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FOSCH FEST - DAY 2, Bagnatica, (BG), 8 Agosto 2015
16/08/2015 (2589 letture)
Dopo l'ottima partenza di venerdì, giungiamo al secondo giorno del Fosch Fest reduci da una notte insonne fatta di canti e balli, chiacchiere fino all'alba e di urla: Vino!, che riecheggiano da una parte all'altra del campeggio (o dovrei forse dire accampamento gallo-romano?).
Giusto il tempo per un caffè e una brioches, una piccola passeggiata per Bagnatica in cerca di refrigerio dal solleone e finalmente i cancelli si riaprono: d’altronde, non bisogna attendere molto, dato che in questa giornata i gruppi inizieranno le proprie esibizioni fin dal primissimo pomeriggio.
Largo dunque alla musica!

VERATRUM
Ad inaugurare il secondo giorno sono i Veratrum, gruppo bergamasco che si diletta con un death molto atmosferico, mescolato di tanto in tanto con qualche tocco black. Il loro sound particolare incuriosisce alcuni ascoltatori e sotto palco inizia a formarsi una piccola folla, nonostante il termometro superi abbondantemente i trenta gradi. Fortunatamente, in breve vengono azionati degli idranti per rinfrescare i più coraggiosi.
Pur penalizzati molto dal caldo, i Veratrum certo non si risparmiano e nella mezz'ora a loro concessa pescano dalla loro ancora minuta discografia l'aggressiva Il Culto Della Pietra e Sangue, per concludere infine con la suggestiva, ma non meno violenta, Il Tempo del Cerchio.
Il tappeto ritmico tenuto da Sabnok è preciso e sostiene le sfuriate delle due chitarre, mentre a completare il quadro sono le variegate harsh vocals di Haiwas. Nelle loro tenute completamente nere, i Veratrum hanno saputo confezionare un'esibizione molto teatrale e atmosferica, quasi oscura e mistica.

METHEDRAS
Le temperature sotto il palco del Fosch sono ancora altissime quando i Methedras fanno il loro ingresso, il pubblico è ancora sparpagliato e rifugiato nelle zone d'ombra, ma quando la band lombarda inizia a suonare appare subito chiaro agli astanti che sarà difficile tenersi lontani.
Aiutati dall'acqua sparata dal già citato idrante (posizionato in maniera ineccepibile dall'organizzazione nei pressi del palco), può avere inizio il massacro collettivo guidato dal nuovo cantante Tito Listorti Maglia e dal trio di strumentisti composto da Andrea Bochi al basso, Daniele Gotti alla batteria e Daniele Colombo alle chitarre.
L'impatto del thrash/death ultra-tecnico dei Methedras è notevole, nonostante il poco volume riservato alla chitarra, e il groove della sezione ritmica non lascia tregua, mentre Tito termina il lavoro con una prova sopra le righe, tra aggressività nel growl e presenza scenica.
Pare quasi un peccato che la loro esibizione duri meno di quaranta minuti, soprattutto visto l'afflusso di spettatori e la qualità della proposta di una bellissima realtà italiana, ma sicuramente i Methedras hanno lasciato il segno anche su chi non aveva ancora potuto conoscerli.

FINSTERFORST
Scesi dal palco i Methedras, prendono le loro postazioni i Finsterforst, letteralmente “foresta oscura”: in effetti questa band arriva proprio dalla Foresta Nera e per rimarcare la loro origine i componenti hanno “sporcato” i loro vesti, visi e braccia con pittura che assomiglia al colore del terreno appena bagnato dalla pioggia, quasi fossero davvero appena usciti da una foresta.
Quasi a voler ribadire la provenienza teutonica della band, Des Waldes Macht inaugura la loro esibizione, che ci propone un pagan metal mescolato a melodie più spensierate (sebbene molto contenute), alle quali contribuisce il simpatico fisarmonicista Johannes Joseph, fino a raggiungere sonorità più aggressive e cupe, per le quali fondamentali si sono rivelate le due asce, che hanno macinato riff rapidi e quadrati.
I brani proposti sono abbastanza lunghi e articolati, ma non per questo meno piacevoli: si susseguono infatti Lauf Der Welt , Mach Dich Frei con il suo ritmo granitico e cadenzato, seguito poi da qualche tentativo di parlare in italiano del fisarmonicista e dalla più festaiola Fösterhochzeit, durante la quale dal pubblico si solleva in un coro di “viederallala, viederallala”. Chiude infine la performance dei tedeschi la cupa Zeit Für Hass.
Insomma la Foresta Nera non è mai stata così vicina: i Finsterforst sono riusciti a coinvolgere il pubblico, intrattenendolo con allegria. Una bella scoperta per chi prima non li aveva mai sentiti

HEIDEVOLK
Non si può dire che gli Heidevolk non siano di casa in un festival come il Fosch Fest.
Amatissimi in Italia, avevano già partecipato all'edizione del 2011, che avevano conquistato grazie alla loro ottima proposta musicale e ad una simpatia innata.
C'era, da parte di chi vi scrive, una certa preoccupazione riguardo il loro concerto, considerando il recente terremoto nella line-up, causato dall'abbandono del chitarrista Reamon Bomenbreker e del cantante Mark Splintervuyscht, per non parlare poi dell'ultimo nato Velua, leggermente sottotono rispetto alle uscite precedenti della band olandese.
Per fortuna i dubbi sono stati fugati da un'esibizione compatta e precisa, anche da parte dei due nuovi membri, che paiono già perfettamente integrati nell'insieme.
Mattatore di giornata -come sempre- il bassista Rowan, che dialoga con il pubblico, scherza (compreso il tipico ed impagabile momento in cui chiede scusa alla platea italiana, perché i loro antenati sono riusciti a sconfiggere i nostri durante l'espansione dell'impero romano), lo riprende e soprattutto riesce a coinvolgerlo, facendolo muovere e soprattutto cantare, cosa non sempre facile quando canti in olandese di fronte ad un pubblico italiano.
Fortunatamente, pezzi come Saksenland o la stupidissima (in senso buono) Vulgaris Magistralis si prestano perfettamente allo scopo e -intervallati ad estratti di Batavi e proprio di Velua- riescono a far interagire anche un pubblico alieno all'idioma natio della band.
La prova della band è -musicalmente parlando- tutt'altro che banale: ritmiche spesso serrate ed intrecci di chitarra vanno a supportare un grande lavoro dei due cantanti, che variando spesso timbro riescono a non far annoiare mai l'ascoltatore.
L'oretta scarsa a disposizione degli Heidevolk termina infatti molto in fretta, tra le proteste degli spettatori che vorrebbero almeno un bis, ma d'altronde il tempo è tiranno e siamo pur sempre ad un festival.

KAMPFAR
Dopo gli Heidevolk si cambia musica, letteralmente.
Direttamente da Fredrikstad calano su Bagnatica i Kampfar, pronti a scatenare il loro personalissimo "Helvete" sul Fosch Fest.
Il quartetto capitanato da Dolk prende rapidamente il controllo dello stage ed è sufficiente l'apertura affidata a Mylder (estratta dal nuovo Djevelmakt), per capire il tipo di concerto a cui stiamo per assistere.
Sotto l'unico vero scroscio di pioggia della tre giorni bergamasca, i norvegesi ci propongono la loro interpretazione (se vogliamo moderna) del black norvegese, in un rituale lungo poco più di un'ora, ma davvero molto intenso.
Il drumming di Ask è senza pietà, come lo sono i suoi screaming che certo compensano per cattiveria, mentre Dolk si prodiga in brevi -ma efficaci- parti pulite. Lo stesso singer norvegese è autore di una prova intensa e malvagia: teatrale e concentrato durante l'esecuzione, sfrontato e capace di incitare il pubblico nei momenti di pausa.
La chitarra del giovane Ole Hartvigsen smette raramente di martellare in tremolo picking, mentre un glaciale ma determinato Jon Bakker al basso erge un insormontabile muro di basse frequenze, abbandonato però durante lunghi passaggi -sempre ad alta velocità- dove sfrutta le corde più acute per ricreare delle melodie apocalittiche.
Il concerto ripercorre buona parte della discografia dei norvegesi, che ci propongono pezzi come Troll, Død Og Trolldom o la più moderna Ravenheart.
I minuti scorrono con un incedere veloce ma ipnotico e in men che non si dica i Kampfar hanno terminato il tempo a loro disposizione, non senza aver lasciato il segno su molti degli spettatori presenti.

ARKONA
È ormai sera quando gli Arkona salgono sul palco pronti per trasportarci nelle fredde atmosfere russe, anche Masha, l'infaticabile cantante del gruppo, è costretta a rinunciare alla tradizionale pelle di lupo da cui poche volte si separa, dato che la morsa del caldo non ha ancora allentato la presa, nonostante qualche goccia di pioggia abbia reso l'aria più respirabile.
Le luci blu e il principio di Yav creano un'ambientazione quasi mistica prima dell'entrata dei componenti del gruppo: non servono molte presentazioni per i musicisti moscoviti e il loro pagan metal coinvolge fin dall'inizio, grazie anche a Masha che -dimostrando una forma brillante- alterna laceranti screaming ad appassionate parti in pulito come nella successiva Ot Serdtsa K Nebu.
Ovviamente nella performance dei Nostri non possono mancare pezzi storici come Goi, Rode, Goi! o la suggestiva Slav'Sja, Rus! e brani tratti dall'ultimo disco pubblicato dalla band, Yav’, come l'oscura Serbia e l'aggressiva Chado Indigo, fino a giungere a Katitsja Kolo. Di lì a poco, rimane sul palco soltanto Vladimir, che si esibisce in un indiavolato assolo di cornamusa accompagnato dalla batteria di Andrej.
Il concerto sembra essere finito, fino a che il gruppo non risale sul palco per le ultime e immancabili canzoni, Stenka Na Stenku e Yarilo, in cui il pogo regna sovrano.
Ancora una volta gli Arkona hanno saputo mettere a punto un'ottima esibizione lasciando poco spazio ad inutili chiacchiere, anche se questa volta Masha spende qualche parola in più per presentare le canzoni o per incitare il pubblico. Insomma, un gruppo che non ci si stanca mai di rivedere.

CARCASS
Arriviamo dunque ai tanto attesi headliner della serata. Come da copione, l’esibizione si apre con l'intro, 1985, prima che l'aria diventi infuocata sulle note di Unfit For Human Consuption: i Carcass ormai non hanno bisogno di troppe presentazioni e la loro esibizione (durata un'ora molto ampia) non si perde certo tra chiacchiere inutili. I brani si susseguono inesorabilmente, senza tralasciare i pezzi che hanno fatto la storia del gruppo inglese, ributtandoci con forza tra la fine degli anni '80 e l’inizio anni '90, il periodo d'oro della band.
Servono dunque davvero poche parole a Jeff Walker: basta soltanto un inquadramento temporale e subito viene lasciato spazio alla musica, mentre a fare da sfondo al gruppo di Liverpool sono dei video proiettati sul fondale, mentre la folla è in totale delirio.
Bill Steer e Ben Ash continuano ad aggredirci con riff feroci e precisi, mentre la setlist procede pescando dall'amatissimo Heartwork, oltre all'omonima canzone, anche Buried Dreams e No Love Lost, mentre sotto palco il pubblico si scatena in un violento pogo; è tempo quindi anche per le immancabili Incarneted Solvent Abuse e Corporal Jigsore Quondary, ma non mancano all'appello nemmeno i brani tratti dall'ultimo disco, Surgical Steel, che ha segnato il ritorno in grande stile del gruppo, come la coinvolgente Captive Bolt Pistols.
Ovviamente i Carcass non si sono dimenticati di accennare l'inizio di Black Star, per poi procedere inesorabili con Keep On Rotting In A Free World in cui Jeff ci dimostra di aver imparato qualche parola in italiano (“mucca, muu” e “campagna, ding ding”), mentre ci si avvia verso la fine, anche se non è ancora mezzanotte e mezza, ma poco importa. È inutile rimarcare come i Carcass siano stati capaci di soddisfare il numeroso pubblico. Ancora dei dubbi su come Arkona e Carcass potessero stare sullo stesso palco? Allora Wake up and smell... the Carcass!


Tutte le foto, introduzione e report di Veratrum, Finsterforst, Arkona e Carcass a cura di Giada Boaretto "Arianrhod"
Report di Methedras, Heidevolk e Kampfar a cura di Gianluca Leone "Room 101"



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