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THE INVISIBLE MAN - Diaries 1991 - 1997: la recensione
08/04/2015 (2989 letture)
Immaginate di essere Steve Hogarth: talentuoso cantante e tastierista dall’enorme potenziale, che per tutti gli anni 80 ha cercato di raggiungere uno status di riconoscimento con le sue band (The Europeans e How We Live), suonando una sorta di new wave rock fortemente basato sulle tastiere e di aver visto crollare ogni speranza dopo aver firmato per due major (A&M Records prima e Columbia dopo) a causa di un cambio di management che ad un certo punto decide di non voler più investire in te. Immaginate a questo punto di voler dare un taglio a tutto e tornare a fare un lavoro “normale”, quando un amico pubblicista vi consiglia di mandare un demo ad una band chiamata Marillion, che sta cercando un nuovo cantante dopo essere diventata una delle band inglesi di punta, aver venduto qualche milione di copie ed essere ripetutamente entrata nella Top 40 inglese e non solo. Immaginate di non aver mai ascoltato un loro disco, ma di essere invitato per l’audizione nel garage del bassista della band, portando anche qualche vostra canzone originale. Immaginate, ancora, di essere scelto tra i tanti e di avere il dubbio se accettare l’offerta entrando in una band di successo che suona un genere che tutto sommato non è il vostro, ma ha voglia di voltare pagina e ha un disco mezzo pronto da terminare o se accettare un posto come tastierista nel tour americano dei The The, band decisamente più vicina al vostro background, che rischia però di essere l’ultima esperienza da professionista nel caso in cui la collaborazione non portasse ad altro. Un bel salto nel vuoto, non c’è che dire. Eppure, a questo punto, la scelta è una sola e incrociando le dita, accettate il posto e iniziate i lavori di registrazione per quello che sarà Seasons End, inizio di una seconda parte di carriera che prende il via ufficialmente nel 1989 ed è ancora oggi in corso. Immaginate, infine, di dovervi confrontare da allora e per sempre con quello che è stato il passato della band e col grande successo raggiunto negli anni 80 e mai più ritoccato, nonostante il valore degli album realizzati, i tanti dischi venduti e i singoli di successo, una fanbase unica al mondo e la consapevolezza di essere stati i pionieri in assoluto della “via di internet” per la promozione degli album e della band.

THE INVISIBLE MAN
L’idea alla base di questo libro nasce in realtà grazie al padre di Steve Hogarth. Il cantante si trova in Islanda per la realizzazione del video di Dry Land, canzone scritta per gli How We Live che viene riproposta in chiave Marillion nell’album Holidays In Eden del 1991 e pubblicata come singolo. La chiamata al padre per raccontargli come vanno le cose smuove qualcosa e l’uomo non può fare a meno di sbottare quando il figlio gli racconta di essere stato calato da un elicottero su un ghiacciaio perenne e di averci camminato sopra per le riprese: ”vuoi farmi una promessa? Vorresti cominciare a tenere un diario? Quello che sta succedendo nella tua vita non accade normalmente alle persone”. E così tutto inizia.
Nell’introduzione, Hogarth rivela onestamente quello che è questo diario: non è una biografia, anzitutto. Non è il racconto degli eccessi di una rock star; non è un diario tenuto con costanza, giorno per giorno e in effetti si salta spesso di mese in mese, quando non di anno in anno, perché semplicemente non c’era il tempo, la voglia e l’energia mentale per scrivere; perché non tutti i giorni sono da ricordare e in molti non è accaduto niente di cui valesse la pena scrivere. Ci sono giorni o addirittura periodi raccontati nel dettaglio, minuto per minuto e altri che invece contengono appena una nota o tre frasi in croce. L’intento non è quindi quello di essere un esaustivo ricordo/racconto di quella che è l’esperienza del cantante, ma piuttosto il tentativo di dare l’idea di cosa significhi essere un musicista professionista che fa tour da una parte all’altra del mondo. In effetti, la vita in tour è senz’altro l’aspetto che viene maggiormente affrontato in ogni suo aspetto, di anno in anno, così come l’evidente “costo” che questo comporta nella vita di un uomo che all’epoca dell’ingresso nei Marillion aveva già trent’anni, era sposato e padre di una figlia (il secondo figlio arriverà proprio in questo lasso di tempo) e che proprio a causa della vita da musicista vedrà il proprio matrimonio andare progressivamente in pezzi durante l’arco di tempo considerato in questi diari, i quali si concludono nell’ottobre del 1997 (quindi sei anni dopo l’inizio della scrittura) e cioè quando la band sciolto il contratto che la lega alla EMI e si ritrova con diciotto mesi di lavoro per coprire il debito che ha con l’etichetta. Una seconda parte che narra gli eventi dal 1998 al 2014 è stata da poco pubblicata, a completamento del quadro.
Di per sé, il libro costituisce un bel malloppo di 328 pagine, nessuna immagine e tutto scritto, il che in effetti potrebbe costituire uno scoglio per molti, dato che si tratta di un libro edito unicamente in lingua inglese (non è stato ancora tradotto per l’Italia, anche se The Web Italy, "fan club" italiano dei Marillion ci sta lavorando), eppure c’è da dire che, come auspicabile, la qualità di scrittura di Hogarth è tale per cui la lettura si rivela piuttosto semplice e facilmente intuibile anche per chi conosce la lingua albionica in maniera non proprio eccelsa. Il tono è spesso disteso e divertente e più volte capita di ridere o sorridere mentre si legge, piuttosto che di arrabbiarsi o perfino emozionarsi. Casomai, il vero ostacolo, almeno per le prime pagine come in un libro di Tolkien, è stare dietro ai numerosi nomignoli e soprannomi che il cantante usa attribuire alle persone che ha intorno, per cui non risulta sempre chiarissimo di chi effettivamente stia parlando in quel momento.

ASPETTATIVE E REALTA’
Quando si compra un libro alla cieca, venendo a conoscenza della sua esistenza tramite il sito di una band, senza avere la possibilità di stringerlo tra le mani e scorrerne le pagine, inevitabilmente le aspettative sul suo contenuto rivestono una importanza capitale. Inutile nascondere che la curiosità di leggere come fossero nati gli album dei Marillion degli anni 90 e come fossero andate le cose all’interno della band, così come all’esterno, penetrando i meccanismi creativi, ma anche le regole dello show business, era fortissima. La stima che l’artista ha maturato negli anni e tramite la propria musica è enorme, così come la consapevolezza del difficile ruolo che si è trovato ad interpretare, che da un lato ha portato alcuni a separarsi dal gruppo perché troppo diversi da quello che erano stati un tempo, dall’altro ha portato molti a disinteressarsi di quanto prodotto dal 1989 in poi perché, paradossalmente, ancora legato ad un immaginario prog ottantiano assolutamente “fuori moda” e assai poco interessante per un pubblico moderno e abituato a tutt’altri ascolti. In effetti, il monito che appare sull’homepage del sito della band e cioè che “qualunque siano le idee che avete su questo gruppo, ci sono ottime probabilità che siano errate”, è a tutt’oggi la più grande verità che si possa proferire su di loro. E’ infatti indubbio che con l’arrivo di Hogarth la musica della band si sia spostata verso sonorità più vicine al pop di Keane e Coldplay, piuttosto che al rock alternativo di Radiohead e Muse, ma è altrettanto vero che i Marillion non somigliano nella maniera più totale a nessuna di queste band e che l’elemento prog del nucleo originario della band non sia mai venuto meno e continui a caratterizzare in maniera evidente i brani dei loro album, proponendo un equilibrio finale e una identità veramente unica ed immediatamente riconoscibile. Per tacere, al di là delle definizioni, del valore effettivo di molti dei loro album post-1989, degli indubbi e intoccabili capolavori che solo l’ottusità di troppi passano ancora in secondo piano rispetto ad altri nomi.
E’ un po’ l’idea che questo splendido interprete, dotato di una delle voci più belle in assoluto del rock moderno, resti ingabbiato tra chi proprio non riesce ad accettare che non sia più Fish il cantante dei Marillion e tra chi invece non ascolterebbe un disco dei Marillion a priori, perché si tratta di un gruppo prog noioso e concettuale, che fa rabbia. Che cioè l’intera carriera di questo musicista si consumi tra fantasmi ai quali non può scappare, pur non avendo in alcun modo fatto nulla per evocarli, se non accettare un posto che era rimasto vacante non per sua volontà e che negli ultimi ventisei anni, ha riempito con una qualità che solo l’incuria e il pregiudizio possono negare.
Ecco, questi sono i motivi primari di interesse verso The Invisible Man inizialmente; motivi peraltro perfettamente evocati proprio dal titolo del libro. Eppure, tali aspettative rischiano di essere fortemente deluse da quello che si trova poi in realtà nel libro. Perché il buon Hogarth ha tutt’altro in serbo per noi, anche se nel complesso del testo molte cose emergono comunque. Come detto, questa non è una biografia: non si tratta cioè del racconto “a posteriori” di ciò che è stato in maniera ordinata e “ideologica”, come a seguire un percorso attorno al quale i fatti si ordinano seguendo le bizze della memoria e le intenzioni di chi scrive. Questo è un diario, scritto via via che i fatti avvenivano e in conseguenza di essi. Eppure, qua non si trova la storia dei Marillion, anche se dei Marillion si parla in ogni pagina: questa è la storia delle giornate di Steve Hogarth, cantante professionista in giro per il mondo. Scordiamoci quindi quasi tutto quello che significa “processo creativo dietro agli album”: niente di tutto questo viene trattato, praticamente mai. La storia inizia e finisce durante i tour di supporto agli album e se si parla a volte di riprese per i video, dei rapporti con la casa discografica, con i promoter, i fan club e quant’altro, questo è solo per conseguenza del fatto che sono cose che accadono durante i tour. Quindi, prepariamoci a leggere di infinite teorie di alberghi, sveglie mattutine o notturne con valigie e tour bus o aeroplani da prendere e lasciare, di spettacoli, concerti, soundcheck, sale di attesa, camerini, catering, folle adoranti, piuttosto che problemi di acustica, concerti disastrosi o meravigliosi, interviste condite dalle solite tre domande che ruotano tutte attorno a Fish e al perché se ne sia andato via dalla band, voce che va via nei momenti meno opportuni o torna inaspettatamente a salvare una serata che si preannunciava catastrofica. Prepariamoci a conoscere lo Steve Hogarth padre e marito, alle prese con i problemi quotidiani di chiunque, come lavatrici da riparare e spese da pagare o con i problemi che invece riguardano solo i musicisti o categorie “in movimento”, tipo figli piangenti che non vogliono che te ne vada nuovamente, piuttosto che mogli rassegnate a dirti arrivederci per l’ennesima volta e ritrovarsi da sole a gestire una quotidianità complessa senza il proprio uomo vicino, per mesi e mesi.
In tutto questo, trovano spazio poi i rapporti all’interno del gruppo sempre molto amichevoli e cordiali, eppure anche estremamente “professionali” e quasi mai raccontati al di fuori dei rapporti di lavoro e della routine del tour. In effetti, ad emergere è un quadro nel quale i legami più forti sembrano quelli con Mark Kelly, mentre qualche problema sembra esserci nei primi tempi con Ian Mosley. Più rarefatti, ancorché piuttosto sostanziali, gli scambi con Rothery (la frase più forte in assoluto è la sua, quando dice chiaro a Hogarth che se avesse lasciato la band, lui lo avrebbe ucciso) e Trewavas.
Tolti quindi molti dei punti di interesse che si riteneva di voler esaurire leggendo The Invisible Man, non resta che concentrarsi su quello che troviamo: innanzitutto, la figura di Hogarth. Il cantante si dimostra così piuttosto introverso e bisognoso dei propri spazi e delle proprie routine, eppure al tempo stesso sempre pronto ad incontrare i fan o a passare la serata post show fuori con chiunque lo voglia seguire in notti a medio/elevato tasso alcolico. Lo seguiamo nelle sue peregrinazioni alla scoperta delle città nelle quali la band si trova in tour, da solo o in compagnia di membri dell’entourage, magari alla ricerca di regali per moglie e figli, oppure mentre intrattiene i rapporti con la stampa e con gli incaricati locali della casa discografica piuttosto che con i promoter (imperdibili, anche se assolutamente incresciose, le sequenze dei tour italiani), mantenendo sempre un contegno al massimo della professionalità contemperata da un evidente odio per tutti i meccanismi dello show business e per l’incapacità delle label di trovare un modo di promuovere la band. Il cantante non nasconde mai la delusione per lo status del gruppo, che da un lato si può ancora permettere tour mondiali e promozione quasi ovunque, ma al contempo non trova un proprio mercato di riferimento e si ritrova rinchiusa nella solida fanbase acquisita nel tempo (e comunque orfana dei fan dell’era-Fish) ed incapace di arrivare a nuove fasce di pubblico, perché non adeguatamente promossa. La responsabilità di essere il frontman e la consapevolezza della bontà dei dischi rilasciati in quegli anni, sono ulteriori motivi di frustrazione per un musicista che in qualche modo non riesce a scrollarsi di dosso ciò che erano i Marillion prima di lui. Al contempo, non mancano momenti nei quali la consapevolezza dell’unicità del lavoro del musicista, la fortuna di suonare per certi pubblici e di girare il mondo, viene raccontata con la lucidità di un uomo adulto e maturo, che ha abbastanza cultura per apprezzare quello che ha intorno ed essere grato per l’opportunità raccolta anni prima. Come detto, in generale, Hogarth si rivela un ospite/anfitrione piuttosto divertente e piacevole, mostrando con sincerità le proprie idiosincrasie e le proprie particolari abitudini, quanto la propria normalità di individuo.

IN ATTESA DELLA SECONDA PARTE
Al termine di queste pagine in effetti la pesantezza di alcuni passaggi si fa sentire. Leggere per la cinquantesima volta della difficile sveglia/cambio di autobus/aereo/soundcheck, piuttosto che del concerto memorabile, rischia di diventare pura schizofrenia. E’ come vivere una vita in fast forward, giorno dopo giorno ed è inevitabile a volte perdere il contatto con ciò che si legge o non capire subito alcuni riferimenti che per lo scrivente sono ovvi, ma non altrettanto per il lettore. Specialmente nella prima parte del libro, nella quale l’abitudine a scrivere è meno radicata e spesso i commenti sono brevi ed estemporanei se comparati con quelli della seconda parte, decisamente più lunghi nei singoli giorni, ma con salti temporali ancora più marcati tra uno scritto e l’altro. Un esempio di questi salti è senz’altro quello tra il 1996 e il 1997: lasciamo Hogarth il 27 aprile 1996 in attesa di salire sul palco con i Marillion a Parigi e lo ritroviamo nella pagina seguente il febbraio dell’anno successivo in concerto a Londra come solista. Il che ci indica che nel frattempo è uscito il suo disco, del quale però non sappiamo niente di niente (neanche il titolo!), come niente sappiamo degli accordi interni alla band in merito a questi “spazi” lasciati al cantante. In effetti, parlando di quelle che erano le aspettative iniziali, è anche difficile accontentarsi delle pochissime righe dedicate alla fase di registrazione di Brave nel 1993 in Francia (praticamente due pagine), a fronte magari di cinquanta pagine dedicate al tour dello stesso disco e questo vale un po’ per tutti gli album composti in quegli anni, dei quali non sappiamo altro che la reazione del pubblico quando vengono proposte determinate canzoni piuttosto che altre, in varie parti del mondo (principalmente Europa e America, comunque, con qualche puntata in Giappone). La sensazione di frammentarietà del testo diventa quindi particolarmente pesante in alcuni casi, come ad esempi il 1993 ridotto a sei pagine e il 1996 a otto, con la conseguenza che l’effetto straniamento prodotto dal testo finisce per essere di danno alla lettura. Eppure, nel complesso il libro si rivela spesso davvero molto interessante e piacevole ed è impossibile non appassionarsi ad alcuni episodi quali ad esempio l’entrata inaspettata di Fish nel backstage di un concerto in Inghilterra (è qui che Rothery blocca il compagno) o l’incredibile e forzata detenzione in una stazione ferroviaria polacca sofferta dal cantante che aveva lasciato il passaporto nelle valige, o ancora l’assurda storia del musical Tommy perseguito allo stremo da Pete Townsend che voleva Hogarth come protagonista, salvo poi ritrovarsi fagocitato dalle regole di Broadway senza più finanziatori e così via. In effetti, forse una sorta di cronologia che riportasse via via gli eventi di quell’anno e aiutasse il lettore a capire il contesto nel quale sta avendo luogo l’azione, avrebbe aiutato e non poco la lettura, riducendo probabilmente l’incertezza. Allo stesso modo, ridurre l’intera trattazione al periodo dei tour e alla vita privata, finisce per togliere molto del fascino ad un racconto che diventa poi una lunga serie di episodi ai quali manca un po’ il copione, lo sfondo, il perché e anche la magia della creazione artistica. Certo per chi volesse farsi un’idea di cosa significhi vivere “on the road” e del perché tante band finiscano vittime di alcool e droga conducendo dei ritmi di vita assolutamente incredibili e disfunzionali per chiunque, ritrovandosi in pochi minuti dall’adorazione delle folle alla solitudine di una camera d’albergo di provincia, The Invisible Man costituisce una vera miniera d’oro di informazioni, redatta con una lucidità totale e quasi giornalistica e una bella dose di humor.
Chi riuscirà a superare lo scoglio dei problemi già evidenziati, sicuramente apprezzerà lo sforzo compiuto di dare un resoconto così dettagliato e particolareggiato di un periodo lungo e complesso come quello messo in luce. Per molte biografie, nello stesso numero di pagine si racconta un’intera vita, qui si parla di sette anni e questa ricchezza tutto sommato pur nella ripetitività e nella frammentarietà di quasi tutto il testo, ne costituisce anche la cifra e l’interesse. Chissà cosa ci riserveranno nella seconda parte, gli ultimi sedici anni di questo lungo racconto, nella consapevolezza che probabilmente i difetti resteranno gli stessi e, probabilmente, anche i pregi.

::: ::: ::: RIFERIMENTI ::: ::: :::
TITOLO: The Invisible Man – diaries 1991 - 1997
AUTORE: Steve Hogarth
EDITORE: Miwk Publising
LINGUA: Inglese
PAGINE: 328
ISBN: 978-I-908630-99-5
PREZZO: 19,99 £ (sterline)



Davide Costa
Mercoledì 23 Settembre 2015, 18.04.02
7
I Diari di Steve Hogarth, tradotti in italiano da The Web Italy ed editi da Phasar, da oggi in vendita in tutti gli store online!
alifac
Venerdì 10 Aprile 2015, 10.01.29
6
@CYNIC: non credo che HOLIDAYS ti piacerà "COME" Season's End ma ti piacerà... personalmente lo considero un ottimo album, Waiting to Happen, Dry Land (la prima, e penso anche l'unica canzone in un album dei Marillion proveniente "da fuori"...), sono canzoni, tra le alte, davvero fantastiche...
CYNIC
Giovedì 9 Aprile 2015, 19.56.56
5
cosa ne pensate di ''HOLIDAYS IN EDEN''? mi piacerà come ''Season's End''--->pietra miliare.
TheWizard
Giovedì 9 Aprile 2015, 18.56.32
4
grandi marillion (band unica) e grande Mr. H... faccio parte del club italiano The Web Italy, veramente un bell'articolo ! continuate cosi'
Lizard
Giovedì 9 Aprile 2015, 9.57.07
3
@alifac: sì, ho appena ricevuto la conferma che sono al lavoro per tradurre entrambi i volumi e renderli disponibili su richiesta. Mi fa sinceramente piacere, anche se ovviamente avrei sperato che ci fosse una casa editrice disponibile a comprarne i diritti. Vedremo. In effetti, non è poi così sicuro il riscontro economico in questi casi.
Awake
Giovedì 9 Aprile 2015, 0.20.45
2
Marble, Brave and Season's End 3 pietre miliari del dopo Fish... grande Hogart. I Marillion avrebbero meritato ben altro destino. Come al solito articolo interessantissimo. Ce ne fossero di webzine come voi nel mondo dei Tweet e delle App e di Facebook di 'sta minchia. Scusate lo sfogo ma il web 2.0 ha sdoganato le fantastiche potenzialità di internet ai bimbiminkia, con lo spiacevole risultato che la qualità è andata a farsi fottere. Truemetal docet.
alifac
Mercoledì 8 Aprile 2015, 10.58.24
1
Tempo fa ho sentito che il fanclub italiano ufficiale del gruppo stava lavorando, col permesso di Hogarth, alla traduzione del libro in questione... . Hogarth è il cantante che più mi emoziona in assoluto ed i Marillion meriterebbero ben altra considerazione!!! GRANDI GRANDI GRANDI !!!
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ARTICOLI
08/04/2015
Articolo
THE INVISIBLE MAN
Diaries 1991 - 1997: la recensione
 
 
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