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THE METALLIZED OBSERVER - # 22 - L'occhio della webzine
30/12/2014 (1415 letture)
PINK FLOYD, AC/DC E MACHINE HEAD: SI CHIUDE L’ANNO 2014
Il 2014 sta per terminare e se da un lato comincia già ad essere tempo di bilanci, dall’altro la coda conclusiva di questi mesi ci sta regalando diversi spunti di riflessione e perfino delle inaspettate sorprese. Cominciamo dagli album più attesi in uscita tra novembre e dicembre: parliamo ovviamente di Pink Floyd, AC/DC e Machine Head.
Come spesso accade in questi casi, si sa che gli schieramenti andranno a comporsi invariabilmente tra chi dà contro all’artista in questione per i più svariati motivi e chi invece lustra la spada e si pone a baluardo difensivo nei loro confronti a qualunque costo, magari sfoderando uno dei più classici tormentoni del tipo “quando questi giganti spariranno, nessuno li sostituirà e allora….”. Che ci si ponga da un lato o dall’altro della tenzone, comunque, prima o poi occorre capire fino in fondo se quello che si va difendendo piuttosto che criticando, è un monumento alla carriera o l’effettivo ultimo nato in casa. Mettendosi in quest’ultima ottica, sarà difficile sostenere che The Endless River e Rock or Bust siano due album destinati a figurare tra i classici dei rispettivi gruppi. Nel primo caso, parliamo di un album celebrativo, una sorta di epitaffio a se stessi e al compianto Richard Wright. Nel secondo caso, di un onesto album di mestiere, fatto al meglio delle possibilità attuali. Comunque vada, onore al merito di entrambe le band e se per gli inglesi la parola “fine” sembra definitiva, per gli australiani pur orfani di Malcolm Young, il discorso è rimandato invece al tour del 2015, il dopo si vedrà, a partire dal rientro di Phil Rudd in formazione dopo che la sua posizione giudiziaria sembra essersi avviata ad una veloce risoluzione.
Ancora diverso il caso infine dei Machine Head. Altra generazione, altro approccio, altro momento nella vita della band. Robb Flynn e soci hanno schiacciato sull’acceleratore fino in fondo, messo la freccia per il sorpasso e dato fuoco alle polveri. A partire da Through the Ashes of Empires in poi, con The Blackening, Unto the Locust e il nuovo arrivo Bloodstone & Diamonds, la band californiana ha davvero messo in riga tutti, grazie ad un songwriting potente e capace di lasciare un segno profondo e duraturo. La maturazione del gruppo è evidente sotto tutti i punti di vista e sembra proprio che per i Machine Head sia arrivato il momento di reclamare una conquistata stella nella Walk of Fame dell’heavy metal.

MEGADETH: CHE DIAVOLO STA SUCCEDENDO?
Diciamoci la verità: come si fa a non provare una certa simpatia per Dave Mustaine e per l’incredibile personaggio ed inesauribile fonte di notizie e controversie a cui ha dato stura nel corso degli anni? Un po’ Paperino, un po’ rissoso scozzese, un po’ leader irriducibile ed autoritario, il chitarrista ha sempre dato l’impressione di essere una di quelle persone incapaci di vivere una vita pacifica e rilassata, obbligandosi a camminare sempre su una lama di rasoio anche e soprattutto quando non sembrava essercene alcun bisogno. La droga, la politica, le continue rivoluzioni di line up, la fine dei Megadeth, il loro ritorno, la pacificazione con David Ellefson e con i Metallica, la conversione religiosa, dischi validissimi e tremendi flop senza scusanti. Un continuo maelstrom, un sali e scendi schizofrenico che lo vede sempre al centro di un moto perpetuo, che avrebbe messo al tappeto anche i migliori di noi. Eppure lui resta sempre MegaDave, anche se Rust in Peace ci saluta all’alba dei suoi venticinque anni e certi livelli di qualità e ispirazione non sembrano destinati a tornare mai più. Mustaine sembra ormai prigioniero di questa band e di se stesso: condannato ad essere ricordato per gli album thrash ai quali viene paragonato qualunque altra cosa egli produca, eppure eternamente alla ricerca di una consacrazione mainstream che ai più appare incoerente e vuota di significati e ormai anche del tutto priva di ispirazione. Eppure, il circo deve andare avanti, senza sosta, quasi per paura di riflettere troppo su quello che accade. E a quanto pare, la schizofrenia non colpisce solo il leader, ma anche tutti coloro che gli gravitano attorno. Nel caso specifico di questi ultimi mesi, le notizie sono fioccate senza sosta: si comincia con l’annuncio da parte di Nick Menza della formazione di una nuova band assieme a James Lomenzo; annuncio che ha poi riguardato anche un altro glorioso ex della band, Chris Poland, entrato nel progetto in corsa per il rilascio di un EP pare a gennaio 2015. Sempre a novembre arriva la notizia del ritorno in studio per la band madre sempre ad inizio 2015, per le registrazioni del nuovo album dopo la catastrofica accoglienza riservata a Super Collider. Neanche il tempo di prepararci mentalmente e fisicamente alla dura prova di una nuova uscita discografica targata Megadeth e arriva la bomba: Shawn Drover e Chris Broderick, batterista e chitarrista, lasciano la band. Che qualcosa non vada negli equilibri interni è evidente e d’altra parte perfino un cavallo di razza come Broderick non sembra essere riuscito negli anni passati alla corte di Mustaine a lasciare traccia tangibile della propria presenza. Forse però più che per sua volontà, questa mancanza è da imputarsi proprio all’autoritarismo di Mustaine e, difatti, ecco che poco dopo arriva una ulteriore notizia: i due hanno intenzione di mettere insieme tutto il materiale scritto e registrato in questi anni ed evidentemente non gradito al leader maximo formando a loro volta un nuovo progetto. Chi parteciperà a questo punto alle registrazioni del nuovo Megadeth assieme ai due Dave? Non lo sappiamo, ma certo è che molti a questo punto stanno scommettendo sul ritorno proprio dei due transfughi Menza e Friedman. In ogni caso, chiunque salga sulla giostra per questo giro, dovrà ricordare che il controllo resta nelle mani di MegaDave e questa, oggi come oggi, non sembra la migliore notizia. Il credito che Mustaine ha raccolto nel corso degli anni sembra davvero arrivato ad esaurimento e non sarà solo con una nostalgica reunion che il nostro potrà rimettere in carreggiata una carriera alla quale da troppo tempo manca un album davvero vincente.

GENTE CHE VIENE, GENTE CHE VA
Di cambiamenti di line up ne vediamo a raffica ogni giorno, parlare quindi di vere e proprie notizie in questo senso sarebbe un po’ forzato. Certo non possiamo neanche sottovalutare una notizia che ha davvero fatto scalpore in questi giorni, ovverosia, l’ingresso del guitar hero Jeff Loomis (ex Nevermore) negli Arch Enemy di Michael Amott. Il tutto è nato in effetti dall’abbandono piuttosto frettoloso di Nick Cordle proprio durante il tour negli Stati Uniti. Il chitarrista aveva sostituito infatti Cristopher Amott, ma evidentemente qualcosa non andava per il verso giusto e la sua uscita ha costretto lo stesso Cristopher a riprendere temporaneamente il proprio posto per concludere la parte americana del tour. Da qui la notizia dell’ingresso di Loomis, che avrebbe fatto il suo ingresso negli Arch Enemy per la parte europea dello stesso tour e poi per tutti gli altri tour del 2015. Non è chiaro se Loomis entrerà stabilmente nella band o se il suo è da intendersi come un lussuoso lavoro di session man, ma certo il buon Michael Amott, o per meglio dire sua moglia Angela, manager del gruppo, ha ben imparato come si fa a mantenere l’attenzione alta sugli Arch Enemy.
Altra notizia abbastanza inusuale e che ha attirato parecchia attenzione è stato l’annuncio che lo strepitoso Mark Boals, cantante che i più ricorderanno a fianco di Yngwie Malmsteen e che ha prestato la propria voce ad innumerevoli band e progetti, tra i quali Royal Hunt, Ring of Fire, Genius, Uli Jon Roth, Iron Mask, Holy Force e così via, avrebbe fatto il suo ingresso nei Dokken come… Bassista. Ebbene sì. Il tutto fa abbastanza scalpore, anche considerando che gli stessi Dokken non stanno certo navigando nelle migliori acque della propria carriera, ma in effetti il buon Boals è un musicista professionista e fa quel che deve per mantenere la propria attività. In molti casi si usano parole come “passione” un po’ a sproposito. Si da quasi per inteso che un musicista debba suonare per “passione” appunto e quindi debba morire di fame, altrimenti è un mercenario, un venduto, uno che lo fa per i soldi. Ebbene, decidere di fare della musica la propria professione, oggi come ieri, è sinonimo di passione, di grande passione. Perché di soldi se ne vedono pochi, sempre e comunque e un musicista che sceglie di suonare metal poi, di soldi ne vede quasi per niente. Quindi sì, per i mille che decidono di appendere lo strumento al chiodo e trovarsi un lavoro “vero”, ce n’è qualcuno che accetta di entrare nei Dokken come bassista, pur di continuare a suonare. Se non è passione questa, signori. Per inciso, forse non tutti sanno che… Mark Boals ha fatto il suo ingresso nel mondo della musica professionale ormai trent’anni fa proprio come bassista, per Savoy Brown prima e poi per Ted Nugent poi, prima di incontrare Yngwie Malmsteen ed entrare nella storia come cantante per l’album Trilogy.
Chiudiamo questa sezione, infine, con un saluto a Wayne Static e Joe Cocker. Niente potrebbe accomunare due persone e due personaggi come questi, se non il fatto che entrambi hanno svolto nella loro vita la professione di cantante. Wayne deve interamente la propria fama alla sua permanenza negli Static-X, band industrial metal di cui era cantante, chitarrista, tastierista e addetto ai sequencer e che ha lasciato ai posteri sei album di cui almeno il primo, Wisconsin Death Trip del 1999 è considerato un classico del genere. Nato nel 1965 nel Michigan come Wayne Richard Wells, il musicista ha anche inciso nel 2011 un album solista dal titolo Pighammer. Le ragioni della morte, occorsa il 1 novembre, non sono state diffuse dalla famiglia.
Storia diversa quella di Joe Cocker. Nato il 20 maggio 1944 a Sheffield come John Robert Cocker, il cantante inglese era senza dubbio una delle più grandi icone del rock/blues di tutti i tempi. La sua voce, riconoscibile ovunque, la sua particolarissima mimica sul palco, la sua capacità di interpretare brani altrui dandone spesso una versione definitiva ed indimenticabile, ne fanno uno dei più grandi interpreti dell’epopea rock. La sua carriera, iniziata nei primissimi anni 60, trovò una prima straordinaria esplosione grazie all’esibizione al festival di Woodstock nel 1969 e alla sua immortale versione di With a Little Help from My Friends dei Beatles. La trasformazione operata nell’arrangiamento, che ha reso questo brano un classico del soul, resta un trademark vincente per tutta la carriera del cantante, che è stato nominato innumerevoli volte per i Grammy e ha ottenuto nel 2007 il riconoscimento dell’Ordine dell’Impero Britannico dalla regina Elisabetta II. La sua discografia, che ormai supera i venti album in studio, dei quali l’ultimo è Fire It Up del 2012, resta come monumento del rock/blues assieme all’indimenticabile You Can Leave Your Hat On, classico appartenente alla colonna sonora del film 9 Settimane e Mezzo e contenuto nell’album Cocker del 1986, che peraltro vedeva come chitarristi gente da poco come Neal Schon, Richie Zito, Eddie Martinez, Cliff Goodwin e Dann Huff. Joe Cocker era da mesi ricoverato, dopo una sfortunata esibizione al Madison Square Garden il 17 settembre e ci ha lasciato il 22 dicembre a causa di un carcinoma polmonare.

VARIE ED EVENTUALI
Se in casa Megadeth le novità arrivano di continuo, un altro gruppo che fa parlare di se ormai da anni per tutto tranne che per la musica sono i Metallica. In attesa di un prossimo e futuro album, che sembra assomigliare sempre più alla parabola presa dal leggendario Chinese Democracy dei Guns N’ Roses, arriva la notizia che la band di Hetfield e compagni darà alle stampe i remaster dei primi due album, ai quali saranno allegati i contenuti forniti volontariamente dai fan e raccolti tramite il sito della band. Tutto molto bello, intanto fateci sapere quando avrete tempo e voglia anche di dedicarvi a quella cosa che vi ha reso famosi in tutto il mondo e che si chiama musica. Il business è bello quando dura poco.
Intanto, un’altra vittima del music business sembra destinata a ripercorrere nuovamente il triste cammino della sovraesposizione mediatica dei reality. Parliamo ovviamente dell’eterno Ozzy Osbourne, che non pago del ritorno dei Black Sabbath con il successo mondiale di 13, ha non solo annunciato un probabile nuovo album con Iommi e Butler, ma anche di aver firmato un contratto per una nuova stagione degli Osbournes. Gli otto episodi non sono ancora stati girati e non sappiamo esattamente quando la serie riprenderà corso, ma sembra proprio che dopo dieci anni, la famiglia abbia nuovamente intenzione di invadere gli schermi e le case del pubblico mondiale.
Parlando di ex ragazzi diventati nel frattempo incanutiti rocker, ha fatto scalpore la notizia dell’arresto di Scott “Wino” Weinrich in Norvegia per possesso di stupefacenti. A quanto pare, le autorità scandinave non hanno affatto gradito di trovare il musicista in possesso di undici grammi di metamfetamina e all’arresto è seguito un periodo di detenzione di 16 giorni. Il musicista credeva a questo punto di poter tornare con i compagni per concludere il tour, ma le autorità norvegesi hanno invece statuito l’immediato rimpatrio del buon Wino negli Stati Uniti. Effetto dell’espulsione è stato un forte risentimento da parte del resto dei Saint Vitus che si sono ritrovati costretti a proseguire il tour europeo senza il cantante/chitarrista. Wino nei giorni seguenti si è scusato con i compagni di band e con tutti i fan assicurando un pronto recupero e il superamento della propria condizione di dipendenza.
Visto che abbiamo iniziato a parlare di problemi all’interno di una band, come non citare il caso dei Massacre? La band era riuscita a tornare sulle scene dopo anni con un buon album, Back from Beyond, che sembrava davvero aver ritrovato lo smalto dei tempi migliori, eppure è bastato un piccolo post su Facebook per scatenare un vero cataclisma. Il tutto infatti nasce da un post del chitarrista Rick Rozz piuttosto critico (per usare un eufemismo) nei confronti del Death to All Tour, al quale peraltro i Massacre stavano partecipando come ospiti, dato che il manager dell’operazione, Eric Grief, era anche il loro manager. Questi non ha affatto gradito le parole di Rozz e dopo aver scaricato il gruppo, li ha anche cacciati dal tour. A poco vale a questo punto la considerazione che le parole del chitarrista appaiono tutt’altro che fuori luogo, nei confronti dell’intera operazione orchestrata da Grief. Ovviamente, gli altri membri della band non hanno molto gradito la cosa e così il batterista Mike Mazzonetto ha preso la via della porta, provocando l’effetto a catena che ha poi portato nel giro di pochi giorni allo scioglimento dei Massacre. Ecco un bell’esempio di sottovalutazione del potere di internet. Proprio vero che ne uccide più la penna (virtuale, in questo caso) che la spada.
Se per i Massacre la parola fine viene nuovamente pronunciata, per gli Immortal invece sembra davvero che una brutta storia sia appena iniziata. In pratica, sembra che i tre membri storici Abbath, Demonaz e Horgh, abbiano avuto un pesante litigio questa estate, dal quale è conseguito l’abbandono della sala prove da parte degli ultimi due, che avrebbero anche smesso di versare la loro quota per la stessa. Un atto che Abbath ha voluto interpretare come l’uscita da parte dei due compagni dalla band. E’ notizia di pochi giorni fa che in conseguenza di questa serie di eventi, Abbath abbia avanzato richiesta tramite i propri legali per avere il possesso esclusivo del nome e del materiale per il nuovo album, che lo stesso cantante/chitarrista avrebbe ultimato anche senza i compagni. Il chitarrista rivendica il proprio ruolo di compositore principale e il fatto che gli altri due intendessero comunque prendersi una pausa, il che non consentirebbe a lui di svolgere il proprio lavoro di musicista professionista, sotto il monicker Immortal. Le pretese di Abbath sono però state bloccate per il momento dai legali degli ex compagni, che chiedono invece che i diritti vengano divisi equamente tra i tre musicisti. Demonaz ha infine fatto sapere che a breve comunicherà la sua versione dei fatti, dato che quanto raccontato da Abbath contiene a suo dire degli errori. Vedremo quale sarà la conclusione di questa spiacevole vicenda.
In attesa di scoprire cosa ci riserverà musicalmente il 2015, chiudiamo infine con una ultima notizia riguardante i System of a Down. La band, che ricordiamolo ha tra le proprie fila quattro musicisti di origine armena, ha programmato per il 2015 un importante tour, che partirà il 10 aprile dalla Wembley Arena e terminerà il 23 dello stesso mese nella piazza principale di Yerevan, capitale dell’Armenia. Il tour sarà occasione per ricordare al mondo intero il centesimo anniversario dello sterminio della popolazione armena perpetrato dall’esercito ottomano. Si tratta di un vero e proprio genocidio, che ha lasciato secondo le stime tra i cinquecentomila e i due milioni di morti sul terreno e del quale per anni le autorità turche non hanno voluto parlare in alcun modo, arrivando perfino a negarlo e ad impedire a chiunque di parlarne, distruggendo tutta la documentazione riguardante gli episodi del 1915-16 e considerando ogni tentativo di gettare luce sull’accaduto come reato penale (punibile con la detenzione fino a tre anni). Perfino il premi Nobel turco Orhan Pamuk ha corso il rischio di essere arrestato e condannato, per un commento rilasciato durante un’intervista a tal proposito. L’evento può essere considerato come precursore degli stermini etnici che troveranno piena espressione durante la seconda guerra mondiale e poi in tutto il mondo ed è uno dei motivi di massima tensione tra l’attuale governo turco e l’Unione Europea che ha più volte invitato le autorità a riconoscere finalmente il genocidio e a offrire un indennizzo alle popolazioni armene. Sono peraltro solo venti gli Stati al mondo ad aver riconosciuto il genocidio (fra i quali l’Italia) e, finora, l’ostinata negazione turca non ha conosciuto flessioni ed ha portato un ulteriore motivo di tensione anche con il Presidente Barack Obama al quale il Congresso ha dato mandato nel 2010 per il riconoscimento del genocidio da parte degli Stati Uniti.
Per una band come i System of a Down, formata dai discendenti di quella parte della popolazione armena che era emigrata o riuscita a scappare al genocidio (il nonno di Serj Tankian è uno dei pochi superstiti) si tratta quindi di una operazione simbolica fortissima e che non mancherà di sollevare un vero e proprio vespaio, mettendo il governo turco davanti alla Storia e alla necessità di fare i conti con quanto avvenuto. Non è d’altra parte la prima volta che il gruppo denuncia i fatti, essendosene più volte occupato nei testi delle proprie canzoni.



Lizard
Venerdì 2 Gennaio 2015, 11.06.09
8
Troppo buono Riccardo, grazie.
Riccardo
Venerdì 2 Gennaio 2015, 10.41.44
7
Grazie Lizard per questo nuovo numero dell'Observer. Questi articoli sono sicuramente una delle ragioni principali per scegliere Metallized fra tutti i siti web di Heavy Metal.
Lizard
Venerdì 2 Gennaio 2015, 8.22.24
6
Roberto: che poi è quello che quasi letteralmente è scritto nell'articolo (relativamente a Boals.
roberto
Venerdì 2 Gennaio 2015, 2.18.00
5
La parte dell'articolo su Mark boals secondo me non ha senso. Boals è sempre stato un bassista e entrare nei dokken non è suonare col gruppo sconosciuto o con l'orchestra di liscio o fare pianobar. Come Corabi ex motley quando è entrato nei ratt come chitarrista. ...
roberto
Venerdì 2 Gennaio 2015, 2.09.03
4
Situazione metal (e non solo) davvero agonizzante. .sempre i soliti nomi che hanno raschiato l'irraschiabile.nessun ricambio generazionale. Molto molto triste
CauldronBorn
Martedì 30 Dicembre 2014, 21.41.34
3
Non sarà molto attinente col metal, ma tanto basta la morte di Joe per salutare un 2014 veramente deprimente...
jek
Martedì 30 Dicembre 2014, 20.23.30
2
Magari a Ozzy con questi ritmi gli viene uno schioppone sul set degli Osbournes.
Nero
Martedì 30 Dicembre 2014, 1.47.26
1
Bell'articolo! Io avrei solo aggiunto lo scioglimento dei Chimaira e l'abbandono di batterista e chitarrista dei Devildriver.
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