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DYING FETUS + GOATWHORE + MALEVOLENCE + FALLUJAH - Circolo Colony, Brescia - 03/12/2014
09/12/2014 (1817 letture)
Tra le ultime date della stagione 2014 della programmazione dell’ormai a dir poco familiare Circolo Colony di Brescia ne troviamo una delle più pesanti e brutali, nello specifico quella che segna il ritorno dei terroristi sonori del Maryland e del loro death metal diretto e violento, i Dying Fetus. Assieme a loro, un trio di gruppi come al solito non troppo ben accostato ma che riserva comunque qualche sorpresa, ossia i black thrasher statunitensi Goatwhore, i Malevolence e il loro misto di death moderno e hardcore, e per iniziare i Fallujah con il loro deathcore elegante.


FALLUJAH

Il quintetto di San Francisco inizia molto presto a suonare, ma lo spazio sotto il palco è ben gremito, facendo presagire una notevole affluenza per la serata in questione. Il deathcore dei Fallujah aggira l’effetto impatto della maggior parte dei gruppi di questo genere, ricercando il proprio perno nella pluralità delle complesse strutture ritmiche e nelle ricercate soluzioni armoniche descritte dalle chitarre. La padronanza tecnica è certamente impressionante, talvolta sovrabbondante, ma usata con criterio e secondo soluzioni originali. Meno singolare la prestazione del vocalist, che si attiene agli schemi del death statunitense moderno, senza particolari pregi che possa ricordare. La struttura dei pezzi è piuttosto complessa e articolata, ma senza longevità eccessiva, e l’uso di sezioni più riflessive e cupe rende lo show più interessante da ascoltare, piuttosto che da vivere in un pit movimentato, che si scatenerà solamente più tardi. Certo, lo stile soffre un po’ delle noiose tendenze del metalcore tecnico degli ultimi anni, come poliritmie e orpelli chitarristici superflui, ma è da premiare il lato più atmosferico.


MALEVOLENCE

I Malevolence hanno un impatto decisamente più arrogante rispetto ai Fallujah, mostrando però idee meno solide nell’accostare stili diversi e tra loro un po’ stridenti, passando da un metalcore carico di groove e riff interessanti a sezioni hardcore/moshcore (così lo chiamano) più banali scopiazzate dallo stile degli Hatebreed, fino a breakdown deathcore piuttosto inespressivi. Tralasciando la presenza scenica quasi hip-hop del cantante, i Malevolence si fanno ascoltare e divertono anche gli astanti, soprattutto quelli che rispondono all’incitazione al circle pit, comunque non molto gremito. L’energia non manca, ma lo stile è approssimativo e tende a sfruttare solo l’aspetto più impattante delle numerose influenze dalle quali attingono, senza consolidare uno stile personale e memorabile.


GOATWHORE

I Goatwhore sono un gruppo anche quest’ultimo statunitense, ormai piuttosto affermato sulle scene live europee e nordamericane, intento a proporre un misto di black/thrash teutonico con qualche accento death metal non troppo invadente, che rende i quattro piuttosto somiglianti, per proposta, agli Skeletonwitch. Insomma, una ricetta classica rivisitata secondo canoni più attuali, ma senza perdere di vista il perno centrale di questo stile e abbracciando alcuni cliché più che ben accetti, data la famigliarità con questi riff e queste tematiche. Dovendo ammettere di non aver affatto apprezzato i singoli più noti della band, il che mi ha dissuaso dall’approfondirli, la riuscita dell’esibizione dal vivo non è da discutersi e i Goatwhore mettono in piedi un concerto divertente, spinto dalla doppia cassa martellante e il tremolo picking abrasivo, mentre la voce del cantante si assesta ora su uno scream più acido, ora su un gutturale più cupo, a seconda che la band si avventuri tra lidi più oscuri e malvagi di scandinava memoria, o che faccia sfoggio del più sfacciato e punkeggiante riffage dei propri cavalli di battaglia, come Apocalyptic Havoc. Inutile dire che abbia apprezzato di più il primo dei due aspetti, ma in fin dei conti, nonostante non si potesse chiamare nome meno azzeccato con il death metal dei Dying Fetus, i Goatwhore si meritano gli applausi dei presenti.


DYING FETUS

Dying Fetus, at last! Era da tempo che progettavo di vederli, ed ecco l’occasione. Certo, già la disposizione sul palco fa volare qualche improperio tra il pubblico, dato che la goffa ubicazione degli amplificatori quasi davanti alla batteria (già di per sé sul fondo del grande palco del Colony) copre in parte la vista del batterista, ma soprattutto per i piuttosto inutili teloni da palco mobili che ne occludono totalmente la visuale. Cose da poco - quando Gallagher e Beasley salgono sul palco, il pubblico incredibilmente numeroso è già scaldato a dovere, e altrettanto lo è la risposta alla domanda “Alright motherfuckers, are you ready for some brutal shit?” di John con il suo accento da tamarro statunitense. “Get into the pit, get into the trenches!” e il concerto si apre con appunto una delle tracce del più recente Reign Supreme. Ancora una volta i suoni pressoché impeccabili del locale sono una vera e propria benedizione quando la musica si fa così estrema e serrata, e si ha tutta la possibilità di godersi pienamente la precisione del batterista Williams, così come la profondità del gutturale di Gallagher e degli harsh più acidi di Beasley, che divide con John gli onori e oneri di vocalist. Già alla seconda One Shot, One Kill il degenero è assicurato, e non manca di essere prontamente incitato, e dal pit gremito si alzano prontamente i cori all’unisono su una delle tracce effettivamente più riuscitamente catchy del gruppo. La maestria strumentale dei Dying Fetus non credo sia mai stata discussa, perlomeno negli ultimi 15 anni, ma non posso che ribadire quanto compatto e potente suoni il trio, con John che riesce a scandagliare l’intero spettro espressivo del death metal senza perdere un’unghia della propria dinamica, passando dalle più serrate ritmiche del brutal statunitense al picking più morbido delle sezioni di matrice hardcore newyorkese, marchio di fabbrica dei nostri assieme agli occasionali virtuosismi in tapping e sweep picking che incastrano con maestria tra i groove più tradizionalmente impietosi di Intentional Manslaughter, oppure di Raped on the Altar e i suoi stacchi da frattura del collo. Eccellentemente suonati anche gli estratti più recenti della discografia, che portano con loro il marchio indelebile del monicker del Maryland, ma con anche un’attenzione compositiva affinata con anni di esperienza nella brutalità. Tra le canzoni più acclamate restano indubbiamente quelle del finale, come la macabra Groteque Impalement e i suoi rallentamenti, piuttosto che Praise The Lord, uno dei pezzi meglio scritti dai Dying Fetus negli anni d’oro della loro line-up – riff magistrali con un’evidente matrice HC, strofe tiratissime in d-beat e breakdown che di lì a poco avrebbero conquistato gran parte delle sonorità estreme. Sempre dal capolavoro Destroy The Opposition, la nervosa Pissing In The Mainstream, naturalmente seguita da uno dei pezzi più ricordati, la famigerata e follemente veloce Kill Your Mother/Rape Your Dog. La chiusura viene invece affidata a uno pezzo tra i più recenti dei nostri, ossia Your Treachery Will Die With You dal penultimo album; inutile dire che si tratta comunque di un quadro eccellente della maturità musicale del gruppo, tale da mettere in luce ogni aspetto della loro maestria esecutiva e compositiva, mentre l’headbanging continua sia sopra che sotto al palco. Chapeau.

SETLIST DYING FETUS

In the Trenches
One Shot, One Kill
Intentional Manslaughter
Justifiable Homicide
Second Skin
From Womb to Waste
Shepherd's Commandment
Raped on the Altar
Subjected to a Beating
Grotesque Impalement
Praise the Lord (Opium of the Masses)
Pissing in the Mainstream
Kill Your Mother/Rape Your Dog
Your Treachery Will Die With You




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