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ALMOST FAMOUS - # 12 - Diamond Head
26/09/2014 (3235 letture)
Per comprendere come un gruppo potenzialmente immenso come i Diamond Head non sia mai riuscito ad andare oltre una generica cortina di rispetto e amore infinito da una ristretta cerchia di irriducibili fan, non basta citare un solo evento o una sola chiara spiegazione, anche se probabilmente una ha avuto un peso maggiore di altre. Eppure, la concatenazione di eventi necessari a far sì che oggi la band venga essenzialmente ricordata solo perché i Metallica hanno rifatto quella canzone o i Megadeth li hanno citati come influenza, ci fa capire quanto in realtà si è perso, forse addirittura sprecato, del talento di cui i Diamond Head disponevano copiosamente. Non parliamo infatti solo di una delle prime band in assoluto della scena inglese che poi troverà la sua consacrazione nei primi anni ottanta, ma di una delle più talentuose e dotate in assoluto. Una di quelle che chiunque avrebbe dato per sicure vincenti in una ipotetica (e poi reale) corsa verso il posto al sole, tra tutti i gruppi che esplosero nell’arco di pochi mesi. Una cosa è certa: se in molti casi abbiamo constatato come fossero stati gli eventi esterni a procurare il maggior danno al gruppo, nel caso dei Diamond Head, in realtà, per grande parte furono le scelte stesse del gruppo a rivelarsi del tutto sbagliate e dannose alla propria carriera, assieme al conflitto insanabile tra le aspirazioni dei membri e songwriter principali. Come di consueto, immergiamoci per un attimo nell’humus storico che ha dato vita al gruppo e seguiamone il percorso, per cercare di capire dove si annidò il seme che ha poi generato il semioblio per questa strepitosa formazione.

THE STORY SO FAR
Come spesso accade, la storia per I Diamond Head inizia con due amici, Brian Tatler e Duncan Scott, chitarra e batteria (di pentole, nel vero senso della parola) che iniziano a giocare assieme con strumenti improvvisati, cercando semplicemente di fare confusione e spaventare i genitori, desiderosi di carriere stabili e possibilmente rispettabili. I due cominciano a credere davvero di star mettendo su una band o, almeno, si atteggiano già come veri musicisti e la svolta arriva nel momento in cui incontrano Sean Harris, audizionato come cantante nella camera di Tatler, dopo che aveva dimostrato le proprie qualità vocali cantando Be-Bop-A-Lula durante una gita scolastica. La “band” nasce ufficialmente nel 1976 e il nome Diamond Head deriva dal titolo dell’omonimo album di Phil Manzanera uscito l’anno prima (Forse non tutti sanno che… esiste un omonimo vulcano nelle Hawaii). Il gruppo inizia quindi a prendere forma e coraggio e fa il suo debutto nel 1977, in alcuni locali della Black Country, area che in un decennio aveva dato i natali a band come Black Sabbath, Led Zeppelin, Judas Priest e Trapeze, tanto per citarne alcuni. Il primo concerto ufficiale è del 10 febbraio di quell’anno, ma in particolare il gruppo sembra intenzionato a scrivere pezzi propri e, stando a quanto dichiarato da Brian Tatler, già nei primi anni vengono create e scartate almeno un centinaio di composizioni. Nel 1978 fa il suo ingresso Colin Kimberley al basso, anche lui un compagno di scuola di Tatler. Nel 1979 i ragazzi si autofinanziano un demo e, nonostante i pochi mezzi a disposizione, che si traducono in una registrazione di appena sei ore, la band riesce ad ottenere grazie a questi solchi un prestigiosissimo tour di supporto ad AC/DC ed Iron Maiden. Qui comincia la vera storia dei Diamond Head e delle loro traversie. Una prima spiegazione di quanto sta per succedere deriva infatti come per gli Angel Witch e per altri eroi della nascente NWOBHM, dal fatto che il management del gruppo fosse del tutto improvvisato e non professionale. Sono infatti Reg Fellows e la madre di Sean Harris, Linda, a gestire la carriera della band e nonostante l’abnegazione e la buona volontà messe in campo, questo risulterà essere catastrofico. I due rifiutano l’offerta di un management professionale ed influente come Leiber/Kretz e impediscono al gruppo di firmare un contratto con le diverse etichette che fanno pervenire il loro interesse. E’ così che mentre altre band nate con la NWOBHM firmano per una major, i Diamond Head restano indipendenti e senza dei manager all’altezza. Inoltre, stranamente, i ragazzi snobbano quasi totalmente Londra ed i suoi club, che tanto hanno dato alla carriera dei loro contemporanei, fornendo una fan base e contatti col mondo discografico. Questa situazione comportò quindi non solo una mancata distribuzione capillare dei primi lavori del gruppo, demo compreso, ma soprattutto l’impossibilità di effettuare tour estesi e con continuità, presupposto per consolidare il proprio nome. I ragazzi firmarono alla fine per una piccola etichetta locale, la Happy Face Records, gestita da Muff Murfin, il quale aveva anche uno studio di registrazione che sarà utilizzato per le prime registrazioni. La prima release ufficiale è il singolo Shoot Out the Lights/Helpless del 1979, seguita dal secondo singolo Sweet and Innocent/Streets of Gold, l’anno successivo. Arriva così il momento per il primo album, sempre sotto Happy Face Records. Il gruppo si trasferisce a Worcester presso The Old Smythy Studio, nel quale in sette giorni registra quello che sarà poi conosciuto come Lightning to the Nations, primo straordinario album di un gruppo dall’immenso talento. Il disco contiene alcuni dei brani più famosi della band ed è da considerarsi uno dei debut più importanti in assoluto di quegli anni. Anche in questo caso, l’inadeguatezza del management e della capacità economica profusa nel progetto è evidente: il disco esce senza titolo e con una copertina interamente bianca che non riporta il nome del gruppo e neanche la tracklist, ma solo la firma dei ragazzi. L’idea dei manager era che dovesse passare come un “demo” più che come un album vero e proprio e quindi che fosse poco costoso e distribuito in proprio: infatti, le prime 1000 copie furono disponibili unicamente ai concerti o tramite mail order per tre sterline e mezzo. I due manager comprarono uno spazio pubblicitario sull’influente rivista Sounds per sei settimane, allo scopo di favorire le vendite postali. Lo scopo di questa strategia conservativa era quella di ottenere un contratto vantaggioso per il gruppo e il budget necessario per registrare il disco ad un livello superiore. In effetti, nonostante tutto, il disco vendette bene e altre 1000 copie furono subito stampate, stavolta con la tracklist. Il gruppo ottenne una offerta per la stampa del disco dall’etichetta tedesca Woolfe Records, la quale si rivelò però assai poco seria, appropriandosi in pratica dei master (che non saranno più resi) e pubblicando una versione in vinile con una copertina diversa, della quale la band non seppe nulla.
Finalmente, il successo ottenuto tramite i propri live show permise alla band di firmare nel 1982 un prestigioso contratto con la major MCA, la quale per scaldare il mercato pubblicò subito un EP dal titolo Four Cuts e consentì al gruppo di ottenere il proprio più grande successo fino a quel punto. I nostri furono infatti chiamati a sostituire i Manowar che avevano dato forfait come ospiti speciali prima degli headliner all’edizione del Reading Festival di quell’anno. Lo show fu registrato dalla BBC e sarà pubblicato nel 1992 col titolo Friday Rock Show Sessions e ristampato assieme ad altre registrazioni dal vivo del gruppo nel 2010 col titolo Live at the BBC. Proprio nel libretto di questa ristampa, Tatler racconta i retroscena di questa esibizione: in pratica, il gruppo fu contattato all’ultimo secondo, tanto che il nome non fu neanche stampato nei poster del Reading, che riportavano ancora il monicker dei Manowar. Il viaggio per raggiungere la location fu lunghissimo, dato che i Diamond Head si trovavano in tour da tutt’altra parte del Paese, e fu particolarmente estenuante, in particolare per Sean Harris, che soffrì molto per il freddo e per non essersi potuto riposare assolutamente dal concerto della sera prima. Il pubblico stesso non aveva idea che i Nostri sarebbero saliti sul palco e questo non contribuiva certo a rasserenare gli animi dei ragazzi, che temevano un’accoglienza tutt’altro che benevola, in quello che al momento rappresentava senza dubbio il punto più alto della loro carriera. Perfino il soundcheck fu del tutto improvvisato e minimale, dato che non c’era stato il tempo di approntarlo e tutto sembrava spingere verso una vera e propria debacle di fronte ad un pubblico immenso. Invece, quando Tatler dopo la breve intro attaccò il riff di Am I Evil?, la folla si strinse sotto il palco sorpresa ma felice e il gruppo mandò giù il rospo dell’emozione e diede il proprio meglio, nonostante Harris non fosse davvero in forma. L’esibizione fu un successo e per la band sembrarono finalmente aprirsi le porte dell’affermazione su larga scala.

BORROWED TIME
Le quotazioni dei Diamond Head erano in ascesa e la MCA decise di investire qualche sterlina, permettendo all’artista Rodney Matthews di creare la copertina più costosa tra quelle realizzate finora dall’etichetta. La splendida illustrazione, ispirata alla saga di Elric di Melniboné di Michael Moorcock, fece da cornice ad un disco epocale, tra quelli da possedere ad ogni costo se si è appassionati di metal, Borrowed Time. L’investimento della MCA portò i suoi frutti e finalmente per la band arrivò anche il momento del riscontro commerciale, con il raggiungimento della posizione 24 delle charts nazionali. Non un risultato incredibile, a dire il vero, ma certo rispetto alle duemila copie stampate in proprio di Lightning to the Nations, siamo decisamente su un altro pianeta. Come accade spesso, però, il successo finalmente raggiunto scardinò alcuni meccanismi che sembrano perfetti e destinati a durare per sempre. In questo caso, i problemi si rivelarono del tutto interni al gruppo: Harris cominciò a manifestare la propria insofferenza nei riguardi dell’essere identificato come cantante heavy metal e a premere perché la musica del gruppo prenda una nuova direzione, maggiormente orientata verso il rock settantiano che è la sua reale passione. Si tratta di una influenza comunque sempre presente nel sound del gruppo, che non ha mai nascosto il suo amore anche per il rock’n’roll delle origini, citato ad esempio in un brano come It’s Electric, ma la spinta verso il cambiamento voluta dal cantante è decisamente più ampia e fu comunque accolta dall’altro autore del gruppo, Brian Tatler. Durante le registrazioni di quello che sarà poi Canterbury, inizialmente chiamato Making Music, avvenne inoltre un primo split, con l’abbandono di Colin Kimberley, il quale completate le proprie tracce lasciò la band, ufficialmente perché troppo stressato dai ritmi di lavoro. L’album ottenne comunque un discreto riscontro commerciale, nonostante qualche problema con la stampa del formato in vinile, che arriva sul mercato in ritardo, bloccando la promozione e le vendite. Il pubblico però non sembrò gradire la vena più sperimentale del disco e il suo essere decisamente meno aggressivo rispetto al sound primigenio del gruppo e rispetto alla radicalizzazione dei suoni che cominciava a prendere piede proprio da quel fatidico 1983. Qualcosa si era rotto e l’abbandono anche di Duncan Scott, non fece che confermarlo. Nel suo caso, le spiegazioni date fecero risalire l’addio ad una mancata crescita tecnica e musicale del batterista, non in grado di seguire l’evoluzione della band. A sostituire i due defezionari arrivarono Mervyn Goldsworthy, ex dei Samson al basso e Robbie France alla batteria, mentre fece il suo ingresso in pianta stabile un tastierista, Josh Phillips-Gorse, a conferma del nuovo corso intrapreso del gruppo. Nel corso dell’anno i Diamond Head ottennero l’apertura del Monsters of Rock di Donington e furono chiamati come gruppo di supporto dai Black Sabbath per il tour di Born Again in Europa. Due riconoscimenti prestigiosi, ma che testimoniano in maniera chiara come l’astro del gruppo non fosse riuscito a brillare in maniera autonoma nel cielo dello stardom. La band dopo due album su major non era ancora in grado di realizzare un tour da headliner fuori dalla Gran Bretagna e restava una illustre sconosciuta fuori dall’Europa. Oltretutto, la nuova direzione musicale non otteneva riscontro e, anche iconograficamente, l’abbandono da parte Brian Tatler della propria classica Gibson Flying V a favore di una più ordinaria Les Paul, statuiva la decisione di staccarsi dall’immaginario heavy metal, proprio nel momento in cui esso andava affermandosi e fortificandosi anche negli States e proprio nel momento in cui anzi esso andava estremizzandosi con l’arrivo delle prime formazioni thrash proprio dagli USA. Tatler giustificò il cambio di chitarra curiosamente proprio con la necessità di distinguersi, dato che all’inizio pochissimi utilizzavano la Flying V (uno di quelli era ovviamente Michael Schenker) e quindi questo lo caratterizzava, mentre adesso era diventata di uso comune per le metal bands e quindi aveva perso il suo significato. Purtroppo, per il gruppo il declino era già iniziato e le scelte effettuate non fecero che velocizzarlo, finché la MCA decise di chiudere il contratto nel gennaio 1984, lasciando di fatto a piedi i Diamond Head. I quattro iniziarono a scrivere brani per quello che avrebbe dovuto essere il quarto disco, provvisoriamente intitolato Flight East. Purtroppo, la nuova incarnazione non attirò l’interesse di alcuna casa discografica in maniera concreta, costringendo Harris e Tatler a prendere atto della insostenibilità della situazione. Lo scioglimento nel 1985 fu inevitabile.

REUNION E NUOVO SPLIT
Quanto detto finora contribuisce già in maniera chiara a spiegare le ragioni del mancato successo per una band che, a livello musicale, non aveva niente da invidiare agli act più famosi della NWOBHM e che anzi avrà un’influenza enorme sulle band successive, molta di più di quanto le sia oggi riconosciuto, nonostante tutti gli sforzi fatti da chi raggiungerà poi il successo per tributare il proprio debito nei confronti di questa sfortunata formazione inglese. I fatti sono chiari: non avere un management all’altezza della situazione, che ha anzi fortemente danneggiato il gruppo non permettendogli di fare tour estesi e di affermarsi nella capitale; il fatto di aver atteso anni prima di firmare un contratto e di averlo fatto poi per una minuscola etichetta che non ha in alcun modo promosso il gruppo, il quale ha dovuto fare tutto da solo, vendendo i singoli e il primo album come fossero a tutti gli effetti una autoproduzione, ne ha rallentato ancora di più il consolidamento della fama. Pur nascendo nel 1976, i ragazzi restavano nei primi anni ottanta un gruppo underground e solo nel 1982, quando in pratica la prima scrematura era già stata fatta e gli Iron Maiden rilasciavano il proprio terzo disco, quel The Number of the Beast che fece il vuoto nei confronti di quasi tutte le altre formazioni inglesi, arrivarono alla firma con una major rilasciando Borrowed Time, un disco che ottenne un discreto successo e che avrebbe comunque potuto permettere il salto di qualità al gruppo. La trionfale esibizione a Reading, avrebbe potuto essere a sua volta un altro trampolino di lancio e, in effetti, nonostante il ritardo, fino a questo punto, la carriera del gruppo avrebbe comunque potuto raggiungere la svolta desiderata (un ventiquattresimo posto nella classifica inglese non è il tetto del mondo, ma in migliaia non sono mai arrivati a tanto in una intera carriera). Purtroppo, a questo punto, furono le decisioni del duo di testa e di Sean Harris in particolare, a determinare il crollo delle ambizioni. L’insofferenza verso ciò che li aveva fino a quel punto sostenuti e fatti emergere, cioè l’immaginario metal, e il desiderio di ampliare i propri orizzonti, di fatto staccandosi in maniera netta rispetto a quanto fatto fino a quel momento, arrivò troppo presto, proprio nel mezzo del consolidamento fino a quel punto rimandato e determinò il crollo delle quotazioni per la band. Probabilmente, se Lightning to the Nations fosse stato effettivamente il primo album a godere di una distribuzione e di una vera promozione, i fan avrebbero potuto abituarsi all’idea di un terzo album di transizione e di un quarto “diverso”, mentre il fatto che le sperimentazioni arrivassero già dopo appena un disco dal raggiungimento del contratto major, determinarono un distacco fin troppo veloce rispetto ad un pubblico appena raggiunto e non ancora stabilmente guadagnato. L’andamento del mercato, che spingeva poi anzi proprio nella direzione dell’heavy e del nascente movimento thrash, col successo in campo hard rock del glam metal e dell’AOR tastieristico, tagliavano di fatto ogni spazio per un sound di stampo settantiano come quello voluto da Harris e l’abbandono da parte della MCA chiuse così la carriera di un gruppo che, ripetiamolo ancora, a livello musicale, non aveva niente di meno rispetto a band che in quel momento stavano raggiungendo l’apice mondiale e aveva scritto alcuni brani che sarebbero diventati degli anthem mondiali di lì a poco, in mano ad altri.
Saranno proprio i gruppi che furono influenzati dalla musica dei Diamond Head e in particolare Metallica e Megadeth a cercare in tutti i modi di far circolare ancora il nome degli inglesi tra gli appassionati. E’ quasi paradossale, ma è indubbio che per la stragrande maggioranza dei fan del metal il primo contatto con la celeberrima Am I Evil?, vero e proprio inno generazionale, avviene attraverso la cover realizzata dai Metallica, piuttosto che con i dischi della band, e spesso lì muore. Lo stesso vale per Helpless, It’s Electric e The Prince più volte omaggiate dai Four Horsemen nei propri concerti e poi in Garage Days Revisited e Garage Inc., gli album di cover realizzati dai quattro di Frisco in due momenti topici della propria carriera. Purtroppo, questa prestigiosa sponsorizzazione (si chiamerebbe endorsement, oggi) garantì solo una fama di riflesso, ostacolata pesantemente poi dall’irreperibilità del catalogo dei Diamond Head, andato fuori stampa e di fatto rarissimo; particolare questo per niente secondario e che offre un ulteriore tassello per capire come mai i continui tributi raccolti non si traducessero poi in un successo discografico anche postumo. Harris e Tatler, d’altra parte, avevano avviato le proprie carriere in due nuove band, Notorious e Radio Moscow rispettivamente, che perseguivano entrambe un approccio decisamente più rock oriented, le quali nonostante due album di ottimo livello, non riusciranno mai a raggiungere una stabilità.
Forse con un po’ di malizia si può affermare che fu l’effetto combinato del continuo appoggio da parte di Metallica e Megadeth e il contemporaneo flop dei due progetti avviati da Tatler e Harris, a dare il via alla sospirata reunion dei Diamond Head, che iniziò a prendere corpo infatti già nel 1990. Nel 1991 i due riesumarono il glorioso monicker e cominciarono ad esibirsi dal vivo con Karl Wilcox ed Eddie Moohan, pubblicando un nuovo singolo di lì a poco. Nello stesso periodo, Sean Harris scrisse per i Megadeth il testo di Crown of Worms, che diventerà la B-Side del singolo di Train of Consequences, tratto da Youthanasia. Il lavoro in studio darà i sui frutti nel 1993, con l’uscita di Death and Progress, album che vide la partecipazione di Tony Iommi e Dave Mustaine come ospiti. Il disco non ottenne, come prevedibile in epoca di rivoluzione grunge, un grande riscontro di vendite e, in effetti, costituisce un ritorno non imprescindibile e sicuramente assai poco entusiasmante anche per i fan incalliti della band. Difficile non restare delusi da un discreto disco rock che altalena ottimi brani e una splendida ballad come Calling Your Name (The Light), ad altri decisamente sorpassabili. Non un brutto disco, assolutamente, ma certo non quanto necessario per rilanciare una carriera ferma da dieci anni. A questo si aggiunsero una serie di sfortunate coincidenze, come ad esempio una brutta performance il 5 giugno 1993 di supporto ai Metallica al National Bowl di Milton Keynes, durante la quale le cattive condizioni di salute di Tatler, le poche prove sostenute e lo scarsissimo impegno da parte di Harris, trasformarono una potenziale occasione di rilancio, in un vero fallimento. Si aggiunga poi che il pubblico, che probabilmente non sapeva neanche chi fossero i Diamond Head, pensò che la band stesse omaggiando i Metallica con le cover di Am I Evil? ed Helpless: un boccone davvero amaro da mandare giù. Infatti, sia a causa di eventi come questo, sia per lo scarso successo ottenuto da Death and Progress, sia per le insanabili divergenze musicali tra i due leader, già nel 1994 la reunion era morta.

LA BAND OGGI
Un secondo tentativo di reunion prese piede nel 2000. Inizialmente la band avviò un approccio cautelativo, suonando set acustici e lasciando che il nome ricominciasse a circolare con qualche uscita in forma di EP live. Quando però le cose cominciarono a riprendere piede e la formazione si stabilizzò col ritorno di Moohan e Wilkox, ecco di nuovo che le pretese di Sean Harris fecero crollare tutto ancora una volta. Il cantante infatti espresse con forza la volontà che la band si presentasse come nuovo progetto, abbandonando il vecchio monicker, così da apparire un qualcosa di fresco e non l’ennesima prosecuzione di una storia interrotta troppe volte. Un approccio sincero e anche dotato di una sua fondatezza e coerenza, che però il resto del gruppo non accettò in maniera assoluta. Ancora una volta, Harris decise così di lasciare. Stavolta, però, questo non significò la fine per i Diamond Head. Evidentemente stanchi delle prese di posizione del cantante, i restanti membri della band decisero di andare avanti comunque e reclutarono un nuovo frontman, Nick Tart. Questa nuova formazione, con il solo Tatler a reggere il timone, si dimostrò solida e longeva e diede al gruppo finalmente una vera stabilità, che coincise con l’uscita di due nuovi album, All Will Be Revealed nel 2005 e What’s In Your Head? nel 2007. I dischi ottennero un riscontro piuttosto tiepido, ma l’entusiasmo nel gruppo tornò a girare e da quel momento i Diamond Head ripresero l’attività del vivo con costanza, girando finalmente anche i tanto sognati Stati Uniti, oltre ad Europa e Giappone. Questo ritorno vide quindi la band capeggiare i festeggiamenti per il venticinquennale della NWBHM, tenutosi al London Astoria e che vedeva la partecipazione di Witchfynde, Bronz, Praying Mantis e Jaguar e l’uscita del primo DVD nel 2006, dal titolo To the Devil His Due. Il gruppo ottenne anche l’apertura del Sonisphere 2011 di supporto ai Big 4 del thrash, i quali omaggiarono i loro padrini ispiratori con una riproposizione di Am I Evil? nella jam finale, alla quale gli stessi Diamond Head parteciparono nella data di Knwbworth, davanti al pubblico inglese. Sempre i Metallica chiameranno sul palco Sean Harris e Brian Tatler, ritrovati ancora assieme, in occasione del trentennale dei Four Horsemen, per l’esecuzione di The Prince, It’s Electric, Helpless e Am I Evil?, i brani che tanto avevano influenzato il gruppo di San Francisco e che avevano trovato posto nelle loro scalette e già nelle primissime registrazioni.
Per un breve periodo, nel 2013, Nick Tart sarà costretto a lasciare il gruppo, sostituito da Chas West (The Jason Bonham Band, Lynch Mob), per poi fare ritorno al suo posto, subito dopo. E’ di questo periodo la dichiarazione di Tatler che, preso atto che le maggiori etichette specializzate non sembravano assolutamente interessate a pubblicare un nuovo album della band, non aveva alcun senso metterne in cantiere la pubblicazione per una piccola etichetta come la Cargo Records, non in grado di promuoverlo adeguatamente e quindi condannandolo ad un mesto esito di poche migliaia di copie vendute.

NWOBHM: UN INFINITO ARCHIVIO DI ALMOST FAMOUS
In conclusione, non resta che ribadire quanto detto in precedenza. Difficile dare una ragione unica per la mancata affermazione dei Diamond Head. I motivi sono tanti e sono già stati affrontati. Quella che potenzialmente poteva e doveva essere una delle band di punta del movimento inglese è rimasta invece confinata in una dimensione di mezzo nel momento in cui tutto esplodeva e non ha potuto poi fare altro che correre dietro alla storia, senza raggiungerla mai, ritrovandosi al giorno d’oggi a ribadire con fierezza e coerenza la propria identità di cult band. Fondamentali, come riconosciuto in più occasioni da gruppi venuti dopo e che tanto hanno saputo imparare dalla musica degli inglesi, eppure mai capaci di arrivare a quel successo che pure pareva spettare loro di diritto. In effetti, la storia dei Diamond Head per molti aspetti richiama quella di tanti altri eroi della NWOBHM, che per una ragione o l’altra non hanno saputo o non sono riusciti a raggiungere uno status superiore e ad ottenere la consacrazione mondiale. Tante storie da raccontare, tanti piccoli e grandi miti che testimoniano la grandezza di un movimento che in pochissimi anni, dalla fine degli anni settanta ai primi anni ottanta, cambierà per sempre la storia della musica “dura”, dando lustro, indipendenza ed autonomia ad un intero genere musicale. E’ lo stesso Brian Tatler a precisare che su “The NWOBHM Encyclopaedia” di Malcolm MacMillan trovano posto circa quattrocento band e che, di queste, solo quattro o cinque saranno ancora attive dopo il 1988. Un esito impressionante e che testimonia con quanta rapidità si sia bruciata l’epopea di questa scena e di questa corrente musicale. Per i Diamond Head il tempo della consacrazione non è mai arrivato e se si considera che il momento di massimo splendore ha coinciso con l’uscita di Borrowed Time e con l’esibizione a Reading nel 1982, ben si capisce quanto è andato sprecato in seguito. Il mondo della musica non offre spesso una seconda chance e l’amore imperituro e continuamente tributato da parte di chi li ha amati non sono bastati ad un gruppo che fin troppe volte ha remato contro se stesso, magari dimostrando una coerenza artistica encomiabile e scegliendo comunque di seguire la propria ispirazione a dispetto di quanto sarebbe stato “preferibile” e “giusto”. La storia, in ogni caso, non è fatta dai soli campioni di vendite e le tante band della NWOBHM che ancora oggi attendono un riconoscimento, lo dimostrano appieno. Tra queste, è indubbio che il nome dei Diamond Head meriti di brillare in maniera particolare, come la pietra di cui si adorna il proprio monicker.

DISCOGRAFIA DIAMOND HEAD

Studio Albums
1. Lightning to the Nations (1980)
2. Borrowed Time (1982)
3. Canterbury (1983)
4. Death and Progress (1993)
5. All Will Be Revealed (2005)
6. What's in Your Head? (2007)


Live Albums
1. The Friday Rock Show Sessions / Live at Reading (1992)
2. Evil Live (1994)
3. It's Electric (2006)
4. Live at the BBC (2010)



Mulo
Lunedì 11 Aprile 2016, 21.48.57
13
Poi i DH non avevano la EMI che li spingeva con tour di supporto a Priest o Kiss o Reading e altri vantaggi dell'essere con una major che crede in te e ti supporta
Mulo
Lunedì 11 Aprile 2016, 21.45.33
12
Io li adoro e sto sentendo live at the bbc proprio ora e sto godendo come un caimano!!... Comunque non ha senso paragonarlo con i primi maiden (molto più duri e "metallici"rispetto au DH)... Ma vogliamo parlare del riff portante di seek and destroy che è uguale a quello di sucking my love?
Rob Fleming
Sabato 9 Gennaio 2016, 16.41.59
11
Il punto è che i Diamond Head non facevano heavy metal tout-court. Ecco perché sembrano "loffi" in alcuni brani. Erano assai più vicini all'hard rock. Borrowed time è un capolavoro e Canterbury ci va quasi vicino (ci sono un paio eccessivamente "pop", ma il resto è sublime).
CYNIC
Sabato 27 Settembre 2014, 22.34.34
10
@ lux chaos OK amico mio (Brothers Of Metal ) l'importante e che ci piace la musica quella è l'unica cosa che conta.
jek
Sabato 27 Settembre 2014, 21.45.41
9
Gran bell'articolo Lizard, dettagliato e ben scritto. Per quanto riguarda i Diamond Head mi trovo perfettamente in linea con @lux chaos, senza scomodare gli iron ma ci sono per conto mio una pletora di band nella NWOBHM che li surclassano e come loro sono finiti nell'anonimato.
lux chaos
Sabato 27 Settembre 2014, 21.05.18
8
Ahahahaha ok scusa, CYNIC, non voglio farti venire un infarto!! Anche se in quel confronto penso che i poveri Diamond uscirebbero per la milionesima volta con le ossa pluri-fratturate...forse meglio confrontarli coi gruppi che ha menzionato Lizard qui sotto
Lizard
Sabato 27 Settembre 2014, 19.49.58
7
NWOBHM non significa solo Iron Maiden però e se è vero che il gruppo di Harris e soci fosse già fortissimo, non implica che altri gruppi non potessero comunque emergere... Saxon, Motorhead (ok loro ci rientrano e no), Def Leppard... sono band che ce l'hanno fatta, mentre i Diamond Head come Tygers of Pan Tang, Angel Witch, Praying Mantis e tanti altri sono rimasti solo promesse... Poi i fattori in gioco erano tanti e ragionare con i "se" non risolve granché. Grazie comunque per i commenti e i complimenti
CYNIC
Sabato 27 Settembre 2014, 18.53.31
6
lux chaos non ti ci mettere pure tu con la sfiga dei diamond head per favore, LIGHTNING TO THE NATIONS • 1980 BORROWED TIME • 1982 CANTERBURY • 1983 sono dei MASTERPIECE da avere assolutamente. Se fai il confronto con gli iron maiden non mi sta bene, perchè se no poi io metto sul piatto della bilancia che forse i primi due (bellissimi tra l'altro) album degli iron maiden non arrivano ai primi tre capolavori dei diamond head.
spiderman
Sabato 27 Settembre 2014, 18.49.33
5
Innanzitutto complimenti a Lizard per l'articolo veramente notevole, ma saro' breve, di loro mi piace molto solo Lightning to the Nations, e per l'importanza storica che ebbe per la nwobhm questo loro album, e per l'influenza poi su altre band metal successive come i Metallica che li hanno omaggiati con famose cover, ma personalmente ho sempre considerato gli Iron Maiden superiori a loro sia sul piano strumentistico che di presenza ed espressivita' scenica, gruppo importante si ,ma che a mio parere purtroppo hanno incrociato la strada con chi era piu' bravo di loro.
Necrotic
Sabato 27 Settembre 2014, 18.44.40
4
Bell'articolo lizard!complimenti.@Lux chaos era difficile poter competere con i Maiden:ai tempi gli unici che li erano superiori erano i Sabbath e i Priest.
lux chaos
Sabato 27 Settembre 2014, 17.36.39
3
Che bellissima disamina Lizard! Complimenti. Per quanto riguarda il gruppo...boh, ho cercato di farmeli piacere un fracco di volte e possiedo LTTN, ma li ho sempre trovati una band di serie B, parere mio...se confronto Number of the beast e Borrowed time nel 1982, beh...capisco perchè il pubblico è andata tutto verso la vergine di ferro. I Diamond hanno una buona classe, ma spesso, a parer mio, sono anche molto..."loffi". Per me non è un mistero incredibile il motivo per cui non hanno raggiunto quel gran successo che (forse) meritavano. Comunque adoro queste retrospettive! Grazie Metallized
Vitadathrasher
Sabato 27 Settembre 2014, 15.59.05
2
Gli vidi nel 2006 in un piccolissimo club nella periferia di prato....è strano davvero come molte band della nwobhm non hanno ricevuto il meritato successo.
Fox
Sabato 27 Settembre 2014, 11.23.37
1
Anche io li ho conosciuti tramite i Metallica, il primo album è a dir poco stratosferico, un vero peccato la loro prematura implosione. Per chi non li conosce consiglio di ascortare "The Prince" e poi ditemi se i 'Tallica non sono stati al limite del plagio.
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