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PROMETHEUS - # 9 - Vincenzo Bellini, il migliore. Per vostra norma
19/04/2014 (5221 letture)
Da una Catania di inizio ottocento, borbonica e politicamente ribollente tanto da arrivare ai successivi moti di ribellione, a Napoli e poi a Parigi, dove troverà morte prematura. Vincenzo Bellini lasciò una traccia profondissima sulla scena europea, stringendo rapporti d'amicizia con personaggi di spicco della cultura del tempo e portando la musica italiana su un altro piano, utilizzando l'arma della semplicità.

DAL PALAZZO DEL PRINCIPE A NAPOLI
Figlio di una Catania non ancora resa Comune, barocca ed indolente, e dell'organista e maestro di cembalo Rosario, Vincenzo Bellini nasce in un piccolo appartamento sito al primo piano di Palazzo Gravina Cruyllas, di proprietà dei principi di Palagonia ed oggi museo civico Belliniano. Dopo aver svolto i primi studi di musica nella città natale, a diciotto anni si sposta a Napoli per perfezionarli. Le finanze familiari non avrebbero potuto permettergli di farlo, ma una borsa di studio del comune di Catania glielo consente. Giunto in Campania, frequenta il Real Collegio di Musica di San Sebastiano, dove apprende alcuni fondamentali che saranno basilari per gli sviluppi della sua carriera. Napoli è sempre Napoli e dispone di una tradizione musicale particolarmente importante, che nel secolo in oggetto, produrrà alcune tra le canzoni e gli autori più importanti al mondo. Lì, il patriota e compositore Nicola Antonio Zingarelli gli fornisce le coordinate di una realtà musicale più concreta, in un certo senso, che rifiuta di inserire nella melodia fronzoli ed artifici vari, per puntare su una struttura più basata sulla forza dell'idea principale. Napoli -ma il sud in generale- è molto sensibile alle istanze politiche che, pochi decenni dopo, porteranno all'unità d'Italia ed ospita molti esponenti di tali posizioni. Al conservatorio conosce Piero Maroncelli, ma anche Mercadante, altro ottimo compositore pugliese e soprattutto colui il quale diventerà il suo migliore amico, nonché biografo: Francesco Florimo. Questi, oltre a redigere numerosi scritti su Bellini, fu compositore, scrittore, direttore della biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella ed autore di un Metodo di Canto utilizzato dallo stesso conservatorio partenopeo. In questo periodo, Bellini compone numerose opere, tra le quali Dolente Immagine, poi arrivata a noi solo in forma rielaborata.

UN IMPORTANTE CAMERIERE
Dopo essersi esposto per la prima volta al pubblico all'età di ventiquattro anni presso il Conservatorio, con l'opera semiseria Adelson e Salvini (ciò che oggi chiameremmo "saggio finale"), lavoro acerbo poi da lui stesso ampiamente rimaneggiato negli anni successivi, coglie l'anno seguente il suo primo, vero successo. L'opera che lo impone all'attenzione generale è Bianca e Gernando -Bianca e Fernando nella stesura originale, titolo poi cambiato per non incorrere nell'eventuale censura, a causa dell'omonimia del protagonista col principe Fernando di Borbone- dall'impianto molto letterario. Anche in questo caso, l'autore inserirà successivamente delle modifiche. La svolta avviene nel 1826, quando Domenico Barbaja, uno dei più noti impresari di sempre, il quale, partito come cameriere in un bar inventò il primo cappuccino, trasformandosi in padrone di una catena di bar, per poi diventare fornitore di munizioni durante le guerre napoleoniche, indi gestore della bisca della Scala di Milano ed infine impresario di grandissimo successo, gli commissiona la composizione di un'opera da rappresentare, appunto, alla Scala. Il trasferimento lo costringe ad interrompere la relazione con Maddalena Fumaroli, sua fiamma e, si sussurra, autrice/ombra di alcuni libretti per le sue opere. La situazione è comunque già compromessa a causa dell'ostracismo del padre della donna, risolutamente orientato a non permettere che la figlia sposasse un musicista (certe cose non cambiano mai) e la proposta di Barbaja giunge così a proposito. In Lombardia Bellini sfonda. Il Pirata e La Straniera, rispettivamente del 1827 e del 1829 sono due enormi successi sui quali si fionda anche una stampa che non aspetta altro che di trovare una personalità da opporre a quella di Gioacchino Rossini e capace di esaltare il canto in quanto tale.

NON SOLO PASTA
Bellini sembra lanciato verso successi sempre maggiori, ma come spesso accade, una scelta di marketing errata, compromette l'affermazione di un prodotto, in questo caso della Zaira. In occasione dell'inaugurazione dell'attuale Teatro Regio di Parma, si opta per rappresentare l'opera in quella sede. La composizione, però, si rivela troppo moderna per un pubblico profondamente legato ad una tradizione differente. Zaira non viene praticamente più rappresentata, per poi essere utilizzata "a brandelli" dall'autore in composizioni successive che, al contrario, saranno salutate da autentiche ovazioni. Il ritorno a Milano e poi lo spostamento a Parigi, lo rimetteranno in carreggiata, prima con i successi de I Capuleti e i Montecchi a Venezia (composta molto in fretta ed utilizzando parti della vituperata Zaira e di Adelson e Salvini), poi con quelli in serie de La Sonnambula, indi la Norma, indirettamente origine del nome della famosa pasta, proveniente da un'espressione sicula "'na norma", per riferirsi a qualcosa di sublime- che alla prima fu stroncata per una serie di concause avverse e I Puritani. Oltre a ciò, un altro insuccesso, quello di Beatrice di Tenda del 1833. Il dispiacere fu mitigato da apprezzatissime direzioni a Londra ed a Parigi. E' proprio il trasferimento nella ville lumiere, unitamente alla quasi-relazione con la famosissima cantante Maria Malibran -peraltro non molto ricambiata dal nostro e poi morta giovanissima per una caduta da cavallo- a risultare determinante per la sua vita. Viene in contatto con vari esponenti della cultura musicale europea, tra i quali Chopin, fondendo la sua concezione della musica con un'altra dal un respiro più ampio. Dopo I Puritani, contenente Suoni la Tromba, e Intrepido, poi inno degli indipendentisti siciliani, Vincenzo Bellini produce apprezzate opere in francese, nonostante si dice che lo parlasse talmente male da risultare ridicolo. Quando sembra sul punto di spiccare definitivamente il volo, però, muore a soli trentaquattro anni per le conseguenze di una infezione intestinale. A questo proposito c'è un vero e proprio giallo. Il decesso avviene infatti a Puteaux, all'epoca sobborgo di Parigi, in una villa presso la quale egli è ospite dei coniugi Lewis. Sembra che Bellini fosse "molto vicino" alla signora e quando sopraggiunge il malore, il marito vieta a tutti di recarsi alla villa per far visita all'illustre ospite, lasciato alle cure del giardiniere. Inoltre, dopo la sua morte, i due partono in fretta ed in furia per Parigi, inducendo alcuni a parlare di sospetto avvelenamento. Il biografo Carmelo Neri, invece, attribuisce il presunto avvelenamento alla contessa Giulia Pahalen Samoyloff. Sepolto nel cimitero parigino di Père-Lachaise a fianco di Cherubini e Chopin, viene traslato a Catania nel 1876. All'epoca dei fatti, trasferire un feretro da Parigi a Catania non era affatto semplice, né tantomeno rapido. Ovunque questo passa, si registrano manifestazioni d'affetto commovente per un compositore che ha riportato il nome dell'Italia ai vertici dell'attenzione. Giunto a Catania sulla Carrozza del Senato utilizzata come carro funebre (la stessa che ancora oggi si usa per la processione di S. Agata), vengono celebrati solenni funerali alla presenza di tutta la cittadinanza, la quale si presenta spontaneamente vestita a lutto, come se fosse deceduto un caro amico o un membro della famiglia.

MELANZANE, BANCONOTE E CORNETTI
Ancora molto presente nella cultura della città di Catania, che gli ha dedicato un museo, un conservatorio (come Palermo e Caltanissetta), un teatro (come Napoli), l'aeroporto, una celeberrima e saporitissima pasta (per opera di Nino Martoglio) ed un monumento peraltro zeppo di errori come un esagramma al posto del pentagramma, Bellini è scolpito nella memoria di chiunque ami la musica ed abbia l'età per aver maneggiato le lire, dato che la sua faccia ed i suoi riccioli campeggiavano sulle vecchie banconote da 5000. Non c'è invece nessuna relazione tra il musicista ed il famoso cocktail, ispirato ad un pittore rinascimentale. Egli era anche particolarmente superstizioso, tanto da proteggersi costantemente dal malocchio mediante una spilla in cristallo di rocca, attualmente custodita presso il museo Belliniano, oltre che con due classici cornetti. Altra curiosità riguardante la Norma: abbiamo citato prima la contessa Giulia Pahalen Samoyloff. Ebbene, una delle cause del fallimento della prima dell'opera, oltre che un malore della cantante, fu la presenza di una parte del pubblico pagato per fischiare proprio dalla contessa. Ella aveva intrattenuto una relazione con Bellini e lui le aveva dedicato Bianca e Fernando, ma poi l'aveva lasciata per Giuditta Turina. Il pagamento del pubblico per fischiare, unitamente a quello di alcuni giornali per stroncare l'opera, fu la sua vendetta; mai fare uscire dai gangheri una donna, mai.
Di lui rimane soprattutto il grande gusto per la melodia nel solco della classicità e la capacità di scriverne esaltando il canto. Di questo, però, sarà Sergio "Ribbon" Millesi a parlarvi.

SEMPLICEMENTE IL CANTO
I latini dicevano “sic et simpliciter” per indicare che spesso le cose erano pure e semplici proprio come apparivano. Ockham suggeriva di prendere in considerazione la soluzione più ovvia, perché spesso è quella giusta. Coco Chanel invitava a togliere, piuttosto che ad aggiungere. In musica, però, la semplicità non è sempre apprezzata, ma ci fu un uomo che fece di essa la propria ragione di vita: Vincenzo Bellini.
Vero e proprio baluardo romantico del bel canto, il compositore catanese non indugiò mai su orchestrazioni articolate o arrangiamenti innovativi, ma si soffermò unicamente sulla melodia. Egli stesso scrisse: “Se fossi chiamato ad un concorso di musica paleserei la scienza del contrappunto, ma io con le mie opere debbo dilettare gli orecchi e promuovere gli affetti”. Il fine giustifica i mezzi, insomma. Tuttavia, sono ancora molti quelli che non ritengono degne le opere del Cigno a causa della loro semplicità, ma è anche vero che dei maestri come Bizet e Wagner provarono ad arricchire l’arrangiamento della Norma, secondo loro manchevole, e che, dopo aver fallito miseramente, compresero le scelte dell’italiano il quale, per esaltare al meglio i moti dell’animo dei personaggi, trasformò gli strumenti dell’orchestra in radici, ben sapendo che di un fiore s’ammirano i petali. In fondo è vero che i suoi accompagnamenti musicali sono semplici, quasi sempre degli arpeggi ternari, a volte anche banali, ma era tutto finalizzato a convogliare l’attenzione dell’ascoltatore sui cantanti. Al contrario del romanticismo germanico, che riteneva la musica, in quanto arte assoluta ed indipendente, l’unico mezzo attraverso il quale poter “raffigurare” le emozioni, la filosofia italiana attribuiva al canto il ruolo di unico testimone possibile dei sentimenti unicamente umani. Gli studi germanici in campo musicale, che portarono quest’arte a livelli eccelsi di complessità, partivano dal presupposto che non vi poteva essere comprensione di un fenomeno senza che la ragione ne potesse afferrare la sostanza. Il pensiero italiano, invece, rinunciava a capire le cause per poter godere di un qualsiasi fenomeno in tutta sua inafferrabile bellezza. Forse furono proprio gli intellettuali della nostra penisola a comprendere il vero significato del termine “romanticismo”, contrapposto a quello precedente di “illuminismo”, e a portare in scena degli uomini e non dei meri strumenti. Ecco che Bellini, quindi, rinuncia ad inutili arzigogoli e ad inestricabili trame, per impegnare il proprio estro nella composizione di melodie che fossero “belle”. Il bel canto belliniano è proprio questo: linee vocali semplici ma asimmetriche, come in un discorso, ovvero un lungo divenire senza ritorni e ripetizioni per dare al flusso sonoro un’autenticità espressiva ricca di emozioni.

CANTA L'AMORE E CANTALO BENE
Ma era tutto così semplice per lui? No, affatto. Ammise addirittura di non riuscire, per quanto si sforzasse, ad apprezzare diverse sue arie. Il tormento interiore che gli procurava questa sua ossessione per la perfezione gli causò profonde crisi di nervi. Del resto come poteva scampare alla sensazione di inadeguatezza un uomo che si chiudeva nella sua stanza, solo con i propri demoni, e provava per ore ed ore finché non trovava quello che stava cercando, il che non capitava così spesso. Il suo metodo potrebbe essere identificato come quello “Stanislavsky”: una totale immedesimazione nel personaggio del quale doveva scrivere le parti per poter parlare con la sua voce. C’è però un gradino più. Bellini era un’anima piena di passione, sentimenti ed emozioni, ed immedesimarsi in un suo personaggio gli serviva per scriverne le melodie nel modo più credibile possibile, tirando fuori dal profondo di sé quegli impeti che erano già ben sedimentati in lui. In sostanza, i suoi personaggi cantano con una voce che è tanto la loro quanto la sua, verosimili nella finzione teatrale e veri dal punto di vista compositivo. Probabilmente, senza questo suo sfogo artistico, non sarebbe mai riuscito ad esprimere in maniera tanto efficace ciò che provava nel suo intimo. Questo processo gli occupava gran parte del tempo, ed infatti si impegnò in una sorta di voto, ovvero quello per cui non si sarebbe dovuto occupare di più di un’opera all’anno e, tranne che per la sola Zaira, riuscì pienamente a rispettarlo. In quel periodo, vuoi perché gli impresari commissionavano opere a distanza di due o tre mesi dalla prima, vuoi perché i compositori stessi, per non perdere importanti commissioni, accettavano più lavori contemporaneamente. Ma per Bellini ciò non poteva funzionare, lui aveva bisogno di tempo, molto tempo. Una sola nota doveva prima nascere nell’anima, poi esprimersi nella voce, essere vagliata dopo un’esecuzione preliminare al pianoforte o al clavicembalo, superare il giudizio estetico e solo allora, forse, trasformarsi in inchiostro sulla carta. Semplicità e credibilità, ecco le carte vincenti della musica del catanese. Nonostante i differenti percorsi estetici intrapresi da teutonici ed italici, sarebbe un errore pensare che il popolo d’oltralpe non apprezzasse le composizioni del mediterraneo Bellini. Tornando a parlare di un’istituzione come Wagner, la cui musica è la cosa più lontana possibile da quella del siciliano, il maestro tedesco amò follemente la produzione operista del Cigno, in particolare della Norma, tanto da infilare delle citazioni della scena finale di quest’opera nel momento della morte di Isotta. Ciò che ad alcuni sembra magia può sembrare superficialità ad altri, ma nulla potrà mai sminuire il lavoro di uno dei maggiori esaltatori del bel canto solo perché questi è riuscito a riassumere in musica un concetto come il trasporto emotivo, imprimendo con forza nella cultura mondiale l’idea che le passioni, positive o negative che siano, non hanno bisogno di essere veicolate da artifici astrusi. Canta l’amore e cantalo bene, il resto non ha importanza.



freedom
Domenica 20 Aprile 2014, 14.38.31
5
Ahahaah Immagino...
Raven
Domenica 20 Aprile 2014, 14.37.00
4
Se fossi passato stanotte verso le tre infatti, ne avresti visti 5
freedom
Domenica 20 Aprile 2014, 14.33.00
3
A proposito, sotto la foto dice PAZZA Stesicoro...vabbé che ci può anche stare visto i pazzi che girano da quelle parti.
freedom
Domenica 20 Aprile 2014, 14.31.25
2
Che bello vedere piazza Stesicoro qui su Metallized...c'ho passato la vita. Come sempre ottimo articolo di Raven, complimenti.
Raven
Domenica 20 Aprile 2014, 14.17.13
1
Combinazione: proprio stanotte sono capitato in Piazza Stesicoro, a guardare (anche) il monumento della foto
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