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CRYPTIC WRITINGS - # 43 - Animale Senza Respiro - Osanna
19/07/2015 (1859 letture)
Dopo averne trattato recentemente con la recensione di Palepoli, approfondiamo adesso il discorso sugli Osanna addentrandoci nell'analisi del testo di Animale Senza Respiro, uno dei loro brani più famosi in assoluto. Anche in questo caso, così come ricordato nella recensione prima richiamata, per decodificare il testo in questione questo va posto all'interno della realtà che lo partorì e, essendo Palepoli un concept, anche in relazione agli altri pezzi che lo precedono sul vinile, operazione per la quale vi rimando alla recensione prima linkata. Il calarsi completamente nella realtà italiana del 1973, nelle sue tensioni e nel suo quotidiano completamente permeato dall'idea che tutto, dal più piccolo gesto quotidiano alla più importante presa di posizione, fosse un fatto politico, è condizione essenziale per capire come, cosa si scriveva e perchè.

PALEPOLI. RITORNO AL FUTURO
Palepoli, opera più importante degli Osanna, è un disco sicuramente complesso sia dal punto di vista musicale che testuale, senza contare il suo aspetto teatrale. Il prendere la Neapoli del tempo, esempio di urbanizzazione violenta tesa a produrre una metropoli che escludeva quasi completamente certi valori sui quali si era fondata per secoli -ma anche in questo c'è una parte mitizzata- producendo solo un enorme ghetto culturale e, per la grande maggioranza, anche economico e culturale, opponendogli la ricerca (e non il ritorno, in una apparente contraddizione) di una Palepoli-città antica contenitrice di quei valori in cui essere uomini di senso compiuto, era un'idea artisticamente vincente. Quelle radici partenopee, usate come madri generatrici di una ideale città a misura d'uomo, erano solo una parte del progetto degli Osanna i quali, sviluppando il concept di Palepoli, non potevano ignorare quanto effettivamente accadeva nelle strade all'ombra del Vesuvio. La Napoli del tempo, in itinere verso una dimensione sempre più lontana dall'uomo e dalla capacità di garantirgli dignità lavorativa e sempre più volta alla magnificazione di ritualità esteriori e fallaci, era paradigma di qualunque grosso centro urbano e, di riflesso, dell'intera società che quei ragazzi del 73 tentavano di combattere in nome di idealità ben più alte. Spesso ingenue, sicuramente, ma piene di una speranza destinata purtroppo ad essere quasi subito disattesa. Animale Senza Respiro era il brano conclusivo dell'album, una suite che occupava l'intera facciata "B" del disco, nella quale veniva usata la metafora dell'animale/città tentacolare/società del tempo il quale, durante una lunga, violenta agonia, veniva attaccato dalle dichiarazioni rabbiose di chi non si era mai piegato all'andazzo delle cose. Un testo esasperato su una musica contraddittoria, ambedue peculiarità degli Osanna.

Da un Olimpo innalzerai
sacri altari per gli dei.
Giacerà nei tuoi templi,
muta, l'immortalità.
Brucerai aspri incensi
e in quel fumo annegherai.
Falsi miti invocherai.
Animale! Animale! Crollerai! Crollerai!

Animale senza più respiro,
massa informe di materia umana,
vaghi con la mente in un delirio che non ha più fine dentro te.
Paghi con la vita le rovine che hai segnato sull'umanità.


L'uomo moderno, urbanizzato, civile, eppure totalmente incosciente del fatto che è stato ingannato e costretto a credere di aver bisogno e di dover venerare dei lontani, di dover soddisfare falsi bisogni indotti a scopo di controllo economico e politico, viene messo davanti ad uno specchio morale. L'inizio dell'agonia dell'animale preso a metafora della società, serve anche per una catartico sfogo. Da un Olimpo che in realtà è solo un Ade e da templi mentali innalzati per venerare chi invece cerca solo di manipolare, l'animale metaforico citato nel titolo cercherà un'immortalità fatta di nulla. I fumi degli incensi simboleggiano necessità indotte dal sistema, ma non effettivamente basilari per un uomo -inteso in senso lato- destinato quindi ad soffocare in un fumo mefitico. Il seguire falsi miti, anche questi indotti da un altrettanto falso progresso in cui l'uomo lavora per comprare cose delle quali non ha quasi mai davvero bisogno (posto che abbia un lavoro), porta fino all'inevitabile crollo dell'intera impalcatura. Prima individuale e poi sociale. Per l'animale/società, il divenire "massa informe di materia umana" produce un'implosione che porta alla morte.

Non hai più tempo,
non hai più ore,
non hai più forza di credere in te.
In questo metro di vita che hai.
Cerchi l'aria di un respiro.
Non hai più tempo,
non hai più ore,
non sei più niente.

Nuvole di lana fredda coprono la tua agonia.
Un lamento al cielo involerai verso gli dei.
Nessun senso ha quel Dio che dice: sono Io! Sono Io!
Sentilo in quel soffio che respiri e non sai che è lui.


Quella vita che viene dedicata solo ad una corsa senza sosta verso acquisti ed accaparramenti di beni, prestando la propria opera per lavori spesso distruttivi della psiche e del fisico, porta via tutto. Il tempo per sé stessi ed i propri cari, l'autostima, tutto ci viene tolto senza che i più se ne rendano conto, ed il verso "In questo metro di vita che hai, Cerchi l'aria di un respiro" comunica il senso di soffocamento che le condizioni imposte dall'urbanizzazione in nome della produzione impone e che legano anche l'animale che ci controlla. Resta però un momento in cui si prende coscienza, un momento in cui si chiede perché e le illusioni di qualcosa di superiore a regolare tutto, cadono senza pietà. L'animale viene posto davanti a quel niente che chiama dio, qui inteso in senso ultrareligioso.

La purezza di una infanzia
violentata in noi
che tu pagherai...
Utopia di civiltà,
dal fango dietro te
Maschere di noi,
falsa verità,
volti nuovi e poi...la libertà.

Hai distrutto la mia età,
la mia forza è vuota. Animale!
Utopia di civiltà, pioggia di viltà, hai creato.
No! Non rivivranno mai maschere di noi, false verità.
Voglio ancora sogni di campane che suonano.


La voce narrante cerca in ogni modo di scuotere le coscienze fondendosi anche con passaggi corali. Per farlo, descrive la cruda realtà che circonda l'uomo della Neapoli, nella sua utopia e nelle maschere che ci hanno fatto indossare. Ma c'è anche la rabbia che esplode dalla coscienza prima e dalla ribellione poi, dal rifiuto del fango sociale e dalla ricerca cosciente di ciò che è vero. L'uomo ha ancora la forza interiore di resistere, di capire ciò che conta, ciò che esiste davvero in noi, fosse anche un sogno utilizzato per ritrovare la Palepoli di un tempo, in qualunque dimensione temporale si trovi, magari (auspicabilmente) nel nostro futuro immediato.

Poche ore di viltà
vivranno ancora in te.
Poche ore di viltà
vivranno ancora in te.
Brucerai.
Animale brucerai.
Le mani tenderai ma,
l'odio che tu hai,
non morirà, non morirà.

Brucia fiamma terrena,
brucia il suo corpo,
perché la sua morte,
dalla furia del vento,
viene travolta con sé.
Brucia fiamma terrena,
brucia il suo corpo,
perché la sua morte,
dalla furia del vento,
viene travolta con sé.


Il destino di una certa civiltà sembra segnato. Odio, soldi, producono solo macerie, viltà, ma anche quando tutto collassa, quando quella specie di Nazgul che eravamo (siamo) come società o che ha soltanto il compito di controllarci, ci si rende conto che l'odio è in grado di resistere e sopravvivere alle vite di chi lo ha generato. Ed è quasi un rituale di purificazione quello di una fiamma che brucia per azzerare tutto, per ripartire dopo aver eliminato ogni ricordo precedente dell'esistenza di un animale ormai prossimo alla fine, col fiato inesorabilmente sempre più corto.

Animale senza più respiro,
con la morte già sul volto tuo.
Prega la tua ora nel silenzio per l'inferno che hai creato.
Il tuo dio non odia il tuo respiro.

Sguardi nel cielo: la follia divina,
che vola, che ride, che danza.
Qui sulla terra la gente meschina
per fare lo stesso s'ammazza.
Quante speranze di cuori dorati,
lambiscono un canto che s'alza.
Ma nello spazio di un'alba vicina,
quel canto è una festa di guerra.
Visi di roccia tra fiumi di pianto
dipingono gli occhi degli astri
e sulle bocche uno sputo d'amore
s'informa di un riso di morte.


E' la resa finale dei conti. La società creatrice della Neapoli è al capolinea, un animale morente, senza respiro e senza più speranza, nemmeno in un dio isterico. Con la morte dipinta in faccia, l'animale si nutre ancora di quel che il suo dio può ancora dargli. Un dio pazzo, che non si cura di ciò che la gente deve fare per sopravvivere e per questo resa istericamente furente, disposta a tutto per riprendere in mano il suo destino, anche a gesti fortissimi, come sembrava dovesse capitare da un momento all'altro in quel poetico, visionario, violento 1973.

UNA PALEPOLI MAI TROVATA E MAI DAVVERO CERCATA
In merito alle circostanze che portarono un'intera generazione o quasi a concepire un certo modo di fare musica ed un certo modo di esprimersi attraverso i testi, ci siamo espressi ormai un'infinità di volte. Per indagare in maniera più approfondita, pertanto, vi rimando nuovamente a quegli scritti. Circa Animale Senza Respiro, voglio attirare la vostra attenzione su due aspetti del testo, con il primo comune anche agli altri del disco. Innanzi tutto la poeticità con cui viene trattato un argomento molto forte, sostanzialmente di ambito proletario, come si sarebbe detto un tempo. Il modo di veicolare un concetto di ribellione, di antagonismo, viene trattato in maniera quasi aulica, con parole che, pur dannatamente forti, suonano benissimo, badando anche al loro suono -appunto- in relazione alla musica che le accompagna. Anche i passaggi più violenti sono sempre connotati da una solennità che, peraltro, ben si attaglia all'idea del recupero della Palepoli culturale che stava alla base della realizzazione dell'LP. Se pensiamo che nel 1973 l'Italia viveva un periodo nel quale aveva già conosciuto la realtà amara della presenza delle prime avvisaglie della lotta armata nella realtà di tutti i giorni, è ancora sorprendente come l'uso della lingua italiana conservi una musicalità ed una rotondità quasi cantautorale di questo livello, nettamente superiore ai testi in inglese. Se poi volessimo allargare il discorso, gli Osanna non erano certo il solo gruppo più o meno politicizzato a potersi vantare di farlo, ma questo porterebbe il discorso troppo lontano dal suo oggetto. Il secondo aspetto è che quella rivoluzione culturale che veniva paventata come unico modo per ritrovare nella nostra società una Palepoli dalla quale ripartire, non solo non è mai avvenuta, ma è stata completamente disattesa a partire da pochissimo tempo dopo l'uscita di questo lavoro. Gli anni dell'"edonismo reaganiano" e della "Milano da bere" avrebbero deriso quell'impegno senza pietà e di ciò che è avvenuto dagli anni 90 in poi, fino ai nostri giorni, abbiamo costantemente i risultati sotto gli occhi. Ingenui, illusi, eccessivi e con mille altri difetti, ma se la parte realmente impegnata e pacifista della nostra società degli anni 70 fosse riuscita a cogliere solo un decimo dei risultati che si prefiggeva di raggiungere, probabilmente oggi vivremmo giorni più giusti. Invece, come previsto da un passaggio della suite, quell'Animale Senza Respiro ci ha lasciato in eredità un odio che non morirà.



Lele 12 DiAnno
Giovedì 30 Luglio 2015, 3.28.19
17
Carissimo Marchese, i Vanadium escono su disco più tardi rispetto ai Trust, ma la differenza non sta certo esclusivamente in quel paio d'anni che separano i rispettivi esordi vinilitici. Se i Vanadium avessero cantato da subito in italiano, pubblicato su major dischi con produzione di livello internazionale, partecipato al festival di Reading, fossero stati poi coverizzati da un grosso gruppo inglese o americano, etc etc, allora un paragone ci potrebbe stare. Ma sono realtà diverse, basti dire che in Francia ci sono tre, quattro o forse più tribute band che si dedicano al repertorio classico dei Trust ...poi le dirò, ero a Parigi quandò uscì Répression dans l'Hexagon, e ricordo il battage pubblicitario incredibile (nel senso buono) e anche un po' la risposta del pubblico. I Vanadium??? I Magma naturalmente possono piacere o meno, visto anche che la proposta è assai particolare (probabilmente li si apprezza per acquired taste), ma io ne sottolineavo la forte personalità: se mettiamo sul piatto un disco di Vander e soci, alla terza battuta non abbiamo dubbi su chi stiamo ascoltando. Il fatto poi che abbiano addirittura inventato una "lingua" ... Le "influenze sulla vita politica giovanile" che vediamo attribuite a certi -non tutti- gruppi prog italiani degli anni '70 furono così profonde e durature che nel giro di un decennio scarso arrivò il riflusso, e tanti degl'irriducibili contestatori entrarono nel sistema: chi nei media, chi nel sindacato, chi all'università, chi in politica (da Servire il Popolo alla diccì, per dire), chi a fare il consulente perqualche ente pubblico, in qualità di amico dell'amico, e via discorrendo. Chiudo con una domanda: che pensa dei The Dogs del compianto Dominique Laboubée? Grazie.
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 29 Luglio 2015, 17.30.52
16
Guardi Monsieur Lele 12 DiAnno, I Magma sono stati un buon gruppo progressive ma non hanno avuto influenze sulla vita politica giovanile Francese. Anche perché la storia del pianeta Kobaia e lo strano linguaggio che usavano, li metteva sempre sul limite della poca credibilità. Un conto, è ispirare il facepainting alla tradizione delle maschere napoletane o della commedia come hanno fatto gli Osanna, un altro è inventarsi una storia semifantascientifica che lascia il tempo che trova. Personalmente non mi sono mai piaciuti. Non so se i Trust hanno anticipato gli Italiani nel rock duro (i Vanadium di che anno sono?), in Francia, comunque erano una band che non aveva lo stesso seguito del progressive Italiano. Mi permetta infine, Monsieur Raven, perché rispondere è cortesia: si vivo anche in Italia dal 2000 e mi piacciono le bistecche di angus (non quelle false e sono good, più che God). Con del buon rosso. Au revoir.
Raven
Mercoledì 29 Luglio 2015, 16.48.43
15
Restiamo IT, e non divaghiamo, grazie.
angus is God
Mercoledì 29 Luglio 2015, 16.08.46
14
il marchese è un falso marchese e sicuramente un francese del tacco
simo
Mercoledì 29 Luglio 2015, 15.59.56
13
Ma marchese scusi la curiosità lei vive in Italia ora?
Lele 12 DiAnno
Mercoledì 29 Luglio 2015, 9.53.53
12
Poi, mi scusi, non avrete avuto un movimento paragonabile al nostro prog anni '70, ma avete innegabili eccellenze: quanti dei progster italiani di quel decennio sono stati originali ed influenti quanto i Magma?
Lele 12 DiAnno
Mercoledì 29 Luglio 2015, 9.43.45
11
@Le Marquis: credo che band "onesta" per i Trust sia poco, visto che nel biennio 79-80 sfornarono due gioielli. E anche Marche Ou Crève, seppur non all'altezza dei predecessori, contiene diversi pezzi molto validi (La Grande Illusion, Misère, Les Templiers, la titletrack ... ). Noi in Italia all'epoca non avevavmo nulla di paragonabile, se parliamo di rock duro.
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 29 Luglio 2015, 9.26.23
10
Per carità, Monsieur Lele 12 DiAnno, i Trust sono una onesta band heavy o rock (si sono un po' "ingentiliti" con gli anni) e ci sono anche delle buone band di black, ma un fenomeno come il progressive Italiano degli anni '70 non lo abbiamo avuto. Gli Stormy Six? Gli ho ascoltati solo recentemente e certamente sono parecchio "cantautorali" (tra l'altro anche i nostri chansonnier sono alla fine dei "cantautori") e non sono al livello di Osanna o Area. Però era il fenomeno nel suo complesso, ad essere interessante e certamente, penso, molto stimolante per l'epoca. Ne da una idea, questo testo, profondo e ricco di contenuti, ma supportato da una musica eccellente. Au revoir.
Lele 12 DiAnno
Mercoledì 29 Luglio 2015, 2.35.37
9
Ancora @Le Marquis #5: in alcuni casi però la politica finì col prevalere sulla musica, si veda l'esempio dei citati Stormy Six: i quali anche negli album migliori (Un Biglietto del Tram, o L'apprendista) non erano poi questa gran cosa ... formibadili organizzatori e agitatori culturali sì (l'etichetta L'Orchestra, o la partecipazione a Rock in Opposition) ma come musica poca roba, se si considera il contesto eccezionale di quegli anni ...
Lele 12 DiAnno
Martedì 28 Luglio 2015, 16.25.01
8
@Le Marquis, però poi avete avuto i Trust, e non è poco ...
metallo
Martedì 28 Luglio 2015, 15.40.03
7
Beh mi stupisci Le Marquis de Fremont, mi sembri un po severo, Ginsburg e Leo Ferrè sono grandi artisti, credevo che i francesi fossero più sciovinisti con i propri connazionali, per gli Osanna, li sto finendo di approfondire, posso dire però che sono uno dei più bei gruppi prog che il sud abbia sfornato, e ovviamente un grazie a Rven per averci parlato di loro attraverso i significativi ed emblamatici testi esposti in questo interessante articolo.
Raven
Martedì 28 Luglio 2015, 14.58.34
6
Si, si, ne convengo certamente
Le Marquis de Fremont
Martedì 28 Luglio 2015, 14.47.23
5
Il est vrai, Monsieur Raven, qui conta la musica. Ma tutta questa musica era permeata, almeno per quanto ho letto, della politica che innondava le attività giovanili di quelli anni in Italia. Basti pensare a Napoli Centrale del grandissimo Senese, agli Area, ma anche agli Stormy Six. Ho letto molto in proposito. Noi in Francia, invece, avevamo al massimo quello che voi chiamate l'artiste radical chic, dove il massimo era Gainsbourg o Leo Ferrè. E la musica impegnata era starsene in un café di Montmartre o nel Quartier Latin con le immancabili Galuoises e les amours interdites. Meglio, molto meglio, i suoni degli Osanna, penso ne convenga. Au revoir.
Raven
Lunedì 27 Luglio 2015, 14.44.49
4
Grazie, personalmente considero corretta la citazione delle televisioni del biscione, responsabili dell'importazione e della diffusione di un modello di non-cultura narcotizzante a base di nanO e ballerine seminude. Non ho le ho citate espressamente perchè temo sempre che poi i commenti si focalizzino troppo sulla politica e meno sulla musica, che è la nostra "mission". In questi casi è probabilmente inevitabile e probabilmente addirittura necessario, visto il tema, ma ricordiamoci sempre che parliamo in primo luogo di musica
Le Marquis de Fremont
Lunedì 27 Luglio 2015, 12.05.53
3
Grandissima disamina e analisi di un testo veramente profondo. Ho più volte sottolineato come il progressive Italiano degli anni '70, avesse toccato più volte delle vette altissime, come questo testo aggiunto poi, ad una bellissima musica. E' riferito ad una città in uno dei posti più belli del mondo, scassata dalla politica e dagli interessi. E' vero ed è incredibile come poi tutto si sia appassito, se non nella spinta rivoluzionaria che certamente non aveva sbocchi, ma almeno per quello che riguarda l'aspetto culturale. Oltre all'edonismo reaganiano e alla Milano da bere, aggiungerei anche le televisioni Berlusconiane (che la RAI ha poi addirittura copiato...) che, per uno che viene dall'estero come me, rappresentano il punto più basso della sottocultura italiota, in contrasto acutissimo, esempio nel mio campo, con le eccellenze nel settore agro-alimentare e eno-gastronomico abbinate alla cultura. Un paese strano, l'Italia: arte a iosa, un passato da invidiare, eccellenze dappertutto, grande musica anche non classica, poi i peggiori politici del mondo con nani e ballerine, rifiuti e degrado, televisioni popolate da trasmissioni per idioti. Per carità, in Francia non siamo perfetti ma abbiamo più cura per l'arte e la cultura, valorizziamo (anche troppo) i nostri prodotti (più scarsi di quelli Italiani, basta pensare al vino...) e le televisioni in chiaro, sono un po' meno da rimbambiti. Certo, gli Osanna non potevano non prevederlo meglio. Complimenti ancora, Monsieur Raven et au revoir.
Raven
Lunedì 20 Luglio 2015, 20.55.53
2
Lo abbiamo in DB comunque è il seguente l'apice della loro carriera. Certo, se ami i polizieschi non c'è partita
LAMBRUSCORE
Lunedì 20 Luglio 2015, 20.32.15
1
Io da malato dei polizieschi italiani, oltre che amante del prog anni '70, non posso ignorare gli Osanna, visto che il loro secondo album del 1972 è la colonna sonora del film Milano Calibro 9... Grandissimi.
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