realtà penso che molti si aspettassero una nostra evoluzione, come è naturale che sia per ogni artista maturo ed intelligente. Se avessimo fatto un album uguale ai precedenti ci avrebbero accusato di mancanza di idee, ora che abbiamo progredito, con spontaneità e coraggio, ci gridano dietro che siamo dei venduti. Ma rimane il fatto che l'album va a gonfie vele e piace, dunque a tutte queste persone dalla lingua lunga e dal cervello corto voglio dire solo una cosa: Fuck You'! Per quanto Mustaine non avrebbe mai ammesso di tenere d'occhio anche l'audience commerciale, questo era evidente anche dalla scelta delle band che avrebbero condiviso il tour mondiale di undici mesi dei Nostri: Flotsam and Jetsam, certo, ma anche e soprattutto Corrosion of Conformity, Korn e Fear Factory, realtà moderne e lontane dal concetto classico di heavy metal. Un modo come un altro per allargare la frangia di sostenitori, la quale poté godersi una splendida prestazione dei Megadeth al Monsters of Rock in Brasile.



AL
Venerdì 17 Gennaio 2014, 16.39.42
16
@diego: sarà che la voce di deris non mi piace.. e cmq dei suoi album mi piace solo Time of the oath.. gli altri li ho ascoltati ma non mi hanno lasciato nulla...
Diego
Giovedì 16 Gennaio 2014, 13.08.33
15
@Al non condivido la tua bocciatura di Deris. Secondo me ha donato nuova linfa ad un gruppo che sembrava sulla via del tramonto (anzitempo!). Concordo, invece, sulle uscite che cita Samba. Aggiungo che Dickinson era molto più "sanguigno" all'epoca e spesso è caduto in contraddizione. Certo che erano anno d'oro che ti costringevano a comprare decine di CD! Se penso che nel 2013 ne ho presi solo 3...
AL
Giovedì 16 Gennaio 2014, 12.12.48
14
dico subito concerto dei Nirvana. tra l'altro ci avevo accompagnato mio cugino, io manco li ascoltavo! Youthanasia che ai tempi mi piaceva di brutto e poi Stratovarius alla grande! non avevo apprezzato subito divine intervention e strange highways. Invece non mi è mai piaciuto Motley Crue.. troppo diverso dai dischi precedenti... su Deris stendo un velo pietoso.. immeritatamente assunto in una grande band
Sambalzalzal
Domenica 12 Gennaio 2014, 23.33.16
13
Anche questa bellissima annata con dischi veramente memorabili!!! In quel periodo in cima alle mie classifiche c'erano Black Hand Inn dei grandiosi Running Wild, all'epoca veramente in forma smagliante, ed il Marriage parte 1 dei Virgin Steele! Cazzo che ricordi! Seguivano a ruota il nuovo degli Helloween e la conoscenza della new entry Deris che non mi fece rimpiangere Kiske nemmeno per la frazione di un secondo. Anno questo in cui acquistai anche 10 Years In Rage dei Rage, album che me li fece conoscere. Il buonissimo album Balls To Picasso di Bruce con la stratosferica Tears Of The Dragon e la mia incazzatura nei confronti dei recensori che più o meno globalmente lo avevano stroncato per motivi che non ho mai interamente compreso (spero siano andati a cagare tutti quanti!). Interessanti anche le dichiarazioni di Dickinson che a distanza di così tanti anni avevo dimenticato... chissà se anche lui le abbia smarrite in qualche angolo remoto della sua memoria 1994/2014... cristo, sono passati 20 anni e mi sembra ieri!!!!!!!!!
Argo
Domenica 12 Gennaio 2014, 21.40.43
12
Motley Crue, Awake, Youthanasia. E basta. Anni che ricordo con piacere, però grande consapevolezza che tutto ormai scivolava dalle mani...
lux chaos
Domenica 12 Gennaio 2014, 17.22.04
11
Finalmente letto tutto, articolo interessantissimo come sempre, complimenti Rino! Per me il top tra i dischi da te citati restano Awake, il quarto ed ultimo capolavoro dei grandi Queensryche, il bellissimo matrimonio dei Virgin Steele, bello anche il primo della ripartenza degli Helloween (che coi successivi due secondo me raggiungeranno il top della seconda parte di carriera), i Savatage, e l'ultimo capolavoro dei Megadeth, disco diverso ma intramontabile che ascolto sempre con grande passione
Painkiller
Domenica 12 Gennaio 2014, 9.39.01
10
Per me questo è un anno, il primo anno, non all'altezza dei precedenti. Per i gruppi storici é l'inizio di un periodo di dischi buoni ma lontani dai capolavori. Salvo solo il disco dei black Sabbath (che mi piace tantissimo e metto al livello di altri del Sabba), youthanasia (anche se molto diverso dal thrash degli esordi) e divine intervention che è stato un flop secondo me per colpa del pessimo suono ma che è un gran lavoro. Il resto per me é sottotono...riferendomi ai dischi citati in questa prima parte.
Vitadathrasher
Domenica 12 Gennaio 2014, 1.15.27
9
Anno che ricordo per i buoni album dei savatage, megadeth e slayer.......dopo questo anno si chiude il (mio)periodo d'oro per il metal in generale. Tutto ciò che è venuto dopo è stato di minor interesse e privo di quella magia degli anni precedenti.
xXx
Sabato 11 Gennaio 2014, 17.59.28
8
un buon anno x vari aspetti anche extramusicali...x rimanere in tema metal bel disco degli helloween anche se senza kiske è tutta un'altra musica, primo lavoro solista di bruce bruce bello ma the number of the beast è di altro spessore, savatage senza criss oliva con atmosfere e suoni un pò troppo tristi, motley crue lì un pò alla casso ma x fortuna anche virgin steel fenomenali con il marriage 1, black sabbath con una cross of thorns che è da sballo e vale il prezzo di un intero disco, megadeth con il disco che ad oggi rimane quello da me preferito e ronnie james dio che qualsiasi cosa facesse era sempre un piacere estremo! un voto all'anno? 7/10
HeroOfSand_14
Sabato 11 Gennaio 2014, 16.49.10
7
E rieccomi a commentare questa ottima rubrica. Pur non avendo letto tutto l'articolo, devo dire che siamo tornati a parlare di un anno ricco di musica Divina. La seconda parte del 1993 se non sbaglio era tutta incentrata su death e non avrei dovuto stamparla considerando la mia ignoranza nel genere (e i miei gusti lontani appunto dal death/black) ma dettagli. Black Sabbath (Cross Of Thorns per me è un capolavoro, voce incredibile di Tony e grande testo), Helloween iin gran spolvero con quel playboy di Deris (Secret Alibi hai ragione Rino, veramente godibile, la migliore anche per me nell'album), quello dei Crue e dei Virgin purtroppo devo ancora sentirli, Handful Of Rain è spettacolare, emozioni tristi racchiuse assieme a rabbia per la morte del fratello, caro Jon Oliva, che opera che hai sfornato (e non dimentichiamo Paul O Neill, fondamentale). I DT che confermano la loro bravura impressionante, piacciano o no, Dickinson che sforna Tears Of The Dragon (sentite pure la versione fatta in un taxi, e Wind Of Change nel cd bonus) e Mustaine che, con quella che considero la migliore formazione della band, crea un Black Album meno diretto e più gradevole per quanto mi riguarda, classe e qualità. Ah, e devo parlare del fatto che c'era ancora un certo Marty Friedman che galoppava con la sua chitarra? Quanto talento, ormai confinato in Giappone...spero nel nuovo album..
Arrraya
Sabato 11 Gennaio 2014, 15.35.37
6
Per me invece Motley Crue è un album stupendo.
Arrraya
Sabato 11 Gennaio 2014, 15.32.48
5
L'anno piu bello della mia vita, scandito da grandi album. La prima parte dell'anno segnata dalla sorpresa di Cross Purposes dei Black Sabbath, la seconda metà con Promised Land dei Queensryche, in Mezzo una caterva di album registrati o comprati durante l'estate. l'omonimo Motley Crue, Far Beyond Driven dei Pantera,Love Under Will dei Tribe After Tribe, e poi uno di quei album che segnano indelebilmente i periodi: Superunknown dei Soundgarden, da prima ignorato, deludente, e poi riscoperto all' improvviso dopo ripetuti ascolti. C'è la prima vera delusione degli Slayer, DI è stato un album fin troppo normale, di routine, ancora non c'era la svolta , ma qualche spiffero negativo s'intravedeva, anche se ci saranno ancora due o tre annate (forse solo due) ad alto livello.
manaroth85
Sabato 11 Gennaio 2014, 14.18.06
4
ottimo articolo!aspetto sempre con ansia questi articoli, e piu che si va avanti con gli anni sempre piu vengono smentiti quelli che snobbano gli anni 90, grandi uscite tutti gli anni!!cmq l album di Dickinson è stupendo, letteralmente divorato, divine intervention invece è sempre stato sottovalutato nonostante sia un capolavoro, dalla copertina ai testi ai riff, stupendo..nella seconda parte spero vi ricordiate di hate dei sarcofago!!!!
the Thrasher
Sabato 11 Gennaio 2014, 13.41.51
3
Grazie Rada, grazie dei complimenti e bella disamina!
Radamanthis
Sabato 11 Gennaio 2014, 11.56.17
2
Bell'articolo (ma certo non è una novità...) Rino, i miei complimenti! Un anno interessante anche se i fasti degli anni 80 erano già finiti da un pò. Ci sono dischi stupendi (Awake, The marriage One, Youthanasia), dischi belli (Master of the rings ad oggi uno dei migliori dell'era Deris a mio avviso), dischi belli si ma lontani dai mastepieces delle rispettive bands (Cross purpose, Strange highways, Black hand inn, Handful of rain), debut interssanti (il primo Kotipelto su Stratovarius...ma il meglio verrà dopo) e vere cagate mostruose (Motley crue). Per Bruce Dickinson si dovrebbe fare un discorso a parte...a mio avviso la sua carriera solista non è male, ha sfornato certamente dischi interessanti e di qualità ma la vera qualità è quando lui canta nei Maiden. Il 1994 è proprio anche l'anno in cui uscirono dalle rispettive band i cantanti Kiske e Dickinson e l'anno in cui i Savatage uscirono senza Criss...brutto dirlo ma queste cose purtoppo fanno pendere l'ago della bilancia più verso un pollice verso in questo anno...
uatu
Sabato 11 Gennaio 2014, 11.43.15
1
Come al solito ottima disamina di un altro anno fondamentale con dischi memorabili. Sul fronte live del 1994 sono alcuni dei migliori concerti che abbia mai visto: Nirvana (per il valore storico), Slayer + Machine Head al Palatrussardi e Pantera al Forum di Assago: quest'ultimo forse il concerto più devastante di sempre
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