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AGALLOCH - Circolo Colony, Brescia (BS), 01/08/15
06/08/2015 (1950 letture)
FREDD’AGOSTO
Quanto è bello partire in compagnia e fare un viaggio lungo ma soddisfacente per poter vedere una delle band migliori che il panorama metal atmosferico ha mai potuto vantare? Moltissimo. Quanto è bello se ad ammazzare il caldo insopportabile dei giorni appena trascorsi, troviamo una meravigliosa giornata uggiosa, fredda e perfettamente in linea con la musica proposta dal quartetto americano? Ancora di più. Quindi, alla faccia di tutti coloro che si sono lamentati della giornata fuori stagione nel bel mezzo del weekend, siamo partiti alla volta di Brescia verso metà pomeriggio, trascorrendo qualche centinaio di chilometri sotto la pioggia, con il sorriso sul volto e la beltà di tanto grigio nel cuore. Arriviamo al Colony che sono circa le 19:00, mancano ancora quasi due ore all’apertura dei cancelli e ci sono poco più di quindici persone in attesa per entrare. Lì vicino si trova il pullman della band, dal quale scendono alcuni tecnici e Don Anderson, in direzione del palco per fare la propria parte nel soundcheck. Con perfetta puntualità, la gestione apre e permette a chi non ha preso il biglietto in prevendita di occuparsi della compilazione della richiesta di tesseramento, facendo accedere un numero contenuto di persone per volta. Sul locale nulla da dire: è isolato, è lontano dal centro nevralgico di paesini che possono infangare la reputazione di persone che cercano con tutta la loro passione di portare un determinato tipo di musica agli appassionati ed è accogliente. Molto meglio rispetto alla precedente locazione in quel di Travagliato, con tutte le sue polemiche ignoranti e sterili che hanno obbligato la gestione a spostarsi di zona. Gestione che è gentilissima, molto professionale e, si vede a prima vista, lavora con grande passione, apprezzando per primi gli artisti che passano dalla location. Non a caso, negli ultimi mesi, il Circolo Colony è diventato un vero e proprio punto nevralgico per il metal estremo in Italia, deliziando il palato di moltissimi ragazzi con nomi altisonanti. Ora tocca agli Agalloch, presto toccherà ai Cynic, ai Vektor ma da lì ci sono passati anche Gorguts, Onslaught, Toxik, Death Angel e moltissimi altri.

JOHN HAUGHM SOLO’S PROJECT
Una volta entrati nel locale e presa una birra, ci guadagniamo la prima fila e diamo un’occhiata al palco, praticamente a diretto contatto con il pubblico eccetto che per una transenna di legno; visibilità ottima, vicinanza con la band esaltante ed estensione del palco stesso davvero notevole. C’è da dire che, se uno fosse entrato senza sapere quale band avesse suonato di lì a poco e si fosse basato solo sulla strumentazione per elaborare alcune congetture, probabilmente ci si sarebbe aspettato un gruppo rock, forse qualcosa di pure un po’ più leggero. Orange, Fender e Marshall a spiccare sul palco, con una semi-acustica ed un paio di Les Paul a rappresentare gli strumenti a corde. Non fosse per le pedaliere, discretamente grandi quelle di Don Anderson e di Jason William Walton, imponente quella di John Haughm e per gli striscioni con il simbolo dell’ultimo album, sembrerebbe quasi di aver confuso la serata con un’altra. Il Serpens in Culmination tour prevedeva la presenza dei francesi C R O W N, costretti a dare forfait pochi giorni prima dell’inizio del tour e sostituiti in extremis dalla presentazione del progetto solista dello stesso Haughm (la cui pedaliera è stata ulteriormente rimpinzata di effetti e distorsioni per tale scopo, raggiungendo quasi la dimensione di un parcheggio per una motocicletta). Quando si avvicinano le 22, ora fissata per l’inizio dei concerti, un discreto numero di persone si è riunita alle nostre spalle, occupando buona parte dello spazio sino al mixer. Qualche inconveniente con il proiettore non funzionante (e che probabilmente ha un po’ inficiato sull’effetto voluto dall’artista come accompagnamento alla propria musica solista) allunga i tempi ma alle 22:15, John Haughm sale sul palco, accompagnato da un applauso degli astanti. Pienamente concentrato sul proprio lavoro, con indosso un bel cappello nero ed uno sguardo serio e fisso sulla pedaliera, l’artista americano inizia la sua mezz’ora di apertura ed il silenzio più totale cala sul pubblico: accordi effettati all’inverosimile da una serie di pedali sconfinata, suoni distorti in loop e note rarefatte ci accompagneranno in uno dei viaggi più complessi, pesanti e curiosi che ci sia mai capitato di ascoltare. La figura sfumata di rosso da un semplice faretto, si prodiga nella nebbia con la sua gravosa sperimentazione che ci martella le orecchie, con pochissime pause e mai interrotta da un singolo applauso o grido. The Last Place I Remember è composto da due pezzi, intitolati come coordinate di un luogo deserto, +37​.​717364 e -117​.​247955 ma sembra un loop infinito, un viaggio in un sound assillante, sinistro, claustrofobico. Come già detto, nessuno fiata, chi osserva in silenzio perché ammirato da quelle sonorità martellanti, chi curioso dell’utilizzo dell’incredibile effettistica a pedali, chi spiazzato da una tale sperimentazione e chi annoiato a morte. Nessuno apre bocca per parlare ed il concerto finisce con la stessa rapidità disarmante con cui è iniziato: i due pezzi improvvisati e registrati in studio in un "one take" ci sono stati sparati in faccia, tra pennate alternate furibonde ed accordi al limite dell’ossessivo, quindi il serissimo John Haughm alza una mano a ringraziarci ed esce dal palco, accompagnato dal primo scrosciante applauso della serata, sicuramente meno convinto di quelli che seguiranno, ma con quel fascino che solo la sperimentazione devastante è capace di ostentare.

AGALLOCH
Per buona parte della serata Don Anderson si è dedicato ai fan, rimanendo dall’ingresso del locale a scambiare quattro chiacchiere con chiunque gli si avvicinasse, probabilmente attendendo lui stesso l’inizio del progetto solista del suo compagno di band, per poi sparire dietro le tende che portano al backstage. Quando ciò accade, manca ormai poco all’inizio del concerto vero e proprio, quello che tutti stavano aspettando. Le luci si spengono del tutto, lasciando solo una penombra blu ed una grande nebbia che inonda tutto il palco, quindi le note acustiche di (Serpens Caput) prendono forma e lo stesso Jon Haughm torna sul palco per sistemare ed accendere i consueti incensi su dei ceppi di legno, facendo spargere l’aroma di "Aquilaria Agallocha" in tutto il locale e preparandoci all’inizio del concerto. L’attacco è ad una devastante doppietta estratta direttamente dall’ultimo album The Serpent & the Sphere, lavoro che gli Agalloch non erano ancora riusciti a presentare in terra italica. The Astral Dialogue e Vales Beyond Dimension vengono accolte da un boato del pubblico molto più intenso, Jon Haughm si dimostra più interattivo con il pubblico, anche se lo scettro di chitarrista in perenne movimento è sempre di Don Anderson, una vera e propria sagoma che danza con la sua Les Paul, immersa nella nebbia. Il muro sonoro costruito dalla band impatta con violenza, senza tuttavia penalizzare le sezioni un po’ più clean. Spettacolare il sound degli strumenti, in particolare della semiacustica del frontman, carica d’effetti e tanto curata da riproporci un suono che è spiccicato a quello delle registrazioni in studio. La caratteristica voce di Jon Haughm spazia in tutte le sue variazioni con facilità, dimostrando l’incredibile forma del frontman. I solismi sono sentiti, malinconici e suonati con tutta la passione che quelle sei corde possono esternare: non saranno tecnici o difficili, ma nessuno richiedeva altro al di fuori delle grandiose emozioni che la band di Portland è capace di dispensare con la propria musica. L’urlo che accoglie Limbs conferma come Ashes Against the Grain sia, molto probabilmente, il disco più apprezzato dell’intera discografia degli Agalloch da parte della fanbase. Si spazia quindi su Marrow of the Spirit con la bellissima Ghosts of the Midwinter Fires mentre le figure della band vengono costantemente immerse in una nebbia evocativa, tanto efficace per la resa dello show, quanto odiata da coloro che volevano portarsi a casa qualche bello scatto fotografico del concerto. Jason William Walton costruisce il suo muro sonoro con precisione, muovendosi a tratti verso il pubblico e soffermandosi più volte ad meno di un metro da noi, incitando la folla soprattutto durante i refrain. Complice la nostra posizione spostata proprio verso il bassista -e con l’Orange di Jon Haughm sparato in faccia- è stata la prestazione di Don Anderson ad essere un po’ penalizzata. Rimane comunque da segnalare l’ottimo lavoro dei fonici, dato che all’altezza del mixer il sound di tutti e quattro gli strumenti era perfettamente bilanciato. La setlist quindi è tornata ad incentrarsi su brani tratti dall’ultimo album, proposto quasi nella sua interezza a discapito dei primi album, quelli che rimangono comunque una spanna superiore a tutte le altre bellissime prestazioni in studio. Non si tarda comunque per sentire la bellissima The Melancholy Spirit, chiusura di Pale Folklore e, soprattutto, richiesto a gran voce, un estratto da The Mantle, Great Cold Death of the Earth. Che si tratti di un brano ormai con più di dieci anni alle spalle, o di un pezzo partorito da pochi mesi, l’attitudine degli Agalloch è sempre la stessa e ci regala prestazioni al limite della perfezione dal punto di vista strumentale. Solida e massiccia anche la prestazione di Aesop Dekker, che si prodiga tra blast-beat, rullate velocissime e partiture più delicate quando i brani lo richiedono. Dopo Into the Painted Grey, la band si congeda lasciando le due chitarre a gridare il loro bell’effetto Larsen in attesa dell’encore. Quale brano poteva essere più adatto della catchy Falling Snow? Acclamata dal pubblico, ci regala ancora dieci minuti di pura euforia, brividi lungo la schiena e grande passione da parte dei membri della band. Spettacolare Don Anderson, più oscuro e concentrato Jon Haughm che, tuttavia, non disdegna la vicinanza con il pubblico, andando a ricercarla più volte. La chiusura, che noi ci godiamo dal mixer dove la nebbia rende i musicisti solo delle sagome indistinte ed il suono è molto più bilanciato, è lasciata alla lunghissima Plateau of the Ages. Quindi la nebbia svanisce e con loro una band meravigliosa, capace di emozionare ad ogni pennata, ad ogni nota di basso, ad ogni rullata. Nessuno può dire il contrario: abbiamo assistito ad un concerto coi fiocchi.

SETLIST AGALLOCH
1. The Astral Dialogue
2. Vales Beyond Dimension
3. Limbs
4. Ghosts of the Midwinter Fires
5. Dark Matter Gods
6. The Melancholy Spirit
7. Celestial Effigy
8. Great Cold Death of the Earth
9. Into the Painted Grey

---- ENCORE ----

10. Falling Snow
11.Plateau of the Ages


CONCLUSIONI
La caccia all’autografo è sempre in atto ma, purtroppo per noi, questa volta abbiamo ancora tre ore di viaggio da sorbirci, oltre alla previsione di lavorare il pomeriggio seguente (evviva i turni domenicali). C’è giusto il tempo di fare una foto con Don Anderson, meravigliosamente disponibile con tutti sia prima del concerto, sia subito dopo, quindi siamo obbligati a ripartire quasi subito. Quando rincasiamo si è fatto ormai mattino, ma la bellezza de vedere una soffusa nebbiolina all’ingresso delle Langhe, il termometro che segna tredici gradi e l’aria fresca e delicata è un premio aggiuntivo ad una serata organizzata bene e riuscita in tutto e per tutto. Il freddo che ci inebria quando scendiamo dalla macchina ci conferma che, molto probabilmente, la storia degli Agalloch è tanto imprescindibile da riuscire a farsi rispettare anche da Madre Natura.



Armo
Venerdì 7 Agosto 2015, 15.12.54
1
C’ero anch’io e che dire?? Ho fatto un po’ fatica a seguirli e avrei apprezzato di più una scaletta meno “corposa”, con qualche altro pezzo di The Mantle ad esempio . Il silenzio durante l’esibizione solista di John Haughm mi ha impressionato. Non ero in prima fila ma più in zona mixer e tutto il Colony si è ammutolito per mezz’ora come ha scritto Monky che ringrazio per la descrizione dei numerosi dettagli che non ho potuto “apprezzare” vista la lontananza.
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