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GODFLESH + SYK + DEFLORE + DISUMANA RES - Init Club, Roma, 10/04/2015
16/04/2015 (2168 letture)
A tre anni di distanza dal loro ultimo concerto nelle vicinanze di Roma, i Godflesh, pionieri dell'industrial metal, sono tornati nella Capitale per una delle tre tappe italiane del nuovo tour. L'attesa di (ri)vedere all'opera la musica corrosiva e lacerante dei duo guidato da Justin Broadrick e G.C. Green era molto sentita, anche se questa sera all'Init -locale che ospita il live- l'affluenza di pubblico è nettamente inferiore rispetto alle aspettative. Senz'altro la strettissima vicinanza di ben altri due concerti, come quelli di Eyehategod e Asphyx, previsti per la settimana successiva, ha giocato un ruolo decisivo nell'abbassare il numero dei presenti, scoraggiando i tanti che hanno dovuto operare una scelta per mera razionalizzazione economica.
Nell'intrattenermi all'esterno del club, chiacchierando e sorseggiando un po' di birra, non posso fare a meno di notare come i tempi di apertura porte tardino di molto, portando di fatto l'inizio della serata a slittare di circa un'ora, con qualche lamentela per la mancata puntualità e per il timore (fondato) che il tutto finisca decisamente troppo tardi.
Ma, polemiche a parte, finalmente entriamo in sala ed in apertura ci aspettano i bolognesi Disumana Res.

DISUMANA RES
La band è attiva dal 1995, costituendo una vera e propria chicca del genere industrial, nell'underground italiano. Noti soprattutto agli esordi della loro formazione, quando hanno attirato l'attenzione di alcune etichette che si erano proposte per la produzione del full length di debutto, i DIsumana Res si sciolgono mettendo in pausa il loro percorso artistico e non riuscendo a pubblicare l'album, che resterà inedito fino allo scorso anno. La ripresa delle attività parte ufficialmente da questo gennaio, spronati anche e soprattutto dall'accoglienza calorosa riservata al loro agognato lavoro discografico, per cui ci apprestiamo ad ascoltarli con notevole curiosità ed interesse in questo loro comeback sulle scene nostrane.
L'esibizione è molto ferrea e asettica e sembra che tutti i fattori che la band aveva addizionato nel 1998, anno in cui il loro primo lavoro è stato composto e registrato, si siano conservati perfettamente, congelati in uno stadio di immobilità nell'attesa del disgelo. Ora che quest'ultimo passaggio si è compiuto, possiamo finalmente assaggiare ciò che i nostri ci avevano preparato, ma devo ammettere che l'impatto con la loro proposta non si discosta molto dalle temperature sotto zero in cui era stata rinchiusa per ben sedici anni. La reazione è, infatti, piuttosto fredda, colpa o merito del sound che aderisce decisamente troppo agli stilemi canonici del genere. Sia chiaro, questo non è necessariante un male, ma, per quanto dal punto di vista qualitativo la proposta possa risultare interessante, essere rimasti attaccati a soluzioni classiche ed apparentemente semplicistice ha generato un effetto negativo, un senso di déjà vu che, se non si operasse una ricollocazione temporale, farebbe quasi subito pensare ad una mancanza di personalità e ad un semplice copia-incolla.
Per poterli apprezzare forse non bisgnerebbe fare l'errore di attualizzare la loro proprosta: è chiaro il loro intento di rimanere fedeli al passato, senza provare a snaturarlo o comprometterlo con contaminazioni del presente. Tuttavia, un'opera di rielaborazione a mio avviso sarebbe stata costruttiva, perché in sede live la performance non ci ha aiutati ad apprezzare a pieno la loro validità. Sicuramente inseriti all'interno del contesto della serata sono stati il gruppo più "azzeccato", per quanto riguarda i suoni e dal punto di vista stilistico, ma l'accostamento ai Godflesh, con i quali presentano eccessive somiglianze, è stato un ulteriore elemento a sfavore ed ha fatto storcere più di qualche naso.

DEFLORE
Archiviato il primo gruppo, passiamo ai romani Deflore.
Il duo è una realtà piuttosto consolidata e nota nell'ambiente industrial/elettronico italiano e romano in particolare e gioca mescolando un'ossatura più robusta a pattern più trip hop/ambient e psichedelici. Christian ed Emiliano, rispettivamente basso/synth e chitarra/synth, smuovono finalmente il pubblico -finora rimasto un po' troppo statico- rapendoci con una sequenza molto articolata e radicale, dove è solo la musica a parlare, senza incursioni vocali di nessun tipo.
I Deflore ci stimolano continuamente i sensi, costringendoci a vivere la loro performance in maniera quasi schizofrenica, a causa del contino altalenarsi di parti più acide, dove il coinvolgimento è fisico, a parti più eteree, in cui la seduzione è prettamente mentale. La loro eterogeneità è senza dubbio tra le qualità che ho da sempre apprezzato nella loro proposta musicale, perché nell'essenzialità dei soggetti e degli strumenti in gioco, sa essere sempre diversa ed originale e ci conduce in viaggi sonori che si adattano nei più disparati contesti. Anche nel contesto di questa sera, in cui giocano un ruolo quasi straniante, per via di un approccio ed una proposta musicale che si distaccano dalla tendenza preponderante, a mio avviso si incastonano alla perfezione, rappresentando un ottimo ponte tra due mondi musicali apparentemente antagonisti.
Gli applausi alla fine di ogni pezzo non mancano e sono molto sentiti, nonostante qualcuno non abbia pienamente gradito la loro sperimentalità.

SYK
Siamo sempre più vicini all'ingresso degli headliner, ma prima accogliamo il trio dei Syk, che subito colpisce per la scelta di avere all'interno della line up un batterista. Fa quasi sorridere quest'affermazione, ma nell'industrial è davvero poco usuale "umanizzare" la meccanicità e l'asetticità dei suoni della drum machine. Con qualche perplessità sulla scelta, resto incuriosita dall'ascolto della loro esibizione, che mi sembra piuttosto caotica e torbida. L'uso della batteria live ammortizza di molto la prerogativa del genere che, proprio in virtù dell'estremo utilizzo di suoni sintetici, sembra in questo caso privato della caratteristica principale di essere dilaniante. La batteria diffonde, infatti, suoni troppo caldi e non è nemmeno esteticamente accattivante vedere un batterista altrettanto snaturato e privato della sua matrice impulsiva e corporea, che dovrebbe simulare l'automazione del suo corrispettivo meccanico, ma che agli occhi viene percepito più come qualcuno che è incerto sul da farsi. Spostandoci sugli altri componenti, non mi ha convinta nemmeno troppo la performance del chitarrista Stefano Ferrian, che con la sua minimalistica chitarra senza paletta è un ulteriore elemento di contrasto, nello sciorinare fraseggi discontinui, probabilmente nella pretesta mal riuscita di dare una venatura progressiva ai brani. Anche Dalila Kayros, voce e synth del gruppo, sembra proseguire per una strada del tutto diversa dai compagni e di fatto accentua la contraddizione di fondo che si respira dall'inizio del loro concerto. La sensazione sempre più forte è che ognuno segua una propria linea indipendente, senza arrivare ad una reale convergenza. I pezzi sono compositivamente slegati e provo molto fastidio nel cercare di ricostruire mentalmente una qualche connessione che effettivamente non c'è.
Le urla di Dalila sono molto sofferte e di positivo c'è da dire che dal punto di vista performativo è certamente molto fisica e coinvolta. Nonostante i Syk abbiano un sostrato concettuale molto forte, per via delle tematiche trattate nei testi del loro ultimo Atoma, questo si perde nettamente nell'apparente casualità con cui le strutture musicali sono "pensate".

GODFLESH
Stanchi per l'ora tarda (è quasi l'1.00 di notte) e confusi dalla diversità degli ascolti di questa sera, giungiamo alla fine di questo lungo percorso con l'arrivo degli attesissimi Godflesh. E' ancora vivo il ricordo di quel luglio 2012 a Palestrina, in provincia di Roma, quando ho avuto modo di vederli nell'unica data italiana (gratuita) insieme agli OvO, in occasione del loro tour di reunion. Con molto stupore, sia per la location che per l'incredibile opportunità di vedere dal vivo una band così seminale, quell'evento raccolse davvero moltissime persone, molte delle quali spinte probabilmente dall'economicità dell'ingresso, oltre che dalla qualità in sé dell'evento. Per cui nel ricordare quell'incredibile esperienza, percepisco l'aumentare dell'adrenalina di rivederli in un contesto più raccolto e chiuso come quello di questa sera.
Finalmente entra il bassista G.C. Green, subito seguito dal chitarrista e vocalist Broadrick (che questa sera imbraccia una chitarra a otto corde) e da un incessante boato che accoglie trionfalmente i colossi di Birmingham. Sullo sfondo riconosciamo lo scenario in fiamme che troneggia sulla copertina dello storico Streetcleaner (che vi avevamo recensito qui) e sento già i primi brividi correre lungo la schiena, nel vano tentativo di frenare l'impazienza che il live cominci.
L'incipit, tuttavia, viene affidato al recente album A World Lit Only by Fire, su cui si concentrerà tutta la prima parte del concerto. Vengono, infatti, eseguiti molti dei pezzi contenuti nel primo full length prodotto dopo lo split del 2002 e New Dark Ages ci coinvolge con il suo incedere marziale ed ossessivo. Ho trovato interessante il loro ritorno discografico: senza fare troppi paragoni con il loro ineguagliabile passato, il full length è oggettivamente valido ed è un ottimo prodotto, se inserito all'interno dei circuiti moderni dell'industrial metal; tuttavia, il suo essere più articolato ed apparentemente ammorbidito per la scelta di alcune soluzioni, gli conferisce meno pathos rispetto alla claustrofobia ed alla freddezza degli esordi. Un paradosso, quello tra pathos e rigidità, che è a tutti gli effetti il punto di forza dei Godflesh. Il live procede con un'acustica non del tutto eccelsa, che in parte ha penalizzato una resa ottimale dell'esibizione, ma vedo attorno a me gente visibilmente coinvolta, nonostante i picchi di delirio si registreranno come prevedibile nella seconda metà del set, che si concentrerà sulle esperienze passate della band.

Direttamente dall'album imprescindibile e più rappresentativo della loro carriera, ecco giungere come una scheggia impazzita Christbait Rising. Quando capisco dalle prime note che si apre la parentesi dedicata a Streetclaner, vado letteralmente fuori di testa e recito le poche ed essenziali liriche, urlandole con orgogliosi pugni chiusi: "Don't hold me back, This is my own hell".
Ancora rintontiti, ci lasciamo decostruire psicologicamente dalla titletrack, in cui i confini di (auto)distruzione vengono spinti oltre i limiti del nichilismo. L'atmosfera è oramai surriscaldata e la netta differenza di accoglienza tra pezzi moderni e vecchio repertorio, come spesso accade, è palese e proseguiamo con gli ultimi due pezzi, Spite e Crush My Soul, tratti rispettivamente da Pure e Selfless. Quest'ultima è davvero disturbante e non posso fare a meno di avere in testa le immagini dell'altrettanto perverso video mentre si esaurisce, sancendo la conclusione del live, nell'attesa del consueto bis.
Questo ultimo momento è dedicato all'immancabile Like Rats, che completa il processo di deformazione ed alienazione: difficilmente ho ascoltato pezzi più intensi e perturbanti di questo e nello sbattercelo in faccia con violenza, i Godflesh ci fanno unire in un ultimo gesto disperato, facendoci urlare all'unisono il motto "Your breed, Like Rats". Sembra che quelle parole siano rivolte ad altri, ma in realtà sappiamo tutti benissimo che la rabbia è rivolta verso noi stessi.

Siamo giunti al termine del concerto ed i due ci salutano, ringraziandoci per il calore. E' stata senza dubbio un'esperienza interessante rivederli a distanza di qualche anno e constatare con quanta facilità riescano a mandare in decomposizione un intero pubblico, quasi fosse il loro mestiere ricordarci e rinfacciarci la corruzione della nostra esistenza. Rispetto al live di Palestrina, onestamente li ho visti un po' sottotono ed il fatto che, come c'era d'aspettarsi, la setlist fosse volta per una buona manciata agli ultimi episodi della loro discografia ha senz'altro reso l'intensità della performance più discontinua, penalizzata anche un po' da un impianto acustico che ha compresso l'esplosività prepotente dei Godflesh.
Ma noi ci accontentiamo lo stesso, restando ancora una volta inermi davanti alla caratura del gruppo e ce ne andiamo con in bocca ancora il sapore pungente della ruggine.

SETLIST GODFLESH
1. New Dark Ages
2. Deadend
3. Shut Me Down
4. Life Giver Life Taker
5. Carrion
6. Towers of Emptiness
7. Christbait Rising
8. Streetcleaner
9. Spite
10. Crush My Soul

---- Encore ----
11. Like Rats



mark
Martedì 21 Aprile 2015, 11.46.39
6
Syk...quand'è che diventerete adulti? dai ...sembrate dei ragazzini appena usciti dalla sala prove. Insomma, chi scrive di musica ha il diritto di criticare o no? e allora accettare le critiche, è segno di professionalità.
klostridiumtetani
Sabato 18 Aprile 2015, 19.37.15
5
@lele 74, ti avrei bannato io, ma non sono della redazione Certe sparate sono ridicole! Questo te lo dico.
lele 74
Sabato 18 Aprile 2015, 0.48.11
4
non mi banni?strano
Selenia
Venerdì 17 Aprile 2015, 21.54.25
3
ciao Stefano, ti ringrazio per il commento. in effetti industrial forse non il termine più corretto un po' di autocritica non guasta mai. citando dalla vostra pagina facebook, non avete nemmeno voi un'idea molto precisa della direzione musicale che avete intrapreso.. ma al di là della classificazione di genere, la mia critica è assolutamente imparziale e ben mirata. l'inadeguatezza non era legata al genere -e tra l'altro non ho utilizzato questo termine-, piuttosto agli eccessivi contrasti che non convogliavano in una sintesi comprensibile. la complessità è bella, ma bisogna saperla gestire. A presto!
stefano ferrian
Venerdì 17 Aprile 2015, 21.26.09
2
Selenia . . . ho letto con interesse la tua recensione ma volevo solo precisare una cosa...i SYK NON SONO un progetto INDUSTRIAL. . . . non pretendo di piacere alla gente e non mi interessa (anche perchè non avrei suonato 16 anni negli psychofagist) ma ciò nonostante rimango basito da quello che leggo nel momento in cui si viene recensiti male in quanto NON ADEGUATI al genere...peccato che noi NON FACCIAMO INDUSTRIAL, quindi mi sembra evidente che come gruppo INDUSTRIAL facciamo cagare e sarei il primo a dirlo.
lele 74
Giovedì 16 Aprile 2015, 22.05.33
1
ma la mattina nn lavori?ancora ste finte reunion ti vai a vedere...dovevi vederteli negli anni 90.. avoglia a recensire...be certo entri a scrocco...
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