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ROCKAZZI - Saluti pazzi, saluti Rockazzi!
28/11/2014 (1040 letture)
Il loro robusto rock mischiato a contaminazioni alternative, suggestioni punk e spunti cantautoriali ci ha incuriosito non poco, quindi abbiamo ritenuto interessante conoscere più da vicino gli irriverenti Rockazzi, emergente band romana. In una serata estremamente piovosa, tutti e quattro i membri della band si sono presentati ai nostri microfoni per una lunga ed interessante chiacchierata, che ha toccato molte tematiche affatto scontate.

Barry: Ciao ragazzi e benvenuti su Metallized! Iniziamo con una domanda classica, per permettere a chi non vi conosce di avere qualche nozione in più su di voi: come vi siete formati?
Daniele: Grazie per l’opportunità, innanzitutto! Considera che io, Claudio e Mauro suonavamo già da tempo assieme, a sedici anni avevamo un gruppo demenziale in stile Latte e i suoi Derivati, chiamato Ti Voglio ma non Ti Amo; poi per un periodo Mauro è andato in Danimarca, io e Claudio invece abbiamo continuato e, al ritorno di Mauro, abbiamo iniziato a fare sul serio; l’anno, se non ricordo male, era il 2006. A noi si è poi unito il nostro primo bassista e sono nati i Rockazzi in via ufficiale!
Luca: Io sono entrato invece a far parte della band come bassista in un secondo momento, quasi per caso: sono capitato alla Locanda Blues, qui a Roma, una sera in cui loro suonavano ed ho pensato che mi sarebbe piaciuto moltissimo entrare a far parte della band, perché mi piaceva molto la loro musica! Dopo il loro show ho fatto due chiacchiere con Claudio ed è saltato fuori che stavano giusto pensando di cambiare bassista!
Claudio: Il gruppo è nato sulla scia di quel fabbisogno musicale che ogni artista dovrebbe avere e coltivare, sempre e comunque, fino alla morte; perché sono così estremo? Perché un mio conoscente, non avendo più il box dove suonare, ha venduto la propria strumentazione, “perché per lui la musica era finita”. Come si fa a dire una cosa del genere? Un musicista non può e non deve rinunciare a fare musica! Per me, a monte di ogni altro discorso, economico e non, l’importante è suonare, suonare e suonare il più possibile. A maggior ragione, avendo nel gruppo mio fratello, un caro amico e poi il qui presente Luca, fare musica per me e per noi è un piacere, prima che un lavoro. Aggiungo che, ovviamente, suonare con persone di cui ti fidi e con cui hai un rapporto stretto è molto meglio che suonare con sconosciuti.

Barry: Sicuramente sì; adesso vi tocca una domanda che immagino vi abbiano già fatto…come mai la scelta di questo nome particolare?
Luca: Eh, questa domanda effettivamente ritorna…diciamo che è un nome che rimane, che entra in testa, anche se può farci passare a primo impatto per una band demenziale; noi invece non amiamo prenderci sul serio, ma più che demenziali direi che siamo sarcastici.
Claudio: Certo, il sorriso in noi non manca, ma in fondo che trovo che siamo molto meno demenziali noi della realtà che ci circonda...e tanta musica demenziale secondo me è più seria di tanta altra che c'è in giro.
Luca: Alla fine, come dicevamo, la cosa importante è che si ricordi. Un nome non deve per forza avere un significato profondo. La cosa importante è che crei curiosità, di modo che poi spinga a sentire cosa proponiamo a livello musicale, il che alla fine è ciò che maggiormente conta. Fra l’altro, se cerchi su Google, Rockazzi esce subito…
Daniele: Anche prima di Pornazzi.
Claudio: Il che è importante, così magari uno si sbaglia e capita sulle nostra pagina. Tutto poi è nato quando, suonano, assieme, ci siamo detti che il nostro era effettivamente un sound “rockazzo”. Abbiamo poi preso in considerazione altri nomi, ma nessuno ci piaceva altrettanto. Il ballottaggio, alla fine, è stato fra Rockazzi e Nevrotica, ma ha vinto il primo a mani basse ed ormai ci piace a tal punto che non ci facciamo più alcun problema sulla sua ambiguità. Come ha detto Luca, l’importante è che stimoli la curiosità, poi il resto viene da sé. Se togli alle persone l’immaginazione, gli togli tutto.

Barry: Insomma, bene o male, purché se ne parli. Venendo ora all’album, visto che è uscito da qualche tempo, ne siete tuttora soddisfatti o magari c’è qualcosa che avreste voluto realizzare meglio?
Claudio: Giusto ieri mio fratello mi ha detto che, al posto di un mi minore, un accordo predominante a livello armonico, voleva provare a fare un la; nessun artista è mai soddisfatto di chiudere una cosa, perché sarebbe come chiudere la porta. Andare avanti anche su ciò che si è fatto, senza stravolgere tutto, fa bene sia alla canzone in sé, sia a se stessi, perché impedisce di annoiarsi.
Luca: Essere totalmente soddisfatti di un prodotto non ti porta a crescere, nel momento in cui ti basta ciò che hai ti fermi là, non vai avanti. Io magari avrei aggiunto qualcosa, ma alla fine è venuto bene nonostante il budget limitato.
Mauro: La particolarità dell’album che abbiamo registrato è che è nudo e crudo, come peraltro si può vedere anche dalla copertina; ci serviva un qualcosa che rappresentasse fisicamente la crudezza delle sonorità che abbiamo affrontato, che sono prive di effetti, distorsioni, modulazioni, delay e tastiere. Tendenzialmente sono più che soddisfatto; anche io, come Luca, avrei magari messo qualche effetto in più, ma anche volendo abbiamo avuto a disposizione poco tempo e non una gran quantità di fondi, quindi non avremmo potuto fare chissà cosa e forse è anche meglio così; magari se avessimo iniziato a pensare a modifiche varie, poi saremmo entrati in un circolo vizioso, invece l'album è netto, quasi in bianco e nero per certi versi.
Claudio: A noi piace trasportare ciò che pensiamo nella nostra musica, ci piace metterci a nudo. Non so se questo sia un bene o male, ma il concetto è che siamo contenti di ciò che facciamo. Non facciamo ciò che non ci piace, puntiamo a divertirci e, come tale, ci piace esporre ciò che vogliamo e che pensiamo attraverso le nostre canzoni ed i testi.
Mauro: Che comunque non sono paragonabili alla bellezza delle parti di chitarra solista.
Claudio: Ovvio, ma sono comunque fantastici.

Barry: A tal proposito, come mai la scelta di cantare esclusivamente in italiano?
Daniele: Perché non conosce altre lingue.
Claudio: Sì, questo è il motivo principale! Ma, soprattutto, sarei ridicolo a farlo! Come farei a rendere i concetti che voglio esprimere in una lingua che non sento mia? Non sarei proprio stato in grado di scrivere canzoni, sinceramente, posso farlo in italiano o al massimo in siciliano! Mettici anche che comunque amo il mio Paese, la sua lingua e la sua cultura, parliamo in italiano ed ascoltiamo in italiano. Il nostro come detto è un atteggiamento “rockazzo”: suoniamo, cerchiamo di comunicare qualcosa a chi ascolta e del resto chi se ne frega...

Barry: Molto punk, come cosa.
Luca: Esatto, l'atteggiamento punk ci appartiene sicuramente.
Claudio: E' vero, ho sempre visto il punk proprio come atteggiamento: chi se ne frega se non so fare un do maggiore, vado sul palco e ti dico qualcosa che comunque colpisce. Il resto lo lasciamo ad altri, a noi interessa fino ad un certo punto.
Luca: Questo aspetto poi si ritrova ovviamente nella musica che scriviamo: non siamo troppo legati ad un genere o all'altro, ci piace ad esempio ibridare base metal e testi cantautoriali, a seconda di ciò che sentiamo e vogliamo dire in un determinato momento,

Barry: Beh, effettivamente mi era sembrato di riconoscere una certa influenza dei progetti di Giovanni Lindo Ferretti nella vostra musica.
Claudio: Sì, può darsi, così come sicuramente puoi sentire influenze di De André, Guccini, Graziani.
Daniele: La nostra fortuna è quella di riuscire a conciliare vari tipi di influenze musicali: a parte Claudio e Mauro, abbiamo tutti un background differente: Luca ascolta più un certo tipo di metal, io vengo dal progressive, quindi siamo stati fortunati a far sì che ogni strumento si integrasse bene con l'altro, che si verificasse questa sinergia.

Barry: Che è quindi il vostro punto di forza, per certi versi.
Claudio: Questo avviene anche perché ci capiamo nel carattere, cosa che non è scontata: se vai d'accordo con gli altri poi finisci per andare d'accordo anche dal punto di vista musicale, nonostante le diverse influenze musicali di ciascuno. Un gruppo funziona in questo modo, poi può anche arrivare il più grande chitarrista del mondo e dire “Qui si fa come dico io”, ma stai pur sicuro che cambierà i suoi compagni in continuazione. Un musicista non ha voglia di esprimere le idee e le visioni di qualcun altro, mentre può guardare in una direzione comune assieme a persone con cui percepisce una sintonia.
Luca: Prendersi con gli altri è fondamentale: io ho avuto esperienze con altri gruppi e quasi mai mi sono separato da loro per motivi musicali; semplicemente, quando viene meno la sintonia, un gruppo smette di esser tale. Un gruppo è un po' l'equivalente di una famiglia: ti vedi molto spesso con gli altri, provi, suoni, se poi hai la fortuna di riuscire ad andare in tour sei sempre a stretto contatto...e, se non vai d'accordo, esplodono sia la band, sia la musica.

Barry: E' importante sottolineare questo aspetto. In che modo scrivete musica e testi per le vostre canzoni?
Claudio: Io molto spesso porto un'idea, una linea melodica della voce e poi loro cercano di capire cosa cazzo io abbia in mente...
Luca: Da vero cantautore!
Claudio: Esatto, poi la struttura del brano viene formulata da tutti noi assieme. I testi invece nascono spesso da un'ispirazione momentanea e quasi sempre da momenti difficili. E' vero che noi siamo persone fortunate, ma non è facile, al momento, guardarsi attorno e cantare qualcosa di allegro. Non avrebbe nemmeno appeal, perché giustamente la gente si chiederebbe poi “Ma dove vivete?” “Che mondo ci state raccontando?” Sarà poi che, venendo dal sud, siamo molto legati alla terra, alla natura, al mondo ed alla realtà che ci circonda; percependo molto questo tipo di legame, mi fa quindi ancor più male vedere ciò che certe volte vedo ed esprimo questa rabbia nei testi che scrivo. In tutta sincerità, quando sento una canzone d'amore...beh, mi prende male! Che mi importa sei ti sei innamorato o se quella ti ha dato buca? L'amore in una canzone è quasi sempre fine a se stesso, bisogna essere De André per cogliere le sue molteplici sfaccettature, ma parliamo del resto di un artista estremamente consapevole della realtà che lo circondava. Non pretendiamo di avere chissà che messaggio epocale da diffondere, ma questo non significa che non abbiamo qualcosa da dire ed in cui crediamo.
Daniele: Peraltro, quando racconti nei tuoi testi la realtà, permetti loro di rimanere attuali, di conservare il proprio significato nel tempo, senza legarlo ad un determinato momento.

Barry: E, al giorno d'oggi, c'è qualche musicista che ritenete abbia davvero qualcosa da dire?
Davide: Beh, direi indubbiamente Mika...
Mauro: Sì, lui ha sicuramente un messaggio fondamentale da diffondere! Personalmente al momento ascolto davvero poco...pensa che ultimamente mi sto addirittura focalizzando su gruppi del sud che cantano in dialetto, amo tornare alle mie origini. Per quanto concerne il resto del paese, aspetto il nuovo album dei romani Jonny Blitz ed amo molto i milanesi Arancioni Meccanici, che hanno fatto un bellissimo album retro anni 70. All'estero invece mi piacciono molto gli Zen Circus, che stanno facendo riemergere quella cattiveria e quella rabbia che molti gruppi perdono, perché siamo circondati da cover band che affogano dentro se stesse.

Barry: La tematica delle cover band, come sito, ci è fra l'altro molto cara...
Mauro: Ma guarda, il problema principale non sono tanto le cover band o i gestori dei locali, quanto proprio le persone che fruiscono della musica; molti ascoltatori sono pigri, si approcciano alla musica come al calcio: tutti capiscono di calcio quando la palla entra in rete e tutti capiscono la musica quando sono in grado di cantare la strofa o il ritornello. Arriva quindi un gruppo che impara a canticchiare una canzoncina di qualche grande artista -De André, Vasco, Graziani, Rino Gaetano- va in un locale a suonarla e toglie spazio a band che invece suonano musica propria. Noi invece andiamo su un palco, suoniamo quel che vogliamo, ci ubriachiamo e siamo felici.
Luca: Mai fatto parte di una cover band e sinceramente mai intendo farne, preferisco sempre creare musica mia...di bella musica in giro ce n'è tanta, ma manca secondo me quel guizzo in più, non mi aspetto sinceramente che esca fuori un gruppo che continueremo ad ascoltare e che ricorderemo. Fra cento anni si saprà ancora chi sono stati i Pink Floyd o i The Doors, mentre non credo che sarà la stessa cosa per una band che nasce oggi. C'è talmente tanta musica in giro, totalmente fruibile, che alla fine si è persa quella spinta, quella curiosità a cercare qualcosa di davvero innovativo, sia da parte degli ascoltatori che da parte degli artisti. Oggi, per dirti, arriva il tipo di Gangnam Style che infrange tutti i record di visualizzazione su youtube, ma fra pochi anni magari manco si saprà più chi è. Non c'è più nemmeno l'humus perché possa emergere il gruppo d'eccezione, è tutto troppo legato ai gusti personali.
Claudio: Io non sono così pessimista: faccio il fonico in un locale a Roma nord e, come tale, ho a che fare ogni settimana con gruppi che vengono anche da fuori per suonare..e, sinceramente, c'è gente che ha davvero l'attitudine per fare qualcosa di buono. Poi, come diceva Luca, è certamente vero che oggi hai accesso a tanta musica dal tuo computer, quindi difficilmente arriverà più qualcuno a farti sentire il nuovo Rust in Peace, di cui ignoravi l'esistenza, ma ho fiducia nelle possibilità della musica. Per quanto riguarda invece l'argomento cover band, io suono anche come batterista in una cover band dei The Strokes: mi diverto e faccio esercizio fisico, ma fra di noi abbiamo sempre suonato pezzi nostri e quello intendiamo fare.

Barry: Perfetto...visto che abbiamo parlato di locali e date live, cosa significa suonare un genere tendenzialmente legato al metal come il vostro in questa città ed in questo Paese? Che tipo di difficoltà trovate?
Mauro: Devo dire che qui abbiamo punti di vista differenti: personalmente, attacco il jack, suono e sono felice, non me ne frega nulla, quindi difficoltà in tal senso non ne ho. In rapporto a quel che la gente percepisce, me ne frega ancor meno. Se vivi limitato da quel che percepiscono gli altri, è la fine. Lo vogliamo chiamare metal? Chiamiamolo metal, per me alla fine è musica.
Claudio: Amo mio fratello...fosse per lui, saremmo tutti punk! Questo atteggiamento mi piace, ma è pur vero che ci piacerebbe trovare un locale che ci permetta di avere quel suono potente che desideriamo; noi in questo siamo sicuramente un po' troppo perfezionisti, ci teniamo ad avere un sound che ci avvolga, che ci conforti, il che non è sempre possibile.
Daniele: Ma non è questione di perfezionismo: il tipo che ci ascolta in concerto, se non capisce il messaggio che gli vogliamo trasmettere, non ha poi la curiosità di comprarsi il disco o comunque di andare ad ascoltare le nostre canzoni.
Luca: Di difficoltà ne abbiamo tante, secondo me oggettive: non dico che non sia bello salire sul palco e suonare senza troppi pensieri, ci mancherebbe, anche io sono felice quando salgo ed attacco il jack, come dice Mauro. Vorrei però anche avere la possibilità di rendere al meglio quel che ho suonato e composto! Il problema è che, per farti notare, devi magari partecipare a qualche contest, dove sostanzialmente c'è un enorme calderone che impedisce di emergere. Come fai a farti notare in trenta minuti scarsi? La devi buttare sul tecnico, a scapito di quel che vuoi trasmettere. Tornando poi al discorso del sound, quando vai all'estero trovi un fonico che è lì per te, che ti segue e cerca di fare uscire il suono nel miglior modo possibile. Questa mentalità, qui da noi, non esiste proprio.
Mauro: Sì, ma, per come io intendo la musica, si tratta di un concetto che non va recepito necessariamente quando suoniamo dal vivo. Personalmente, alcune delle esperienze musicali più intense che mi siano capitate io le ho vissute in macchina, è raro che io vada ad un concerto e mi entusiasmi per una band che suona dal vivo...prendiamo ad esempio i Phlebotomized: con Skycontact hanno fatto un disco straordinario, ma non li ho mai visti dal vivo, li ho sempre ascoltati o vissuti in autobus, su un prato o con degli amici; è lì che secondo me usufruisci realmente della musica! Dal vivo, invece, io sono già felice se vengono a sentirci persone che ci conoscono, ma preferisco che ci ascoltino nella loro vita reale, fuori dalla situazione di un concerto. Quella, per me, è la vera musica naturale.

Barry: Una bella discussione, speriamo che stimoli anche i nostri lettori. Adesso qualche domanda classica...vorrei chiedervi i vostri modelli di ispirazione come musicisti, anche se qualcuno già me lo avete detto nel corso dell'intervista.
Mauro: Ho avuto alcuni grandi modelli, poi ho iniziato a suonare per quel che materialmente riuscivo a fare: i modelli sono Guns 'n Roses, Metallica, Dream Theater e Meshuggah. I Meshuggah mi hanno proprio dato la forma mentis del musicista, li adoro e considero Nothing un capolavoro inarrivabile. Dopo Nothing, di fatto, mi sono fermato...le fasi di un artista sono tre: amore, riproduzione e creazione. Nella prima ti innamori di quel che vuoi sentire, nella seconda ti consumi le dita ed il cervello cercando di replicarlo; dopo Nothing ho detto basta alla riproduzione ed ho iniziato a crear musica per conto mio.
Luca: Da bassista, ho avuto la più classica delle evoluzioni: sono un fan maniacale degli Iron Maiden e quindi di Steve Harris, ma anche del thrash americano, quindi Metallica, Megadeth, Anthrax, Testament...ed aggiungerei i Death ed i Carcass, due delle poche band estreme che davvero adoro, perché per il resto mi mantengo su cose più classiche. Dai venticinque anni in poi ho ampliato i miei orizzonti, oggi amo molto anche band come Tool ed Alice in Chains -Jar of Flies è un lavoro straordinario- ma comunque sono sempre rimasto all'interno di un certo tipo di musica; non sono mai passato al jazz, per dirti e, se da un punto di vista magari non ho acquisito certe conoscenze, dall'altro sono comunque felice perché suono quel che mi piace. Se non sono mai finito a suonare un dato tipo di musica è perché, evidentemente, non ne avevo bisogno. Nulla vieta che, un giorno, io provi la curiosità di misurarmi con un altro tipo di sonorità, ma per ora questo mi basta ed avanza.
Daniele: “Batteristicamente” ho ascoltato molto i Dream Theater ed i Rush, quindi Mike Portnoy e Neil Peart sono i miei modelli di riferimento come batterista. Per il resto sono un grande fan di Vasco e di Ivan Graziani.
Claudio: Innanzitutto devo ringraziare mio nonno, il primo ad avermi fatto provare l'ebbrezza della vibrazione della chitarra. Per il resto, mi piace tutto ciò che abbia un senso dal punto di vista testuale...De André, Guccini, Vasco e Graziani, Dalla, insomma chiunque ci abbia insegnato qualcosa. Naturalmente, quando avevo quattordici anni ero anche io un grande fan dei Metallica, degli Anthrax e di quel filone...che ricordi, ascoltavo le musicassette a ripetizione finché non si distruggevano, pur di imparare a suonare certi pezzi! Oggi invece mi arrivano questi ragazzini armati di tablatura scaricata da internet, che in un'ora imparano canzoni assurde...ma come cazzo fanno?!

Barry: Ahah beh la tecnologia in questo ha aiutato molto, anche se in qualche modo rischia di spersonalizzare un po' lo stile. Un'ultima domanda per voi, a questo punto: progetti futuri? Nell'immediato e non...
Mauro: Progetti particolari no, non viviamo neppure alla giornata, viviamo direttamente all'ora...intanto abbiamo in programma una data alla Locanda Blues il 28 novembre, poi una al Crossroads il 15 gennaio. Speriamo che l'intervista spinga qualcuno a venirci a sentire!
Luca: Poi, con calma, stiamo iniziando a comporre qualcosa in vista di un secondo album...non vorremmo far passare troppo tempo fra un lavoro e l'altro, insomma.

Barry: Non come i Guns 'n Roses, in pratica. Vi ringrazio per questa lunga e divertente chiacchierata, un saluto per i nostri lettori?
Claudio. Di nuovo grazie a te ed a Metallized per questa possibilità; come diciamo sempre, saluti pazzi, saluti Rockazzi!



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