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L`IMPERO DELLE OMBRE - Made in Italy
25/01/2014 (1834 letture)
Una delle esibizioni più attese del fest era quella de L’Impero delle Ombre. Prima del concerto, però, non potevamo esimerci dal sentire il cantante della band, il quale ha lungamente chiacchierato con noi. Ecco cosa ci siamo detti.

Francesco: Ciao Giovanni. Ci siamo sentiti nei giorni scorsi ed abbiamo detto che abbiamo da poco recensito il vostro split con i Bud Tribe. Vogliamo partire da quello?
Giovanni: Sì, il disco è uscito circa un mese fa ed è semplicemente la celebrazione dei primi cinque anni di vita della Jolly Roger Records, iniziata con uno split 7" tra queste due band. È bene ricordare che nei Bud Tribe militano Bud della Strana Officina, Dario Caroli dei Sabotage, Leo Milani, ex Sabotage e Bid, fratello di Bud, eh eh. Avevamo cominciato a collaborare con questa etichetta nel 2008 con quel 7" che conteneva due brani inediti, Dr. Franky sul nostro lato e Star Rider sul lato Bud Tribe. A distanza di cinque anni la casa discografica ha fatto molta strada ed ha pensato di riproporre questo split, ampliato alla bisogna. Da 7" è diventato 12", noi abbiamo messo un inedito come Corvi Neri, un pezzo che “girava” da un po’ di tempo ed abbiamo finalmente fissato su disco, poi c’è la versione pre-mix di Divoratori della Notte, tratto da I Compagni di Baal, ed il remaster di Dr. Franky. Dall’altro lato le due bonus track tratte dal disco dei Bud Tribe e la traccia presente a suo tempo sul 7". Il sound dell’Impero si è un po’ allungato verso sonorità anni 80 che ricordano un po’ il vecchio evil metal di stampo europeo, stile Mercyful Fate, Evil, Mercy, primi Candlemass, gruppi di culto, dandogli una sferzata di energia.

Francesco: I feedback sulla nostra testata parlano di un buon successo per la tua band e, credo, è stato così un po’ ovunque. La cosa in parte può anche stupire, nel senso che la proposta non è d’avanguardia.
Giovanni: Diciamo pure anacronistica.

Francesco: Ecco. Per cui è fortemente a rischio critiche, almeno sulla carta ed almeno da parte di una certa fascia di pubblico. Questo invece, in linea di massima, non è avvenuto.
Giovanni: Qualcuna è anche arrivata, ma è normale. Noi però veniamo da un contesto di ascolti di dischi e musicisti retrò, per cui diciamo... Ora si usa dire “true”, anche se questo termine ormai ha assunto un significato farlocco, eh eh. Però a noi piace il buon hard rock, il buon heavy metal, i gruppi storici anche italiani come Death SS, Sabotage, Strana Officina, Hocculta, Steel Crown. Questi ultimi, a mio parere, uno dei migliori gruppi europei dell’epoca, poi orfani di Yako De Bonis (di tutti questi gruppi trovate recensioni e interviste nel nostro database e citazioni in questi due articoli - NdA) e avevano una marcia in più per me, un feeling anni 70 che nel metal faceva la differenza.

Francesco: Evidentemente la vostra proposta appartiene ad un filone completamente al di fuori di un discorso di moda, che è transgenerazionale.
Giovanni: Quello è sicuro. Noi veniamo da quegli ascolti di cui ti parlavo prima, dal progressive inglese ed italiano e di tutta la buona musica. Uno può essere un metaller quanto vuole, ma di fronte ad un disco degli U.F.O. o dei Fleetwood Mac non può rimanere indifferente. Cercare di riprendere un certo feeling, anche a livello esecutivo, antico, ma sempre moderno, è una cosa che ci viene naturale, non c’è molto da spiegare.

Francesco: E come tematiche? Quanto ritenete importanti i testi? Spesso questi vengono considerati solo un qualcosa da appoggiare alla musica, un pretesto per suonare.
Giovanni: Quando si ha un apparato anglosassone si trovano sempre rime facili, si fa il verso ai Judas Priest o altri grandi, però si rimane imbrigliati in certi cliché, non importa se del power o del metal estremo o di altri generi, ma contesti catalogabili sempre all’interno di un filone. Io ho cercato di mettere a fuoco una mia interiorità, una mia logica che parte dalle suggestioni dell’occulto, dell’esoterismo, per mascherare tematiche più terrene, problemi e (questa è una cosa che dico dal ‘95, quando il gruppo è partito) sensazioni, soprattutto sensazioni.

Francesco: Trovo che il tentativo, anche solo quello, di dire qualcosa che vada oltre al canonico “stasera ho bevuto tre birre e mi sono scopato la tipa” (che va benissimo, per carità, ma non esaurisce certo ciò che c’è al mondo), sia sempre da premiare. E magari chi riesce a scrivere testi con qualcosa dentro, merita un punticino in più nella valutazione.
Giovanni: Assolutamente. In questo contesto lirico io rivendico la mia italianità, anche perché canto prevalentemente in italiano e, così facendo, riscopri certe cose che vengono fuori se hai qualcosa da dire.

Francesco: In questo trovo una certa continuità -ed infatti hai detto prima di apprezzarlo- col progressive italiano, che concettualmente è stato superiore a quello inglese in virtù di testi molto spesso di grande spessore, sia come tematiche classicamente prog che -fatto molto “nostro”- sociali.
Giovanni: Per me il progressive italiano è stato il più originale. Come fanno le atmosfere bucoliche gli inglesi, col canterbury sound, Caravan, Camel, Egg, forse noi non riusciremo mai a fare, ma le nostre radici mediterranee ci danno una marcia in più. L’Italia è il paese delle arti, anche a livello lirico avevamo gruppi come gli Area che univano il jazz rock all’impegno politico ed una grandissima preparazione tecnica. Poi abbiamo avuto gruppi come Jacula e Spettri, che nel dark sound hanno detto la loro e non sono mai stati inseriti negli annali col giusto rilievo. Per non parlare poi dell’hard rock italiano. Il Rovescio della Medaglia, I Teoremi, Il Campo di Marte, Il Biglietto per L’Inferno, lo stesso primo disco del Balletto di Bronzo era molto ledzeppeliniano.

Francesco: Questa forse è una cosa che non è mai stata adeguatamente sottolineata. Gli atout principali del prog italiano sono stati da un lato la parte musicale alla quale abbiamo appena accennato, ma dall’altro anche la fusione di questa parte musicale con una testuale che è stata fortissima, perché connessa con un momento politico particolare. Quando poi, all’inizio degli anni 80, si è imposto l’heavy metal, questo nacque anche come discorso di ribellione, di rottura e forse era il più deputato di tutti a raccogliere questo testimone anche dal punto di vista testuale. Una cosa che l’heavy forse non ha mai fatto fino in fondo, manchiamo di un vero strato di gruppi che si sia occupato di fare questo.
Giovanni: In molti casi abbiamo solo emulato le gesta dei gruppi della terra d’Albione. All’epoca avevamo molti gruppi clone dei Judas, degli Iron, però abbiamo anche avuto gente come i mai dimenticati Cappanera che venivano dal rock/blues ed hanno sviluppato all’inizio un discorso in italiano, che per me è la loro parte migliore. Ma anche gli Steel Crown, iDeath SS sono stati dei pionieri, insieme a quell’altro pazzo di Paul Chain (in senso buono - NdA), creando qualcosa di nuovo.

Francesco: Facendolo oltretutto in un momento storico ben poco propizio.
Giovanni: Ma infatti, quando cominciavano ad impazzare le copie dei gruppi new wave ed il punk, che comunque qui arrivava un po’ annacquato.

Francesco: Forse in quel periodo e prima l’unica cosa che non abbiamo annacquato è stato proprio il prog, che abbiamo reso il “progressive italiano”. Secondo me c’è bisogno di avere molti più gruppi che cantino in italiano
Giovanni: Esatto, c’è bisogno di cultura, di sapere quello che accade, di non aggrapparsi alle solite cose, risultando così le ultime ruote del carro.

Francesco: Anche perché l’italiano è molto più difficile dell’inglese da musicare, una lingua fatta di tronche, con le parole che “cadono” nelle canzoni, ma se ci si riesce il risultato è superiore.
Giovanni: Con l’italiano bisogna lavorare molto di più, ma i risultati sono notevoli. E non scopriamo niente di nuovo, perché c’è una scena autoctona in Francia, in Spagna, dove i gruppi storici cantavano in lingua locale, da noi non li abbiamo mai valorizzati i nostri. È facile usare l’inglese e non c’è nulla di male in sé, per carità, però è un’occasione persa. Avremmo potuto fare di più. Aggiungiamoci poi il clima di grande sofferenza che attraversa l’Italia, che di certo non aiuta ad incentivare l’arte e la musica e siamo sempre fanalino di coda, in tutto.

Francesco: Come ne usciamo?
Giovanni: Sempre nel solito modo: la conoscenza ed insistere. Io ho letto duemila volte gli articoli sul prog italiano, su vari gruppi, ma i giovani che leggono i giornali (si spera) o su internet bisogna che si documentino, che vadano alle radici. Perché oggi è molto più facile suonare, molto più facile registrare un disco, ma se uno ha orecchio e mette su un disco di una volta, beh, è tutta un’altra cosa e bisogna trarne ispirazione. Quello che dico sempre è che noi siamo nulla in confronto a chi ci ha ispirato e cerchiamo sempre di continuare ad ispirarci a questi capisaldi, a chi ci ha preceduto, cercando di imparare la lezione.

Un discorso che i tempi ristretti hanno troncato, ma che meritava più tempo a disposizione. Che l’Italia non sappia valorizzare quanto produce, in ogni settore, è fatto assodato, quel che forse non è ancora stato compreso è quanto potere risiede nell’operare delle scelte da parte dei singoli. Quando ne prenderemo coscienza, forse, creeremo un paese nuovo, anche in musica.



The_Eliminator
Giovedì 30 Gennaio 2014, 15.24.43
6
Grandi! Ma da chi è composta la formazione ora, oltre che da John e Andrea?
crisformetal
Martedì 28 Gennaio 2014, 21.57.06
5
dateci un nuovo disco!! w impero delle ombre
Raven
Sabato 25 Gennaio 2014, 14.27.31
4
Potenza espressiva dell'italiano
Lizard
Sabato 25 Gennaio 2014, 14.09.32
3
Moniker strepitoso e grande band!
Ferruccio
Sabato 25 Gennaio 2014, 12.40.59
2
.........Grande Impero!!!!
brainfucker
Sabato 25 Gennaio 2014, 12.30.44
1
che grande band..in italia abbiamo band meravigliose completamente ignorate. che vergogna
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