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31/08/2014 (2252 letture)
INTRODUZIONE - SULLA SCOMPARSA DELLE TASTIERE
a cura di Carolina Pletti "Kara"

Siamo arrivati all'ultimo giorno di questa edizione di Summer Breeze. Ormai i punti riguardanti l'organizzazione del festival e l'offerta, anche in termini gastronomici, sono stati già sviscerati in questi report ed in quelli delle edizioni precedenti (che consiglio di leggere a chi intende recarsi a questo festival per la prima volta), e vorrei quindi utilizzare questo spazio per esporvi alcune considerazioni che mi sono fatta dopo aver assistito a questi giorni di concerti. L'argomento è la scomparsa delle tastiere dai live.
Ricordo benissimo che fino a 10 anni fa c'era chi sosteneva che "se c'è la tastiera non è vero metal", buttando quindi nel cesso praticamente metà della
produzione esistente all'epoca. Nonostante la resistenza di questi individui, l'utilizzo della tastiera nel metal è cresciuto in maniera esponenziale, tanto
che al giorno d'oggi parecchie band ne fanno uso, vuoi per orchestrazioni, vuoi per effetti elettronici, suoni evocativi, flautini, pianoforti, organi e chi più ne ha più ne metta. Però dal vivo sembrano essersi estinte. Con la "scusa" che è uno strumento digitale e che in molti casi il tastierista di turno non potrebbe comunque riprodurre dal vivo tutto ciò che è stato registrato e che finirebbe comunque per dover utilizzare delle basi qua e là, si preferisce farne direttamente a meno. Ad esempio, solo in questi quattro giorni di concerti ho assistito agli spettacoli di ben 8 band che utilizzano le tastiere su disco, e di queste solo una utilizzava questo strumento dal vivo (i Children of Bodom). In certi casi il ruolo che ha questo strumento nell'economia dei brani è minimo e la sua presenza dal vivo non sarebbe effettivamente necessaria (come ad esempio nel caso degli Arch Enemy), ma, al contrario, in altri casi è abbastanza pervasivo e la sua assenza lascia un vuoto che non si può non notare (Equilibrium in primis, ma anche Thyrfing e Hypocrisy). L'uso di basi, d'altro canto, è sempre più accettato. Forse è solo una mia paranoia, ma non posso fare a meno di chiedermi quale sarà il prossimo strumento per il quale in futuro sarà prassi comune utilizzare delle basi. La chitarra acustica, per esempio? Piuttosto che cambiare strumento nei momenti in cui è necessario si preferirà utilizzare delle basi? Peccato, perché a mio parere un concerto guadagna punti quando tutto quello che è contenuto sul disco viene riproposto dal vivo. In certi casi in effetti sarebbe necessario un live con orchestra o qualcosa di simile per poter riprodurre tutto, ma in altri basterebbe procurarsi un turnista, o un musicista per i live come tra l'altro già fanno alcune band, ad esempio i Finntroll. Che dire, speriamo che la moda delle basi si fermi prima di uscire dai limiti della ragionevolezza.


IWRESTLEDABEARONCE (Main Stage)
a cura di Margherita Pletti "Böse Einhorn"

Il genere degli IWABO è definito in varo modi: metal avant-garde, progressive, grindcore, deathcore, mathcore, unfathomablyfuckingshittycore, musica sperimentale, e chi più ne ha più ne metta. Forse è meglio arrendersi e non definirlo affatto. Nella stessa canzone ci sono praticamente tutti i tipi di musica che la band è riuscita ad infilarci e l’effetto è questa specie di zapping dionisiaco sfrenato che ti lascia indeciso tra il ribrezzo completo e l’adorazione.
Il live è stato veloce e intenso, perché il tour bus della band è arrivato in ritardo, scaricando i musicisti direttamente a fianco al palco. La band ha esordito con le prime note di Jump dei Van Halen, e probabilmente il pubblico ha iniziato ad avere il dubbio di essere preso in giro. Non sono sicura che il dubbio sia stato dissipato nei 20 minuti di show.
La cantante Courtney LaPlante, che ha sostituito Krysta Cameron nel 2012, si è presentata con lunghi capelli rosa pastello e camicia di flanella rossa e nera, due cose che facevano a pugni tra di loro ma che si abbinavano deliziosamente con lo unfathomablyfuckingshittycore. Ha interagito con il pubblico con aggressività, inserendo almeno un “fuck” per frase: "I know it's fucking early, but I don't give a fuck. I want you to fucking jump”.
Anche le movenze, sia di Courtney che di uno dei due chitarristi e della sua chitarra (esatto: la chitarra pareva un' entità indipendente e molto agitata) sembravano completamente improntate a una mancanza di armonia, ma questo è abbastanza evidente anche nelle foto.
Comunque credo che gli IWABO prendano con grande serietà la ricerca del caos, e ammiro il desiderio pionieristico di spingersi dove nessuno ha mai osato.
L'ultima canzone, You Ain’t No Family, la dedicano ai loro migliori amici, alcol e marijuana, ed escono sulle note di un altro brano anni ’80.

SETLIST IWABO
Tastes Like Kevin Bacon
Karate Nipples
Danger in the Manger
Firebees
You Know That Ain't Them Dogs' Real Voices
Boat Paddle
You Ain't No Family

KAMPFAR (Pain Stage)

a cura di Nicolò Brambilla "Nicko"

Si inizia l’ultima giornata con il sole benevolo del primissimo pomeriggio e con i Kampfar pronti alla battaglia sul Pain Stage. Si tratta di una delle realtà più significative del panorama pagan black norvegese, arrivata al ventesimo anniversario dalla sua nascita. Con una presentazione sul palco marziale, con tanto di drappi rossi, e una scenica piuttosto sobria (niente corpsepaint tipico del genere), il black metal dei Kampfar si distingue per la propria freddezza e ruvidità, sguinzagliando un turbine espressivo che supera con decisione le limitazioni della pura aggressione musicale, mettendo in luce le sue potenzialità evocative come fatto dai conterranei Taake o Windir. Le composizioni, pregne dello spirito norreno e delle sue narrazioni, travolgono con un’efficacia non comune, ed è il vocalist Dolk a condurre il concerto: nonostante non si sprechi in superflue prestazioni da frontman, la sua presenza è sentita e coinvolta, così come è abrasiva e penetrante la sua voce. Pur percorrendo diversi momenti della discografia del gruppo, particolare attenzione è riservata all’ultimo e acclamato, sia da critica che da fan, Djevelmakt, anche se è la classica e immancabile Ravenheart a smuovere maggiormente i supporters tedeschi.

SETLIST KAMPFAR
Mylder
Troll, Død Og Trolldom
Swarm Norvegicus
Vettekult
Ravenheart
Our Hounds, Our Legion


THYRFING (Main Stage)

a cura di Carolina Pletti "Kara"

I Thyrfing sono forse una delle band più varie e sorprendenti della scena viking metal. Nati nel 1995 ed inizialmente fautori di un classico viking radicato nel black e debitore a Bathory, gli svedesi hanno affrontato negli anni diversi cambi di stile: inizialmente un avvicinamento al death melodico, poi un riavvicinamento al viking più epico con cori e tempi lenti, poi una virata verso il black più oscuro. L'ultimo album De Ödeslösa, un disco allo stesso tempo vario e complesso e diretto e di facile presa, è considerato da molti uno dei migliori album viking degli ultimi anni. Per questo motivo, la folla che si raduna davanti al Main Stage per assistere alla loro esibizione è tutt'altro che inaspettata. Tra l'altro, si tratta per buona parte dello stesso pubblico dei Kampfar, che alla fine del concerto dei norvegesi si sposta in massa e si dispone davanti al Main Stage. La band si presenta sul palco con pitture da guerra, accessori di cuoio ed abiti strappati e sporchi di "sangue" che danno loro un po' un'aria da zombie vichinghi (alla lontana).
Il procede senza intoppi, con un Jens Rydén in piena forma che si dimostra un ottimo frontman, visto il pathos che riesce ad infondere nei brani e la decisione (si potrebbe dire quasi "la severità") con cui sprona il pubblico a partecipare. La scaletta tocca diversi cavalli di battaglia della band, non concentrandosi particolarmente sull'ultimo De Ödeslösa, da cui vengono tratte solo Mot Helgrind e Veners Förfall, ma spaziando abbastanza tra i capitoli precedenti della discografia degli svedesi, coprendo Vansinnesvisor, Hels Vite ed Urkraft ed andando a ripescare addirittura un pezzo dal lontano Valdr Galga (Storms of Asgard). La voce pulita un po' blues di Toni Kocmut, guest vocalist negli ultimi due album della band, è resa dal vivo più che bene dal chitarrista Fredrik Hernborg, ed i cori dei brani più datati sono opera dei due chitarristi e del bassista. Peccato solo che, dopo la defezione di Peter Löf (che tra l'altro non stava più partecipando ai live della band da almeno un anno), la band abbia deciso di non assoldare un tastierista che lo sostituisca, e che durante il live abbia preferito utilizzare delle basi. Peccato, perchè la musica dei Thyrfing è ricca di passaggi tastieristici che contribuiscono non poco all'economia dei brani, e sentirli dal vivo avrebbe sicuramente reso l'esperienza più completa.

SETLIST THYRFING

Mot Helgrind
The Voyager
Griftefrid
Mjölner
Sweoland Conqueror
Storms of Asgard
Veners Förfall
Kaos Återkomst


OBITUARY

a cura di Nicolò Brambilla "Nicko"

Prima di parlare di una leggenda che ha calcato centinaia, anzi migliaia di palchi, come gli Obituary, è il caso di spendere due parole sui musicisti, che ancora una volta hanno saputo dar prova di un’umiltà che potrà sembrare essere scontata, ma che invece, come ho notato per esperienza, è propria di certi artisti e non di altri. Fa comunque un certo effetto vedere un gruppo come loro, con tre decenni di carriera alle spalle, firmare autografi alla nutrita fila davanti al banco del meet‘n’greet, per poi continuare, per propria spontanea volontà, nel bancone della birra attiguo, al fine di fare contenti anche i fan che sarebbero stati effettivamente tagliati fuori dai limiti di orario dell’incontro organizzato. Non voglio tessere elogi ed encomi, ma un gesto del genere dimostra certamente un attaccamento alla propria passione e al proprio pubblico, quello che l’ha sempre alimentata, anno per anno, contribuendo a costruire una leggenda nel death metal. Sembrerebbe una cosa da poco, e certamente lo è, ma questi ragazzi (ben cresciuti) hanno dimostrato il valore che per loro ha quello che fanno da trent’anni semplicemente nel modo caloroso con cui hanno incontrato ogni singolo fan che si sia presentato. La classe non è acqua e poi, non per niente, si vede anche nella grinta che si incanala in ogni prestazione live. E parlare di grinta con gli Obituary è quasi un eufemismo, sono dei carri armati. Non saprei dire come le mie orecchie abbiano resistito anche a uno show del genere dopo 4 giorni di lavoro incondizionato: ogni colpo di Donald Tardy ha la secchezza di uno sparo, soprattutto accanto al basso bombastico di Terry Butler, mentre le chitarre di Trevor Perez e del (relativamente) nuovo solista Kenny Andrews abradono i timpani con lo stesso suono marcio e fuori controllo dei tempi di Slowly We Rot, che viene subito rispolverato con un inizio di scaletta totalmente dedicatogli. La voce inconfondibile di John Tardy che annuncia Intoxicated dà una pelle d’oca da forare la maglietta, mentre la macchina da guerra prosegue incessante tra i riff indimenticabili e i groove inimitabili su cui gli Obituary hanno messo il loro marchio di fabbrica fin dalla fine degli anni ’80. Se non bastassero una Infected o Chopped in Half a romperci il collo, anche i nuovi estratti dall’album in uscita, Inked In Blood, mi sono sembrati assolutamente in linea con gli Obituary più ispirati, anche se un giudizio a caldo nella foga di un live del genere potrebbe essere anche fin troppo accondiscendente, forse. La chiusura è come al solito “The title track from the very first record… Slowly… WE ROT!”, e non servono altre parole.

SELTIST OBITUARY
Stinkupuss
Intoxicated
Bloodsoaked
Immortal Visions
Gates To Hell
Infected
Visions In My Head
Violence
Chopped In Half
Back To One
Dead Silence
Inked In Blood
I’m In Pain
Slowly We Rot


ROTTING CHRIST

a cura di Carolina Pletti "Kara"

I Rotting Christ sono ormai una band storica: fondati nel lontano 1988, sono stati tra i pionieri del black metal mediterraneo (e non solo). La band, portata avanti dai due fratelli Tolis attraverso molteplici cambi di lineup, ha attraversato diversi cambiamenti stilistici, passando dal black, al gothic, per approdare ad un sound ibrido tra il black, il doom ed il pagan folk più epico. Gli ultimi album hanno un po' diviso il pubblico: buona parte dei fan della band ha apprezzato Theogonia, che ha in un certo senso dato inizio all'ultima fase musicale che i Rotting Christ stanno attraversando, ma non altrettanto Aealo e Kata Ton Daimona Eaytoy, considerando questi ultimi delle ripetizioni di quanto già proposto in Theogonia. D'altro canto, proprio questi ultimi tre album hanno avvicinato alla band un certo numero di nuovi fan, tra cui parecchi provenienti dal mondo del pagan metal. è innegabile infatti che i Rotting Christ abbiano intrapreso una strada che si avvicina molto a questo genere, inserendo nella loro musica diversi elementi tradizionali non solo greci, ma anche, con l'ultimo Kata Ton Daimona Eaytoy, centroamericani, africani e romeni. Ed il risultato è dannatamente epico, come ci si può legittimamente aspettare dai connazionali di Omero. Su disco i nuovi brani sono spesso arricchiti da sovraregistrazioni, orchestrazioni e cori, per cui dal vivo la band deve ricorrere all'uso di basi registrate. L'effetto è comunque godibile, e le melodie ossessive e ripetitive del nuovo materiale creano nella tenda del T-stage un'atmosfera mistica e tribale, con sprazzi marziali alla 300 quando Sakis coinvolge la platea negli "UH! AH!" che scandiscono diversi dei brani più recenti dei greci. Da Kata Ton Daimona Eaytoy vengono tratti 666, P'unchaw kachun- Tuta kachun, il brano omonimo e l'infausta In Yumen-Xibalba. Non mancano comunque i pezzi forti della band, come l'atavica Athanati Este, o brani più datati e più adatti a scatenare il moshpit, come The Sign of Evil Existence e Transform All Sufferings into Plagues. Oltre ai propri brani, i Rotting Christ propongono Societas Satanas, una cover dei Thou Art Lord, l'altra band di Sakis che ha contato tra le sue fila per un periodo anche Themis Tolis e Spiros dei Septicflesh. Il concerto si conclude in maniera ispirata sulle note di Noctis Era, lasciando visibilmente soddisfatti non solo il pubblico, ma anche la band stessa.

SETILIST ROTTING CHRIST
666
P'unchaw kachun- Tuta kachun
Athanati Este
Kata Ton Daimona Eaytoy
The Sign of Evil Existence
Transform All Suffering Into Plagues
Societas Satanas (Thou Art Lord cover)
In Yumen-Xibalba
Noctis Era


SEPTICFLESH (T-stage)

a cura di Nicolò Brambilla "Nicko"

Dopo lo spettacolare show dei conterranei Rotting Christ, tocca ad un’altra realtà dello scenario greco, per molti versi altrettanto singolare: il death metal sinfonico, a tratti atmosferico, dei Septicflesh è un esempio di connubio tra le imponenti architetture orchestrali e il suono oscuro del metal estremo. Il suono profondo delle chitarre è travolgente, mentre il drumming è veloce e dritto al punto; nonostante le limitazioni imposte dal suonare su delle tape (quelle dell’orchestra, dei synth e dei cori), la precisione della formazione greca rende l’esperienza live, in termini di qualità, accostabile a quella da disco. Persino i pezzi più criptici tratti dall’ultimo Titan risultano valorizzati, e per quelli del capolavoro Communion o dell’ottimo The Great Mass il discorso non può che essere ancora più valido. Oltre alle sezioni più tipicamente black/death, le maestose aperture atmosferiche e sinfoniche rendono l’esperienza della loro musica difficilmente imitabile, e il cantante e bassista Spiros (conosciuto come Seth per i suoi celebri artwork, peraltro) calca con decisione il palco e da prova di un’ottima prestazione vocale. Resta sempre il rammarico di non poter sentire la voce di Sotiris, che canta in pulito su ogni album dei Septicflesh, ma non potendo seguirli in tour, di lui rimane solo la registrazione in studio, che in tutta probabilità non ha esattamente lo stesso effetto. Uno dei pezzi migliori del set è certamente Persepolis, con la sua intro monolitica fatta di sfuriate e intermezzi orchestrali che poi accompagnano l’atmosfera funerea della canzone. La conclusiva Anubis, uno dei pezzi più acclamati, è dedicata a Maria Kolokouri, cantante delle greche Astarte, recentemente scomparsa dopo la sua battaglia contro la leucemia.

SETLIST SEPTICFLESH
Intro
The Vampire from Nazareth
Communion
A Great Mass Of Death
Order Of Dracul
Pyramid God
Prototype
Persepolis
Anubis


IMPALED NAZARENE (T-stage)

a cura di Nicolò Brambilla "Nicko"

Distorsione, velocità, violenza, alcool, Satana. Gli Impaled Nazarene sono essenzialmente questo, è quello che li rende tanto significativi quanto controversi, tanto che, sebbene fuori piova, la gente sotto il tendone a vedere è mestamente poca. Non che a loro importi più di tanto, sempre che ci abbiano fatto caso. Luttinen è come al solito palesemente non sobrio, per usare una litote, e si rinfresca la gola di quando in quando con una sorsata di gin, mentre Kellokoski pesta senza pietà le pelli nella più totale ignoranza di 1999: Karmageddon Warriors, la opener. E’ black metal bastardo, maleducato e blasfemo, e coglie insomma lo spirito giusto – prendete per esempio Condemned to Hell, un pezzo scritto nel 1992. Con una distorsione che non frigge, ti taglia le orecchie, e un assalto vocale disinibito da qualsiasi parvenza di umanità, i chaosmonger finlandesi continuano senza pietà da un pezzo all’altro, con non pochi estratti dall’ultimo Vigorous and Liberating Death, ma anche numerosi classici da Suomi Finland Perkele e Ugra-Karma, tra cui la velocissima Ghettoblaster e il suo chorus da frattura del collo. Il moshpit, data la rada densità di pubblico, è nervoso e violento, ma anche gli Impaled Nazarene sembrano divertiti, anche se sono per lo più impegnati a scapocciare come se non ci fosse un domani, con quella sorta di corpsepainting così approssimativo da sembrare macchie di olio. Il finale è totalmente esplosivo, con la convulsiva Sadhu Satana subito dopo la più strutturata The Horny and the Horned, per poi chiudere con Total War – Winter War, un vero inno alla bestialità black metal più ciecamente violenta, cantato purtroppo da me e pochi altri, dato il disinteresse verso il gruppo. Se ne vanno comunque soddisfatti, dopo aver stupito, soddisfatto o disgustato, con un saluto sobrio e il consiglio di restare a guardare gli Hail of Bullets dopo di loro.

SETLIST IMPALED NAZARENE
Intro (Suomi Finland Perkele)
1999: Karmageddon Warriors
Flaming Sword of Satan
Armageddon Death Squad
Steelvagina
King Reborn
Enlightenment Process
Condemned To Hell
Pathological Hunger For Violence
Ghettoblaster
Vigorous And Liberating Death
The Horny And The Horned
Sadhu Satana
Total War – Winter War


HAIL OF BULLETS (T-stage)

a cura di Nicolò Brambilla "Nicko"

E non è proprio il caso di contrariare Mika Luttinen, e in generale non contavo di farlo: gli Hail of Bullets sono una delle realtà più interessanti e prolifiche nel moderno panorama del death fatto alla vecchia maniera, forse anche perché chi lo suona c’è cresciuto, nella vecchia maniera. Certo, dato che sono capitanati dal (concedetemelo) leggendario Martin Van Drunen, assieme al suo collega negli Asphyx, il chitarrista Paul Baayens, nonché altri membri di Thanatos, Gorefest, Grand Supreme Blood Court e altri dei gruppi di quel circolo di talento musicale che si potrebbe definire, simpaticamente, la dutch death metal mafia, data la stretta connivenza dei vari musicisti. Nati con la specifica idea di suonare old school death metal con una maniacale attenzione lirica per la storia della Seconda Guerra Mondiale, nel giro di pochi anni i nostri hanno maturato e portato alle stampe tre capolavori da far rabbrividire, ultimo dei quali l’ottimo The Rommel Chronicles, altro centro e successo di critica, da cui è tratta la opener Swoop of the Falcon e la grafica del palco. La presenza scenica degli Hail of Bullets è coinvolgente, energica, trascinante: il loro death metal è dritto al punto e si fa forte di una linea compositiva coerente e immediatamente riconoscibile, in cui emerge il talentuoso gusto dei nostri per questo genere di musica, dalle parti serrate in doppia cassa a mitra, come i Bolt Thrower, ai rallentamenti soffocanti alla Asphyx, ai groove da headbanging alla Gorefest o alla Autopsy, passando per le ispirate linee vocali di Martin e la sua perizia nella stesura dei testi, molto dettagliati. Rispetto agli Asphyx stessi, la voce di Van Drunen, già di per sé una delle più singolari ed inimitabili del death metal, è accompagnata da quella di Paul e del bassista Theo van Eekelen, ma si sentono le profonde analogie in pezzi come la solenne General Winter. D’altra parte, un’attenzione approfondita alle melodie dei lead chitarristici rappresenta un caratteristica inedita che rivela una maturità compositiva equilibratissima. La chiusura è con la pesantissima Ordered Eastward e il suo incedere marziale. Va certamente ricordato il tributo, con il lutto nero al braccio, verso T, uno degli organizzatori originali del festival, da parte degli Hail of Bullets (come di altri numerosi gruppi).

SETLIST HAIL OF BULLETS
Intro
Swoop Of The Falcon
Operation Z
General Winter
DG-7
On Coral Shores
Red Wolves Of Stalin
Tokyo Napalm Holocaust
Ordered Eastward


IN EXTREMO (Main Stage)

a cura di Margherita Pletti "Böse Einhorn"

Gli In Extremo sono una band storica di grande successo in Germania, e dall’esordio, nel 1995, ad oggi, il loro genere musicale ha inevitabilmente subito qualche cambiamento. Si sono sempre mantenuti vicini allo stile medievaleggiante dell’inizio, soprattutto grazie alla presenza di strumenti musicali come ghironda, cornamusa, ciaramella, arpa ed altri, ma negli ultimi anni le loro canzoni sembrano essersi un po’ appiattite, hanno spesso i soliti riff potenti di chitarra ma contestualizzati in una musica che li smorza.
Ai loro concerti le vecchie canzoni rimangono le più acclamate, anche se il fedele pubblico tedesco conosce a memoria tutti i testi di quelle nuove.
Al Summer Breeze gli In Extremo hanno avuto un bel po’ di tempo per esibirsi e hanno snocciolato ben 16 brani di cui molti del vecchio stile, a partire da Mein Rasend Herz, con cui hanno aperto il concerto, proseguendo con Horizont, Vollmond, Herr Mannelig ed altre.
Inoltre la band prende sempre molto sul serio la preparazione scenografica, e come da copione i cannoni pirotecnici erano appostati sotto al Main fin dalla mattina. Fiammate e fuochi d'artificio sono più o meno sempre quelli, così come i pantaloni da festa, tutti rattoppati, del cantante das Letzte Einhorn, ma il pubblico degli In Extremo probabilmente non se ne stancherà mai, e continuerà a farsi prendere di sorpresa dal tradizionale botto d’apertura dei loro concerti.

SETLIST IN EXTREMO
Rasend Herz
Horizont
Zigeunerskat
Vollmond
Feuertaufe
Herr Mannelig
Viva La Vida
Unsichtbar
Gaukler
Liam
Himmel und Hölle
Sängerkrieg
Frei zu sein
Belladonna
Spielmannsfluch
Ai Vis Lo Lop


WINTERSUN (Pain Stage)

a cura di Carolina Pletti "Kara"

I Wintersun sono una delle band meno prolifiche della storia del metal, con appena due uscite in undici anni di attività. La scarsa quantità è però motivata da un'abbondanza di qualità: se la band non è più prolifica è solamente per via del perfezionismo portato all'estremo del mastermind Jari Mäenpää, ex Ensiferum. In un certo senso Wintersun sono un po' i George R.R. Martin della musica metal: si fanno aspettare eccome, ma finora ne è sempre valsa la pena. Quest'anno dovrebbe uscire il terzo album Time II... Forse. In una recente dichiarazione, Jari Mäenpää si è infatti lamentato del fatto che con i fondi messi a disposizione dalla Nuclear Blast non gli è possibile avere gli strumenti per raggiungere la qualità di cui le orchestrazioni da lui composte necessitano. Se la Nuclear Blast glielo lasciasse fare, tenterebbe volentieri la strada del crowd funding, ma temo che anche i fan stiano iniziando a dubitare che sia realisticamente possibile creare la situazione che Jari vorrebbe per poter lavorare a Time II, visto che nelle sue dichiarazioni si lamenta di praticamente qualsiasi cosa (a giudicare dalle ultime dichiarazioni sembra che adesso il problema sia la casa dove vive...). Speriamo che lui e la sua etichetta riescano a venirsi incontro, ed intanto godiamoci il live.
Ben prima dell'entrata in scena di Jari e colleghi, lo spazio antistante al Pain Stage è gremito di una folla al massimo dell'eccitazione che all'avvicinarsi del momento di inizio del live inizia ad inneggiare con accento tedeschissimo (che in questo caso ricorda parecchio il giapponese) "Vìntaa-san! Vìntaa-san". la band in questione entra in scena sulle note orientaleggianti (che neanche a farlo apposta si abbinano alla perfezione con le urla del pubblico) di When Time Fades Away, su un palco completamente coperto di fumo illuminato da luce bianca in modo da dare l'impressione di una tormenta di neve. Ad accompagnare Jari Mäenpää sul palco, Kai Hahto alla batteria, Jukka Koskinen al basso e Teemu Mäntysaari alla seconda chitarra. Tastiere ed orchestrazioni sono invece rese da basi registrate. Si parte con la gloriosa Sons of Winter e Stars, che lascia i fan in completo visibilio, per poi passare alla più lenta e riflessiva Land of Snow and Sorrow, che mi fa pensare che i Wintersun possono essere in un certo senso considerati la risposta del metal estremo ai Blind Guardian. Si passa quindi a Time, introdotta dai suoni gelidi e cristallini di Darkness and Frost. L'audio è molto buono (fose i bassi sono un po' troppo pronunciati, ma potrebbe anche dipendere dalla mia posizione molto vicina al palco) e l'esecuzione perfetta, sia da un punto di vista tecnico che per quanto riguarda l'interpretazione, tanto da dare quasi l'impressione di stare ascoltando il disco. Parte quindi The Way of the Fire, un brano più tirato ed aggressivo, caratterizzato da cori epici. Si rimane sul feroce con Wintertime Madness, che anche grazie agli effetti di fumo e luci sul palco evoca il vento tagliente di una tempesta di neve. L'ultimo pezzo è Starchild, durante la quale Jari ha l'aria della persona più soddisfatta del mondo mentre suona la sua chitarra. Durante tutta la durata del concerto, a dir la verità, nei fraseggi più complessi di chitarra sembra proprio venire trasportato in un altra dimensione, e si tratta di una dimensione fiabesca, a giudicare dal sorriso incantato che gli si dipinge in volto. Forse è proprio grazie a questa genuina ispirazione che la musica dei Wintersun, così come il loro live in questa occasione, riesce ad essere così appassionante: i brani scritti da Jari sono così convincenti perchè lui è il primo a crederci, e sono così affascinanti perchè lui stesso ne è innamorato.


SETLIST WINTERSUN
When Time Fades Away (intro)
Sons of Winter and Stars
Land of Snow and Sorrow Time
Darkness and Frost (intro)
Time
The Way of the Fire
Winter Madness
Starchild


HEAVEN SHALL BURN (Main Stage)

a cura di Nicolò Brambilla "Nicko"

Se in Italia l’anno scorso hanno annullato la loro unica data per i troppi pochi biglietti venduti, gli Heaven Shall Burn in Germania sono dei beniamini (cosa che si potrebbe dire per ogni gruppo tedesco, dal più mediocre al migliore, dall’emergente alla leggenda). Dovunque loro magliette, alcuna di queste con tanto di numero di serie, a tiratura limitatissima: solo 300, con tanto di grafica degli Spartani alle Termopili per poter dire di essere sopravvissuti alla battaglia campale del loro live a Dinkelsbühl. A dir la verità, i metalcorer teutonici vogliono davvero vedere la guerra sotto il loro palco, e i supporter al Summer Breeze (almeno un paio di decine di migliaia, per farvi capire) gliela vogliono fare vedere. Lo stesso reparto grafico del palco, con macerie e trincee, dà una certa drammaticità al loro show. D’altra parte, posso dire di non aver mai partecipato a un circle pit grande come quello che ho fatto con gli Heaven Shall Burn, dal diametro spaventoso (tanto da coinvolgere terreni diversi) e un tempo di percorrenza di circa metà canzone, o un bel breakdown piuttosto esteso quantomeno. Sul palco sono intensi, veloci e aggressivi, grazie anche all’immediatezza delle canzoni, alle quali è aggiunto però un pathos che rende ogni ritornello espressivo e drammatico, garantendo un fluire di energia in musica davvero sbalorditivo, già dall’intro Counterweight, a dir poco esplosiva. In generale la formula delle canzoni degli Heaven Shall Burn si ripete di pezzo in pezzo, ma i chorus facilmente memorizzabili di Combat o Endzeit sono irresistibili. Gli stessi musicisti tedeschi, soprattutto il cantante Marcus (del quale non ho capito una singola parola), sanno davvero come far divertire il pubblico: prima di Voice of the Voiceless, il frontman chiede a tutto il pubblico di mettersi in ginocchio – una visione quasi surreale, guardandosi intorno… per poi saltare all’unisono al momento richiesto. Dopotutto, l’ingrediente principale del loro concerto è il divertimento, e di certo non manca. Mi ha colpito molto anche la cover di Black Tears degli svedesi Edge of Sanity, molto ben resa e ormai cavallo di battaglia degli stessi Heaven Shall Burn, e sorprendente anche la cover, in chiusura, della celeberrima Valhalla dei bardi tedesci del power metal, i Blind Guardian.

SETLIST HEAVEN SHALL BURN
Counterweight
Land Of The Upright Ones
The Omen
Combat
Voice Of The Voiceless
Intro & Hunters Will Be Hunted
Martyr's Blood
Behind A Wall Of Silence
Godiva
Black Tears (Edge of Sanity cover)
Endzeit
Die Stürme rufen dich
Of No Avail
The Weapon They Fear
The Disease
Trespassing The Shores Of Your World
Valhalla (Blind Guardian cover)


WATAIN (Pain Stage)

a cura di Nicolò Brambilla "Nicko"

E arriviamo così all’ultimo concerto del festival, fisicamente provato ma sostenuto fortunatamente dalla transenna davanti al palco dei blackster svedesi Watain, noti per la sontuosità dei loro live show, strutturati quasi come dei rituali, nonché per la loro musica figlia putativa di una gioventù a pane e Dissection. Il palco è sinistramente adornato con drappi insanguinati, tridenti e torce. Al suo ingresso, Erik, alzando verso al cielo due torce infiammate, dà fuoco ai bracieri attigui all’altare centrale, davanti alla batteria, mentre i Watain attaccano con De Profundis e Black Flames March, la coppia d’apertura del loro recente (e discusso) The Wild Hunt. Il sottile connubio tra il black metal dei primordi scandinavi e la melodia delle influenze si palesa con una sostanziosa contaminazione di black/thrash che dà vigore alle composizioni più recenti, come si può sentire dai groove batteristici di Håkan, più variegati rispetto agli standard del genere. Lo stesso scream di Erik ha perso l’acidità degli esordi e sia assesta su una timbrica vocale meno abrasiva, che accompagna spesso a grida non prettamente harsh. Dopo aver accesso le 13 candele sull’altare, con una perizia rituale (e una lentezza lievemente irritante), così il cantante svedese introduce, con pathos teatrale, la tetra Malfeitor: “Summer Breeze, sentite questo odore disgustoso? Non c’è più nulla dell’estate qui, ma non temete, noi vi porteremo in un posto dove nessuno vorrebbe davvero essere…”. Il pezzo è uno dei migliori del set ed è certamente quello che più evidentemente strizza l’occhio a Dissection, Lord Belial e simili, con spazi lasciati alla velocità, altri alla lentezza e alla melodia ipnotica della chitarra di Pelle. Effettivamente, una larga parte della componente musicale del concerto dei Watain ha la specifica intenzione di addensare l’atmosfera surreale di quanto sta avvenendo sul palco nell’aurea mistica del rituale; si prediligono così pezzi lunghi, con numerosi rallentamenti, come Stellarvore, che incorpora numerosi elementi doom assieme ad un black funereo di mardukiana memoria. Ma anche pezzi come Reaping Death non fanno che accelerare notevolmente il pace dello show, risultando nervosi e aggressivi come i vecchi Watain, che come avrete capito differiscono piuttosto profondamente da quelli attuali. Nel frattempo, il rituale si protrae, e per l’ultimo pezzo l’intero soppalco della costruzione di drappi e ferro ai lati della batteria è incendiata dalle fiammate sottostanti, in un effetto scenografico davvero impressionante, va ammesso. Al termine della conclusiva The Wild Hunt, Erik spegne una ad una le candele, e lascia il palco dopo un inchino.

SETLIST WATAIN
Intro
De Profundis
Black Flames March
Malfeitor
Outlaw
Solo
Reaping Death
Stellarvore
The Wild Hunt

CONCLUSIONE

a cura di Nicolò Brambilla "Nicko"

Vorrei chiudere il nostro report con una riflessione che non riguardi l’organizzazione, perfetta e precisa, come abbiamo già detto, o i gruppi, dei quali abbiamo parlato per decine di paragrafi. Vorrei piuttosto sottolineare il rapporto speciale tra le band tedesche e il loro seguito presso pubblico connazionale. Certo, si tratta di un festival, ma la sensazione che ho avuto è che anche la band tedesca più mediocre o derivativa godesse di pieno rispetto e trovasse un riscontro di pubblico soddisfacente, anche a orari praticamente improponibili. Anche per questo band tedesche qualitativamente nella media sono diventate negli anni realtà importanti nel panorama musicale metal, non solo teutonico. Questo discorso vale in realtà per ogni genere musicale – eccezion fatta per i gruppi più grossi, ovviamente, i fan tedeschi sembrano preferire i propri gruppi a quelli esteri, anche considerando il fatto che probabilmente si tratta di complessi che, avendo un così importante riscontro di fan in casa, sono già stati visti e stravisti ennesime volte, magari allo stesso Summer Breeze. E non si tratta di una forma di chiusura verso quello che viene dall’estero, o di nazionalismo musicale militante, ma di una sorta di legame intenso, o quantomeno di rapporto reciproco di produzione artistica e corrispettivo apprezzamento tra la band tedesca e il pubblico connazionale. Ne risulta non solo un riscontro di seguito maggiore, o una più attiva partecipazione durante i live, ma un continuo alimentare la proposta e la scena tedesca su tutti i fronti, grazie ad un’inesauribile interesse, un rispetto indiscutibile e una professionalità assoluta da parte di chi fa salire queste band sul proprio palco. Un modo simile di rapportarsi con la musica locale (o in generale del proprio paese) non può che essere salutare per musica, tanto per quella underground che quella mainstream, tanto che sulle locandine del Summer Breeze si contano numerosi nomi di spicco tedeschi, che spesso hanno anche un seguito internazionale importante. Naturalmente un rapporto del genere con la musica è inequivocabilmente universale, e ne godono anche i gruppi stranieri, che non per niente organizzano 10 date tedesche in un tour europeo di 30, magari facendo continui sold out in tappe che distano non più di 200 km tra loro. Insomma, quello che mi è parso di vedere in Germania è stato un rapporto genuino con la musica, sia sul piano del supporto, che quello della professionalità organizzativa, che quello, in generale, della possibilità di un artista di esprimere il proprio potenziale. Non si tratta ovviamente di una critica a nessuno, né di un confronto necessario, ma semplicemente una riflessione che mi è sembrata opportuna e che è scaturita da uno dei caratteri assolutamente più apprezzabili del festival.

Foto di IWrestledABearOnce, Kampfar, Thyrfing, Obituary, Rotting Christ, Septic Flesh, Impaled Nazarene, Hail of Bullets e Wintersun a cura di Vincenzo-Maria "Viç" Cappelleri


Foto di Heaven Shall Burn e Watain a cura di Nicolò Brambilla "Nicko"



Viç
Mercoledì 3 Settembre 2014, 15.15.53
6
Sinceramente non ricordo benissimo l'andazzo degli ultimi anni (forse sto diventando vecchio o forse alle precedenti edizioni ho bevuto troppo bruciandomi il cervello). Wacken si può considerare un discorso a parte poichè possiamo dire tranquillamente che è considerato "IL" festival da buona parte del mondo.
klostridiumtetani
Mercoledì 3 Settembre 2014, 15.04.19
5
Si quest'anno è vero che è andata così, ma da quello che ricordo dal 2007 in poi è il primo anno che succede, poi se gardiamo al Wacken...
Viç
Mercoledì 3 Settembre 2014, 13.33.27
4
Klostridium, sono sostanzialmente d'accordo con il grosso del tuo discorso. Tuttavia per correttezza di cronaca devo segnalare quanto segue: il SBOA ha annunciato di aver terminato le copie fisiche dei biglietti il 31 luglio (erano ancora disponibili alcuni biglietti per il print@home e presso rivenditori terzi). A quella data il bill era completo (sarebbe stata solo annunciata la defezione degli Of Mice And Man ormai a festival iniziato).
klostridiumtetani
Martedì 2 Settembre 2014, 17.52.45
3
la riflessione finale (vera e sacrosanta) la sintetizzerei semplicemente dicendo che i tedeschi rispetto a noi prendono la musica fondamentalmente per quello che è: divertimento, aggregazione, occasione per ascoltare novità e ZERO seghe! Poi eventi organizzati in questo modo fanno il resto: millemila persone ogni anno! Ricorderei tra l'altro che il limite di questo festival a trentacinquemila persone è imposto dagli organizzatori per motivi logistici altrimenti sarebbero anche di più! Il fatto poi che i biglietti vanno tutti esauriti senza neanche conoscere le band che vi parteciperanno la dice tutta sulla differenza di approccio alla scena rispetto a noi "stivalieri"
AL
Lunedì 1 Settembre 2014, 9.50.03
2
che bel festival e che bei report. complimenti a tutti. grandi Obituary anche se ammetto di aver pensato una cattiveria: visto che han fatto crowdfunding (!!) per il loro album nuovo, dovevano almeno fare un pò di autografi... . a pensar male si fa peccato ma...
Lizard
Domenica 31 Agosto 2014, 20.53.54
1
Lavorone pazzesco ragazzi, complimenti a tutti e quattro. Un bellissimo e godibile resoconto. Condivido appieno la riflessione conclusiva.
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