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SCORPIONS - URAGANO TEDESCO - La recensione
07/03/2015 (1673 letture)
Un libro completo sugli Scorpions mancava, e così, zac, ci ha pensato la Tsunami Edizioni a farcelo arrivare sugli scaffali. Molto bene direi. Autore è quel Martin Popoff considerato una sorta di bibbia del metal e del rock duro, canadese, 52 anni, collezionista incredibile di dischi e CD con un archivio completo di oltre 25mila pezzi, con all’attivo svariate migliaia di recensioni nella storia del giornalismo musicale, con ben 41 libri pubblicati, dedicati al nostro genere preferito. In più Popoff, ha lavorato per due anni, come ricercatore, per il super premiato documentario sui Rush, trasmesso dal canale VH1 Classic. Un nome una garanzia, in definitiva. La struttura del volume è molto semplice, un piccolo paragrafo introduttivo per capire da dove è partita e come si è formata la band, poi ogni capitolo attiene ad ogni album stampato, con tanto di copertina e commenti, ricordi, aneddoti e autenticità su quello specifico momento storico, analizzato pezzo per pezzo. Si parte dall’esordio controverso e un po’ ingenuotto di Lonesome Crow (febbraio 1972), fino a giungere a Comeblack (novembre 2011), praticamente si anatomizza tutta la carriera dei tedesconi divenuti star internazionali di prima grandezza, comprese le cadute di stile roboanti legate ad un periodo chiaro: ma ritorneremo su questo argomento scomodo più in giù, tra queste righe. Il pregio estremo di questo “Uragano Tedesco” è quello di svelare finalmente le vere verità che la storia ultra quarantennale ha confuso e impiastricciato con l’alone della leggenda, partorendo delle finte verità o di comodo che ancora molti oggi citano. Un esempio lampante? E’ una balla clamorosa quella che Don Dokken, amico del gruppo e collaboratore sul mitologico Blackout, per inciso uno dei migliori se non il migliore capitolo della saga Scorpions -iana, avrebbe dovuto sostituire Klaus Meine se non si fosse ripreso dai gravissimi problemi alle corde vocali. Al bravissimo Don non venne mai proposto né il contratto, né il ruolo di cantante, gli fu solo chiesto di presenziare in studio per fornire il suo contributo a cori e armonie vocali e sostenere il singer principale, tutto qui. E questa è ancor oggi una non-notizia che viene spacciata come verità assoluta. Il difetto più evidente del tomo, qui in considerazione, è una certa confusione che ogni tanto attanaglia alcune sezioni, con troppe ripetizioni sugli stessi concetti e dichiarazioni, e un ordine non rigido sull’analisi delle tracklist dei dischi. Ma soprattutto leggere 7-8 volte che Uli Jon Roth ha voluto abbandonare la band per percorrere un suo sentiero artistico diventa alquanto stucchevole. Insomma, si potevano eliminare certe dichiarazioni fotocopiate, riempiendo queste ripetizioni con ulteriori informazioni e curiosità… ma va da sé. Queste imperfezioni non sminuiscono però la bellezza del libro, sia chiaro. Molte foto, memorabilia, poster, locandine di gig e oggetti vari guarniscono le pagine, sono però tutte in bianconero e abbracciano le epoche nelle quali si è snodata l’avventura del quintetto di Hannover. Quindi non attendetevi fascicoli di mega immagini patinate a colori, le istantanee stampate risultano, in buona parte, affascinanti e squarciano il sipario su curiosità singolari, soprattutto dei primordi. Si parte dalla nascita della formazione e ci viene svelato che Rudolf Schenker usava già il monicker nel ‘65, con trame focalizzate sulla chitarra ritmica e solista, poi Klaus e suo fratello Michael si unirono a lui nel 1970. Le ispirazioni di Rudolf sono molteplici:

Partii con basi forti: Elvis, Little Richard, Buddy Holly, Eddie Cochran, poi ovviamente Rolling Stones e Beatles, ovvero il bianco e il nero, mi piacevano anche Animals, Pretty Things Kinks e Yardbirds senza dimenticare i gruppi beat, anche i Deep Purple furono una fonte d’ispirazione rilevante. Ritchie Blackmore era un guitar-man veramente bravo...Sono un uomo d’altri tempi.

Molto importante anche il rapporto con suo fratello:

Non si litigava mai e non eravamo in competizione, siamo però entrambi dei visionari. Ogni volta che io compravo una chitarra, passavo quella vecchia a Michael. Quando ero stanco per il lavoro, pagavo lui per imparare i lick, la cosa tornava utile per la band e per lui che stava crescendo con un grande talento. Ero io il primo cantante della band, poi per fortuna, trovai Klaus.

Rudolf sottolinea una realtà oggettiva da enfant prodige: suo fratello Michael era entrato a far parte della band quando aveva appena 11 anni (incredibile), e a 15 era già una specie di veterano che si basava su un bagaglio fatto di Jeff Beck e Jimmy Page, ma con la ferrea volontà di diventare uno dei chitarristi più bravi al mondo. Così un po’ per volta, il ragazzino biondissimo e lungocrinito, smise di copiare i grandi esecutori delle sei corde, per crearsi uno stile suo e a 16 anni si sentiva pronto per conquistare il globo. E proprio da questa fortissima ambizione il giovanissimo Michael prenderà spunto per approdare negli UFO. Ebbe a dire una volta a suo fratello e al gruppo:

Io voglio suonare da dove giunge la musica rock, in Inghilterra, quindi semmai un giorno ricevessi una chiamata da lì, vi lascerò.

E mai tale frase fu più profetica. Durante il primo tour di supporto al loro debutto discografico, gli Scorpions aprirono per Uriah Heep, UFO e Rory Gallagher. Phil Mogg e soci osservarono il ragazzino sul palco e decisero di rimpiazzare Bernie Marsden, il loro guitar-player di ruolo che aveva smarrito il passaporto e non aveva potuto raggiungere la location e suonare. Prima un paio di concerti insieme di prova, poi la proposta definitiva: ecco il motivo della dipartita del “piccolo Schenker in terra d’Albione” alla corte di un ensemble inglese molto noto. Una volta per tutte svelato il mistero. Tanti sono gli aneddoti, i fatti gustosi e inediti tra queste pagine. Gli Scorpions, ad esempio, non possedevano all’inizio un manager perché in Germania era vietato averlo, oppure appare divertente scoprire cosa si intendeva all’epoca per KrautRock e come venivano incasellati dalla stampa i “cinque scorpioni” nei primi anni di vita. Per non parlare del loro look, mezzo beat, mezzo fricchettone con capelli gonfi come quelli di Napo Orso Capo. E ancora le polemiche per la cover di Virgin Killer, che si scoprirà voluta fortemente dalla label per attirare attenzione sui ragazzi, lo smisurato talento di Uli Jon Roth, sostituto di Michael Schenker, ma che dopo pochi platter si scoprirà castrato dalla direzione intrapresa dalla band, con Rudolf, Klaus e Hermann Rarebell indirizzati verso un sound più americano, e le sue tendenze indirizzate sulla sperimentazione nel solco di Jimi Hendrix. Inevitabile la separazione quindi. Alla pubblicazione di Tokyo Tapes, primo live album, il buon Uli aveva già abbandonato la nave mentalmente. L’arrivo di Mathias Jabs, tenuto in naftalina per un po’ di tempo causa il ritorno, l’abbandono, l’ennesimo ritorno e l’inaffidabilità totale dello Schenker junior, e ancora la creazione di un “party-sound” voluto e impresso da Herman “The German”, drummer capace di scrivere grandi pezzi e con lo stile di vita da rocktasr; tutto sex, drugs and rock and roll. Proprio lui, con il binomio di testa, scriverà alcune tra le più grandi canzoni degli Scorpions. La predilezione per le ballad e la pubblicazione di capolavori quali Lovedrive, altra copertina super censurata, Blackout, disco supremo, Love at The First Sting, che hanno regalato al quintetto la fama, la notorietà e il sogno di suonare negli Usa. E poi il successo interplanetario di Wind Of Change che celebrerà i tedeschi come nuova frontiera del rock, la megalomania di Klaus che da quel momento pretenderà di scrivere tutte le ballad e una buona quantità di track, visto che Wind… è stata una sua idea e una sua esclusiva creatura compositiva; l’allontanamento di Francis Bucholz, e la fine della line-up storica, Bucholz mero esecutore delle parti di basso, mai coinvolto nella scrittura, ma amministratore unico delle finanze della band fino ad una sorta di crack finanziario con probabili fondi distratti, l’abbandono di Rarebell per incompatibilità artistica e per uno stile di vita troppo eccessivo. Gustosa la chicca di quando la band, in gran segreto, provò in uno studio svedese con Jimmy Bain al basso e Bobby Rondinelli alla batteria, con sviluppi che poi non si concretizzarono ma che facevano intuire sinistri scricchiolii in line-up, epoca Love At The First Sting. In seguito, purtroppo, ecco arrivare la decadenza, con album ignobili collocati sul mercato in una sorta di delirio di onnipotenza e di supponenza, quasi tutto ciò che veniva pubblicato con il logo Scorpions fosse oro puro. La paranoica ricerca da parte di Meine di riscrivere una nuova Wind Of Change, Cd-obbrobri quali: Pure Instinct, Eye II Eye, Unbreakable, Humanity - Hour 1 vedono la nuova formazione confrontarsi con ogni sorta di deriva e mondezza musicale, senza rintracciare la strada maestra, in parte ritrovata con il solo Sting In The Tail del 2010. Un tour e un disco d’addio che sono rimasti una boutade, la band che prosegue nell’attività, come spesso succede nel music-biz. Un libro da leggere con interesse, al suo interno troverete molte chicche e curiosità e anche situazioni bruttine e scabrose che fanno parte del gioco. Gli Scorpions hanno suonato ovunque, dalla foresta pluviale all’ufficio privato di Gorbaciov al Cremlino, il loro legame ferreo con Dieter Dirks, le parole antipatiche di Ralph Rieckermann, sostituto di Bucholz, che ha usato il gruppo per innalzare la propria fama e relativo conto bancario, e ancora la discutibilissima collaborazione con Desmond Child, i missaggi sbagliati, le idee confuse, ma anche la celebrazione mondiale, l’amore inscindibile dei fans e song indelebili come Rock You Like a Hurricane e Still Loving You. E un album come Blackout, per il sottoscritto, assolutamente inarrivabile. Qui troverete tutto ciò che soddisferà le vostre voglie sugli Scorpions, un trattato da addentare subito. Pungente e veritiero.

::: ::: ::: RIFERIMENTI ::: ::: :::
Genere: Musicale
Editore: Tsunami Edizioni
Autore: Martin Popoff
Uscita: Ottobre 2014
Pagine: 347
Prezzo: 20,00 €



Brunilde
Martedì 11 Agosto 2015, 14.13.42
6
Buon libro, ma mi aspettavo una ricostruzione biografica più imparziale. Ho apprezzato molto la scansione cronologica, che permette sempre di capire meglio la storia di una band (a differenza di quelle biografie dove ci si concentra più sul personaggio che sulla discografia e storia della band). Non ho invece apprezzato un paio di cose. In primis le foto in bianco e nero, che sminuiscono parecchio copertine e gli scatti live (è vero, i fans conoscono bene le copertine dei dischi, ma è sempre piacevole rivederle). Inoltre, specie nella prima parte relativa al periodo Roth, un po' ripetitivo. In alcuni passaggi sembra si sia limitato ad un copia/incolla delle dichiarazioni della band su quanto le ambizioni della band fossero ormai diverse da quelle di Uli. Il giudizio personale poi è sempre ben accetto ma l'autore fa spesso pesare il suo, quasi imponendolo come universalmente riconosciuto e condivisibile, e sminuendo troppo spesso la produzione della band con Jabs alla chitarra.
warrior63
Martedì 31 Marzo 2015, 13.52.19
5
Meno male che non sono il solo a considerare humanity un grandissimo album. !
Zagor
Sabato 7 Marzo 2015, 15.27.34
4
i teutonici da sempre amati purtroppo mi erano scesi con lo sconcertante eye II eye ma unbreakable e sting in the tail sono a mio parere belli e dignitosi poi se vogliamo certo in trance, tokyo tapes,animal magnetism , blackout ,love at first sting sono unici e irripetibili( ho omesso altri per non dilungarmi),una bio ci mancava eccola ,ultimamente l'editoria si e' svegliata e' pubblica finalmente qualcosa sul metal.
Pankiller
Sabato 7 Marzo 2015, 14.38.36
3
....io ho interpretato certi commenti come se fossero di Frankiss....non saprei come definire i quattro dischi da pure a unbreakable ma Sting in the tail rientra nel lotto dei loro migliori dischi a mio parere!
Gokronikos
Sabato 7 Marzo 2015, 13.51.33
2
Unbreakable e Humanity - Hour 1 Sarebbero schifezze? Ma se il secondo è un capolavoro! Ma chi è sto coglione di un canadese? Tra poco avrò più dischi di lui, ma già da ora ci capisco più di lui di musica rock!
Radamanthis
Sabato 7 Marzo 2015, 11.51.52
1
Mi tengo stretto il doppio articolo di Metallized di MyRefuge!!! \m/
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07/03/2015
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