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ALMOST FAMOUS - # 16 - Captain Beyond
26/04/2015 (2153 letture)
Nella nostra serie Almost Famous ci siamo occupati principalmente di gruppi nati e scomparsi nell’arco di tempo “classico” per lo sviluppo dell’heavy metal, ovverosia quello che va dagli anni ottanta alla prima metà degli anni novanta. C’è ovviamente un perché ed è quanto abbiamo illustrato più volte: il passaggio tra una decade e l’altra ha segnato uno spartiacque impressionante e parlare di quel momento storico serve in realtà a capire come cambiò il music business e quanto le stesse band protagoniste di un’epoca faticarono a capire che il mondo attorno a loro aveva improvvisamente preso un’altra direzione, finendo per travolgere quasi tutto. Eppure, sarebbe un errore marchiano ritenere che certi meccanismi esistessero solo in quel particolare frangente storico e sarebbe altrettanto sbagliato pensare che certe dinamiche del music business nascessero in quegli anni. La verità è che sin dalla nascita dell’industria discografica le cose sono andate in una certa maniera e se in anni particolari un'enorme quantità di dischi di elevatissima qualità è uscita e ha ottenuto la dovuta risonanza da parte dei media e delle case discografiche è perché quel particolare tipo di musica “vendeva” e vendeva tanto da giustificare investimenti e attenzioni da parte di tutti. Eppure, anche in mezzo a tanta luce, gli angoli di buio sono stati tanti, tantissimi, perfino incredibili se vogliamo, in molti casi. Ebbene, questa volta facciamo un salto nel tempo più lungo del solito e ci ritroviamo all’inizio degli anni settanta, decade dorata per l’hard rock e per il prog, ancora reminiscente dell’invasione psichedelica, così come per il jazz rock e la fusion, il southern rock e il glam, fino al punk e alla nascita underground dell’heavy metal, che esploderà poi all’inizio della decade successiva. Il gruppo su cui ci concentreremo stavolta è sconosciuto ai più e il tempo non ha certo cambiato questo stato di cose, anzi. Eppure, il bagliore abbacinante del talento di questi musicisti e l’incredibile valore della loro musica, ne ha fatto un cult da conservare con gelosia e tramandare se possibile ai posteri, in attesa che anche per loro giustizia arrivi a riscattarli da un oblio davvero non meritato. Parliamo oggi dei Captain Beyond.

UN SUPERGRUPPO LANCIATO NELLO SPAZIO
La genesi di questa band va rintracciata dalla quasi contemporanea fine di altre esperienze musicali. I Captain Beyond sono infatti a tutti gli effetti un vero e proprio supergruppo.
La storia inizia di fatto il 23 maggio 1971. Il bassista Lee Dorman e il chitarrista Larry "Rhino" Reinhardt che hanno condiviso assieme la scrittura, la registrazione e il tour di Metamorphosis, ultimo album da studio dei gloriosi e seminali Iron Butterfly, si trovano nella scomoda posizione di vedere il gruppo disfarsi tra le loro mani: l’abbandono del leader e organista Doug Ingle, mette infatti la band in ginocchio e l’uscita di un singolo, Silly Sally, che non raggiunge le classifiche, certifica la fine di questa grande esperienza. I due hanno comunque imparato a rispettarsi e non hanno la minima voglia di arrendersi proprio adesso e cominciano a darsi da fare per trovare dei compagni con i quali formare una nuova band. Un primo fondamentale tassello va a segno con l’arrivo del batterista Bobby Caldwell, un noto musicista professionista ormai da anni, che si è fatto le ossa suonando con Johnny Winter e che troveremo al fianco di altri grandi artisti come Rick Derringer, Ringo Starr, Eric Clapton e John Lennon. Un altro importante tassello è l’arrivo di Rod Evans, primo cantante dei Deep Purple, il quale lasciata la band inglese si era trasferito negli Stati Uniti tentando una difficile carriera solista, iniziata proprio quell’anno con la pubblicazione del singolo Hard to Be Without You tramite Capital Records. Il cantante viene contattato dagli altri nel mese di agosto e accetta di entrare nel gruppo, dando così una fisionomia quasi completa ai Captain Beyond, che troveranno l’ultimo membro mancante nel tastierista Lewie Gold. Quest’ultimo in realtà resterà nella band per pochissimo tempo, lasciando per ragioni personali, appena prima dell’inizio delle registrazioni del primo album. Con una line up formata da musicisti rodati e conosciuti nel giro, ci aspetteremmo che le case discografiche dell’epoca facessero i cazzotti per aggiudicarsi questa nuova band. In realtà, non fu così e solo grazie all’intervento di Duane Allman, chitarrista/leggenda della Allman Brothers Band, i nostri riusciranno ad ottenere un contratto con la Capricorn Records e iniziare così i lavori per il primo album. In prospettiva, la firma con la Capricorn fu in realtà un errore madornale: con i “se” non si fa la Storia e forse senza quel contratto oggi nessuno saprebbe dell’esistenza di questa band, ma è certo che se lo status dei Captain Beyond è rimasto così sconosciuto, gran parte della colpa va proprio all’etichetta della Georgia. In quegli anni infatti proprio l’esplosione del successo della Allman Brothers Band prima e dei Lynyrd Skynyrd (sotto MCA) poi, farà esplodere il fenomeno southern rock in tutti gli Stati Uniti e la Capricorn, grazie a propri studios e al fatto di avere la Band di stanza a Macon, diventerà l’etichetta per eccellenza del genere e, di fatto, non mostrerà mai il minimo interesse nei Captain Beyond, nel momento in cui sarà chiaro a tutti che la musica che i nostri stanno creando non ha niente a che vedere col southern. Qui comincia infatti la storia di una delle band più originali e particolari nate in quegli anni, una band che a tutt’oggi risulta davvero difficile descrivere: essenzialmente si tratta di un gruppo hard rock, con forti influenze prog/psichedeliche, sulle quali si innestano poi le più particolari derive jazz/fusion e perfino latine, protodoom e proto heavy metal. Il tutto senza dimenticare le palesi influenze blues ed hendrixiane del chitarrista Larry "Rhino" Reinhardt, il particolarissimo timbro beat e baritonale di Rod Evans e la riuscitissima vena “spaziale” delle composizioni, che porta il gruppo vicino ai coevi Hawkwind come capacità di evocare le profondità dell’Universo. Insomma, un pout pourri decisamente particolare e quanto di più lontano si possa immaginare da quello che è il target dell’etichetta. Le registrazioni in ogni caso vanno avanti, seppure con la latente sensazione che le cose non stiano andando affatto per il verso giusto e il disco viene pubblicato nel luglio del 1972. Si tratta di un debutto che lascia senza parole per ispirazione, qualità strumentale, visionarietà e, ascoltato oggi, rivela in pieno quanto questa band fosse avanti rispetto alla sua epoca e quanto abbia anticipato tanti e tanti sviluppi successivi di quello che diventerà l’heavy metal. Il disco contiene tredici tracce, ma è in realtà diviso tra due minisuite e altri brani singoli, senza un vero stacco tra le canzoni, in un lungo flusso che supera di poco i trentacinque minuti, a cavallo tra riff epocali e potentissimi, splendide parti vocali condite da cori palesemente settantiani, assolo fluviali e improvvisi squarci melodici e ritmici che portano l’ascoltatore di peso verso una dimensione nuova e tremendamente originale. Il classico disco che va ascoltato tutto di un blocco, pur trovando nelle singole parti un livello assolutamente altissimo e che travalica il tempo, risultando freschissimo anche oggi, pur nel suo essere calato nell’humus culturale e musicale proprio degli anni nei quali è uscito. Brani come l’iniziale suite o la roboante Mesmerization Eclipse, piuttosto che l’ultraheavy Raging River of Fear, per tacere dell’incredibile suite conclusiva aperta da Thousand Days of Yesterdays piuttosto che del potentissimo riff di Frozen Over che anticipa persino Thin Lizzy e Iron Maiden, non lasciano davvero spazio a repliche e sembra semplicemente incredibile che i responsabili della Capricorn non si avvedessero del livello della musica che la band aveva tirato su in così poco tempo. Di fatto, il supporto della label fu assolutamente minimo, anche se bisogna ammettere che per quanto riguarda il lavoro relativo all’artwork del disco, che oltretutto uscì anche in versione 3D con tanto di immagine tridimensionale, non si badò a spese, per un risultato davvero evocativo. Purtroppo, alla pubblicazione del disco non seguì alcuna promozione, il gruppo fece pochissime apparizioni live, con il debutto al Montreux Jazz Festival il 30 aprile (sì, proprio a Montreux, dove si ambienta quella Smoke on the Water, canzone simbolo dei Deep Purple, ex band di Evans, contenuta in Machine Head, pubblicato il 25 marzo di quello stesso anno. I casi della vita, come si suol dire), uno show che venne anche trasmesso dalla Tv svizzera. Peccato che si trattò di un episodio quasi isolato e il gruppo finì fortemente frustrato dalla consapevolezza di avere per le mani un disco di indubbio valore ma di non avere alcuno spazio di crescita con la Capricorn che, dal suo lato, aveva comunque in mano un contratto e non aveva intenzione di lasciare andare la band, pur non facendo nulla per promuoverla nel circuito a loro più congeniale. Lo stato di cose portò alla conseguente uscita dal gruppo del batterista Bobby Caldwell e la sua dipartita fu tutt’altro che indolore. Lo stile del batterista era infatti uno dei tratti caratterizzanti la proposta, così come i suoi notevolissimi interventi con le percussioni e in fase di scrittura dei brani. Ritroveremo il batterista prima con Rick Derringer e poi negli altrettanto seminali Armageddon, altra band hard/prog di immenso spessore. Evans, Reinhardt e Dorman non avevano però alcuna intenzione di arrendersi e reclutarono Brian Glascock come nuovo batterista, il tastierista Reese Wynans e il percussionista Guille Garcia, per riprendere la scrittura e la registrazione del secondo album, Sufficiently Breathless. Ancora una volta, però, le cose si misero subito per il verso sbagliato e l’etichetta ritenne Glascock non all’altezza della situazione, costringendo il gruppo a trovare un nuovo sostituto con l’arrivo di Marty Rodriguez. L’inclusione di un percussionista stabile in formazione spostò leggermente le ritmiche e la proposta del gruppo verso sonorità leggermente più soft e dalle evidenti coloriture latin, che pur già presenti nel disco di debutto, andarono ad occupare uno spazio più evidente, confondendo ancora di più le acque, durante delle registrazioni che diventarono un vero e proprio calvario. Lo studio fornito dalla Capricorn si rivelò infatti assolutamente non altezza delle necessità di una band che contava ormai sei membri stabili, mentre lo stesso Rodriguez mostrò tutti i propri limiti inserito in un contesto di rock duro che evidentemente non gli apparteneva, perdendo nettamente il confronto con quanto fatto da Bobby Caldwell in precedenza. Una situazione che frustrò in maniera fatale Rod Evans, il quale un bel giorno prese l’aereo per tornare a Los Angeles, lasciando a registrazioni non ancora ultimate. Il cantante accettò comunque di portare a termine le proprie parti al Record Plant studio di Sausalito e così Sufficiently Breathless vide finalmente la luce nell’autunno del 1973. Come detto, il disco mantiene intatta l’influenza spaziale e splendide parti di chitarra e basso tipiche della band, ma nel complesso perde il confronto col precedente rivelandosi meno compatto e più soft nelle sonorità, come è chiaro sin dall’arpeggio acustico dell’iniziale titletrack e dalla successiva Bright Blue Tango, pur presentando brani dello spessore assoluto come Starglow Energy e Distant Sun, che farebbero la gioia di qualunque altra band. In effetti, considerando il clima nel quale è nato, Sufficiently Breathless resta un grande album sotto tutti i punti di vista, che ha sofferto l’assenza di Bobby Caldwell e di una regia più precisa e che è stato pubblicato quando la band in pratica non esisteva più. La line up originale si ricompose infatti per il tour di supporto, che ottenne anche un ottimo riscontro, tanto che un terzo album venne addirittura messo in cantiere; ma era chiaro che quello sarebbe stato un addio e difatti il 31 dicembre 1973, Rod Evans disgustato dall’intero mondo dello show biz, decise di cambiare vita e si ritirò dalle scene decretando la fine della band.

UN INASPETTATO RITORNO E POI IL SIPARIO COSMICO
Quando ormai le tracce e perfino il ricordo della band andavano sbiadendo, aggiungendo il nome dei Captain Beyond a quello delle molteplici meteore che anche all’epoca solcavano il firmamento musicale, ecco che Reinhardt, Dorman e Caldwell decidono di tentare la carta del ritorno. Data l’assoluta irreperibilità di Rod Evans, che aveva drasticamente tagliato ogni ponte col proprio passato, i tre non possono fare altro che reclutare un nuovo vocalist, trovandolo nella persona di Willy Daffern, dalla timbrica più roca e pienamente rock anni settanta. Che ci fosse ben più di un po’ di brace sotto le ceneri era evidente, come evidente il fatto che tanto talento non potesse essere scomparso in pochi anni e così il terzo disco dei Captain Beyond, Dawn Explosion, fu davvero un piacevole comeback. Registrato nel corso del 1976 il disco cerca di recuperare le sonorità del debut più che di Sufficiently Breathless, con brani che mantengono appieno la dimensione spaziale cara alla band ed eredità di Evans e confermano ancora una volta la saldezza e la qualità del trio fondante. Daffern si mostra sostituto più che degno e offre una interpretazione di tutto rispetto nel corso dei brani, con qualche punta di vera emozione in Breath of Fire e mostrando al meglio i muscoli in brani di impatto come Do or Die e Fantasy; sicuramente meno caratteristico e caratterizzante del suo predecessore, Daffern dimostra comunque di essere l’uomo giusto. Anche le piccole minisuite vengono recuperate con Breath of Fire divisa tra A Speck within a Sphere e Alone in the Cosmos e la conclusiva Oblivion suddivisa in tre parti con Space Interlude e Space Reprise. Il disco resta a metà tra Captain Beyond e Sufficiently Breathless, anche a livello qualitativo, andando a costituire un terzetto di album di tutto rispetto, col primo a rappresentare la punta di diamante e il disco da avere a tutti i costi. Purtroppo, anche a dispetto di un contratto importante con la Warner Bros, per i Captain Beyond le cose non migliorano con il nuovo nato e probabilmente l’approccio musicale, seppur innovativo e coraggioso, arriva comunque ormai in ritardo rispetto ai tempi: con l’esplosione del punk alle porte, tutti i gruppi settantiani, specialmente se passibili di vicinanze prog, divennero improvvisamente “vecchi” e noiosi, troppo compassati e perfino ridondanti e pretenziosi, barocchi e insopportabili, rispetto all’urgenza del rock ruvido e immediato, sguaiato e maledetto che di lì a poco brucerà per una intensa stagione, cambiando il corso della storia della musica rock. Una storia già sentita? Vi ricorda qualcosa? Ecco quindi che in colpo solo, i Captain Beyond trovarono sulla loro strada due dei principali ostacoli che possono distruggere la carriera di una band altrimenti fenomenale: l’ostracismo della propria casa discografica e un cambio di paradigma musicale che sposta i gusti di pubblico e l’interesse dei media. Messi insieme i cocci, al gruppo non rimase che decretare la resa e ritirarsi dalla scena nel corso del 1977, per quella che si rivelò essere loro malgrado una reunion davvero breve, che lasciò poca o nessuna traccia di se, a parte un gran bel disco.
Come tanti eroi più o meno noti di quegli anni gloriosi, il culto per questa band non è in realtà mai andato perso e la gloria di questa formazione ha attraversato il tempo, grazie a tanti appassionati che non si sono fermati ai nomi di chi “ce l’ha fatta” e hanno deciso di esplorare anche il sottobosco, andando a scoprire delle perle di assoluto spessore, come in questo caso. Finché un giorno, i mai domi Larry Reinhardt e Bobby Caldwell decisero che era tempo per dare una nuova vita alla loro formazione, stavolta senza Lee Dorman. Il gruppo si diede principalmente alle performance live, girando per diversi anni in tour e realizzando anche un EP di quattro tracce e partecipando nel 1999 allo Sweden Rock Festival. Proprio in quegli anni, la svedese Record Heaven decise di realizzare un album tributo ai Captain Beyond, coinvolgendo le band del proprio roster in una operazione volendo geniale: il tributo avrebbe infatti riprodotto l’esatto svolgimento del debutto Captain Beyond, con i gruppi chiamati a suonare i brani e a succedersi l’un l’altro senza soluzione di continuità, così come i brani originali. I nomi coinvolti non furono in realtà nel complesso di grandissimo spessore, ma vale la pena citare almeno gli straordinari e altrettanto leggendari Pentagram alle prese con una versione clamorosa di Dancing Madly Backwards (on a Sea of Air), che testimonia la vicinanza assoluta tra le due band rivelando quanto impatto avesse avuto questo album anche sulla leggendaria formazione doom e non si fatica a credere quanto il brano potesse tranquillamente essere parte del catalogo della band di Bobby Liebling; altra formazione nota sono i progsters Flower Kings, alle prese con Raging River of Fear, una scelta piuttosto particolare e che difatti si rivela l’unico caso in cui il brano originale viene completamente stravolto e reso totalmente differente dall’originale; infine, citiamo anche gli hard rock/stoner heroes The Quill, i quali si occupano di Thousand Days of Yesterdays (brano che dà anche il titolo al tributo) e Frozen Over. Il tributo si compone poi di un secondo CD, decisamente più sperimentale, nel quale in Sweet Dreams fa anche la sua comparsa Willy Daffern, indicato come Willie Daffern e nel quale i brani sono sciolti dal vincolo di riproporre un album per intero. Il ritrovato minimo interesse attorno alla band, porterà quindi alla pubblicazione nel 2000 di un EP e poi di un live album tratto dal tour del 1973 di supporto a Sufficiently Breathless: Far Beyond a Distant Sun – Live in Arlington, 1973, disco “ufficiale” registrato durante l’esibizione all’Università di Arlington, nel Texas, di supporto ai King Crimson. Il live, pubblicato ufficialmente solo nel 2002, girava da anni in formati di bassa qualità ed era disponibile attraverso il circuito del fan club della band e nonostante qualche ritocco realizzato per questa edizione, resta di qualità audio piuttosto scadente.
Nel 2003 Larry Reinhardt scoprì di avere un cancro e a causa dei trattamenti a cui si dovrà sottoporre, la band si sciolse nuovamente e stavolta in maniera definitiva. Il chitarrista tornerà in uno stato di salute accettabile e continuerà a suonare fino alla fine del 2011, quando la malattia tornerà a bussare alla sua porta, stroncandolo definitivamente il 2 gennaio 2012. Alla fine dello stesso anno, e precisamente il 21 dicembre, morirà anche Lee Dorman, bassista e membro fondamentale di questa sfortunata band.

Giungiamo così alla conclusione del viaggio per un gruppo che, è banale scriverlo, non ha raccolto quanto meritato. Lo si dice di talmente tante formazioni che ormai l’affermazione perde di significato. Eppure, non si può davvero ribadire niente di diverso a fronte di tre album come quelli rilasciati dai Captain Beyond. Certo non sono i soli e certo tanti altri scalpitano per ottenere il giusto riconoscimento, anche se a posteriori. Eppure, un posto di primaria importanza nella galleria degli Almost Famous non si può davvero negare ad un gruppo che partito con tutti i migliori auspici, si è trovato sin da subito invischiato in una guerra che non avrebbe potuto vincere contro chi avrebbe dovuto promuovere la sua musica. Neanche il tempo ha permesso ai nostri di superare uno status di culto che, senza trionfalisti revisionisti ancorché giustificati, appare davvero stretto e perfino ingiusto, per una band che aveva saputo davvero danzare follemente sopra un mare d’aria.

CAPTAIN BEYOND DISCOGRAPHY
1. Captain Beyond (Capricorn Records, 1972)
2. Sufficiently Breathless (Capricorn Records, 1973)
3. Dawn Explosion (Warner Bros, 1977)
5. Night Train Calling AKA Cristal Clear (Promo EP, 2000)
5. Far Beyond a Distant Sun - Live in Arlington, Texas (2002)
6. Thousand Days of Yesterdays (Record Heaven, Tributo 1999)



Rob Fleming
Domenica 7 Febbraio 2016, 12.11.46
7
Ho i primi due e sono molto belli
The Nightcomer
Martedì 29 Dicembre 2015, 12.48.05
6
È bello trovare un articolo come questo, che tratta una band conosciuta ed apprezzata da pochi (il numero di commenti purtroppo sembra indicarlo con chiarezza), ma di grandissimo valore, a mio parere soprattutto per il debutto. Ammetto di essere di parte, ma per il sottoscritto il primo album di questo gruppo è uno dei più amati del periodo seventies, al punto da non sfigurare affatto se avvicinato a molti mostri sacri universalmente noti ed apprezzati. Peccato che la magia del debutto imho non si sia più ripetuta in seguito; chissà cosa sarebbe accaduto se il gruppo avesse potuto esprimersi su quei livelli in modo più continuo e su più albums Con i se e con i ma non si fa nulla, né sono consapevole, ma immaginare non costa.
brainfucker
Martedì 28 Aprile 2015, 19.43.30
5
grandissime band loro e i dust citati più in basso, che cazzo di band che erano!
Zess
Martedì 28 Aprile 2015, 16.03.03
4
Grandiosi, il primo disco è un capolavoro.
Ulvez
Martedì 28 Aprile 2015, 11.55.53
3
sto ascoltando adesso il primo album, spettacolare. mi ricorda Hard Attack dei Dust, solo un po più prog e psichedelico
Lizard
Lunedì 27 Aprile 2015, 22.36.42
2
Grazie a te per aver letto tutto e per il commento ma ancora di più, grazie per ascoltare la loro musica!
windowpane
Lunedì 27 Aprile 2015, 22.16.46
1
Bellissimo articolo, non li conoscevo proprio. Grazie
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