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CORREVA L’ANNO - # 30 - 1995 prima parte
04/02/2014 (3183 letture)
Come un tesoro conteso da prodi cavalieri ai piedi di un maniero minaccioso, tra lande incantate e cieli solcati dai draghi, un nuovo manifesto del power metal venne alla luce nell'anno Domini 1995, ponendo il sigillo più splendente sulla sontuosa carriera degli eroici Bardi che lo avevano forgiato: i Blind Guardian. Propulsori ed innovativi portatori del power teutonico con il loro iniziale trittico di album, i musicisti di Krefeld avevano inaugurato con Somewhere Far Beyond (1992) un nuovo ciclo stilistico, rafforzando le melodie medievali e raffinando le proprie composizioni, sfociando in uno stile tecnico ed articolato; il nuovo disco, Imaginations From The Other Side, riprendeva e sublimava tali peculiarità, cupo, serioso e ridondante nel suo cattedratico e granitico alone di potenza ed imponenza. Era una simmetrica e maestosa sincronia tra dirompenti assalti rapidi ed armonie medievali, devastante, tecnico e melodico più del predecessore nonostante fosse costituito da un muro del suono poderoso, corposo e granitico; le trame erano articolate e curate, nulla era lasciato al caso. La velocità restava importante e centrale, ma ancora una volta non fine a se stessa ed anzi completata da poderosi mid-time e struggenti ballate medievali. La coppia d'asce Olbrich-Siepen sciorinava un'impattante sequenza di riff epici e statuari, duettando poi in fulminanti e cristalline sezioni soliste -autentici vortici di note intrisi di pathos, atmosfera ed emozioni- per poi ripartire in impattanti e frontali accelerazioni speed metal. Così come i cori ed i ritornelli, affidati alla voce rude e solida dell'evocativo Hansi Kursh, gli assoli di chitarra suonavano fastosi e ridondanti, chirurgici e perfettamente intessuti nell'intelaiatura dei pezzi: niente era lasciato al caso, la melodia squillante che colava dalle sei corde nel corso delle prodigiose vampate soliste seguiva sempre una linea precisa e definita, primeggiando per qualità e attitudine. Il drumming tellurico e scrosciante esaltava le straripanti galoppate in rapidità e godeva di una resa sonora eccellente, merito della produzione nitida e moderna di Flemming Rasmussen, guru danese che aveva curato i capolavori massimi dei Metallica; curatissimo era anche l'aspetto vocale, affidato a grandiose architetture corali, refrain aggressivi e melodie emozionanti. Il chitarrista Marcus Siepen amava sottolineare la più spiccata ricerca stilistica e la cospicua stratificazione delle trame: 'Il disco è in tipico stile Blind Guardian, non abbiamo cambiato modo di fare musica; però abbiamo cercato di sviluppare le canzoni cercando di espanderci complessivamente nello stesso genere. La differenza tra Imaginations e i precedenti è che abbiamo utilizzato effetti diversi e molteplici; il risultato è più complesso, per esempio nelle composizioni abbiamo cercato di non avere delle canzoni che fossero solo veloci o solo lente, ma entrambe le cose nello stesso tempo. Così in ogni pezzo ci sono parti più intense ed altre più soft. nei nostri pezzi l'unica cosa che si ripete è il ritornello, il resto è tutto diverso: è un testo che prosegue e non si ripete mai. Può essere difficile da comprendere subito, però poi piace. E noi siamo contenti perché abbiamo creato qualcosa di nuovo'. Si passava dal clangore delle spade, impegnate in eroiche battaglie cavalleresche, ai racconti dei cantastorie nei villaggi: un viaggio a tutto tondo nell'immaginario medioevale che tanto sontuosamente sposa l'epica e la potenza dell'heavy metal. L'album, un'autentica sequenza di classici che fungono ancora oggi da modello dell'intero movimento power metal, si apriva con la leggendaria titletrack, immensa e ieratica sintesi dell’intero lavoro: suoni corposi, un incedere devastante che passava mirabilmente dal mid all'up tempos, chorus intrisi di epica ed assoli esplosivi. Il pezzo convogliava in un'elettrizzante finale a briglia sciolta, lasciando il campo al riffery magistrale e alle galoppate sferzanti delle monumentali I’m Alive e The Script for My Requiem; le due chitarre si facevano campali e roboanti nel corso di poderose fiondate ritmiche come Bright Eyes, Born in a Mourning Hall e Another Holy War, una dirompente sfuriata speed metal dai cori giganteschi e dai riff gloriosi. L'opera dei quattro Bardi sembrava poter trascinare l'ascoltatore direttamente nell'anno mille, dipingendo scenari fantastici: bivaccando attorno a qualche focolare o varcando il ponte levatoio di qualche castello, era possibile viaggiare tra citazioni mitologiche e narrazioni fantasy. Tolkien ed Il Signore Degli Anelli erano ancora la fonte d'ispirazione primaria, per testi che comunque offrivano anche spunti di riflessione esistenzialista riguardo la lotta incessante tra il bene e il male, la voglia di fuga ed il sogno di abbandono ad un mondo surreale. Ricchezza melodica e striatura architetturale erano compattate in un vasto panorama di armonie, melodie, ambientazioni, riff memorabili combinati in velocità e stupefacenti incroci di sezioni differenti; l'alternanza tra le frequenti sciabolate elettriche e le abbozzate carezze acustiche esaltava la varietà e la validità del songwriting, definendo un capolavoro difficilmente emulabile. La tracklist era completata dalla regale ballata medievale A Past And Future Secret e dalle evocative Mordred’s Song e And the Story Ends, molto ricca negli arrangiamenti. Il processo di composizione era stato funestato da alcuni problemi personali e di salute occorsi ad Hansi, oltre che da un serio infortunio alla mano per Siepen, tanto che l'atmosfera in studio era tesa e senza scherzi, come ricorda il cantante e bassista: 'Fu il disco più difficile a livello di songwrinting, avevamo tante idee ma non volevamo fare un disco troppo simile a Somewhere; allora abbiamo provato e riprovato cercando soluzioni nuove. Ci abbiamo messo sei mesi a comporre la titletrack, e ci siamo resi conto che avremmo dovuto andare più veloci con gli altri pezzi. Per un mese poi non siamo riusciti a scrivere nulla, e la cosa ci ha reso abbastanza insicuri; per fortuna con gli altri brani siamo riusciti ad andare più spediti. Il periodo in studio é stato molto lungo e continuamente interrotto da problemi familiari e malattie, alla fine é andato tutto il meglio ma é stato davvero stressante'. Imaginations From the Other Side era un nuovo classico, il nuovo vangelo: attraverso dischi come questo, il power metal si stava affermando inesorabilmente, forte di un'ascesa clamorosa tra le preferenze dei kids assetati di sonorità genuine e tradizionali. I Blind Guardian erano i nuovi Profeti dell'Acciaio internazionale: il loro ruolo era ormai indiscutibile nella scena mondiale.

Un'altra icona del power metal germanico rilasciò in quell'anno un disco straordinario e destinato a diventare un classico tra i classici: i Gamma Ray, infatti, pubblicarono il poderoso Land Of The Free, primo disco senza lo storico singer Ralf Scheepers. La separazione avvenne senza rancori, soprattutto motivata da problemi logistici ma anche correlata all'ambizione del cantante di entrare nei Judas Priest, rimasti orfani di Rob Halford. Il nuovo corso della formazione europea vide il brillante chitarrista Kai Hansen impugnare anche il microfono e diventare a tutti gli effetti il mastermind assoluto dei Gamma Ray, che giunsero in stato di grazia al miglior lavoro della carriera. Se nei primi lavori si udivano alcuni sperimentalismi, il nuovo disco seguiva la scia del precedente Insanity And Genius, presentandosi incline più che mai power metal: melodie potenti e pompose, riff impattanti, vocals epiche ed incalzanti, scintillanti assoli di chitarra ed una velocità vivace ed energica a scandire le ariose scorribande tipiche della corazzata tedesca. Gli oltre otto minuti dell'opener Rebellion In Dreamland e l'articolata titletrack erano un fedele caleidoscopio dello stile variegato della band, qui impegnata con ritmiche ed ambientazioni differenti e rapidità dinamiche ma non eccessive, ma straripanti esercizi di power metal melodico e travolgente come la stupenda Men On A Mission, la breve Fairytale, o le grandiose Gods Of Deliverance e Salvation Is Calling regalavano agli ascoltatori un repertorio eccellente di riff esplosivi e sfrenate galoppate epiche, trainate da melodie impattanti e refrain irresistibili. Questi brani erano maestosi e ridondanti, ma non perdevano la forza e la potenza tipica del metal classico: le chitarre scolpivano in essi riff energici e poderosi, duellando in fiammanti fraseggi di forte bellezza melodica, quanto mai ariosi e positivi. Si trattava di veri e propri archetipi, che Hansen e soci seguiranno fedelmente in tutte le releases successive: il rosso musicista tedesco aveva ormai trovato la chiave di volta ed era consapevole di aver generato una band matura, capace di scrivere importanti pagine di storia del power metal. Tutti quei primi quattro dischi dei Gamma Ray si collocavano degnamente nell'Olimpo del power metal mondiale, così come quelli che il chitarrista aveva realizzato con gli Helloween: un dato di fatto oggettivo sufficiente a rendere Hansen una figura di primissimo piano nella scena continentale. La scelta di tornare dietro al microfono, poi, rappresentò un'altra piccola gioia per chi aveva amato la sua timbrica unica e inconfondibile sul mitico Walls of Jericho: Hansen era non soltanto un chitarrista ispirato e geniale, ma anche un vocalist di tutto rispetto, azzeccatissimo per gli scenari power fantasy che, del resto, lui stesso aveva contribuito a forgiare a metà anni ottanta. Ricorderà in seguito il mite chitarrista: 'Con questo lavoro, dopo la fuoriuscita dal gruppo di Ralf, abbiamo fatto quadrato e realizzato quale fosse la giusta direzione in cui i Gamma Ray dovevano muoversi. Non ci fu mai una vera e propria ricerca di un nuovo frontman; in fondo anche prima, quando Ralph era assente per un motivo o per l'altro, avevo già cantato nei demo o in sala prove, e mi piaceva. Dopo un pò di tempo allora mi sono chiesto cosa volessi fare, perché da una parte mi piaceva la libertà di essere solo il chitarrista, e quindi di correre da una parte all'altra del palco, di fregarmene della mia voce e di bere e fumare a volontà! Però dall'altra parte la sfida mi stuzzicava non poco; alla fine furono le insistenze del bassista Jan Rubach e degli altri a convincermi che nessuno meglio di me avrebbe potuto cantare le canzoni della band'. In un'altra intervista, Hansen preciserà ulteriori dettagli in merito: 'Sono ancora amico con Ralf, ci rispettiamo a vicenda e ci sentiamo spesso, ma resto fermamente convinto che per i Gamma Ray la mia voce sia perfetta. Cantare è sempre stata una grande passione per me, già ai tempi degli Helloween del mini-LP e di 'Walls Of Jericho' ce la mettevo tutta, poi è subentrato Michael Kiske ed il microfono è passato giustamente a lui. Ora non ho intenzione di cederlo a nessuno, neppure ad un singer di valore assoluto come Ralf: questione di coerenza. Nessun risentimento nei confronti di Ralf per la sua decisione, e nessun risentimento suo nei confronti della mia scelta, punto e basta'. Anche mid-time arcigni e dotati di chorus altrettanto esaltanti contribuivano ad arricchire un disco colorato e dalle sfumature variegate -All Of The Damned o la tenebrosa Afterlife ne erano un esempio eccellente- anche se, naturalmente, la band dava il meglio di sé quando schiacciava con vigore il piede sulla tavoletta dell'acceleratore, trasportando l'ascoltatore in lande fantastiche e colorite con cavalcate fastose alla velocità della luce. L'opera era un concept album reso ancora più interessante dalle collaborazioni di Michael Kiske -sulla titletrack e sulla gioiosa Time To Break Free- ed Hansi Kursh dei Blind Guardian, impegnato sulla stessa titletrack oltre che sulla toccante ballata Farewell; la potenza ed il pathos melodico sprigionati dal disco ne facevano un autentico capolavoro del genere, maestoso, veloce, imponente e ridondante come vuole la tradizione: i Gamma Ray erano dei pilastri ormai imprescindibili del proscenio metallico e godevano di una reputazione inscalfibile. Il Men On A Tour che ne conseguì fu un bagno di folla, documentato in seguito dal disco ALive '95.

Crescente e sempre più importante era anche la credibilità dei finlandesi Stratovarius, che con tre dischi alle spalle si erano ormai guadagnati la solida fama di power metal-band affidabile e dallo stile personale: nei loro dischi era ancora tangibile l'influenza di epigoni come gli Helloween, eppure il chitarrista e cantante Timo Tolkki aveva comunque saputo dare una forma ben definita alla sua creatura, creando un particolare e riconoscibile mix di potenza e melodia, intriso di un flavour malinconico e di linee vocali molto passionali. Dreamspace era stato il disco del definitivo salto di qualità, ma col nuovo Fourth Dimension arrivò la definitiva consacrazione: l'album ribadiva le atmosfere introspettive, tipiche della band scandinava, alimentando visioni di gelide foreste incantate. Per compiere il salto definitivo, Tolkki decise di ingaggiare un cantante vero e proprio, dedicandosi alla sola chitarra: il prescelto fu Timo Kotipelto, il frontman che serviva per entrare definitivamente nella storia del power metal. Non fu facile, come ricorda Tolkki: 'Quando Timo si unì al gruppo, fu improvvisamente catapultato in un mondo tutto nuovo: prima infatti cantava in una band locale molto amatoriale, per cui non era abituato a certe cose. Nel giro di pochi mesi si trovò per la prima volta in uno studio professionale, alla mercé di un tipo meticoloso come il sottoscritto, e subito dopo iniziò a girare il mondo di fronte a platee sempre più vaste e ad un successo sempre maggiore, una vera e propria prova del fuoco per chiunque'. Le composizioni di Fourth Dimension erano ancora più articolate e complesse rispetto al passato, costruite su riff poderosi, ariose melodie vocali e refrain maestosi, assoli di intensa bellezza melodica e alcune scorribande ritmiche ad alta velocità, sostenute da un cospicuo lavoro di doppia cassa. In questa tipologia di brani rientrava la fastosa opener Against the Wind, un brano stupendo ed irresistibile che prima colpiva l'ascoltatore con una roboante combinazione di riff power metal e poi lo trascinava in una corsa sfrenata, velocissima e resa ancora più coinvolgente dal colossale chorus cantato da Kotipelto. Il nuovo cantante possedeva una timbrica morbida e gioviale, non molto differente da quella di Tolkki ma decisamente più tecnica e duttile; grazie al suo innesto si accentuò la grande dote, da parte della band, di creare refrain meravigliosi e profondi sotto ogni punto di vista, travolgenti e destinati ad imprimersi nella mente dopo pochi ascolti. Tra i brani più veloci e martellanti spicca anche Lord of the Wasteland, appoggiata su riff sfuggenti, ritmiche a rincorsa e sottili innesti di tastiera; il resto del disco, invece, sciorinava uno spettro sonoro molto variegato, essenziale per mantenere vivo e piacevole il lavoro nella sua interezza. Non erano propriamente degli up-time, eppure pezzi come Distant Skie o Twilight Symphony mostravano una dinamica esplosiva e accattivante, a loro volta infuocati da riff massicci, ritornelli grandiosi e cori imponenti. Era come ritrovarsi magicamente in un universo nuovo, sul quale soffiava un vento positivo e ricco di speranza: le melodie chitarristiche e vocali della band finnica sono, da sempre, talmente intense e ricche di emotività da creare un'atmosfera quasi onirica, frecciate di speed/power metal architettate direttamente nel mondo dei sogni. Ricorderà Tolkki anni dopo: 'Fourth Dimension fu il primo passo verso una carriera di differente livello, anche grazie all'ingresso di Kotipelto nel gruppo. Di colpo le nostre quotazioni sono salite e abbiamo fatto il salto di qualità grazie ai suoi ottimi vocalizzi'. La consueta varietà stilistica, affinata nelle tre releases precedenti, permetteva al quintetto nordico di creare composizioni molto eterogenee: ecco dunque anche epici anthem come We Hold the Key, mid-time meno tesi ma comunque assai gradevoli sotto il profilo melodico come Galaxies, solenni ballate evocative quali Winter o Nightfall, la sontuosa strumentale auto-intitolata, imbastita su un numero considerevole di riff ed intrecci, e la trascurabile sperimentazione cybernetica di 030366. La band partì per un importante tour di supporto, facendo tappa in Germania, Svizzera, Olanda, Finlandia, Grecia e Giappone; al termine del tour, il drummer Tuomo Lassila e il tastierista Antti Ikonen lasciarono la band per inconciliabili divergenze con Tolkki, che li accusò di non essere in grado di evolversi tecnicamente alla pari degli altri componenti. Era un ambizioso, Tolkki, e desiderava emulare la perfezione: dal cambio di line-up sarebbe nata un'incarnazione ancor più prossima all'eccellenza, quella con la quale il nome degli Stratovarius avrebbe raggiunto l'èlite assoluta del power metal mondiale. Il power metal era un genere in gran fermento, che trovava nella vecchia Germania una buona riserva di nuove idee e forze fresche: fu in quei mesi che gli Edguy fecero vibrare le loro prime galoppate ritmiche, veloci ed epiche ma al contempo romantiche, racchiuse in un piccolo gioiello come Savage Poetry. Tobias Sammett, voce, bassista, tastierista e mente assoluta della band, era ancora giovanissimo ma aveva chiari progetti in testa: Savage Poetry era ancora molto crudo e diretto, una sorta di demo che qualche anno dopo sarebbe stato ri-registrato con tutti i crismi del caso; ma già così, in forma brada, destava grande fascino ed interesse, scatenando tutta la carica energica e la positività tipiche del power metal teutonico.

Gli americani Iced Earth si erano candidati ad essere la band rivelazione di inizio decennio, fautori di un power-thrash metal articolato, tiratissimo e violento che era culminato nei primi due bellissimi dischi rilasciati da Jon Schaffer -chitarrista e mastermind- e compagni. Dopo aver cambiato due cantanti in questi primi due lavori in studio, la band ingaggiò al microfono Matt Barlow, e con quest'ultimo sembrò trovare una notevole stabilità, assumendo fattezze stilistiche più personali e definite. Il terzo lavoro in studio, Burnt Offerings, vide la luce dopo tre anni di incubazione e riproponeva le caratteristiche tipiche del sound-Iced Earth ampliandone le vedute e la personalità: ecco dunque intelaiature quanto più elaborate e complesse che mai, riffoni poderosi, robustissime ritmiche thrash, cori e refrain epici e crudi, figli del power metal europeo ma intrisi di un forte senso di decadenza e cupezza. Era un lavoro più maturo, che prevedeva composizioni dalle metriche piuttosto variegate, e non più la prevalenza di mazzate rapidissime: la grande qualità tecnica dell'act di Tampa risiedeva proprio nella straordinaria eccellenza con la quale velocità differenti e sezioni imprevedibili venivano incastrate nell'arco di uno stesso brano, come dimostrato già dalla minacciosa titletrack. In essa convogliavano inscalfibili rasoiate power-thrash ed emozionanti aperture emotive, con Randall Shawver e Schaffer a sfrecciare sulle sei corde con ispirazione e potenza, tanto nel riffing quanto nei solismi. La band aveva dunque affinato la direzione stilistica che avrebbe perseguito nelle releases successive, e la voce drammatica di Barlow sembrava finalmente quella più indicata per ricoprire l'alternanza tra elementi riflessivi ed altri più aggressivi. Il drumming corposissimo del robusto mid-time Last December, il riffery elettrizzante, le affilate rasoiate thrashy, le tenebrose decelerazioni e le striature melodiche della clamorosa Diary, l'adrenalina sempre elevata nella nervosa e variegata Creator Failure e le suggestioni introspettiva della delicata ballad The Pierced Spirit costituivano l'ossatura di un disco importante, uno dei migliori in assoluto per la band americana, la quale concludeva l'opera con Dante's Inferno, una maestosa suite di sedici minuti assolutamente privi di cali: in essa si susseguivano rapide e taglienti sfuriate power-thrash, momenti acustici, cavalcate maideniane e melodie da ballata, delineando uno spettro sonico perfettamente capace di riassumere l'intera direzione del platter. Di quel periodo eroico e di quel disco tanto agognato, Schaffer ricorderà anni dopo: 'Guardandomi indietro, penso che la battaglia che ho sostenuto durante tutta la vita e che, spero, credo di essere riuscito finalmente a vincere, sia stata la sopravvivenza degli stessi Iced Earth e la mia possibilità di essere un musicista libero e senza compromessi. Credo che saprai benissimo quali sono state e sono tuttora, anche se negli ultimi tempi le cose hanno preso una piega migliore, le condizioni del metal negli USA, schiacciato tra un music business spietato e l’alternarsi vorticoso di trend che bruciano generi musicali ed artisti nel volgere di pochi anni. Portare avanti questo discorso musicale, oltre ad avermi richiesto sacrifici ed impegno, ha rafforzato in me il carattere e la convinzione che ciò che facevo era realmente importante per me. C’è stato un periodo nella carriera degli Iced Earth, per la precisione tra l’uscita di ‘Night Of Stormrider’ e l’inizio delle registrazioni di ‘Burnt Offerings’, in cui la band sembrava realmente spacciata ed io ero sul punto di mollare tutto. Fortunatamente ho tenuto duro, grazie anche al fatto che in quel periodo avevo iniziato ad apprendere seriamente le arti marziali. Come penso saprai, le arti marziali non sono solo una tecnica di combattimento, ma anche un allenamento spirituale, che ti spinge a raggiungere l’autocontrollo e l’equilibrio interiore. Diciamo che questo è stato un aiuto nella mia personale ricerca di un equilibrio per affrontare decisioni importanti e sostenere, negli anni che sono seguiti, quelle quotidiane ‘battaglie’ che un musicista si trova ad affrontare, come il cercare di trovare una label che creda in quello che fai e ti dia un contratto e mantenere, successivamente, la tua indipendenza artistica. Diciamo che tutta l’esistenza degli Iced Earth è un’eterna battaglia e probabilmente questo si riflette nella nostra musica'. Barlow, con il suo grande carisma e i lunghi capelli rossi al vento, si calò alla grande nel ruolo di frontman, divenendo l'idolo del pubblico grazie alla sua timbrica potente e ai suoi acuti considerevoli; Schaffer restava l'emblema della band, serio e misterioso, un leader dal carattere spigoloso ma dalla cultura sconfinata, appassionato di storia e saghe nonché chitarrista dal riffing potentissimo. Un vero vulcano di creatività, un compositore attento ad ogni dettaglio, che anni dopo dichiarerà proprio parlando del ruolo del singer all'interno della sua creatura: 'Ogni cantante degli Iced Earth ha dovuto dimostrare una grande versatilità, visto che siamo una band molto dinamica e con un sound molto vario. Un cantante con un unico tono/timbro non andrebbe bene per noi, è necessario che egli abbia un ampio spettro vocale, in modo da poter cantare ogni cosa. Questo fa il cantante, e ti posso assicurare che quando lavori con certi talenti come Matt sei libero di scrivere quello che vuoi, visto che possono fare qualsiasi cosa con le loro voci. E' molto importante per me che compongo musica varia, malinconica, heavy, dal taglio alto e tagliente e con frequenze enfatizzate: il cantante deve essere in grado di cantare tutto ciò. Così io scrivo le parti e il compito del vocalist è quello di metterci sopra tutta la propria anima e voce per completare l'opera al meglio. Non scrivo in base all'abilità di ciascuno, sarebbe stupido e limiterebbe la canzone'. Rilanciatisi dopo alcuni anni di silenzio col devastante The Reaper, i tedeschi Grave Digger tornarono intanto a far vibrare i loro riffoni poderosi ed il loro drumming scrosciante nell'altrettanto granitico Heart of Darkness, disco che ribadiva le ispessite peculiarità del power metal dei Nostri rispetto a quello più melodico e tradizionale dei primi tempi: proprio come gli Iced Earth, i tedeschi attingevano dalla tradizione di band come Blind Guardian ed Helloween -potenza e velocità, cori ridondanti, assoli al fulmicotone, riff possenti e tematiche storiche o fantasy- portando ad un livello ulteriore la soglia di violenza. Brani come Shadowmaker o Hate ben esprimevano la colossale forza d'urto sprigionata dalle dirompenti avanzate in velocità del combo guidato dall'ugola arcigna di Chris Boltendahl, che pure non disdegnava qualche mid-time meno tirato ma comunque pesante.

Forza, potenza, classe e melodia sono sempre stati gli elementi apparentemente discordanti che hanno innervato il sound degli americani Virgin Steele, valorosi fautori di un sound romantico-barbarico incentrato su vicende storiche ed emozionanti sfondi epici. Grandi, grandissimi negli anni ottanta, i Virgin Steele erano tornati nel 1994 dopo un breve periodo di appannamento e noie burocratiche, piazzando un colpo clamoroso come The Marriage Of Heaven And Hell - Part I, che rilanciava alla grande il songwriting di David DeFeis ed Edward Pursino. Non contento di un disco del genere, DeFeis decise di pubblicare addirittura una seconda parte nel 1995: stilisticamente, The Marriage Of Heaven And Hell - Part II era il degno prosieguo del lavoro precedente, e come tale ne riprendeva la maestosità, lo spessore compositivo, le grandi melodie eroiche, i riff poderosi, le spettacolari sfumature che permettevano ad una stessa composizione di muoversi da impattanti assalti di heavy metal classico, roccioso e imponente, verso affascinanti anfratti emotivi. Un brano colossale apriva il disco: la rapidissima A Symphony of Steele, un up-tempo power metal martellante dotato di un refrain epico e trascinante e di un vertiginoso assolo neoclassico, degna introduzione a un disco memorabile. Riff stoici, atmosfere pregne di pathos ed un DeFeis all'apice della sua verve interpretativa rendevano stupendi brani come la meravigliosa Crown of Glory o la nervosa Twilight of the Gods, nei quali spiccava il tellurico e puntuale lavoro batteristico; la stessa Twilight of the Gods colpiva per l'efficacia del riffing serrato di Pursino e per il suo stupendo assolo melodico, oltre che per il mirabile crescendo vocale col quale DeFeis andava a creare una volta di più un'atmosfera sognante da brividi sulla schiena. Il meglio della produzione del chitarrista potrebbe tranquillamente coincidere con le trame affilate della minacciosa Rising Unchained, rocciosa e graffiante; altra galoppata power metal, Prometheus the Fallen One avanzava con triplette compatte e volava direttamente in un refrain enfatico e rabbioso, prima di stupire l'ascoltatore con un drammatico passaggio narrato centrale e la suadente ripartenza solistica, contraddistinta da una notevole qualità di melodie. Nel corso del brano venivano sciorinati molteplici riff incisivi e ambientazioni tra le più disparate, andando a creare un'autentica sinfonia di potenza e immensità: più che una canzone, una lunga suite dai contenuti ricchissimi. Ancora più esplosivi, i riff di Emalaith squarciavano con velenosa prestanza il canovaccio evocativo di un brano sacrale, accompagnato da un refrain dolcissimo e che riprendeva il tema melodico del matrimonio tra Inferno e Paradiso, già udito e consolidato nei solchi del platter precedente. Devil/Angel, invece, irrompeva come una coltellata dirompente, scandita da ritmi incalzanti e ruvidissimi riff hard'n'heavy, vocals aggressive come non mai e tellurici affronti di doppia cassa, trascinandoci con un ritornello semplice ma irresistibile. I contenuti quasi surreali e le indescrivibili emozioni romantiche suscitate dal disco erano ben evidenti nelle trame auliche di Unholy Water, ma l'alternanza tra raffinatezza ed energia era una costante che non veniva mai meno, alimentata dall'impeto metallico di brani come Victory Is Mine, costruiti su trame corpose ed un lavoro di chitarra compatto, strutturato, tanto roccioso -a tratti feroce- quanto musicale, completo sotto tutti i punti di vista. I tratti onirici della toccante ballata Transfiguration culminavano in un crescendo emotivo trepidante, capace di dipingere vasti e armoniosi scenari di immensità all'interno dell'anima; Strawgirl era un altro episodio molto introspettivo, ultima perla di un disco destinato a diventare un nuovo classico del metal tradizionale, che dunque era tutt'altro che in decadenza. Interessante era anche la disamina concettuale che DeFeis serbava dietro al suo progetto: 'Sono uno studioso dei vecchi miti greci, romani e di qualsiasi cultura e popolazione antica; però anche se il fattore storico-spirituale è molto presente nei nostri brani la vera radice dei testi è nella realtà, nella quotidianità che ci circonda attualmente. Esperienze veramente ed intensamente vissute, opinioni, discussioni: questa è la vera forza che immettiamo nelle nostre songs, il particolare fattore di essere ancorate alla realtà. Ascoltando i nostri albums ci si può rendere conto della sottile coesione che amalgama tematiche epiche e pompose a temi che riflettono certi contenuti riscontrabili nella nostra vita attuale'. Nell'autunno del 1996 la band intraprende un tour da headliner, decisamente più ampio del precedente, che la porta ad esibirsi in paesi dove non aveva mai suonato prima quali, l'Italia (Firenze e Milano): era l'inizio di un periodo fervido e prolifico per l'act americano, che di lì a poco avrebbe pubblicato parecchi altri capolavori e dunque completava in grande stile la sua smagliante resurrezione.

Le leggende Iron Maiden, intanto, erano attese alla prova del fuoco. Dopo la dipartita del leggendario Bruce Dickinson, la band di Steve Harris doveva ricominciare daccapo, e puntò tutto sul sanguigno Blaze Bayley, ruvida voce dei Wolfsbane che poco aveva da spartire col tecnico ed illustre predecessore. Bayley, preferito per la sua britannicità agli spettacolari Michael Kiske ed André Matos, era un ragazzo verace, che amava l'heavy metal più di se stesso; non era colto come Dickinson, ma metteva l'anima in quello che faceva ed entrare in una band di quel livello rappresentava per lui un autentico sogno. Ne nacque The X Factor, decimo album in studio, rivestito da una pesante cortina di oscurità e cupezza. La stampa specializzata lo accolse discretamente, mentre i fans si divisero drasticamente: l'opinione prevalente era comunque negativa, forse perché la band britannica aveva viziato fin troppo i propri fans in passato, forse a causa di pregiudizi infondati e nostalgie represse -è sempre duro accettare senza contraccolpi di vedere la propria band preferita con un cantante diverso da quello che ne ha segnato l'epopea- forse perché al tempo non era ancora comunemente accettato che ogni grande band, prima o poi, sarebbe declinata in maniera fisiologica. Al confronto dei dischi declinanti di tante grandi realtà degli anni ottanta, infatti, The X Factor era un lavoro più che ottimo, naturalmente senza scomodare gli inarrivabili masterpieces. Il full length si apriva con un brano lunghissimo, maestoso ed articolato come l'epicissima Sign Of The Cross, ispirato da Il Nome Della Rosa di Umberto Eco e dotato di melodie e linee vocali ieratiche: il pezzo incedeva maestoso e solenne, intriso di tonalità oscure ed intimidatorie, prima di convogliare in un refrain colossale ed in una sezione solista dalla melodia esplosiva. Un crescendo vorticoso che generava una galoppata memorabile, con Jankick Gers e Dave Murray a duellare senza esclusione di colpi nella scintillante sezione solista: si trattava dell'episodio migliore del disco, degno dei grandi fasti del passato nonostante non si trattasse della tradizionale opener veloce e diretta. Per quanto criticato, l'album era in realtà dotato di tanti pezzi affascinanti, come l'arcigna e coinvolgente Lord Of The Flies, la trascinante ed epicissima scorribanda Man On Te Edge, la tenebrosa Fortunes of War col suo vorticoso crescendo melodico finale, o le melodiche Judgement of Heaven e Blood on the World's Hands. Il disco si concentrava su intro lente, stacchi maestosi, atmosfere drammatiche, testi profondi e sofferti: tutti elementi che la formazione europea si porterà con sé nel nuovo millennio. Ancora una volta, gli assoli di chitarra erano autentiche cascate di note avvolgenti ed appassionanti: la classica melodia di Murray e la ruvida essenza stradaiola di Gers generavano un suono fluido ma molto più cupo e roccioso rispetto ai dischi con Adrian Smith, comunque affascinante nonostante i fans tradizionalisti non ne fossero particolarmente entusiasti. L'oscurità era un elemento centrale, più che mai, e si accentuerà con l'album successivo, andando a rimarcare il momento difficile vissuto da Harris a livello personale e mostrando una faccia decisamente dark ed intimistica della Vergine di Ferro. Spiegherà anni dopo lo stesso bassista: 'Anche se sembro una persona molto solare e che ha piacere della compagnia della gente, dentro di me coltivo costantemente sentimenti negativi, che mi fanno anche paura e cerco di allontanare. Quando scrivo un pezzo, talvolta cado in uno stato di profonda melanconia, che però almeno per la musica si traduce in qualcosa di positivo. Quando abbiamo registrato the X Factor vivevo un periodo molto difficile, eppure tutto questo mi ha portato a sfogare la mia rabbia nella musica. Il risultato è stato un disco molto cupo,che a me piace moltissimo ancora oggi. Se non soffri almeno un po' dentro, la tua musica potrebbe sembrare facile e superficiale; tutta l'arte nasce dai demoni che abbiamo dentro, dal fuoco dell'anima e anche dalla sofferenza'. Il manager Rod Smallwood definì l'album come 'il più sottovalutato della band, ed aggiunse: 'Dovrebbe essere un classico nel catalogo della band'. In un modo o nell'altro, un classico lo è diventato, alla faccia delle critiche e di chi voleva ad ogni costo infangare il blasone degli iconici inglesi. Bayley non era Dickinson, certo, e si sentiva: ma la sua prova era comunque convincente, viscerale, epica e battagliera. Chi si aspettava l'estensione vocale di Bruce restò deluso, per forza di cose; ma, a conti fatti, il singer non sfigurò affatto, contribuendo a delineare l'ennesima incarnazione della band inglese. Bayley era un ragazzo forse impreparato all'oneroso ruolo di singer degli Iron Maiden, ma affrontò la sfida con coraggio ed ironia, la stessa con la quale rispondeva ai giornalisti che lo accusavano di preferire la birra al microfono -'Provate voi a bervi un microfono'!- e che al tempo affermava: 'Il processo creativo che abbiamo utilizzato è molto semplice, quando avevo un'idea la presentavo a Steve e lo stesso faceva Janick. Steve elaborava le sue composizioni e poi ci trovavamo per gli arrangiamenti e l'ottimizzazione dei brani. E' bellissimo cantare questi pezzi, Steve ha un feeling unico che riesce a trasmettere ai brani. Riesce a tirare fuori la mia voce come mai non mi è successo prima, quando cantavo solo con aggressività'. A proposito del titolo del disco, il singer spiegò: 'Eravamo in studio e stavamo ascoltando diversi take della canzone appena incisa. Ognuno possedeva dei "fattori sconosciuti", e questo valeva per l'intero album: un nuovo ingegnere del suono, un nuovo cantante, così abbiamo deciso di chiamarlo The X Factor, un titolo che calzava perfettamente anche col fatto che si trattasse del decimo album in studio degli Iron Maiden. Il segno X, nella numerazione romana, significa dieci'. Sia su disco che nel successivo The X Factour si notò la fatica e lo sforzo fisico con cui Blaze interpretava i vecchi classici: l'inesperienza nel gestire gli sforzi vocali lungo show quotidiani e molto lunghi generò prestazioni non sempre eccellenti. Il disco fu pubblicizzato con mega party, centinaia di interviste sulla stampa, singoli, cofanetti, pubblicità radiofoniche. Il tour partì con alcune date in Israele e Sudafrica, paesi visitati per la prima volta, subì qualche intoppo con l'annullamento per le date libanesi per motivi di ordine pubblico e proseguì con tredici spettacoli europei. A novembre si tennero sei date nella natia Inghilterra: alla Brixton Academy di Londra ci fu il debutto della nuova line-up nella capitale. Dopo aver toccato Germania, Belgio, Francia e Portogallo, i cinque inglesi suonarono ben sette date in Italia (Torino, Modena, Roma, Milano, Firenze, Pordenone, Bolzano), spostandosi poi in Svizzera, Austria e Olanda; il tour sarebbe proseguito nel 1996 con tappe in Slovenia, Grecia, ancora Italia (Acireale, Bari, Perugia, Montichiari), Inghilterra -con la band supportata a Newcastle dagli Psycho Motel di Adrian Smith- e Francia. Ad aprile il carrozzone si spostò tra Canada e Stati Uniti, peraltro annullando alcuni spettacoli a causa di un'allergia che aveva colpito Blaze, quindi in Giappone e nuovamente in Europa, senza sosta. La tournèe si concluse con date in Brasile, Cile, Argentina e Messico. Blaze dichiarò: 'Dopo il 1996 ho sempre pensato che potrei sopravvivere a qualsiasi cosa, dopo essere sopravvissuto al The X Factour! Che esperienza! Sono stato in posti che non avevo mai visitato, e come frontman di una delle più grandi band metal, se non la più grande. Cantare "The Number Of The Beast" su un palco a Gerusalemme: quante persone possono dire di averlo fatto'? La scaletta del tour prevedeva l'esecuzione di Man On The Edge, Wratchild, Heaven Can Wait, Lord Of The Flies, Fortunes Of War, Blood on the World's Hands, Afraid To Shoot Strangers, The Evil That Men Do, The Aftermath, Sign Of The Cross, 2 Minutes To Midnight, The Edge Of Darkness, Fear Of The Darkm the Clairvoyant, Iron Maiden, The Number Of The Beast, Hallowed Be Thy Name, The Trooper e, talvolta, Sanctuary e Running Free; la scenografia prevedeva un Eddie gigante sulla sedia elettrica e una leva per azionare la scossa, affidata alle cure di Blaze: un concept che riprendeva quello della discussa copertina, che per la prima volta non prevedeva l'apporto di Derek Riggs ed il suo stile fumettistico.

Circa quattro anni di attesa: tanto era il periodo in cui un vecchio protagonista della scena metal mondiale quale Ozzy Osbourne era rimasto lontano dagli scaffali delle novità e dai negozi di dischi, alimentando anche qualche voce malevola sul suo stato di salute. Il vecchio pazzo di Birmingham, invece, stava benone e per fortuna era finalmente pronto a regalare ai propri fedeli sostenitori un nuovo lavoro in studio, al quale aveva dedicato un attento processo di gestazione; certo, in quegli anni si era anche preso del tempo per ripulirsi dall'alcool e dagli stupefacenti, ma in cuor suo non aveva mai creduto alla voci di ritiro che si rincorrevano sui giornali e che ormai lo bollavano come pensionato di lusso. Il nuovo Ozzmosis era un disco molto potente e moderno, caratterizzato da una produzione profonda e da riff di chitarra poderosi, granitici e contemporanei, molto più duro e alternativo, in un certo senso, di quanto mai proposto dal folle cantante inglese nonostante la cospicua presenza di pezzi lenti e malinconici. Il tocco roccioso di Zakk Wylde era ancor più arcigno rispetto a No More Tears e anche in fase solista si sentiva tutto il peso specifico rivestito dal musicista, che tuttavia avrebbe lasciato la band subito dopo la fine delle registrazioni su sua richiesta personale; al basso, invece, campeggiava la figura rassicurante di Geezer Butler, storico motorino dei Black Sabbath che aveva accettato la proposta del vecchio amico per suonare sul suo settimo album solista. La possente e corposa opener Perry Mason era il brano migliore del lotto, ma la tracklist poggiava su diversi brani avvincenti come le intense I Just Want You, My Little Man o See You On The Other Side, le toccanti Ghost Behind My Eyes e Old L.A. Tonight, le vibranti Tomorrow e My Jekyll Doesn't Hide, potenti e melodiche, o l'ipnotica Thunder Underground, uno slow time dal riffing pachidermico. Ozzy era soddisfatto del risultato e riconduceva gran parte del merito a Michael Beinhorn, direttore della produzione: 'Una persona molto scrupolosa, con cui non sono mancati gli screzi personali. Questo perché mi sono sentito coinvolto a livello emozionale nella realizzazione di Ozzmosis, come mai mi era capitato in passato. Ad un certo punto mi ero quasi pentito di aver assoldato una persona arrivata in casa mia per farla da padrone, ma poi ho ripensato ad una frase di mia moglie Sharon: 'Se compri un cane non lo fai per poi metterti ad abbaiare tu stesso'! Ovvero: non puoi prendere un produttore se poi pretendi di produrre l'album in prima persona! Mi è servito un po’ di tempo per capire cosa Sharon volesse dire, ma oggi mi arrendo davanti alla sua logica e alla sua saggezza. Le registrazioni sono andare avanti tra alti e bassi, Michael è stato molto duro nei miei confronti, portandomi al di là di quelli che consideravo i miei limiti. Certi giorni sono stato costretto a cantare per otto ore di fila senza interruzioni! Ci sono stati dei momenti in cui ho detestato quello che stavo facendo, ma la parte ancora funzionante del mio povero cervello mi ha reso consapevole che tutto ciò non avrebbe potuto che portarmi benefici. Michael è un vero maniaco in studio, talvolta mi ha rispedito a casa dicendo che quello che stavo facendo non valeva una cicca e che avrebbe ripreso le sessioni lavorative quando io mi fossi deciso a cantare meglio! E' stato un po’ come tornare a scuola. Lì per lì ho pensato che nessuno avesse il diritto di trattare il vecchio Ozzy in quella maniera, ma dopo un po’ sono stato al gioco perché ho capito che ne andava dei miei interessi e della qualità dell'album'. Per il cantante inglese si trattava di una sorta di nuova giovinezza: 'No Rest For The Wicked aveva segnato la fine del vecchio Ozzy. L'essere sistematicamente etichettato dentro al genere heavy metal mi sembrava infatti restrittivo sul piano della creatività; al tempo stesso mi sono accorto che non potevo passare da 'Paranoid' o 'Crazy Train' ad una canzone completamente acustica perché questo avrebbe rappresentato un cambiamento ma anche un passo indietro. Nè ho mai pensato che avrei dovuto riempire di ballate il mio prossimo album, ed infatti le canzoni più lente di Ozzmosis sono arricchite da numerosi effetti che contribuiscono a non renderle insipide. Senza contare poi che esse sono state posizionate seguendo una certa logica: si comincia con 'Perry Mason' che è piuttosto potente e si continua con 'I Just Want You', più calma; ancora 'Ghost Behind My Eyes' abbastanza animata e 'Thunder Underground' che è più heavy, e via così'. Per quanto si definisse ancora un pazzo schizofrenico, il vecchio Madman mostrava anche una certa sensibilità: 'Ho provato di tutto nella mia vita, ma ora è giunta l'ora che io rispetti davvero il mio pubblico mettendo da parte ogni tipo di eccesso. E' solo grazie ai fans se io sono ancora vivo e proprio per questo non mi perdonerò mai di averli in qualche modo truffati nel periodo in cui ero distrutto dalla droga e dall'alcol. Però non rinnego niente del mio passato perché sono convinto che ogni essere umano nasca con un cammino già segnato da seguire. Quello che è capitato a me sarà senz'altro successo a tante altre persone, con la sola differenza che ogni sciocchezza di Ozzy finiva regolarmente sulle prime pagine dei giornali. Ad esempio, non penso di essere stata la prima persona ad aver pisciato su quel muro...Mi hanno fatto bersaglio di molte accuse ma tutto questo non mi ha mai impedito di amare la musica o di ringraziare Dio per la stupenda opportunità concessami. Tutti quei musicisti che raccontano di detestare il successo ed il denaro si fanno beffa di voi, che tornino allora in fabbrica a mettere la frutta dentro i barattoli di conserva! Io amo il denaro, il successo e tutto il resto, quindi spero che la mia carriera non si fermi. Io prego Dio per questo'. In quel periodo si parlava molto di un'ipotetica reunion con i Black Sabbath, con lo stesso Ozzy Osbourne che riferì di cifre folli proposte alla band: ventotto milioni di dollari per ventotto concerti. Il cantante si tirò indietro dopo aver passato parecchie ore al telefono con Tony Iommi, perché sapeva che il rischio era troppo elevato: 'Se uno dei musicisti avesse abbandonato il gruppo dopo i primi concerti, saremmo stati costretti a rimborsare le cifre versate e magari anche a pagare i danni con gli interessi'! Già allora il cantante sosteneva che Bill Ward fosse ormai inadatto fisicamente a suonare in un tour, con l'impiccio di dover ingaggiare un batterista di scorta per accompagnarlo di nascosto, da dietro le quinte; troppi erano i cavilli che rendevano poco invitante tale reunion agli occhi di Osbourne: 'Una mattina ho ricevuto un fax dove si diceva che mancavano solo otto mesi all'inizio della tournèe e a seguire venivano ribadite alcune delle condizioni che avremmo dovuto rispettare, come ad esempio il divieto di salire in scena con elementi di cuoio o l'impossibilità di far uso di tabacco durante l'intero tour. Merda, ho pensato! Ma se anche le mutande di Tony sono in cuoio! E poi Bill che fuma di più del sottoscritto! La cosa stava iniziando a diventare ridicola, perché se da una parte potevamo guadagnare ventotto milioni di dollari, dall'altra potevamo anche perderli. Non credo che Bill sarebbe stato in grado di sostenere il tour'. Era solo questione di tempo: un primo assaggio della tanto attesa reunion, infatti, si avrebbe avuto già nel 1997/1998.

I Savatage erano una di quelle band che hanno sempre abituato stampa e sostenitori a capolavori per palati fini. Neppure la tragica scomparsa di Criss Oliva sembrava poter invertire la tendenza, per fortuna degli appassionati: dopo Handful Of Rain, infatti, fu la volta di Dead Winter Dead, un lavoro ora più melodico rispetto all'aggressivo predecessore; non vi era più Alex Skolnick alla chitarra, rilevato dalla coppia costituita da Chris Caffery ed Al Pitrelli: il primo rientrava nella band dopo aver lasciato il posto a Skolnick nel disco precedente, mentre Pitrelli fu ingaggiato su pressioni della casa discografica, al fine di dar maggior spessore e rilievo alla line-up. L'album era un concept sulla guerra in Bosnia, tema assai attuale in quei mesi, incentrato sulla storia di tre persone di diverse etnie i cui destini si ritrovarono intrecciati negli orrori della guerra, presentando forti frasi di denuncia nei confronti del conflitto; esso si rivelò un'altra grande prova di classe compositiva, melodia e intensità lirico-atmosferica, con la voce dell'ottimo Zachary Stevens a tracciare refrain emozionanti e il sempre vigile Jon Oliva a riprendersi il microfono in un paio di occasioni. Oliva stesso spiegava il grande valore riposto nei testi della sua band: 'I Savatage sono come un libro pieno di storie da raccontare. penso che per chi ascolta un disco sia molto appagante poter sentire grande musica ed ascoltare una grande storia allo stesso tempo. E' qualcosa di ben differente dalle solite dieci/dodici canzoni che parlano del diavolo, del sesso o della bevuta che ti sei fatto la sera prima, e così via. Quanto si potrà andare avanti con tutti questi dischi che parlano di depressione, di odio verso la società? Hey, guys, come on! Se la vostra vita è una merda cercate di non rendere tale anche quella degli altri! A noi non interessa se una storia è basata sulla relatà, come nel caso di 'Dead Winter Dead', o sulla fantasia, come nel caso di 'Streets'; l'importante è che sia una buona storia. E' come se regalassimo un racconto extra a chi compra i nostri dischi, ed in futuro continueremo su questa strada. Credo che sia anche questo binomio di musica e testi a differenziare i Savatage dalla maggior parte delle metal-band'. Di lì a poco i floridiani si sarebbero dedicati anche al progetto Trans-Siberian Orchestra, esprimendo una sorta di rock sinfonico a tema natalizio. Inarrestabile come suo consueto, King Diamond fece intanto vibrare ancora i suoi falsetti nell'ennesimo disco di metal melodico ed elaborato, The Spider's Lullabye, rilasciato sotto le insegne della sua band omonima; l'ex cantante degli Anthrax, il bravo Joy Belladonna, intanto, intraprese a sua volta una carriera solista, senza troppo successo: il debutto autointitolato non fu certo un disco degno di essere tramandato ai posteri, e non migliorò la situazione di crisi creativa nella quale il singer era crollato dopo la dipartita dalla formazione che lo aveva portato nelle enciclopedie. Sempre affidabili, senza naturalmente avere le pretese di grandeur che la giovinezza aveva dato loro, gli inglesi Saxon regalarono ai propri aficionados l'ennesimo disco di coriaceo heavy metal britannico, Dogs of War, proprio mentre gli altrettanto iconici Black Sabbath esalavano gli ultimi aliti di una carriera decennale: Forbidden, diciottesima fatica in studio di Tony Iommi e compagni, era un lavoro poco ispirato, un heavy metal canonico ma senza grossi spunti, che nacque pure sotto una cattiva stella -fatta di pregiudizi e paure per fortuna infondate- a causa della collaborazione col rapper Ice-T nella canzone The Illusion of Power: una collaborazione che sfiorava l'eresia, dato che gli inglesi erano considerati i padri dell'heavy metal puro ed incontaminato. Per fortuna, a parte un refrain pseudo-rappato nella canzone sopracitata, non vi erano echi nu-metal nel successore di Cross Purposes, che era stato un lavoro discreto ma non al livello del colossale Dehumanizer, del 1992, tantomeno dei grandi classici del passato più remoto: il rientro di Tony Martin alla voce -coinciso proprio con Cross Purposes- segnò suo malgrado la fine dell'epopea sabbathiana, con Tony Iommi che scelse saggiamente di non incidere più niente sotto lo storico monicker onde infangarne il blasone. In ambito hard rock si segnalarono infine Ballbreaker, ennesima cannonata degli immarcescibili AC/DC, Sacrifice dei soliti abrasivi Motorhead e These Days, discreto sesto album dei Bon Jovi, altra abbuffata di singoli radiofonici anche se leggermente meno qualitativa rispetto ai precedenti lavori.



barlow
Sabato 8 Febbraio 2014, 19.00.31
41
Dopo l'anno spartiacque (il 1994) tra metal classico e moderno, il 95 è tra i migliori davvero della storia di questo genere. Non dimenticarti "demanufacture" dei fear factory che è uno dei lavori più importanti del metal anni 90, così come l'incredibile "destroy erase improve" dei Meshuggah, piacciano o meno, sono album incredibili con suoni che non si erano mai sentiti. Anche nel black con il debutto degli emperor e l'inizio del black sinfonico è un'annata incredibile. Sono troppi i dischi da citare. Qualcuno ha già detto "the final experiment", forse il più sottovalutato album degli Ayreon, semplicemente perché per me è il migliore, con canzoni davvero incredibili melodicamente parlando, prima delle seghe e dei doppi album futuri. Poi il debutto di uno dei gruppi più influenti del metal moderno, gli Opeth, insomma due parti non basteranno. ps. gli At the gates
MarkTrimain
Giovedì 6 Febbraio 2014, 21.34.33
40
Grande anno, senza dubbio. Come non dimenticare, oltre ai gia citati, Mellon Collie And The Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins (sono particolarmente affezzionato a quest'album, scusatemi), It's Five O'Clock Somewhere degli Slash's Snakepit, primo episodio praticamente solista del riccioluto chitarrista prossimo alla separazione dai Guns N' Roses, Above dei Mad Season, stupendo canto del cigno per il genere grunge, o Balance dei Van Halen, atto finale della line up con Sammy Hagar alla voce. Cito anche il maestoso Pulse dei Pink Floyd, uno dei migliori live album mai pubblicati nella storia della musica a mio avviso. Mi dispiace di esser stato ai tempi troppo piccolo per poter vivere quegli anni, ma col tempo ho potuto recuperare.
deedeesonic
Giovedì 6 Febbraio 2014, 14.35.37
39
Mi darete del "duro di comprendonio" e avrete anche ragione, ma continuo a non capire "la fine" di cosa? Cambiamento, evoluzione, "rimescolamento", forse, ma fine, non direi.
Vitadathrasher
Giovedì 6 Febbraio 2014, 3.08.15
38
@deed, cavolo the silent enigma fu un capolavoro non so quanto l'ho ascoltato quell'album.
videoklip
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 22.37.38
37
Una annata doc come il vino,c'era qualità in quei tempi ,allora si che era arte il rock e il metal,i già citati Motorhead con Sacrifice,i Behemoth con Sventewith,i Lord Belial con kiss the Goat,i Vader con De Profundis,Domination dei Morbid Angel,i Suffocation con Pierced from Within,I Meshuggah con Destroy Erase Improve,Battle In the Nord degli Immortal,i Darkthrone con Panzerfrau,I Bal Sagoth con Black Moon on Lemuria,The Damnation Game dei Simphony x,Nordavind(folk viking metal) l'unico sperimentale e forse oggi introvabile album degli Storm,Paranoid and Sumburnt dei Skunk Anansie,The Final Experiment e Sail Away to Avalon di Arjen Lucassen(Ayreon),King Diamond con Spider's Lullabye,One Hot Minute dei Red Hot Chili Peppers,Fu Munchu con Daredevil,Nevermore con Nevermore,i Tankard con The Tankard,A Change Of Seasons Dei Dream Theathre,i Trouble con Plastic Green Head,Fear Factory con Demanufacture,Masquerade in Blood dei Sodom,la bellissima Soup dei Blind Melon,che sento ancora oggi in macchina,i Weezer con Weezer,Green Day con Insomniac,i Wildhearts con Phuq,e poi...............basta sennò per la nostalgia piango,hanno ragione@Samba e @Arraya dal 99 in poi c'e la brusca virata verso il basso,band storiche diventano noiose e sfornano orrori,e quelle nuove non cercano l'originalità, non so perchè forse per,bassa creatività e ispirazione,qualità scadente,testi sempre + banali,uso massiccio del computer nelle composizioni,intromissione delle label nella creazione artistica,ultracommercializzazione e conseguente pirateria informatica con download selvaggio,e scopiazzatura tra bands quasi da copiaincolla,fanno proseguire il declino tranne qualche eccezione cui mi aggrappo in extremis e continuo a sperare.
deedeesonic
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 18.18.56
36
Dimenticavo anche Moonspell - Wolfheart, The Gathering - Mandylion, Anathema-The Silent Enigma.
Sambalzalzal
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 18.03.17
35
Aggiungo anche il bellissimo In A Time Of Blood And Fire degli svedesi Nocturnal Rites... come dice AL@ si può dire che all'epoca veramente ogni acquisto era buono in campo power. Me ne stanno venendo in mente tantissimi, spero segua una succulenta seconda parte!
deedeesonic
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 16.46.04
34
Altri album di quell'anno a cui sono legato sono: Dissection - Storm of the Light's Bane, at the gates - Slaughter of the Soul, Dark Tranquillity - The Gallery, Cathedral - The Carnival Bizarre, Edguy - Savage Poetry, Opeth - Orchid, Skid Row - Subhuman Race, Theatre of Tragedy - Theatre of Tragedy, My Dying Bride - The Angel and the Dark River, Kyuss - ...And the Circus Leaves Town oltre ai già citati Paradise Lost-Draconian Times, e quello che per me è a tutti gli effetti un capolavoro Iron Maiden- The X Factor. Se non sbaglio uscì anche qualcosa dei Fu Manchu che mi piacque parecchio, non ricordo se fosse il debutto No One Rides For Free...
AL
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 15.10.23
33
Anche Heart of Darkness e Black in mind veramente belli! in quegli anni compravo cd power a scatola chiusa. erano tutti di buona o ottima qualità!
Third Eye
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 13.27.51
32
E' stato l'inizio della fine, quanto volte abbiamo dovuto sentire quest'espressione!! Solita storia. Solita litania.
Sambalzalzal
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 11.36.23
31
Arrraya@ d'accordissimo.Tra 95 e 98 c'è veramente il canto del cigno del movimento. Si registrano dei picchi di qualità veramente da togliere il fiato. Mi chiedo da li in poi quale sia stato il meccanismo che si è inceppato... mi sono posto la domanda parecchie volte ed ancora continuo a farlo
roberto
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 11.00.30
30
these days dei bon jovi è un album molto intimista che c'entra poco con le precedenti produzioni ma è davvero un gran disco... anche se piu vicino al pop che al rock
AL
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 8.49.57
29
Iron una delusione.. non mi è mai piaciuto. per fortuna sono usciti vari album ottimi quell'anno: Blind, Iced Earth, Savatage il mio podio. di poco sotto Land of the free. Saxon così così... Ballbreaker degli Ac Dc non è male nonostante sia un disco degli Ac Dc
Vitadathrasher
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 8.06.16
28
L'unico power che non cade nel ridicolo è quello dei Blind e questo album è davvero tra i migliori di sempre. Infatti ricordo il 95 in primis per questo, per il cattivissimo once upon the cross, per i Savatage, anche se un po troppo melodrammatici e in negativo per il sempre atteso (almeno un tempo) degli iron: un obbrobrio in cui un qualsiasi altro cantate avrebbe interpretato meglio la cupezza di atmosfera e anche la mediocrità compositiva.
patrik
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 3.59.43
27
te arraya dove eri a reggio al monster of rock nel 95? eravamo in pochi a cagarci i kyuss te lo assicuro, forse al bloom era un altra storia : gia ma ero troppo piccolo per andare a mezzago dassolo evvia un po revisonismo non fa mai male , fa pulizia di tutte le schifezze che andavano dimoda in quel periodo eh!!!! poi vabbe chi è rimasto nell' ombra ci è rimasto senza troppe rivalutazioni, bisognava essere belli ,famosi e morti per essere considerati ( kurt avrà infranto molti cuori , ma anche molte balle )
VomitSelf
Mercoledì 5 Febbraio 2014, 2.12.26
26
Sono usciti davvero grandi dischi, col senno di poi, nei cari e ormai lontani anni '90...grande annata. Cristo, avevo 18 anni nel '95, sigh
Arrraya
Martedì 4 Febbraio 2014, 23.37.17
25
Altra bella annata. Paragonerei il periodo in questione con quello degli ultimi bagliori dell' Impero Romano un paio di secoli prima dellla calata dei Barbari, gli ultimi attimi di splendore assoluto. Con questo non voglio denigrare il medioevo che ha comunque saputo regalarci delle perle, seppur a singhiozzo. Purtroppo il 1995 è anche l'anno dell' unico brutto album dei Black Sabbath, con un album veramente sciappo e inutile, cosa veramente strana per Iommi. Per fortuna si rifece subito con cd a suo nome e con le perle realizzate con Glen Hughes. per il resto avete detto tutto voi, sia nell'articolo e sia nei commenti. Come nel precedente 1994, l'anno ingranò con un bel crescendo, e non solo in ambito strettamente Metal. Segnalerei anche tutte quelle uscite Stoner che dovreste trattare al piu presto.
the Thrasher
Martedì 4 Febbraio 2014, 23.32.37
24
Ah ah Ah non tutti, per forza di cose...
videoklip
Martedì 4 Febbraio 2014, 22.40.39
23
@Samba tutto ok,sicuramente @The Trasher li citerà,altrimenti verrà citato in giudizio per lesa maestà, @Rino Ahahahah!,scherzo ovviamente.
Sambalzalzal
Martedì 4 Febbraio 2014, 22.31.53
22
videoklip@ è vero, avevo dimenticato Draconian, Masquerade, Sotlb dei dissection e Act 2 galileo dei nostrani Time Machine che ascolto sempre molto volentieri... speriamo compaiano nella seconda parte!!!
videoklip
Martedì 4 Febbraio 2014, 22.27.09
21
Si è vero c'è molto power nel 1995,anche il bisfrattato ma per me bello,Eternity dei Kamelot,in Your Moltitude dei Conception,il già citato e stupendo black in Mind dei Rage,il devastante Masquerade,dei Running Wild,Mental Reservation degli Scanner,il demo-cd dei 5th season,MCMXCV degli inventori del medieval rock i Subway To Sally,Storm Of The Light's Bane dei Dissection,The Gallery ,dei Dark Tranquillity, i Fleurity con Mit Tid Skal Komme,i Samael con Rebellion(x me svolta negativa).Draconian Times degli inventori del gothic cioè I Paradise Lost.Poi c'e rock grunge e hard rock/heavy con Foo Fighters degli Omonimi,idem per gli Alice in Chains,Does to Infinity dei Monster Magnet(energico ed elettrizante), The Bends dei Radiohead,il capolavoro dei Queen, Made In Heaven, Ll'hits album dei Def Lepards,Mandylion dei The Gathering.Per l'ITALIA ,C'è il caplavoro del prog Act 2 Galileo,dei sottovalutati Time Machine.Complimenti a @The Trasher per la rubrica ben fatta e per l'articolo sui Savatage di cui ho tutta la collezione.
the Thrasher
Martedì 4 Febbraio 2014, 21.07.58
20
@HeroOfSand_14: tranquillo, c'è tutto il tempo per espandere la propria cultura, mica è una ''gara'' a tempo! io a 21 anni entrai in Metallized e da allora ho conosciuto un'infinità di cose! Il nuovo millennio sarà una sfida bella tosta,per via della scelta delle uscite veramente valide.. a volte mi soffermo già ora a pensare come tratterò l'argomento, anche considerando la vastità di cose da citare... staremo a vedere @xutij: grazie della segnalazione, sistemiamo subito!
xutij
Martedì 4 Febbraio 2014, 20.48.59
19
Ottimo articolo Rino ! Vorrei solo far notare una piccola svista : nella prima foto con la didascalia Savatage,non ci sono i Sava,ma bensì i mitici Doctor Butcher,il progetto "parallelo" di Jon Oliva e Chris Caffery.
HeroOfSand_14
Martedì 4 Febbraio 2014, 20.18.54
18
Ahah sbaglio mio allora Rino, che mi da buone speranze per ampliare la mia cultura in poco tempo Ho precisato anche la mia età perchè non vorrei che il mio nick dia idee sbagliato riguardo la mia "vecchiaia"! Devo dire comunque che aspetto con impazienza il nuovo millennio, se lo racconterai, per vedere come tratterai quegli anni cosi strani, complicati della "nostra" musica
MrFreddy
Martedì 4 Febbraio 2014, 20.17.04
17
Articolo eccellente, come di consueto. L'evento più importante comunque è la mia nascita, nun ce n'è
the Thrasher
Martedì 4 Febbraio 2014, 19.24.30
16
@Delirious Nomad: ahahahaha come ho potuto! scherzi a parte non credevo fossi così giovane!
Delirious Nomad
Martedì 4 Febbraio 2014, 19.20.44
15
Rino questa volta non ci siamo! Sei imperdonabile, hai tralasciato il più importante evento dell'anno: la mia nascita . Più o meno un mese prima di Symbolic . Hahaha scherzo! Ottimo lavoro come sempre
the Thrasher
Martedì 4 Febbraio 2014, 18.42.38
14
@HeroOfSand_14: concordo con quello che dici, anche io ho ascolti molto molto vari! cmq non che io sia molto più vecchio di te, ho da poco compiuto 26 anni mica 40!
HeroOfSand_14
Martedì 4 Febbraio 2014, 18.38.10
13
@Rino: Bene, fa sempre piacere sapere di persone con culture musicali cosi ampie. Io sono ancora troppo giovane per avere una cultura "spaziosa" (dal basso dei miei 21 anni), ma mi piace sapere che in una webzine di musica non ci sono solo amanti sfegatati di un genere, che disdegnano gli altri. Per quello pure io cerco di ascoltare di tutto, tralasciando solo quello che non può essere definito proprio musica, e penso che non possa che fare bene al cervello!
the Thrasher
Martedì 4 Febbraio 2014, 17.27.16
12
@HeroOfSand_14: grazie per l'errore di battitura che ci segnali, provvediamo a correggere la svista! In quanto alla tua domanda, diciamo che al 90 % conosco tutto quello che cito, qualche eccezione per forza di cose coincide con la sezione black metal, genere che non amo e che quindi non conosco sufficientemente. In quel caso devo documentarmi
er colica
Martedì 4 Febbraio 2014, 17.11.01
11
è vero c'è stato molto power e metal classico a metà anni 90 , paradossale vero? comunque tra i primi 90 e la metà c'è stato pure un certo movimento in scandinavia ma non per il black (che c'è stato prima) ma per il punk , se notiamo nella metà degli anni 90 sono usciti molti esordi di dischi crust hardcore scandinavi soprattutto in svezia e Finlandia e molti musicisti noti nel metal iniziarono ad avviare progetti punk.
HeroOfSand_14
Martedì 4 Febbraio 2014, 16.39.57
10
Infatti non capisco come si può dire che è stata un'annata "dimenticabile". Che dischi, e non solo prettamente power (se penso agli Iced o ai Virgin Steele). Ti segnalo Rino che hai scritto per 2 volte "The Factor" dimenticando la X, poco prima delle dichiarazioni di Harris ma poi mi domando: te conosci già tutti i dischi di tutte le annate che hai recensito, o gli ascolti apposta per descriverli qua? Perchè veramente sennò hai una cultura esagerata, considerando quante centinaia di dischi hai elencato dal primo correva l'anno a oggi. Complimenti comunque!
Radamanthis
Martedì 4 Febbraio 2014, 14.40.29
9
Come sempre ha detto già tutto Rino nell'articolo, molto bello come al solito (l'articolo, non Rino!!!!! ) Disconi power che più power non si può!!! Bell'annata, nulla da dire, ottime uscite...
Cristiano
Martedì 4 Febbraio 2014, 12.43.59
8
Gran bell'annata! Soprattutto per il power
Madblade
Martedì 4 Febbraio 2014, 12.24.26
7
Ricordo bene quest'anno, purtroppo. Il punto più basso della mia storia metallica (da ascoltatore). I nuovi lavori di Iron Maiden, Ozzy e Bon Jovi furono tre grandi delusioni sotto ogni punto di vista. Ma dalle ceneri dei "grandi" del mio passato emerse fiammeggiante il nuovo sound del mio futuro: Iced Earth, Gamma Ray, Blind Guardian, Stratovarius, Virgin Steel. Da qui in poi è stato tutto un crescendo.
Lizard
Martedì 4 Febbraio 2014, 12.18.01
6
X Factor e Forbidden dei Sabbath furono delle delusioni quell'anno, poco da dire. Anche se coi grandi gruppi si tende ad essere molto esigenti e quindi anche dischi più che sufficienti come quelli sembravano comunque delle semischifezze. Anche Ballbreakers e Dogs of War non brillavano particolarmente. In compenso i Savatage pubblicarono un capolavoro come Dead Winter Dead e i Motorhead un discone come Sacrifice, tra i più belli che abbiano mai composto e ultima testimonianza della line up con due chitarre.
the Thrasher
Martedì 4 Febbraio 2014, 11.55.35
5
@Master: che io sappia l'infortunio era capitato a Siepen!
Sambalzalzal
Martedì 4 Febbraio 2014, 10.34.58
4
In questo 1995 fu estasi totale per me! I lavori di Virgin Steele, Iced Earth, Unleashed, Blind Guardian, Deicide, Savatage, Inferno dei Capricorn (Ex Grinder), Sanctified dei Morgana LeFay, quella mazzata di bravura che è Black In Mind dei Rage... insomma, assolutamente annata memorabile. In Questo anno di certo vennero scritte nel metal delle pagine indelebili e tuttora ineguagliate!!! I 90' secondo me furono gli anni della sperimentazione e della maturazione di tantissime bands per lamentarmi aspetterò il fatidico 99'...
Andrea
Martedì 4 Febbraio 2014, 10.22.42
3
Io invece penso che anche gli anni 90' siano stati in qualche modo speciali per il metal tutto, diversi ovviamente dagli 80s, ma non da buttare via, assolutamente.
Argo
Martedì 4 Febbraio 2014, 8.30.05
2
Per quanto riguarda i miei gusti, eravamo ormai al nulla più totale... ricordo che dopo aver ascoltato X-Factor la mia passione per i Maiden che avevo 9 anni lentamente si dissolse, e stentavo veramente a credere ad una realtà così triste. Ricordo con piacere invece l'ottimo disco dei Bon Jovi, per me il loro apice, stupendo.
Master
Martedì 4 Febbraio 2014, 8.01.11
1
sempre piacevoli da leggere questi articoli, ma solo una piccola precisazione: l'infortunio alla mano per quanto riguarda i blind guardian non era toccato a olbrich al posto di siepen? è anche possibile che ricordi male..
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