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Manowar, anni 80
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FATAL PORTRAIT - # 5 - Manowar
16/02/2014 (2927 letture)
Universalmente riconosciuti come i Signori dell’Epic Metal, genere che si fregia di parecchi nomi blasonati, gli americani Manowar rappresentano una sorta di icona nell’immaginario collettivo, nonostante vengano spesso fatti oggetto di innumerevoli critiche e discussioni. Per quanto si possa dire sul loro conto, è infatti innegabile che i prodi warriors di New York incarnino l’essenza stessa del true metal, dato oggettivo scaturito da almeno un decennio di lotta in prima linea, con la produzione di masterpieces a ripetizione, tronfi inni di battaglia ed epocali marce guerriere. Non a caso sono una delle prime band con cui deve fare i conti ogni giovane nuovo adepto che si avvicina al Verbo dell’Acciaio, assieme a pochi altri come Iron Maiden e Metallica, un lusso non da poco che premia una lunga crociata propagandistica, fatta sì di musica epica e maestosa, ma anche di dichiarazioni ridondanti e teatralità plateale. Il lungo Viaggio nella Gloria dei Quattro Re del Metal poggia su canzoni semplici ma imperiose, spinte oltre ogni limite dalla possente voce di Eric Adams -all’anagrafe Louis Marrullo- uno tra i migliori cantanti mai ammirati in ambito heavy metal; al suo fianco, nella line-up storica, spiccavano il drumming scrosciante di Scott Columbus ed il tocco valoroso di Ross The Boss, chitarrista dal feeling trionfale, oltre che l’ego smisurato di Joey DeMaio. Un carisma, il suo, talmente forte da mettere in secondo piano l’abilità di bassista. DeMaio, di chiare origini italiane, è sempre stato, in realtà, un chitarrista aggiunto, in quanto la presenza del suo strumento è talmente centrale e corposa da rendere limitante la definizione di appoggio ritmico, solitamente dedicata ai bassisti. Fin dalle origini, le connotazioni contestuali sono state chiare: scenari di battaglia, costumi in pelle dai tratti barbarici, testi autoreferenziali, celebrativi, evocativi, rivolti alla continua esaltazione dei valori sacri della musica metal come la fratellanza, la tenacia, la perseveranza e la coerenza, dote quest’ultima inseguita con fin troppa insistenza dai Nostri, che per la loro dedizione sono inevitabilmente e più volte finiti nel bersaglio della critica. Per molti sono soltanto degli attori che recitano un copione, per altri dei veri valorosi che credono realmente in ciò che cantano sul palco; forse la verità sta nel mezzo, come spesso accade, ma di fatto non si può dire che i Manowar non abbiano contribuito, negli anni Ottanta, a scrivere pagine di Storia del metal a caratteri cubitali. Ponendo i semi ed evolvendo il genere stesso con una tenacia notevole; il loro stile si è modificato, certo, dallo status arcaico degli esordi ad una forma più protesa al power di fine anni Ottanta, ma è sempre rimasto coriaceo e fedele a sé stesso, nudo, crudo e senza troppi compromessi. Il messaggio di fondo è sempre stato uno: ‘Il vero metal siamo noi e pochissimi altri’; il grido di battaglia, forse adolescenziale, è noto ad ogni latitudine: ‘Death to False Metal’. I nemici principali, facili a dirsi: mode, tendenze, ‘bastardos’ e ‘asshole’. Probabilmente i Manowar piacciono proprio per aver creato questa sorta di confraternita, un universo parallelo accogliente nel quale ricercare sentimenti di valore e fratellanza che nella realtà sembrano davvero difficili da rintracciare: si potrebbe questionare in eterno a proposito dell’onestà del loro messaggio, però di fatto va dato loro un altro merito, quello di aver dato a intere legioni di fans in tutto il globo degli ideali in cui credere, una fede nella quale riconoscersi e dei brothers of metal appassionati con i quali mettere in comunione idee e interessi. E per quanto possa sembrare banale o sciocco, questo è in realtà un traguardo importante, perché non si può negare che vi siano molti kids che ancora provano emozioni forti di fronte a certi valori, a certe tematiche e a certe fughe dalla realtà verso un mondo idealizzato, anche se agli occhi degli ascoltatori più cinici e realisti potrebbe sembrare ridicolo parlare di leggende e crociate nel nome dell’Acciaio. Per fortuna non siamo tutti uguali, ma le percezioni di ognuno di noi vanno ugualmente rispettate e pertanto onore ai Manowar, Signori dell’epic metal!

1. Manowar. L’epopea dei prodi guerrieri inizia nel 1982 con Battle Hymns, disco pioniere dell’epic metal per tematiche e ambientazioni, ancora fortemente radicato nell’hard rock. Riff rocciosi e voce possente condiscono brani lineari e non ancora orientati a quella magniloquenza metallica che comparirà fin dal secondo disco, titletrack esclusa. Tra i ritmi stradaioli di Death Tone e il refrain anthemico di Metal Daze, tra i frenetici ritmi rock di Fast Taker e le solenni tenebre epiche di Dark Avenger spicca l’autoreferenziale Manowar, scandita da un ritmo vivace e da un riff arrembante. Un pezzo semplice ma dal ritornello trascinante, così come l’assolo di chitarra: l’istantanea di ciò che erano i Manowar prima della loro Cavalcata nella Gloria, figli di un hard’n’heavy abrasivo e verace, privo di ogni sorta di compromesso, ma comunque catchy. La canzone narra le origini della band, dall’incontro fortuito tra DeMaio -roadie dei Black Sabbath nel tour di Heaven And Hell- e Ross The Boss, che suonava in una band di supporto agli iconici di Birmingham: ‘Ci incontrammo sul suolo inglese nella stanza di un backstage, sentimmo il suono e tutti noi sapevamo cosa c’era da fare! Manowar, nati per vivere per sempre, col diritto di conquistare ogni terra; mantieni stretta la tua posizione e non concederne più!’

2. Battle Hymns. Pezzo maestoso ed imponente, Battle Hymns è la composizione più articolata del disco, quella che si discosta dallo stile hard’n’heavy delle altre tracce per andare a costituire un’anticipazione dell’epic metal imperioso che la band forgerà fin dal platter successivo. Un arpeggio esile e sommesso fa da preludio ad un riff regale sul quale Eric Adams canta con tono sicuro e solenne, accompagnato da ritmi medi e cori sontuosi in occasione del belligerante ritornello. Le sue strofe ed i suoi acuti mettono i brividi, delineando un vero e proprio inno di battaglia e militanza: ‘Cavalchiamo al chiaro di luna, diecimila su ogni lato, con spade sguainate e brandite in alto. I nostri scudi e le nostre armature scintillano, Ave a te, nostra fanteria! Siate corraggiosi dinanzi alle tombe, gridiamo tutti l’eterna promessa: adesso è il tempo di colpire’; emozionante è l’apertura melodica centrale, nella quale la chitarra abbandona la distorsione più rocciosa per accompagnare un’interpretazione accorata e intensa dello stesso Adams. Ma ancor più emozionante è la ripartenza, scandita da una rullata, da un urlo possente e da un ribollente assolo di chitarra. Infine, l’ultima strofa viene cantata con enfasi ancor maggiore, col singer che sfodera uno screaming eccezionale e rivela al mondo le sue doti indiscutibili.

3. Warlord. Due ragazzi che amoreggiano, il padre di lei che irrompe e lui che si dà alla fuga: inizia così Warlord, opener di Into Glory Ride, un disco cruciale per la storia dei Manowar e dell’intero epic metal. Esso è infatti ritenuto il primo vero grande masterpiece del settore, quello che lo ha di fatto codificato portando alle massime conseguenze l’epicità delle atmosfere, la sacralità delle composizioni, la potenza delle musiche e la ridondanza delle liriche. Mentre molte band puntavano tutto sulla velocità, i Manowar rallentavano, mettendo a punto una serie di marce ieratiche ed intimidatorie, costruite su riff massicci e strutture poderose, avanzando con regale imponenza tra oscure mid/slow tempo e imperiosi stacchi vocali. Warlord, tuttavia, è l’unico brano che si discosta dal mood dominante del disco essendo, infatti, diretto e senza fronzoli, per quanto sempre appoggiato su un riffing roccioso e aggressivo. Si tratta di un trascinante esercizio di heavy metal vigoroso e dinamico, con vocals coinvolgenti ed un trepidante assolo di chitarra. Il brano diventa uno dei primi episodi contro i quali viene puntato il dito della morale pubblica, adirata per l’egocentrismo ostentato e per l’amoralità di certi versi troppo bellicosi: ‘Prendo ciò che voglio e vado dove mi piace, prendo il mondo per le palle. Questo mondo non è grande abbastanza per sbattermi giù; yeah, viviamo in un mondo malato: l’uomo in TV dice che abbiamo dei problemi oltre mare; beh, perché diavolo dovrei preoccuparmi? Pensi che loro si preoccupino di me? Basta mandargli soldi, mandiamogli bombe’. Niente aiuti al Terzo Mondo, soltanto bombe: con un’esternazione del genere, i Manowar si attirarono contro polemiche e antipatie che sarebbero ritornate con ciclicità, accusandoli ora di essere dei guerrafondai ed ora dei filo-nazisti, senza tralasciare le proteste dei movimenti femministi, inorriditi da certe cantiche sessiste.

4. Secret of Steel o Gloves of Metal. Due brani imponenti e cattedratici, tronfi di pathos ed epicità, cruda e glaciale, che non aveva bisogno di virtuosismi spiccati o melodie particolari per far correre i brividi lungo la schiena. Queste due canzoni ben rappresentano lo spirito di Into Glory Ride, un manifesto cavalleresco dall’anima intensa e barbarica dei suoi autori, un potente e letale affresco di orgoglio e appartenenza guerriera che si abbatte sulla testa dell’ascoltatore col fragore di un macigno. Secret of Steel si apre su un riff sacrale e oscuro, capace da solo di incutere un forte timore reverenziale; un riff più acuto e una serie di rullate portano a livelli ulteriori la tensione, mentre il pezzo si muove lento, cadenzato, ed Eric Adams intraprende una narrazione seriosa che cresce sempre di più, sfociando in un refrain di rara intensità. Il testo sembra affermare la natura quasi divina della musica metal, una sorta di segreto riservato soltanto a pochi eletti in quanto scrigno di virtù e valori sovrannaturali: ‘Figli del destino si mostreranno, senti la voce della saggezza; sorgi, ammira la forza che senti, tenuta nel tuo cuore ma mai rivelata. Tu fosti chiamato dagli dei per brandire i loro poteri, custodisci bene il segreto dell’acciaio’. L’assolo di chitarra che spacca il brano a metà è altrettanto ieratico, una squillante e gelida melodia di desolazione dopo la quale riprende la marcia funerea. Anche Gloves of Metal possiede un ritmo rallentato e corposo, ma si apre su un riff più prorompente ed è ancora più coinvolgente nelle vocals, scandite da Adams con timbrica ferma ed impositiva. La testa si muove inesorabilmente a tempo, accompagnando i prodi guerrieri fino al magnifico assolo di chitarra: Ross The Boss traccia scale raggelanti, mentre Scott Columbus tiene il tempo con ritmiche secche e perentorie. Qui si parla di quello che l’heavy metal e i suoi paladini rappresentano per i ‘ragazzi che scuotono la testa’, ovvero un’ancora salvifica che ci sarà sempre e per sempre: ‘Un eroe è benvenuto per quelli che accolgono la chiamata; noi siamo insieme, siamo tutti: con le mani alzate, i pugni riempiono l’aria, resistiamo contro il mondo. Mani alzate, per sempre noi ci saremo, i guanti di metallo governano stanotte’. Memorabili gli acuti con cui Eric Adams porta l’enfasi a livelli di guardia sul finire del pezzo.

5. March for Revenge. Brano di oltre otto minuti di durata, March for Revenge è una lunga suite dalle diverse sfaccettature, poderosa, massiccia e cadenzata nella sua fase iniziale e caratterizzata da una prova vocale maestosa; la chitarra è granitica e cospicua nel riffing, accompagnata da inediti ed eleganti orpelli di tastiera nel corso del refrain. La parte centrale del pezzo è altamente evocativa: il dolce arpeggio che accompagna la passionale interpretazione di Eric Adams genera visioni eteree ed emozioni forti, sempre più marcate man mano che il singer accresce la vena epica delle proprie strofe e culmina in una climax straripante, dal quale si riparte con uno stupendo assolo melodico. La canzone recupera così tutta la sua forza ed anzi la raddoppia nel corso di una strofa finale colossale: Adams straripa pathos, possanza e grandiosità da tutti i pori, sublimando con cori da pelle d’oca questo immenso inno di battaglia. Leggendo il testo, è possibile visualizzare un’armata in marcia pronta ad affrontare un ipotetico nemico; nella metafora manowariana, potrebbe trattarsi dell’incarnazione della Società perbenista, che rifiuta e ghettizza la subcultura rock/metal, allora molto più che al giorno d’oggi: ‘Pece rovente e catene verso l’alto, le nostre lame devastano le loro navi, l’acciaio incontra l’acciaio, asce, sciabole e scudi; le loro teste sono infilzate nelle nostre picche, e i corpi ricoprono i campi. Straziateli e uccideteli, prendete le donne e i bambini’. Nuove accuse emergono in merito all’ultima frase appena enunciata, mentre altrove ritorna la tematica della fratellanza e del supporto al proprio compagno ferito (forse, ancora in metafora, proprio a causa del suo status di ‘alternativo’): ‘Fratello caduto, sono qui al tuo fianco e temo che questa ferita sia per te l’ultima. La possente terra ora beve il tuo sangue ed io rimembro giorni da tempo passati. Il tuo sacrificio, così grande; riposa, ora, accogli il tuo sonno poiché non ti risveglierai, lascia che la vendetta sia dolce e quando noi avanzeremo la tua spada cavalcherà al mio fianco’. I guerrieri cuoioborchiati sono pronti a lottare fino all’ultimo sangue: ‘Dal plenilunio essi risorgono dalle macerie, tra fiumi di sangue combattono con rabbia forgiata nell’Inferno. Professiamo il credo dell’unità, per il cerchio di sangue noi siamo uno, non conosciamo la paura, nati per combattere e non per fuggire’. A suggellare Into Glory Ride vi erano tuttavia anche la cruda Hatred e la travolgente Revelation, una galoppata irresistibile e infervorata da accelerazioni e decelerazioni continue, ricca di linee vocali enfatiche e avvincenti.

6. Hail to England. Nel 1984 i Quattro Re dell’Acciaio tornano addirittura con due dischi di identico livello, entrambi capaci di bissare l’importanza storica e la qualità intrinseca del predecessore, due nuovi classici con i quali i Manowar fecero piazza pulita della pur rinomata concorrenza, prendendosi la totale egemonia in ambito epic metal. Hail to England e Sign of the Hammer concentravano al loro interno prepotenti marce di heavy metal epico e arcaico; i ritmi erano leggermente più dinamici e vari rispetto a Into Glory Ride, anche se le differenze erano minime e in linea di massima la band preferiva avanzare con corposi mid-time dalle cadenze intimidatorie nel primo e con brani più feroci e tellurici nel secondo. Entrambi i lavori erano caratterizzati da riff di chitarra lineari ma imperiosi, oltre che da linee vocali gloriose e da una sezione ritmica cospicua, sostenuta dal ruvido e onnipresente basso di Joey DeMaio. Proprio Hail to England si apriva col riff sacrale e il flavour marziale della stupenda Blood of My Enemies, proseguiva con la glaciale cruenza e i cori acuti di Each Dawn I Die ed entrava nel vivo con i ritmi frenetici e grattuggiati di Kill with Power, una galoppata nella quale chitarra, batteria e basso andavano a creare un reticolo nervoso e robusto che fungeva da sfondo per gli isterici acuti di Eric Adams. Ma tra tante gemme era la titletrack a spiccare in maniera particolare, un anthem sontuoso, animato da un ritmo coinvolgente e da un binomio riff/vocalism tanto campale quanto coinvolgente e orecchiabile, culminante in un gigantesco refrain corale dedicato alla Patria dell’Heavy Metal: ‘Sul suolo inglese noi siamo nati, fieramente ritorniamo sulle coste inglesi: salute Inghilterra, salute a te’! Eccezionali erano anche Army of the Immortal -anch’essa glorificata da riff e refrain molto esaltanti- e Bridge of Death, un brano molto lungo e permeato da un flavour drammatico capace di mozzare il fiato.

7. Gates of Valhalla, Mountains o Heart of Steel. Tre brani simili nella forma e nell’atmosfera, in quanto definibili come delle mid-ballad dai toni sommessi, quasi malinconici in avvio e poi culminanti in trionfali escalation di pathos. Gates of Valhalla, da Into Glory Ride, si apre su un docile arpeggio e vede subito Adams alle prese con mirabili apici vocali, distesi e solenni; la sua voce traccia scenari quasi rilassati, ma lascia presagire l’esplosione di epos imminente che avviene dopo i due minuti di liturgia, quando il riffing si fa robusto e l’andamento diventa marziale, con lo stesso Adams a inasprire la sua timbrica quasi come un generale morto in battaglia e destinato ad un posto d’onore nel Valhalla: ‘La morte sta gelando, il vento soffia tra i miei capelli; ora sono immortale, sono là, prendo il mio posto a fianco di Odino, un esercito eterno nel cielo’. La performance del singer è straordinaria e genera un trasporto straordinario, tra acuti ispirati e stacchi a regola d’arte; la band incede con una metrica mid-time e sgombra il campo con un formidabile assolo melodico, molto prolungato e intenso: le sensazioni suscitate sono febbricitanti nonostante Ross The Boss prediliga sempre trame lineari e semplici. La strofa finale è sontuosa: l’immensità esalata dall’ugola di Re Adams è a dir poco ridondante, così come i lancinanti acuti in crescendo di cui il cantante si rende eroico autore. Un’esile melodia, quasi impercettibile, accompagna l’avvio di Mountains, con la narrazione vocale a dipingere dei suggestivi scenari naturali, distesi sotto il cielo in uno stato soave di quiete surreale. La potenza delle chitarre squarcia il silenzio e i ritmi si fanno battaglieri; anche il cantante allora scende dal destriero ed impugna la scure, ispessendo la forza della propria timbrica, ma è soltanto una calata breve, per quanto intensa, perché nel breve volgere di pochi minuti Re Adams riprende toni pacati e accorati, i toni si smorzano e ricompare un flavour di immensità introspettiva, come quello avvertito nel cuore di un guerriero a riposo, di fronte alla grandezza di un tramonto all’orizzonte e con la consapevolezza di possedere nella propria anima tutte le forze per affrontare le difficoltà della vita: ‘Alto come una montagna, voglio correre nei cieli; la vita è fatta per rischiare, la montagna è come un uomo: la grandezza aspetta coloro che provano, nessuno te lo può insegnare, è tutto dentro di te, arrampicati e basta’. L’alternanza si ripete più volte fino al termine della canzone, suggellata da un assolo minimale e da un possente finale in crescendo. Heart of Steel, infine, è glorificata dall’intensa prova vocale del singer e dai cori che la accompagnano, oltre che da un assolo statuario del solito Ross The Boss. Ad un avvio atmosferico, scandito dalle note del piano, irrompono i rocciosi riff di chitarra tipici della band americana, che qui crea l’ennesimo archetipo di brano epico e ricco di emozioni, un’altra incitazione a non arrendersi di fronte alle difficoltà: ‘Resisti e combatti, vivi secondo il tuo cuore, sempre un’altra prova; non ho paura di morire, resisti e combatti, dì ciò che senti, nato con un cuore d’acciaio’.

8. Sign of the Hammer. Individuare dei pezzi più simbolici e leggendari di altri in un masterpiece dell’Epic Metal come Sign of the Hammer è un’impresa improba, basti pensare a episodi ieratici come All Men Play on 10 o selvaggi quali Animals, all’assolo prolungato e strepitoso di Thor (The Powerhead) -il migliore in assoluto della band americana, una corsa velocissima scandita da ritmiche impazzite e melodie scintillanti, all’alba del power metal- o la terremotante The Oath, uno dei brani più vivaci e aggressivi scritti dai Quattro Re. Su tutti però riveste un ruolo di rilievo primario la poderosa titletrack, Sign of the Hammer, con il suo nervoso riff di basso introduttivo ed il suo incedere feroce, scandito da trionfali ed incensanti odi metalliche, da un assolo travolgente e da una base sonica molto rocciosa, cospicua e ruvida. Ancora una volta è immensa la performance vocale di Eric Adams, assoluto dominatore della scena quando svetta più alto del cielo con i suoi acuti devastanti, protesi ad eleggere i Manowar come eroici paladini scelti per evocare la vendetta dell’Acciaio nei confronti di chi lo ha infangato: ‘L’incantesimo è stato spezzato, la maledizione è stata tolta, Quattro votati alla vendetta, guarda l’odio nei nostri occhi: siamo stati chiamati dagli dei, ci hanno dato un segno’. È necessario rendere il giusto onore anche a Guyana (The Cult of the Damned), brano introdotto da una serie di riff imponenti e dedicato al suicidio di massa con la quale 909 fanatici religiosi si tolsero la vita nel 1978. Una melodia triste e decadente intercede dopo quasi un minuto di ascolto, portando nel pezzo un vento fortemente evocativo e da pelle d’oca; con tono glorioso più che mai, Eric Adams apre la narrazione, accompagnato dai ritmi marziali dettati da Scott Columbus. Il cantante alterna versi aggressivi ed altri pacati, quasi toccanti, per poi culminare nell’imponente refrain, ripetuto con drammatica sofferenza fino al contorto assolo di Ross The Boss. Anche dalle sei corde sembrano colare sangue e sofferenza, mentre Eric Adams riprende la sua interpretazione con trasporto via via sempre maggiore.

9. Fighting the World. Un pezzo vivace e coinvolgente traina l’omonimo Fighting the World, un album più lineare e meno pomposo, che in certe composizioni recuperava quasi lo spirito hard’n’heavy del debut, prediligendo il fattore-anthem. La titletrack è invece definibile come un heavy metal coriaceo ma più orecchiabile, molto diretta e caratterizzata da un refrain immediato. Anche i testi erano più elementari ed in questo caso si soffermavano sul credo dei Nostri: ‘La gente continua a chiedere se cambieremo; li guardo negli occhi, rispondo che è impossibile: le striature di una tigre non si lavano via, i Manowar sono di metallo, non d’argilla’. Erano passati ben tre anni dal disco precedente, un lasso di tempo non abituale per chi aveva sfornato quattro album tra 1982 e 1984; il nuovo lavoro puntava anche su Carry On -un pezzo molto atipico per i Nostri, catchy e quasi radiofonico- sull’evocativa Defender e sulla prepotente Black Wind, Fire and Steel, l’episodio più metallico del lotto: un’anticipazione dello stile power-oriented intrapreso dal lavoro successivo, con massicci tappeti di doppia cassa a sorreggere cori maestosi e riff cospicui.

10. Wheels of Fire. Venti nuovi soffiano sul gonfalone dei Manowar nel 1988. E sono venti ancor più gloriosi e possenti, quelli che accompagnano l’autoincoronazione definitiva: il nuovo album si chiama Kings of Metal e rappresenta un monito, una sfida totale, una dichiarazione di intenti. I Manowar potenziano il loro sound e lo intingono di forti tinte power metal, spaziando tra corse a briglia sciolta, anthem ridondanti e potenti mid-time dai toni epici di sempre, svecchiando però lo stile arcaico dei primi lavori e risultando più moderni, freschi e possenti. La canzone che apre il disco, Wheels of Fire, è una secca mitragliata speed metal, aperta da un riff vibrante e serrato; Eric Adams canta più aggressivo che mai, impegnandosi in una sorta di botta e risposta su un canovaccio concitato e nervoso. La velocità è davvero elevata, l’adrenalina tocca picchi di guardia e il consueto refrain glorioso funge da valvola di sfogo dopo strofe tanto tirate. Urla e acuti battaglieri donano al brano una spinta ulteriore, mentre l’assolo di Ross The Boss è distorto e stridente al punto giusto. Siamo al cospetto di un inno ai motori rombanti, l’esaltazione totale della vita da bikers, con l’amore per il rischio e l’alta velocità in primo piano: ‘Sangue e tuono sulla strada, il mio cuore pulsa, il mio sangue è nitroglicerina, io sono fuoco che brucia, brucia, brucia, brucia, pronto a esplodere. Non voglio lasciare niente dopo che avrò raschiato la strada, ruote di fuoco bruciano la notte, corrono nel cielo, ruote di fuoco bruciano splendenti, viviamo per correre’. Come il pezzo d’avvio, anche quello conclusivo è altamente spettacolare: Blood of the Kings poggia su un riffing dirompente e vede Adams alle prese con uno dei testi più tronfi di epos dell’intera epopea targata Manowar. Vengono infatti chiamati a raccolta gli “eserciti metallici” di tutte le nazioni, una ad una; inoltre, vengono elencati i titoli di tutti gli album e di alcune canzoni dei Manowar stessi, in un’apoteosi assoluta di spudorato egocentrismo. Una scelta che paga, perché i Nostri ottengono proprio quello a cui mirano: trasmettere una carica ed un’energia senza pari, infondendo orgoglio, coraggio e fiducia in sé stessi all’ascoltatore di turno. Molto bello è anche l’assolo, vibrante e prolungato, un trepidante e liquido esercizio di stile che precede il verso finale, altrettanto enfatico.

11. Kings of Metal. L’anthem per antonomasia, il pezzo che sancisce la definitiva auto-incoronazione: ‘Manowar, Manowar, vivono sulla strada! Quando siamo in città gli amplificatori esplodono, noi non attraiamo le femminucce perché siamo troppo rumorosi, ma solo i veri metallari, il pubblico dei Manowar’. Un ritmo saltellante e accattivante rende la canzone molto gradevole, definendola come una sorta di massiccio e semplice esercizio di heavy metal allo stato brado, semplice e catchy nel refrain, ribollente nell’assolo e ancor più pretenzioso quando riparte dall’assolo stesso per recuperare il glorioso mood portante: ‘Vogliono limitarci, ma non possono farlo per molto: quando ci alzeremo vi prenderemo a calci nel culo, continueremo a bruciare tutto, lo faremo sempre. Gli altri gruppi suonano, i Manowar uccidono’. E proprio quella frase -’Other bands play, Manowar kill’- esplicita da sola tutta l’essenza dell’ego spropositato della formazione americana, pronta sempre e comunque a dichiararsi unica e sola paladina del vero metal, a fronte di tante band “finte” e destinate drasticamente a soccombere in un ipotetico confronto diretto con i Quattro Re. Nel disco si segnala anche l’immensa The Crown and the Rings, un inno a tutti gli effetti, nel quale le chitarre si defilano e lasciano spazio ad una narrazione eroica, supportata da cori grandiosi e solenni: un crescendo di pathos che si ricollega al tema dell’autoincoronazione, in quanto trasmette l’idea di una sinfonia, regale e guerriera, destinata soltanto ad una ristretta cerchia di eletti e privilegiati.

12. Hail and Kill. Il capolavoro assoluto dei Kings of Metal, il brano forse più rappresentativo ed eroico. Aperta da un riff serioso e ieratico, Hail and Kill prevede in avvio una narrazione toccante e sofferente di Eric Adams, accompagnato da una flebile melodia di sottofondo fino all’incombere di un riff granitico dopo circa un minuto e mezzo. Qui la canzone decolla all’improvviso, facendosi dinamica e dirompente, pur rimanendo incline a tempi medio/veloci; irresistibile è il coro da pugni al cielo che rende trascinante il ritornello, così come assolutamente celebrativo è il testo del brano: ‘Fratelli, vi sto chiamando dalla valle dei re, senza niente da espiare; una marcia oscura si apre di fronte a noi, insieme cavalcheremo, come un fulmine dal cielo; possa la tua spada restare bagnata come una fanciulla nella sua prima volta. Tenete i vostri martelli alti, sangue e morte stanno aspettando come un corvo nel cielo. Io ero nato per morire; ascoltami, finché io vivo, mentre guardo nei vostri occhi, nessuno ascolterà una bugia; ora potere e dominazione prenderemo per volere della giustizia divina, saluta e uccidi, saluta, saluta, saluta e uccidi. Giuramento che risorge ancora, io porterò salvezza, punizione e dolore: il martello dell’odio è la nostra fede. Squarciate la loro carne, bruciate i loro cuori, pugnalateli negli occhi, violentate le loro donne tanto da farle piangere, uccidete i loro servi, bruciate le loro case fino a che non ci sarà più sangue da versare. Saluta e uccidi’. In questa canzone ci imbattiamo ancora in un pregevole assolo melodico, tra i migliori mai realizzati da Ross The Boss; quando questo si placa, interviene una sezione da brividi, nella quale echeggia solo il titolo del brano cantato in coro e poi affiancato dalla reprise del refrain iniziale. Le chitarre tornano in scena con un impatto devastante, andando a ricomporre il vigoroso mood portante e venendo suggellate dalla perfida risata di Eric Adams, determinato ad impossessarsi senza pietà di ogni fanciulla gli capiti a tiro.

13. Achilles, Agony and Ecstasy in Eight Parts. Dopo essersi solennemente incoronati Sovrani Assoluti dell’Acciaio Classico, i Manowar decidono di assentarsi per qualche anno dai campi di battaglia, godendosi la meritata grandeur e tornando a far echeggiare il clangore delle spade soltanto nel 1992, sotto rinnovata forma. Ross The Boss ha infatti lasciato la band stufo della vita on the road, seguito a ruota da Scott Columbus: il batterista, ufficialmente, scelse di stare vicino al figlioletto malato di leucemia. Con i nuovi innesti David Shankle e Rhino, i membri fondatori Eric Adams e Joey DeMaio realizzarono The Triumph of Steel, un altro grande disco orientato al power-epic sulla falsariga del predecessore anche se molto più veloce e ricco di devastanti up-time. Sebbene Ross The Boss possedesse un feeling unico ed epico, Shankle era molto più tecnico e questo si avvertiva nei lunghi e cristallini assoli melodici oltre che nella struttura più elaborata delle composizioni, che non a caso culminarono in una suite di ben ventotto minuti come Achilles, Agony and Ecstasy in Eight Parts, dedicata alle gesta dell’eroe omerico protagonista dell’Iliade e della Guerra di Troia. Il pezzo è una grande dimostrazione di forza, anche se può sembrare troppo ambizioso per via dei prolissi assoli di basso e batteria; si apre statuario e possente, incede serioso e, dopo un passaggio più quieto culmina in un solenne assolo di chitarra. Shankle ritorna a graffiare dopo il lungo solo di batteria; questa volta la sua sezione solista è più sinistra e precede una parte narrata da brividi. Il pezzo decolla dopo il quarto d’ora, con una scrosciante accelerazione speed metal accompagnata da telluriche bordate di doppio pedale e l’inasprirsi simultaneo del botta e risposta vocale. Una sezione trascinante che viene ripetuta dopo l’assolo di DeMaio e che culmina nella sferzante volata finale. Tante le gemme nel resto del disco: Metal Warriors col suo appeal anthemico, il crescendo vocale lancinante, il refrain imperioso e l’assolo abrasivo, ma anche le velocissime cavalcate speed-power metal Ride the Dragon e The Power of Thy Sword, la solenne Spirit Horse of the Cherokee -dedicata agli indiani d’America- o la struggente ballata Master of the Wind, davvero intensa ed emozionante.

14. Brother of Metal. Col passare degli anni lo spazio temporale intercorso tra un disco e l’altro si conferma notevole, quanto meno rispetto alla decade ottantiana: i Nostri tornano nel 1996 con Louder Than Hell, un album molto più semplice e diretto nel quale comparivano il nuovo chitarrista Karl Logan -dopo l’abbandono di Shankle- ed il rientrante Scott Columbus, al quale Rhino lasciò i tamburi di buon grado. Lo stile power-epic intrapreso sul finire degli anni Ottanta rimbomba anche tra i solchi del nuovo lavoro, pur con una predisposizione maggiore ai mid-time rispetto alle tante sfuriate veloci del predecessore, che comunque non mancano. Il disco è aperto dalla discreta seconda parte di Warlord e infuocato da un anthem grandioso come Brother of Metal. Urla tonanti in avvio, l’interpretazione imponente di Eric Adams e l’incedere ritmato culminano in un refrain grandioso e travolgente da cantare in coro, quindi in una trepidante cascata di note cesellata nel ribollente assolo orgasmico di un eccellente Karl Logan. Un pezzo degno dei grandi classici, dotato di un pathos eccezionale, davvero irresistibile nella sua semplice ode all’Acciaio: ‘Fratelli del metallo, combattiamo con la forza e l’acciaio, combattiamo per il vero metallo; fratelli del metallo saremo sempre là, stiamo insieme con le mani in aria’. Molto avvincenti erano anche la bellissima The Gods Made Heavy Metal, le corse sfrenate come Outlaw e Power e la ballata al piano Courage. Anche se qualcuno criticò la semplicità del disco e i suoi arrangiamenti -non più innovativi, ma semplici rifacimenti di un archetipo raggiunto con le due releases precedenti- Louder Than Hell rimane un prodotto notevole e appassionante, posto a coronamento di un secondo ciclo di carriera tanto importante quanto il primo.

15. Warriors of the World United o Call to Arms. I Quattro Kings riappaiono nel 2002, a sei anni dall’ultimo disco: fresco e moderno, Warriors of the World incorpora sempre più elementi power metal, galoppate in doppia cassa, cori maestosi e persino qualcosa presa in prestito dal symphonic-power neoclassico dei nostrani Rhapsody of Fire, dei quali Joey DeMaio è nel frattempo diventato ammiratore tanto da ingaggiarli per la sua etichetta, la Magic Circle Music. I due brani migliori del lotto sono Warriors of the World United e Call to Arms, entrambi anthem tenebrosi, possenti e dotati di un marziale ritmo cadenzato da headbanging ritmato. Un coro solenne apre Call to Arms, pezzo teso e incendiato dalla minacciosa e statuaria narrazione vocale: la base musicale è semplice ma arcigna, il crescendo vocale azzeccato e irresistibile, così come l’imponente refrain. Il testo è, ovviamente, un richiamo alle legioni di headbangers: ‘Ora combatteremo per il regno, combattendo col Metallo; uccidiamoli tutti, il loro sangue è il nostro sigillo, combattiamo finché l’ultimo dei nemici non sarà morto, cavalchiamo nel loro sangue che felicemente abbiamo sparso’. Ancor più spettacolare è Warriors of the World United, introdotta da intimidatori rintocchi di batteria e da un incedere oscuro, cadenzato, tanto nella sezione ritmica quanto nelle strofe cantate da un truce Eric Adams. I lineari e rocciosi riff di chitarra accompagnano il singer fino al colossale ritornello, che viene ripreso anche dopo una sezione centrale epica e più distesa; ancora una volta è evidente il segnale d’adunata: ‘Fratelli di ogni dove, alzate le vostre mani nell’aria: noi siamo guerrieri, guerrieri del mondo. Come il tuono dal cielo giurate di combattere e morire, noi siamo guerrieri, guerrieri del mondo’. Evidente è anche la voglia di ricollegarsi al proprio passato, manifestando l’orgoglio di essere ancora una volta in prima linea: ‘Molti sono contro di noi, ma non vinceranno mai; avevamo detto che saremmo ritornati e qui siamo di nuovo, per portare loro distruzione, sofferenza e dolore. Siamo il martello degli dei, siamo il tuono, il vento e la pioggia’. Molto sentita è anche la strofa in cui, metaforicamente, si vuole sminuire la figura di tanti individui dominanti ma privi di valori: ‘Qui ci aspettano impauriti con spade in deboli mani, sognando di essere un re: prima uno dovrebbe essere un uomo’. Belle, nel disco, anche le melodie di The Fight for Freedom e Swords in the Wind, curioso l’esperimento di Nessun Dorma, con un omaggio al pubblico italiano. A questo lavoro la band americana fa seguire nel 2007 il più sinfonico Gods of War e nel 2012 il ruvido e discreto The Lord of Steel -il primo dopo la morte di Scott Columbus (2011) e l’arrivo ai tamburi di  Donnie Hamzik- ribadendo cliché e stereotipi in serie, ma fregandosene col consueto orgoglio delle critiche dei detrattori.



Er Trucido
Lunedì 24 Febbraio 2014, 14.49.04
41
Ok ridere, ma parlare di fregatura con gli Hail Of Bullets mi pare ingeneroso. Semmai parliamo di acquisto sbagliato, le fregature sono ben altre (tipo quando presi il penultimo degli In Flames, ecco).
Celtic Warrior
Lunedì 24 Febbraio 2014, 14.20.30
40
E si hai proprio ragione tra "vecchiacci" ci si intende al volo
Sambalzalzal
Lunedì 24 Febbraio 2014, 14.13.33
39
Ahhhhhhhh aspetta allora avevo frainteso il senso del tuo intervento!!! No problem! Più che altro prendere fregature fa apprezzare ancora di più dischi che magari oggi sono vecchi di 20 anni, sicuramente!
Celtic Warrior
Lunedì 24 Febbraio 2014, 14.09.19
38
Sambalzalzal@ No aspetta un attimo!, guarda che io sono d'accordo con te ci mancherebbe è solo che avrei preferito comprare questo remake che prendere una cantonata con un altro disco , d'altra parte una ogni tanto fa bene allo humor
Sambalzalzal
Lunedì 24 Febbraio 2014, 13.58.35
37
Celtic Warrior@ io li seguo dal 1988 ed esattamente da Kings Of Metal che è l'album con cui ho iniziato ad ascoltare heavy metal, la mia non è una critica fine a sé stessa tanto per buttare merda. Poi parli di Maiden e Metallica (non ne vedo il senso qui ma vabè) ed appunto nessuna di queste band ha nessun tipo di immunità da critiche. Se fanno un passo falso uno eccome se non ha il diritto di dirlo visto che ci spende soldi sopra da anni. I Manowar sono dei grandi ed è cosa certa ma anche i grandi fanno delle cazzate. Che siano poi fatte perché hanno l'acqua alla gola o perché pensano che il fan è cieco o sordo questa è una questione di opinioni. la cosa certa sul remake di Kings Of Metal è che non è una prova positiva della band. Ripeto, a monte possono esserci tutti i buoni propositi o scusanti della terra ma non è una prova positiva.
Er Trucido
Lunedì 24 Febbraio 2014, 13.32.34
36
Sarà, ma per un amante del death metal quello è un discone, altro che Giggggi. Evidentemente non ti piace il genere, ma sono sempre gusti, che ci posso fare?
Celtic Warrior
Lunedì 24 Febbraio 2014, 13.29.17
35
Centrano perchè mi hanno puffato sedici euro ok asoltatevi gigi d'alessio . Hail
Punto Omega
Lunedì 24 Febbraio 2014, 13.28.20
34
Appunto, è una tua opinione. Poi non capisco perché diavolo citi altre band in questo contesto, ma, se la cosa ti rende felice, fallo. Se poi apprezzi anche Kings of Metal MMXIV, compralo. Ciò non mi impedirà di esprimere tutta la mia delusione e il mio disappunto nell'ascoltare questo scempio.
Er Trucido
Lunedì 24 Febbraio 2014, 13.23.26
33
mmmh, non capisco che c'entrino i Manowar con gli Hail Of Bullets
Celtic Warrior
Lunedì 24 Febbraio 2014, 13.08.22
32
Per me sono dei grandi allora come oggi ….PUNTO! ..a chi non interessa l'album non lo compri e basta! inoltre aggiungo che mi sono rotto , iMetallica , iMaiden non vanno più bene ?? ok ascoltatevi gli Hail of Bullets , comprato e "bruciato"….
Punto Omega
Lunedì 24 Febbraio 2014, 12.49.53
31
Ad ogni modo DeMaio deve rendersi conto di non essere assolutamente il grande compositore che ritiene sia, richiamare in pompa magna Ross e intervenire minimamente sul prossimo lavoro sia in fase di composizione che di missaggio. Forse allora avremo qualche speranza.
Punto Omega
Lunedì 24 Febbraio 2014, 12.42.03
30
@Vitadathrasher: non sto parlando di tradimento, ma di deturpazione di un album che considero perfetto. Avrei capito l'immissione nel mercato di una versione rimasterizzata con qualche bonus in grado di attirare l'attenzione. Magari la cosa non è praticabile per motivi legali, allora avrei capito un Kings of Metal live, d'altronde molti l'hanno fatto prima di loro e alcuni anche con esiti positivi. Capisco che l'hanno fatto per tirare a campare, non posso e non voglio capire un remake di così bassa qualità. La mia non vuole essere un'accusa di tradimento (della quale francamente me ne infischierei), ma una critica feroce della qualità di una nuova uscita discografica che riesce addirittura ad intaccare il mito di uno degli album più belli della storia del metal. Paradossalmente, se i Manowar facessero uscire un album molto "moderno", che addirittura viola i dettami del "true metal" e di tutte le sparate che hanno fatto negli ultimi trent'anni, sarei del tutto disinteressato. Il punto è che quì si è andato veramente oltre. Prova ad ascoltare la nuova versione del volo del calabrone e sappimi dire (cito la cover di Korsakov, perché al suo interno c'è qualcosa di veramente indecente per una registrazione professionale - ascolta e scopri).
Sambalzalzal
Lunedì 24 Febbraio 2014, 11.38.42
29
No non penso neanche io sia un tradimento nel senso vero del termine e come scrivevo sul forum, dopo aver letto un articolo, posso capire cosa ci sia dietro ad operazioni tipo questa. Il problema è che oggi con l'età che avanza ed i mezzi che a quanto pare non hanno più, vanno si a mettere sul mercato un prodotto "nuovo" per il pubblico nella speranza di guadagnare ma allo stesso tempo rischiano di allontanare i vecchi fans. Voglio dire, per quanto una label possa averli fregati, è un fatto che riguarda loro; la persona che vuole ascoltare buona musica prende la ristampa del vecchio e non il remake di oggi. Poi è ovvio, i gusti sono gusti ma dubito potrà esserci qualcuno che possa arrivare a giudicare questo Kings Of Metal 2014 come "interessante" o "fatto bene". Con il vecchio quando lo metto sul piatto ci butto giù le pareti, il remake è un'ombra sbiadita se paragonato a quello. Ripeto, non parlo di tradimento ma mi dispiace vedere una delle mie bands preferite impiccarsi con le proprie mani così come stanno facendo loro.
Vitadathrasher
Lunedì 24 Febbraio 2014, 11.12.50
28
Io sinceramente non la vedo così, come un tradimento. Nel senso che loro si autoproducono e c'è poco da fare i sentimenti stanno a zero, sicuramente non hanno i diritti totali sull'album e per guadagnarci sull'opera non possono fare altro che riregistrarla con la speranza che il pubblico acquisti questa nuova e non solo le vecchie ristampe. È gente che fa il proprio lavoro, basta non comprare quello nuovo, in fondo non hanno mica cancellato il vecchio kings of metal. Stanno tutti raschiando il barile la verità è questa io gli critico, ma allo stesso tempo gli capisco.
Sambalzalzal
Lunedì 24 Febbraio 2014, 10.33.15
27
Punto Omega@ so bene a cosa ti riferisci, purtroppo. Con questa mossa m'hanno strappato quasi 30 anni di musica. Comunque se ti capita, da uno sguardo al topic su di loro che ho aperto nel forum... in pochi giorni m'è crollato un mito ma forse sono riuscito a trovare la spiegazione di mosse imbarazzanti tipo quella di questo remake.
Punto Omega
Lunedì 24 Febbraio 2014, 9.59.25
26
@Sambalzalzal: Kings of Metal è un album a cui sono estremamente legato. Un album a cui associo tanti ricordi positivi e che mi mette di buonumore ogniqualvolta lo ascolto, però stavolta sono riusciti a fare un miracolo: distruggere l'indistruttibile. In parole molto scarne si tratta della morte di un mito; gli si poteva perdonare album pessimi, non il massacro della storia.
Sambalzalzal
Sabato 22 Febbraio 2014, 17.06.17
25
Punto Omega@ l'ho ascoltato... purtroppo l'ho ascoltato. Ti giuro che m'è seriamente venuto da piangere. Sai quando sfogli un album fotografico e ti rendi conto che quelle immagini fanno parte di un'epoca che non potrà mai essere più? Ecco... non riesco a volergli male ma questa potevano benissimo risparmiarsela. Ho anche messo su due stereo diversi le stesse canzoni e la prova non ha perdonato. L'album manca di profondità in maniera totale, i cori non riempiono e sembrano fatti in economia. In alcuni casi, alcuni acuti di Adams sembrano copiati ed incollati dall'album originale. Insomma, stanotte mi farò un bel pianto prima di andare a dormire
The Thrasher
Lunedì 17 Febbraio 2014, 18.15.47
24
grazie Marchese più che ''finito di fretta'' diciamo che è colpa del fatto che riassumere una carriera in solo 15 canzoni è molto dura e allora è ovvio dare maggior risalto alla roba classica che alle non trascendentali uscite recenti!
Vitadathrasher
Lunedì 17 Febbraio 2014, 15.05.51
23
L'album originale ha una ottima produzione in un contesto in cui i componenti erano nella forma e nella formazione ideale.....riregistrarlo è di per se inutile e si può solo fare peggio. Quindi cosa viene da pensare? Che la logica sia produrre un album senza tanti sbattimenti e soprattutto sotto la propria etichetta, quindi mettere fieno in cascina e partire per un conseguente tour. E' un andazzo che stanno prendendo le vecchie band in crisi d'identità e di idee.
Le Marquis de Fremont
Lunedì 17 Febbraio 2014, 14.12.40
22
In assoluto una delle più grandi band della storia del metal. Saranno tamarri, saranno esagerati, i testi sono monotematici (ma spesso fortemente evocativi...) ma hanno sempre scritto delle bellissime canzoni. Le loro ballad, sono le più belle ed emozionanti in assoluto. L'ultimo remake che hanno fatto, non dice niente di nuovo ma è sempre piacevole da sentire, come tutta la loro produzione. Se non esistessero, bisognerebbe inventarli. Complimenti poi, al sempre eccellente Monsieur The Thrasher, per lo splendido articolo. E' finito un po' di fretta (magari farà una "parte seconda") ma che emozione, leggerlo. Manowar forever!
Sambalzalzal
Lunedì 17 Febbraio 2014, 11.20.33
21
Ecco... tra oggi e domani cerco di reperirlo e poi torno qua. Questa difficilmente riuscirò a digerirla.
Punto Omega
Lunedì 17 Febbraio 2014, 10.40.53
20
Sambalzalzal, in confronto la riregistrazione di Battle Hymns è un capolavoro. La produzione non è uno degli elementi di disturbo, può piacere o meno, ma non è fatta con l'ano, come lo era la hammer edition di Lord of Steel. Per quel che concerne il resto, non ti anticipo niente. Ad ogni modo, anche se sei preparato, non hai idea di cosa ti aspetta. Hanno rovinato il disco per eccellenza di heavy metal arrogante. Era un'impresa impossibile, ci sono riusciti.
Sambalzalzal
Lunedì 17 Febbraio 2014, 9.06.03
19
Oddio Punto Omega@ se la metti su questi toni mi fai venire la tremarella no infatti ancora non sono riuscito ad ascoltarlo! Volevo trovare un momento di calma assoluta ma so bene che servirà a poco, così come servì a poco quando presi Re-Battle H. Ci rimasi molto male. Immagino che dovrò prepararmi alla stessa cosa anche adesso, con l'aggravante che è stato l'album con cui iniziai ad ascoltare metal in maniera "seria". Immagino quindi un Eric Adams che rallenta le strofe, che centellina gli acuti, che non canta più ma PARLA. Logan che interpreta a modo suo Ross, il basso di DeMaio che ha perso la sua leggendaria potenza e che in un certo senso disturba solo e la batteria totalmente impersonale. Il tutto condito con una registrazione ed un mixaggio che fanno cagare quando all'epoca Kings Of Metal non è che fosse buono, ma fu proprio una bomba! In un certo senso quindi sono pronto ad affrontare l'album ma cadranno svariate madonne, stanne certo!
Punto Omega
Domenica 16 Febbraio 2014, 23.12.17
18
@Sambalzalzal: da quanto hai scritto, deduco che non l'hai ancora ascoltato.C'è ancora speranza nei tuoi scritti. Ne riparliamo non appena l'avrai fatto (tra l'altro scusa il carico di pathos in questo post, ma devi ascoltare per capire).
Cristiano
Domenica 16 Febbraio 2014, 22.12.11
17
Canzoni tutte azzeccate! Peccato che in Achilles, Agony and Ecstasy in Eight Parts ci siano quei fastidiosissimi 2 assoli del cavolo... Senza sarebbe stata un capolavoro assoluto, senza se e senza ma.
Sambalzalzal
Domenica 16 Febbraio 2014, 19.40.45
16
Io non so cosa gli stia passando per la mente. Certo è che il passo che stanno facendo riandando a riproporre quell'album è una cosa che non ha senso. Almeno per me non ne ha. Se le idee sono finite potrebbero continuare fino alla fine con i concerti visto che in sede live sono sempre delle bestie pazzesche che sanno come divertire l'audience. Se crollano i Manowar, crolleranno 30 anni di musica e non ne sarei per nulla contento. Ogni band prima o poi dovrà smettere ma sarebbe bello che lo facessero in grande stile, così come hanno cominciato e non lasciando l'amaro in bocca a nessuno. Per ora la smetto comunque con le lamentele e rimetto su a tutto volume Hail To England!!!
The Thrasher
Domenica 16 Febbraio 2014, 19.28.45
15
@spiderman: che io sappia sì, il record è ancora loro! però potrei anche sbagliarmi...
Punto Omega
Domenica 16 Febbraio 2014, 19.20.12
14
Sambalzalzal, ritengo che siano alla fine. A un gruppo si possono perdonare uscite indegne (ad es. Lord of Steel), non il prendere una delle massime espressioni dell'Heavy Metal e distruggerla senza pietà, tanto da far sorgere il dubbio che uno scempio del genere sia avvenuto intenzionalmente.
Sambalzalzal
Domenica 16 Febbraio 2014, 18.48.28
13
Punto Omega@ era proprio quella la svolta negativa di cui parlavo..... spero, se possibile, che si rialzino.
Punto Omega
Domenica 16 Febbraio 2014, 18.40.14
12
Ormai sono indifendibili. Hanno appena ucciso uno degli album più belli della storia. Si ritirino, ormai sono inutili e stanno solo infangando ciò che di buono hanno fatto. Morti e sepolti con vergogna.
spiderman
Domenica 16 Febbraio 2014, 17.48.03
11
E' vero i Manowar o li si ama o li si odia,ma credo che proprio loro vogliano questo,non ammettono mezze misure,basta sentire certe dichiarazioni spacconesche di DeMaio.Che piaccia o no sono nella storia del metal,dando forma pratica al filone Epic/heavy del metal,e concordo con il commento 10 Sign of the Hammer e' una goduria pazzesca.rifaccio i complimenti a@The Trasher, e vorrei da lui una informazione,cioe' vorrei sapere se hanno ancora il record di band metal piu' rumorosa del mondo.
Lord Ancalagon
Domenica 16 Febbraio 2014, 15.39.17
10
Anch'io la vedo come Sambalzalzal, sotto molti punti di vista i Manowar sono l'Heavy metal e per il modo col quale si propongono inevitabilmente si finisce per odiarli o amarli. Io li amo e penso che se dovessi elencare i dieci gruppi più importanti per il sottoscritto quasi sicuramente per dritto o rovescio infilerei i Manowar nella lista, e non solo per il lato musicale (proprio ieri sera mi ascoltavo ad alti volumi Sign of the Hammer, che capolavoro!) ma anche per aver sposato la filosofia di vita di cui parlava Sambazalzal, alzati in piedi e combatti o fatti sottomettere.
HeroOfSand_14
Domenica 16 Febbraio 2014, 14.22.16
9
A me bastava Guyana per descrivere la grandezza e l'ephos derivante da questa band!
The Thrasher
Domenica 16 Febbraio 2014, 13.41.39
8
Vi ringrazio uno ad uno per i complimenti all'articolo ragazzi!
Vitadathrasher
Domenica 16 Febbraio 2014, 13.32.28
7
Questa band l'ho sempre seguita e derisa.........il concept è una totale cazzata e presa per il culo..... però è fatto talmente bene che non posso che amarli ed affezionarmi nel corso degli anni.
Brindish
Domenica 16 Febbraio 2014, 13.17.44
6
Io avrei anche aggiunto The Gods Made Heavy Metal, tanto per rimarcare anche l'investitura divina del loro compito
Radamanthis
Domenica 16 Febbraio 2014, 12.07.27
5
Hail to Rino Gissi, Metal warrior!!!! \m/
Sambalzalzal
Domenica 16 Febbraio 2014, 11.52.12
4
Bravissimo Rino@ come sempre! Sono sicuro che vista la materia questo articolo darà spunto a tante belle chiacchierate e riflessioni. Su ciò che sono stati i Manowar ieri, su quello che sono oggi e su ciò che effettivamente rappresentano. Da sempre sono un loro accanito sostenitore anche se la svolta degli ultimi periodi non è che mi stia rendendo troppo felice, anzi, proprio per nulla. Un vecchio modo di dire a Roma dice più o meno "Quando crollerà il Colosseo, crollerà pure Roma. Se crolla Roma allora crollerà il resto del mondo". Questo modo di dire calza a pennello per quanto riguarda i Manowar ed il metal. I Manowar SONO l'heavy metal, ne incarnano l'iconografia ed il significato con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti, le contraddizioni, e le prese di posizione che sono sempre giuste dal punto di vista di una minoranza ma mai estendibili alla massa. Chi non ha vissuto gli 80' probabilmente storcerà il naso di fronte a certi proclami della band e non è possibile biasimarli ma facciamo attenzione perché nei proclami dei Manowar, nel loro modo di porsi, risiede il modo di vivere e di intendere la musica di tutta una generazione che andava "contro" quelle che erano le regole imposte del quieto vivere ad ogni costo, così nella società e così nella musica. L'irruenza, il camminare a petto gonfio, il mandare a fare in culo il mondo potranno essere elementi pacchiani quanto vogliamo ma in un tempo oramai remoto questi elementi contavano e molto. I Manowar o si amano o si odiano, chi li odia a prescindere probabilmente odia il fatto di non sapersi/potersi rapportare al mondo così come hanno saputo fare loro e cioè in maniera totalmente libera e senza compromessi.
brainfucker
Domenica 16 Febbraio 2014, 11.17.57
3
non sono un fan dei manowar, ma quest'articolo è davvero scritto in maniera cazzuta!!molto bene
daniele
Domenica 16 Febbraio 2014, 9.59.36
2
ogni tanto ci vogliono questi articoli. complimenti
Celtic Warrior
Domenica 16 Febbraio 2014, 9.46.29
1
Iniziare bene la giornata con un buon articolo e del ottima musica della sopra citata band è un gran toccasana. Gran bel articolo di una band che ha fatto la storia del epic metal e che mi accompagna da una vita col loro sound tamarro e esagerato , grandi! grandi!
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