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GODS OF METAL - Idroscalo, Milano, 03/06/2006
15/07/2006 (3827 letture)
Sabato 3 Giugno,Idroscalo di Milano, l’assolata giornata che da li a poco darà il via alle danze degli ultimi 2 giorni del festival più noto in Italia si prospetta fin dall’arrivo quella che sarà una vera e propria abbuffata metallica.
Tralasciando gli estenuanti particolari organizzativi che mi hanno permesso di arrivare in perfetto orario ecco che,varcata la cancellata,si apre verso di noi il primo act della giornata.
Come previsto dalla scaletta,arriviamo in postazione quando le svedesi Crucified Barbara hanno già iniziato la loro performance;nonostante l’act presente non abbia mai interessato piu di un tanto il sottoscritto,è evidente come il susseguirsi di brani abbia ormai quasi del tutto abbandonato le radici “punkeggianti”, per dare spazio ad un suono decisamente piu Heavy. Prova ne è sia il metodo di interpretazione dei vecchi pezzi sia l’esecuzione di quelli nuovi estrapolati da “In Distortion We Trust”,title track su tutte.Come da manuale le graziose fanciulle hanno l’arduo compito di essere cavie da soundcheck,ancora troppo freddo e talvolta confuso,lasciando pressoché inebetito l’ancora troppo scarso pubblico che concede comunque applausi e corna alzate a chi sta condendo l’aria mattutina con chitarroni e primi “cheers” alcolici.Da rivedere in tutt’altro contesto.
Congedi e convenevoli fatti,il palco vede il primo di quella che sarà una lunghissima serie di cambi e sfiancanti soundcheck e l’attesa per i finnici Sonata Arctica è sempre ben voluta dal pubblico italiano.Ecco quindi Mr. Kakko e soci aprire il loro show con “Misplaced”,opening track dell’ultima fatica “Reckoning Night”.Ora, pur considerandomi fan e sostenitore di quello che la band è riuscita a regalare su disco,mi trovo a constatare la disastrosa prova vocale che accompagna la durata del concerto,si salvanogli episodi piumelodici e ritmati,arrivano invece ad imbarazzare quelli di “Blinded No More”,anch’essa estrapolata dall’ultimo album,dove Kakko gracchia rovinosamente sugli acuti,evidenziando,ahimè, pura incapacità.Lo show a mio parere viene miracolosamente (ed un po’inspiegabilmente) apprezzato,i brani proposti si fanno strada anche per la buona tecnica che il resto della band apporta,salvando le successive “Champagne Bath” e “Don’t say a word” dal tracollo totale.Da dimenticare.
La bill del 3 Giugno non lascia mezze misure di gradimento,vedendo la quasi totale scaletta all’insegna del power ;potevano a questo punto mancare gli Edguy?La risposta sta nel vedere i sempreverdi teutonici salire sul palco con il sorriso stampato a mo’di marchio di fabbrica (cosa sempre più rara) e dare vita ad un ottima prova,instaurando il solito rapporto di amore spassionato con il pubblico che si sente coinvolto,canta e si scatena.Reduci da pochi mesi or sono da un’ottima performance al Rolling Stones che li vide headliner con Dragonforce e Sabaton, Sammet e soci attaccano con “Lavatory Lovemachine” tratta dal pen’ultimo album “Hellfire Club” che con le sue chorus ultraruffiane fa salire migliaia di corna al cielo e rende gli spettatori impazienti di sapere quali saranno le sorprese che gli Edguy hanno in serbo. La voce di Tobias Sammet si alterna bassi ed acuti in maniera impeccabile,il dosaggio degli strumenti è quello giusto,le scorribande del frontman da un capo all’altro del palco sono innumerevoli mentre dagli amplificatori vengono partoriti pezzi come “Mysteria”, “Sacrifice”, “Steel Church”, e “King of Fools”.Un arrampicata di Sammet su di una colonna a sostegno del palco (davvero altissima!) manda in delirio la folla, mentre la discesa è accompagnata da grasse risate che vedono il cantante in seria difficoltà ad evitare una caduta devastante.Si conclude uno show fresco,veloce e piacevole, che da il pieno diritto agli Edguy di vedere dalla loro parte il pollice in alto e dimenticare così gli strascichiche ancora accompagnavano la band dal G.O.M. del 2000.
Conquistato all’alba del 4° act della giornata il magico bracciale che ci permette di entrare nel pit,ci dirigiamo la dove a breve i brasiliani Angra inizieranno la performance.
Pur non essendo ferratissimo sulla band in questione,basta poco per apprezzare l’ultra limpida e potente ugola che il singer Edu Falaschi regala, vengono proposti brani come “Angels and Demons” e “Carry On” su tutte,accendendo anche un cenno di pogo nel sottostante pubblico che continua a farsi piu numeroso. L’intrattenimento dura una mezz’ora abbondante e forse , unica pecca, la band non viene elogiata come dovuto forse perché semi ignota alla maggior parte dei presenti nonostante la militanza continua e un discreto successo ottenuto.Un posto anche per gli Angra nel paradiso metallico.
Si susseguono le band in maniera direttamente proporzionale di boccali di birra che i metalhead presenti non mancano a trangugiare nonostante il malcontento generale che definire scandalosi rasenterebbe un complimento.Ma è solo quando un tecnico della crew dei Gammaray urla “Do you want some German power?” che le teste compiono una virata di 180° , per non perdersi una delle band che si potrebbe definire tra i maestri del genere.Il boato non ritarda quando i tedeschi attaccano con l’altalenante “Gardens of the Sinners” , tratta da Powerplant , una sola canzone che mette l’intero idroscalo gia in condizione di schierarsi dalla parte dei navigati teutonici.
“Heavy Metal Thunder” e la sorpresa “I Want Out” sono momento magici che Kai Hansen fa suoi,aprendo il gas nei momenti piu indicati e formando simpatici siparietti con il pubblico.Fa specie e gratifica vedere una band come i Gammaray sorridere e divertirsi come ragazzini per tutta la durata del concerto,in particolar modo quando il risultato è davvero buono, sia dal punto di vista tecnico che attitudinale;peccato per l’ubicazione in scaletta che aggiunta all’indice di gradimento altissimo sembra riservare ai Gammaray troppo poco tempo.Maestri.
Laciano quindi il palco dei grandi musicisti per cederlo ad una delle band che piu ha fatto parlare di se per possibili stravolgimenti di line-up,problemi di salute e addirittura vicinissimi ad uno scioglimento.Ma proprio quando tutto sembrava finito ecco che gli Stratovarius riassestano Kotipelto alla voce,tralasciando la fantomatica cantante finnica quasi ufficialmente annunciata,risolve i problemi di depressione cronica il corpulento Timo Tolki e trova anche lo spazio per un nuovo album. L’intesa tra la band sembra ritrovata,creando una prova stabile e massiccia quale conferme sono le pietre miliari “Speed Of Light”, “A Million Years Away” e “Black Diamond” passando per brani piu recenti come “Eagleheart”.Certo,le dure scosse che la band ha subito si manifestano forse in un attitudine non troppo festosa rispetto al passato,ma a considerazioni fatte accettabilissima per il contesto,facendoci ancora tremare quando i nostri ricordano di chiamarsi Stratovarius.Bentornati ragazzi!!
Il caldo rovente e le orecchio ormai sanguinanti non sono certo elementi che intimoriscono la folle in cui ci troviamoimmersi,sempre pi scalpitante con lo scorrere delle band,ora incantato e in trepidazione per l’arrivo di li a poco degli Helloween.
Lo stage viene adornato di due inquietanti manichini rappresentanti il losco individuo incappucciato nell’artwork di “The Legacy” e due zucche giganti alle estremità del palco che saranno gonfiate solo verso la fine dello show.
Andi Deris e soci appaiono in gran forma e la opener “King for 1000 Years” ne è la prova.Esecuzione limpida ed impeccabile per tutta la durata del concerto che trova spazio per presentare nuovi brani come la sopraccitata song ed il buffo singolo “Mrs God” , quanto nello rispolverare vecchi ed intramontabili successi che rispondono al nome di “Dr.Stein” ed “Eagle Fly Free”, passando per “If I Could Fly” ed “Hell was made in heaven”.Il bassista Markus Grosskopf è un autentico animale da palco,basterebbe la sua mimica facciale per affibbiare una lode ad una band che non delude certo le aspettative dei non pochi fans presenti.W le zucche di Amburgo! Gli applausi scroscianti congedano i tedeschi ed è solo dopo pochi secondi che l’ammassamento del pit diviene quasi insopportabile,spiaccicando le prime file contro le transenne,le magliette dei coraggiosi presenti si trasformano in foulard per imbavagliare naso e bocca in vista del polverone che sarà sollevato dal selvaggio moshpit ed un solo coro arieggia intorno a noi.Arrivano i Motorhead e sono cazzi acidi per tutti.Il palco prende una forma insolita che lo vedrà sfruttato solo per pochissimi metri del tanto spazio disponibile,con amplificatori a ridosso del pubblico per concentrare ulteriormente quello che sarà un massacro sonoro.Ora,cosa dire in sede live dei Motorhead che già non sia stato detto?Potremmo scrivere come le miriadi di recensioni gia versate,ribadendo per la milionesima volta il casino che i tre inglesi riescono a creare,potremmo parlare dell’immortale Lemmy che con la solita tenuta “stivalata”,si presenta con un classico “We’re Motorhead,and we play rock’n’roll!”,ma quello di cui non si smetterà mai di parlare è la carica che i rozzi brani sputati in your face che piu non si puo,riescono tutte le volte a rivoltare come un guanto,incendiando un (previsto)pogo selvaggio.Stessa posizione di microfono che costringe Lemmy a cantare con gli occhi al cielo,stessa voglia di essere piu oltranzisti che mai e ,inutile dirlo,stessa risposta del pubblico a pezzi che molto hanno contribuito al rock mondiale come “Overkill”,”Ace of Spades”, “Over the Top”, “Killed by Death” e “Dancing on your Grave”. Fieri di annunciare l’imminente uscita del nuovo album “Kiss of Death”,si trova spazio per rispolverare l’ultima fatica “Inferno” con la superock “Killers” e la cadenziata “In the name of Tragedy”.Pochi fronzoli e poche storie a congedare le teste di motore, solo un palco che chiede pietà dall’assalto subito ed una folla per l’ennesima volta stupefatta dalla mostruosa prestazione.Spaventosi.
E’ la volta degli inglesi Def Leppard , co-headliner di questa giornata,il cantante Joe Elliot appare visibilmente con qualche chilo di troppo ma con un timbro vocale ancora forte e stabile.Il concerto che viene proposto è un agglomerato di pezzi,in un eterno viaggio nel tempo con “Rock Rock Til You Drop”, “Hysteria” e “Let’s Get Rocked”.Impressiona sempre vedere il mitico Rick Allen dietro le pelli che,senza un braccio perso in seguito ad un incidente stradale,picchia come un dannato grazie anche all’ausilio di uno speciale drumkit.Il pubblico presente apprezza a pieno la prova,manifestando ulteriormente la grande attesa che l’Italia nutriva per loro.
Visibilmente provati,tutti i metalhead non sembrano avere la minima intenzione di schiodarsi dai posti accaparrati nelle 1 ore di concerto fino a li vissuto,non ora che gli headliner di questa giornata Whitesnake sono pronti a fare l’ingresso.Poco o nulla è riservato alla parte coreografica,ad eccezione di un grosso tendone che recita il nome della band e un ordinario gioco di luci. Il sessantenne David Coverdale è in forma smagliante ed incendia l’idroscalo con una visibile esperienza maturata negli anni,il resto della band è ultracompatto e voglioso di fare bene. “Burn” dei Deep Purple da il via alle danze,esaltando da subito la scatenata ugola del frontman che non manca di interagire con il pubblico in maniera ultra amichevole,facendo quasi dimenticare che sul palco c’è un nome del calibro dei Whitesnake.Ci pensa puntualmente il combo a portare tutti tra le nuvole con le amorose canzoni,da sempre simbolo dei nostri con “Crying in the Rain”, “Here I go Again” e “Still of the night”.Una prova piacevolissima che vedrà accontentare tutti i presenti,testimoniando ancora una volta che la vecchia guardia ha ancora solo di che insegnare. Uno spettacolo che,vedendo conclusione a tardo orario,Milano faticherà a dimenticare.

Foto by: Nemesis
Foto Guns by: Alice



asd
Venerdì 11 Agosto 2006, 21.51.02
1
uhm...forse volevi dire heavy metal universe?,....xkè mi sa ke t confondi cn i saxon eheheh
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