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GODS OF METAL - Idroscalo, Milano, 04/06/2006
15/07/2006 (5234 letture)
Dopo una notte di santo riposo e con le gambe ancora doloranti,rieccoci dopo meno di 9 ore dalla fine dello show dei Whitesnake a riassorbirci l’ennesima coda e pazientare per l’apertura dei cancelli che,da li a poco,frutterà per lo meno l’immediato accesso tra i 3000 fortunati del pit. A palco già assestato attaccano gli americani 10 Years , fino a quel momento a me sconosciuti e che non fanno nulla di eclatante per destare nel sottoscritto un minimo di interesse,ma limitandosi a proporre una sorta di Nu Metal di cui il mercato è ormai saturo e alle orecchie risulta trito e ritrito.Inesistenti.
Il combo del Tenesee cede gli onori ai Benedictum; un 6 pieces capitanato dalla vocalist Veronica Freeman che di femminile, adirla tutta, ha solo il nome ed una voce tutt’altro che trascurabile.Piacevole lo show che vede i nostri proporre un post Thrash di buona matrice. Peccato certa per la poca considerazione che il pubblico concede alla band sminumedo brani che, come “Ashes to ashes” e “Numer 4”, potevano risultare piu interessanti e peccato per il guasto tecnico che vedrà la prova orfana dell’unica chitarra per una buona durata della canzone.Senza lodi ne infamia.
Che i nostri amabilissimi lettori non me ne vogliano, ma il vostro affezionatissimo vedrà l’unico buco della 2 giorni (e concedetemelo su!) riguardante gli Hellfueled.
Passiamo quindi oltre e tante care cose alla band a me altrettanto sconosciuta.
Per gli inglesi Dragonforce il discorso cambia radicalmente.Il successo che la band sta riscuotendo vuoi per il carrozzone Ozzfest vuoi per l’ottimo managment, è enorme anche nel nostro paese. Avendo già avuto occasione di vedere gli uomini di Z.P.Theart on stage come supporto agli Edguy,il paragone è immediato.Forse un palco come il Gods calza addirittura meglio ai pretenziosi Power Metallers che come movenze e attitudine non hanno certo da che invidiare a band ben piu note di loro, mentre la proposta tecnica è uno speed power al fulmicotone che “tira in mezzo” anche per chi fronteggiava la band per la prima volta.Il chitarrista Herman Li gioca con la sua chitarra come se fosse il prolungamento di un arto e la velocità di esecuzione è davvero impressionante. “Valley Of the Damned”è sicuramente uno degli episodi piu interessanti della minuta scaletta che conferma la capacità e la bravura di questi ragazzi:da non perdere a Novembre di ritorno sui palchi italiani.Un breve riassettaggio di palco ed ecco entrare in scena I Bloosimple, band Newyorkese che propone un Nu Thrash che,nonostante il potente impatto iniziale,va pian piano
sbiandendosi,rischiando di rendere lo show sterile anche nelle parti di pregevole fattura.Per i mega tatuati americani, una folla che rimane solo un po’ freddino e manca di punti saldi per un ulteriore coinvolgimento è assolutamente adatta,ed incornicia a perfezione una band che a mio avviso non poteva pretendere di piu dal contesto offerto.Il primo vero snervando soundcheck e stage settino avviene,come previsto, a fronte dell’ingresso dei brasiliani Soulfly. Max Cavalera si fa attendere come ogni rockstar che si rispetti (?!) , ma una volta on stage ripaga tutti i presenti della pazienza concessa.Una performance tritaossa che non lascia neppure il tempo di respirare tra un brano e l’altro,facendo pogare a piu non posso sui ritmi tribaleggianti che sfuriano un anima Thrash paurosa.Max è in forma e sul palco diviene l’unico intrattenitore,oscurando pesantemente il resto della band che comunque presenta musicisti di tutto rispetto.Pura follia tra i metallari quando,tornando inevitabilmente alle radici,vengono sparate a ripetizione “Roots” e “Refuse/Resist”.Concerto finito?Neanche per sogno,infatti c’è ancora il tempo per qualche bestemmia in italiano e una devastante “Eye for an Eye” che manda in visibilio l’idroscalo.Monumentali.
Alzando il bill ancora di un gradino troviamo in questa giornata che tanto sembra mischiare stili e generi,gli americani Stone Sour, per lo più famosi per aver la militanza tra le file di Corey Taylor e James Root,rispettivamente voce e 6 corde dei folli Slipknot.Dietro le pelli è schierato Roy Meyorga,session man dell’ultimo tour dei Sepultura,in cambio dell’ormai defezionario Igor Cavalera.Il metal moderno proposto è una giusta chiave per far scatenare la folla quanto basta,sicuramente spronata dal talentuoso Corey che, improvvisandosi anche cabarettista nel mentre di un assenza sonora,incita il parterre ad alzare un dito medio contro Bush.Prova piu che sufficiente per i Sour che salutano il pubblico non prima di dar vita ad una buona “Get Inside”che fa tirare le corde vocali alla stragrande maggioranza dei presenti.
La scaletta verso le vette è ormai vicina e con smania la folla inizia ad echeggiare i nomi dei beniamini rimanenti.E’ il turno degli Alice In Chains che vedono militare l’Hendrixiano William Duvall nelle vesti di singer.Il gruppo di Jerry Cantrell,fa male dirlo,si rivelerà noiosissimo,a tratti soporifero,proponendo uno show che non appartiene a nessuno,rispolveranti i vecchi ricordi del defunto Layne.Uno show anonimo e privo di compattezza si trascina troppo a lungo,esaltando solo i veri aficionados della band.Forse il contesto,forse l’assenza di atmosfera,rende questa prova stremante,costringendo troppe volte a buttare un occhio sull orologio.Nulli.
Il discorso purtroppo non cambia neppure con i Deftones. Chino Moreno ed il resto del carrozzone pur propinando un genere completamente diverso dai Chains,vanno ad intaccare uno dei tanti punti sacri di ogni metallaro,proponendo talvolta un misto di screams gettati al vento e una base che tanto richiama il rap.L’abbigliamento da pseudo street skater non fa che distaccare ulteriormente l’attenzione della folla.Uniche note positive sono l’esecuzione di un paio di brani tratti da “White Pony”, ma il genere proposto rimane sempre troppo lontano dal traguardo e quasi irritante dopo un ora abbondante di concerto che prosegue sempre nella stessa direzione.
Partendo dal presupposto che una nutrita fetta di pubblico era previdibilmente schierata per i Korn, molto meno prevedibile era aspettarsi una performance simile.La band originariamente formata da 4 elementi si vede allargata da 4 session man aggiuntivi,otto elementi in tutto;megabatteria percussionistica che accompagna la principale drum ultra tecnica,dalle tastiere all’ordinario (e ultrascenico) microfono di Davis passando per i singer appostati sulle torrette per le back vocals. Jonathan Davis entra con gonna e canottiera nera,attacca con “It’s On” ed è il coas generale.La macchina da guerra Korn si rivela un vero e proprio schiacciasassi in tutti i pezzi proposti quali “Shoots And Ladder”, “Thoughtless”, “A.D.I.D.A.S”e “Twisted Transistor”.Grazie anche a contratti ultramilionari,la band si avvale di suoni davvero mostruosi,incantando contemporaneamente con la loro tecnica aggressiva che sa vomitare note ipnotiche al pubblico. Ossigeno per la super rockstar alla fine di ogni pezzo,annullando quasi completamente ogni tipo di interazione con la folla,ad eccezione di un saluto finale che vede “Blind” incoronare gli inglesi quasi come headliners a tavolino.Impressionanti.
Eccoci dunque alla tanto attesa e faraonica conclusione di questo Gods 2006 che vuole i Guns’n’Roses come headliner assoluti.
Palco sventrato,luci assettate e soundcheck compiuto permettono ad un individuo occchialato e luccicante di avvicinare il microfono alla bocca ed urlare “Do Ya know where the fuck you are?”… e la terra sotto i piedi tremò.Via quindi con “Welcome to the Jungle” che inquadra immediatamente Axl come singer di nuovo in forma e che gli permette di scorrazzare a destra e a manca sul palco come solo lui sa fare. Le coreografie accompagnano le note con getti di fuoco e pioggia di scintille che incorniciano,come un po’ tutti speravano,un grande ritorno. “Live and let Die” è emozionante e manda in visibilio i fiumi di Gunners presenti,cos’ come l’intramontabile “Knockin’on heavens doors” e “Novembre Rain”, eseguita in maniera strappalacrime da Mr.Roses seduto al pianoforte al centro del palco.Sorpresa graditissima l’arrivo del leone Sebastian Bach per l’esecuzione a doppia voce di “My Michelle”.Axl è strabordante tanto da rendere l’assolo acustico di “Don’t Cry” eseguita dal chitarrista poco digeribile.L’abilità dei session man è tecnicamente superlativa ma la presenza non è comparabile a quella che i Guns dei tempi d’oro hanno rappresentato un po’ per tutti noi.Viene concesso il bis con una liberatoria “Paradise City”, che si prolunga con una outro di batterie impazzite e chitarre zanzarone,affogando gli storditi metalhead con una pioggia di coriandoli colorati.
Esausti si lascia il quasi sentimentale parco dove solo pochi minuti fa una delle piu grandi rock band mondiali ha suonato per noi.E tra qualche coppietta che si bacia teneramente,tra qualche bicchiere di troppo di zig zaganti individui e mari di labbra commentanti ci facciamo largo tra la folla, sperando l’anno prossimo di essere ancora li, tutti uniti a sostenere la musica che ci fa vibrare l’anima.



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Axl
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