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SINE QUA NON - # 10 - 'Io Sono Nato Libero' e 'Zarathustra'
18/08/2015 (2461 letture)
Sono di questi ultimi tempi due notizie non certo positive riguardanti Vittorio Nocenzi ed il Banco del Mutuo Soccorso e Giancarlo Golzi, presente nel nostro data base in quanto ex membro del Museo Rosenbach via J.E.T., anche questi presenti. Oltre a cogliere la palla al balzo per riparlare di due band importantissime nel quadro della musica italiana dei primi anni 70, i due album risultano basilari non solo musicalmente, ma soprattutto per comprendere quale era il contorno sociale in cui i due dischi uscirono e come un paio di particolari non adeguatamente considerati potessero, all'epoca dei fatti, decretare l'ostracismo verso un prodotto notevole, rivalutato adeguatamente solo ex post. Ovviamente, trattandosi di progressive italiano e del 1973, non sarebbe difficile citare moltissimi altri lavori altrettanto, se non più importanti, ma è proprio il diverso destino immediato dei due album a costituire il Sine Qua Non dell'articolo. Lo scritto è infatti incentrato più sul fatto che gli album uscirono in un momento topico e che senza quel contorno prima citato e qui assolutamente paradigmatico per capire cosa dovesse affrontare una band per essere "approvata" socialmente, niente sarebbe stato come fu e niente sarebbe oggi esattamente com'è. Ma è davvero tutto così lontano da noi? Forse no.

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO: IO SONO NATO LIBERO
Che in pieno 1973 un album contenente musica eccelsa ed il cui tema portante era la libertà, per di più trattata in maniera priva di quell'ampollosità tipica di un certo intellettualismo al tempo imperante, diventasse rapidamente un disco simbolo del movimento giovanile, riassumendone in maniera estremamente poetica le pulsioni e le aspirazioni, era fatto praticamente scontato. Giovandosi di arrangiamenti più maturi rispetto al passato, conseguenti all'entrata nella band di Rodolfo Maltese, il Banco del Mutuo Soccorso costruì letteralmente un'opera che era esattamente come l'intero progressive e l'intera società italiana aspirava ad essere, o forse, credeva di aspirare. Ricercata ed intellettuale, ma non repulsiva verso le frange più popolari, costruita -appunto- con criterio quasi scientifico, eppure immediata e fruibile senza particolari sovrastrutture mentali. Il concetto di libertà, semplicemente la base del quotidiano di ogni uomo che appena fosse in vita all'epoca dei fatti (è un'iperbole, sia chiaro, non è che il 100% della società italiana fosse effettivamente coinvolto nel cambiamento culturale in atto, ma la gran parte dei giovani si) veniva affrontato con una lucidità incredibile, sviscerando ogni aspetto dell'oppressione delle masse e della negazione della libertà, pur senza mai diventare petulanti e senza essere affetti dal virus della superiorità intrinseca dell'intellettuale che, molto spesso, ha reso questa figura indigesta ai più e poco produttiva nel concreto. Del resto, il Banco del Mutuo Soccorso ha sempre fatto principalmente musica (e che musica), mentre nel 1973 un certo cantautorato la cui proposta era basata sulla parola accompagnata da scarne note, era ancora un fenomeno largamente minoritario rispetto ai gruppi progressive, le cui architetture sofisticatissime inglobavano già -almeno qui in Italia- vari elementi Jazz e di altra natura. Musica e testi raggiungono qui un equilibrio poetico superiore, non solo quando è una libertà sognata ad essere trattata, come in Non Mi Rompete, o quella da trovare dentro un sistema produttivo alienante de La Città Sottile a venire alla ribalta, ma anche quando è la violenza di quella indisponibile ad essere cantata, come in Canto Nomade per un Prigioniero Politico, portando Io Sono Nato libero su un piano di valore internazionale che non poteva passare inosservata nemmeno in diretta. La voce di Di Giacomo ed i ricami di Nocenzi, unitamente al lavoro degli altri musicisti, produssero con questo album l'apice del progressive "alto" e contemporaneamente utilizzabile che si fosse visto fino ad allora e che, probabilmente, non vedremo più in questa veste così mirabile.

Tu chi sei, città non città
che vivi appesa in giù alle tue corde d'aria ferma.
Travi, tubi senza dimensioni,
freddi quarzi invecchiati.
I tuoi mille ascensori di carta velina
che vanno su e giù senza posa,
nessuno che scende, nessuno mai sale.


MUSEO ROSENBACH: ZARATHUSTRA
Per la serie "Come autodistruggersi con le proprie mani pur producendo un capolavoro", trasmettiamo adesso i Museo Rosenbach. A scanso di equivoci sarà meglio chiarire subito un concetto: Zarathustra era proprio un vero capolavoro, almeno a livello nazionale, ed il Museo Rosenbach una band degna di essere collocata al fianco dei più grandi gruppi progressive italiani, nonostante oggi la sua musica suoni più datata di quella del Banco e di altri. Perché allora il disco è stato non solo ignorato, ma apertamente boicottato all'epoca della sua uscita, salvo poi essere rivalutato dopo molti anni ed i ragazzi di Bordighera non hanno mai raggiunto la popolarità dei migliori? In parte perché produssero pochissimo per i motivi che vedremo, ma se ci atteniamo strettamente alla musica, Zarathustra era assolutamente eccellente, quindi questo non spiega tutto; e allora? Il vinile si poggiava sul lavoro di composizione del bassista Alberto Moreno e sui testi di ottimo livello composti di Mauro La Luce, già al lavoro con i Delirium, ed era costituito da una lunga suite divisa in cinque movimenti caratterizzati da momenti anche molto aggressivi, oltre tre canzoni più contenute nella durata, ma sempre molto prog. Zarathustra aveva tutte le carte in regola per sfondare, essendo caratterizzato sia da tracce varie e potenti, in parte dal sapore anni 60 ed in parte quasi hard rock e sinfoniche ed in ogni caso qualitativamente competitive con tutti, oltre che liriche adeguate al concept, cantate dalla voce intensa di "Lupo" Galifi, ma la band (o il suo entourage) commise degli errori tattici lapalissiani per il 1973. In un contesto in cui la controcultura, l'underground e tutto il corredo che abbiamo trattato più e più volte, ad esempio in articoli come questo, occupavano letteralmente ogni angolo della scena e non tolleravano che la cultura nazionale potesse proporre punti di vista differenti, giusto o sbagliato che fosse, la leggerezza di non controllare il lavoro svolto da Wanda Spinello con il compagno Cesare Montalbetti (alcuni citano la prima, altri il secondo come singoli autori della cover), la quale inserì nel collage arcimboldiano usato come artwork un'immagine di Mussolini e quella di usare un concetto nietzscheiano già nel titolo del vinile, fu imperdonabile. Va comunque detto che spessissimo era la casa discografica ad occuparsi di questi aspetti, evintando di coinvolgere i musicisti. In ogni caso, non importava affatto se Zarathustra fosse o meno un buon disco, se contenesse qualcosa di valido e addirittura se la band avesse usato una certa simbologia in maniera cosciente per assumenre effettivamente posizioni antitetiche al movimento giovanile e se il titolo volesse davvero veicolare quei concetti. Lo avevano fatto e ciò era quanto, ed il disco doveva essere totalmente sabotato. Così avvenne, tanto che persino la RAI, all'epoca l'unico mezzo utile per la diffusione di un prodotto musicale verso il mercato, ritenne opportuno non attirarsi guai e non diede il minimo risalto all'LP. Il Museo Rosenbach andò così incontro ad una eutanasia controllata, che non venne rallentata affatto dalle precisazioni dei musicisti che si dichiararono estranei alla preparazione della copertina, fino allo scioglimento durante i lavori per il secondo, inutile album, distrutti dall'opinione pubblica. Sine Qua Non musicale del prog italiano e della società del tempo, Zarathustra era e resta un album notevolissimo, anche al netto degli acciacchi della vecchiaia.

COSI PARLO' UN PRIGIONIERO POLITICO
Non nego affatto che la scelta di questi due dischi sia in parte un pretesto per rendere omaggio ad un musicista recentemente scomparso come quel Giancarlo Golzi che poi trovò maggior fortuna, anche economica, con i Matia Bazar e porgere un augurio a Vittorio Nocenzi, alle prese con grossi problemi di salute. Tuttavia, lo spunto è interessante in assoluto, perché ci permette di parlare ancora una volta di grande musica italiana che risulta assolutamente vincolante conoscere, ma soprattutto di trattare un aspetto che è ancora oggi parte integrante delle scelte più o meno consapevoli di alcuni. La sorte toccata al Museo Rosenbach è così lontana dai nostri tempi? Quanto ancora ci facciamo influenzare da fattori esterni che poco hanno a che fare con la musica, quando compriamo o non compriamo un CD? Nel 1973, molto semplicemente, o eri dentro la controcultura (o venivi percepito come tale) o eri fuori; da tutto. Intendiamoci, esisteva anche la scena opposta, pur risicatissima nei numeri, ed anche lì era lo stesso. Se vestivi male, ossia fuori dai canoni approvati dalla cultura che dovevi rappresentare e, per ipotesi, producevi un disco favoloso, ma con Mao in copertina, eri finito allo stesso modo, ma torniamo a noi. Quante opere importanti abbiamo perso negli anni perché magari gli autori non sono nemmeno riusciti ad arrivare in sala d'incisione (no, Pro Tools non era ancora uscito negli anni 70), non lo sapremo mai, ma la mia domanda è: siamo riusciti davvero a svincolarci dai pregiudizi, non solo politici? Quante volte non abbiamo comprato un album di una band per via di una foto sbagliata in copertina, giudicandola di volta in volta troppo poser, troppo AOR, troppo checca, troppo dura, troppo estrema, troppo leggera, troppo qualcosa, senza averne sentito una nota? E di contro, quante volte abbiamo comprato un disco perché attratti dalla foto giusta, salvo poi trovarci nel lettore un album inutile, rimpiangendo i nostri soldi mal spesi? Quante volte abbiamo prestato orecchio a dichiarazioni interessate da parte di addetti ai lavori o gruppi concorrenti, etichettando una band in un certo modo e sentendo l'obbligo di restare nei confini dei recinti di genere, pur di non sentirci isolati e/o derisi per le nostre scelte? Ecco, l'articolo che avete appena letto citava due dischi eccellenti e la situazione che nel 1973 ne decretò l'opposto destino, valida per il secondo certamente, mentre il primo si sarebbe imposto comunque, ma siamo davvero sicuri che quell'anno sia davvero finito e che quel modo di pensare non ci condizioni ancora? Io sul mio scaffale un paio di "vergogne musicali" le ho, ed altrettanti spazi vuoti di dischi che non mi sono sentito di poter comprare al momento dell'uscita per poi pentirmene, e voi?



Raven
Domenica 30 Agosto 2015, 11.19.58
9
Grazie
Vulgar Puppet
Domenica 30 Agosto 2015, 11.13.36
8
Due album meravigliosi, articolo molto bello. Grande Raven!
Osvaldo
Mercoledì 26 Agosto 2015, 20.18.02
7
I miei due album preferiti del prog italiano accoppiati in un unico articolo.... Giusto il tributo a Golzi, personaggio importantissimo della scena musicale italiana.... Un immenso in bocca al lupo a Vittorio Nocenzi, possa superare al meglio i vari problemi di salute ed un pensiero va inevitabilmente al big FDG, indimenticabile uomo ed interprete.
klostridiumtetani
Giovedì 20 Agosto 2015, 20.58.17
6
@Raven # 3, sacrosanto quello che hai detto, ma purtroppo vale anche oggi, non solo nel 1973!
Il Cinico
Giovedì 20 Agosto 2015, 13.48.28
5
Sarebbe bello capire di chi è la colpa di tutto ciò...all'epoca ero un poppante per cui non ho vissuto quel periodo, ma temo già di poter immaginare la risposta alla mia domanda. Discografici talmente ottusi musicalmente da vedere probabilmente come innovatori e gruppo scomodo perfino il Quartetto Cetra, discografici che nei Ricchi e Poveri trovavo la più alta espressività musicale. Discografici che ritenevano fatti mandare dalla mamma un pezzo sovversivo. Ma forse vale più di tutto questo copia incolla tratto dal cartellone della tragica esibizione degli Zeppelin il 5 luglio 71 al Vigorelli. Domani 5 luglio – Ore 21 Velodromo Vigorelli di Milano Superspettacolo 10° Cantagiro-Cantamondo con I LED ZEPPELIN che si esibiranno alle ore 24 circa e Lucio Dalla – Mauro Lusini – Mia Martini – Milva – Gianni Morandi – New Trolls – Ricchi e Poveri – Vianella e il Cantamondo Musiche, canzoni e folklore da tutto il mondo presentano Nuccio Costa, Daniele Piombi e Beryl Cunningham Cioè ma puoi mettere sti nomi ad aprire per gli Zeppelin?!? E c'era pure Daniele Piombi!!!!! Poveri noi....
Vitadathrasher
Giovedì 20 Agosto 2015, 12.22.20
4
Lo stereotipo nostro sarà sempre la "la musica italiana" che psicologicamente coinvolge noi, che preferiamo essere esterofili e gli altri che sono psicologicamente convinti che noi saremmo sempre "volare".
Raven
Mercoledì 19 Agosto 2015, 17.54.45
3
All'estero il discorso politico nel prog non aveva alcuna rilevanza ed i testi in italiano non erano compresi, quindi passava solo la musica. In Italia il Museo venne bollato come gruppo di destra e, vero o falso che fosse, questo significava la morte artistica di chiunque incidesse qualcosa o comunque facesse arte a qualsisi titolo nel 1973. Grazie per i complimenti.
metallo
Mercoledì 19 Agosto 2015, 17.47.44
2
Due gruppi dal valore artistico immenso, il Banco sarebbe emerso comunque la loro classe si sarebbe comunque contraddistinta, rimane il fatto dei Museo Rosembach, sia per quanto riguarda la tematica concettuale affrontata(un po a ostica pratincamente verso destra in un periodo infuocsto poiticamente) con delle parole bellissime al suo interno sia per le soluzioni musicali e gli arrangiamenti veramente sorprendenti, per non parlare di un brano superuomo a mio avviso eccitante e profondamente coinvolgente al contempo musicalmente parlando, volevo chiedere a @Raven se pensa in sostanza se giocarano allora un po a sfavore i preconcetti e i paraocchi di tipo plitico, oppure qualcosaltro?, perche' avevo letto che i Museo erano e sono molto stimati all'estero, persino i gruppi prog inglesi ne parlavano nelle loro interviste e sononmolto conosciuti e citati anche in scandinavia, anche Akefeldt degli Opeth ne ha parlato molto ma molto bene di questo gruppo, e che li ascolta spesso , dunque perche' un capolavoro come Zarathustra non ebbe il giusto riconoscimento e la giusta attenzione!?.Io non lo so , e comunque ha ragione Raven, quanti potenziali gruppi o brani o album non sono adfirittura mai andati in dala di incisione, tutte cose che fanno tiflettere molto anche ai giorni nostri.Complimenti a Raven per l'articolo di questa bella rubrica e per gli interrogativi riflesdivi che lascia come spunto e vsliditita' anche si nostri giorni.
therox68
Martedì 18 Agosto 2015, 22.53.36
1
Purtroppo in Italia soprattutto in quell'anni, ma anche un po' adesso, senza un'intellighenzia alle spalle in campo artistico non andavi da nessuna parte. Figuriamoci se ne hai una contro.
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