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SUMMER BREEZE - Day 0 & Day 1 - Dinkelsbühl, Germania, 12-13/08/2015
02/09/2015 (1758 letture)
INTRODUZIONE
Certo, non ancora ai livelli (scandalosi se consideriamo la difficoltà ad acquistare i biglietti negli ultimi anni!) del fratello maggiore Wacken, il Summer Breeze è ormai diventato un appuntamento fisso per molti appassionati di musica metal, grazie ad un offerta musicale sempre accattivante e, soprattutto, alla crescente attenzione dell’organizzazione a tutti gli aspetti logistici, che di anno in anno vengono migliorati e permettono un migliore comfort delle circa trentamila persone che per quattro giorni popolano il campo di volo di Dinkelsbühl. Dopo le migliorie dello scorso anno, la disposizione dei palchi T-Stage e Camel Stage (protagonisti della giornata di riscaldamento) non subiscono variazioni, mantenendo sempre il Camel come palco più piccolo ma con una sua dignità, tanto che ospiterà diversi nomi interessanti nel corso di tutto il festival.
Inoltre, anche quest’anno c’è la possibilità di accedere all’area campeggio con un giorno di anticipo -pagando un sovrapprezzo di dieci euro- che sembra riscuotere un grande successo: al nostro arrivo il mercoledì mattina il campeggio è infatti già stipato di auto, tende e gazebo, più le immancabili griglie a cui i metallari tedeschi non possono rinunciare in queste occasioni.
Come di consueto, il primo giorno del festival (detto Day 0) è sponsorizzato da Nuclear Blast ed include solo band del roster della label tedesca, che approfitta dell’occasione per dare un po’ di lustro ai nomi su cui sta investendo negli ultimi tempi (Devilment in particolare) che altrimenti otterrebbero difficilmente un buon posto in scaletta.

Day 0

AUTUMNAL
Agli spagnoli Autumnal, presentati dall’organizzazione come un must per tutti i fan del gothic, tocca esibirsi in pieno pomeriggio sotto il sole battente, lasciando così alla sola musica il compito di evocare atmosfere crepuscolari. Per fortuna, i pochi brani sciorinati dall’ensemble di Madrid riescono senza difficoltà nell’impresa: la voce calda di Javier de Pablo e la raffinata vena melodica (che a tratti riecheggia nomi più celebri per l’uso costante di viole e violini) della band riescono a catturare gli ascoltatori e a far dimenticare per qualche istante la canicola, ricordando un paesaggio novembrino.
La band dimostra di essere molto compatta e presente sul palco, lasciandosi coinvolgere dalle proprie esecuzioni, a de Pablo va dato merito in particolare per la sua performance molto sentita, a tratti sofferta; ma quando è necessario i Nostri non esitano a sciogliere le briglie e lasciarsi andare a passaggi più feroci, fatti di growl e doppia cassa, come in One Step and the Rest of Our Lives.
C’è tempo per tre soli brani, il cui minutaggio oscilla sempre intorno ai dieci minuti, e, com’è naturale, viene dedicato molto spazio al recente The End of the Third Day, ma il quintetto riesce a conquistare i presenti tra struggenti climax e delicate linee melodiche, mostrando come la malinconia non sia una prerogativa solamente nordeuropea.

Nomen omen

BATTLE BEAST
Per tutti gli amanti delle sonorità ottantiane, l’appuntamento con I finlandesi Battle Beast è irrinunciabile: pur non brillando per originalità, i sei riescono a riproporre tutta una serie di caratteristiche dell’heavy dell’epoca, vocals acutissime e tastiere sfrontate in primis, che spesso i più giovani (sottoscritto compreso) non hanno avuto il modo di vivere in prima persona. Se si aggiunge che la band è un classico esempio di formazione che rende molto di più in sede live che su disco, si spiega facilmente l’entusiasmo del pubblico quando la band attacca con Far Far Away. I presenti sono molto partecipi e si entusiasmano spesso agli acuti stridenti di Noora Loohimo, che appare in ottima forma e non conosce cali di prestazione per tutti i quarantacinque minuti di concerto, anzi dimostra di avere un controllo pressoché perfetto sulla propria voce, tanto da potersi permettere di cantare saltando senza conoscere alterazioni di emissione.
Doppiette come Let It Roar/Black Ninja e Enter the Metal World/Out of Control mandano in delirio le prime file, che saltano all’impazzata e non smettono di agitarsi per un minuto per tutta la durata dell’esibizione, seguendo l’esempio dato sul palco dai propri beniamini.
Pretendere qualcosa di diverso dai Battle Beast non avrebbe senso e in effetti, nella propria immagine (spudoratamente esagerata) la band è credibile e in grado di riportare indietro nel tempo i propri fans, offrendo loro uno spettacolo credibile ed una prova solida e priva di sbavature. Da non perdere!

Bestie da palco!

SONIC SYNDACATE
Dopo averne sentito spesso parlare -nel bene e nel male- è tempo di mettere alla prova gli svedesi Sonic Syndicate, a cui potrebbe essere imputato di non essere troppo fedeli alla proprie provenienza geografica. È innegabile infatti quanto il quartetto suoni americano, puntando su un metalcore fatto di groove e ritornelli anthemici piazzati ad hoc, mostrando come i brani siano più frutto di un lavoro a tavolino che di reale passione.
Robin Sjunesson e soci si presentano sul palco coadiuvati da scenografie che mostrano il nuovo logo della band, decisi a mettere a ferro e fuoco il T-Stage. Purtroppo l’effetto riesce a metà perché, se è vero che i quattro hanno le potenzialità, i massivi inserti di synth e gli arrangiamenti non si prestano granché alla resa dal vivo. Non è questione di disporre di una sola chitarra, tanto che i quattro di Falkenberg decidono di lasciare che Nathan James Biggs si concetri sul cantato pulito, con risultati abbastanza buoni, nemmeno del fatto che i giganteschi cori presenti su disco siano difficili da riproporre dal vivo, ma i Nostri danno l’impressione di essere abili mestieranti senza però disporre di quell’impatto che giustificherebbe la presenza degli ascoltatori anche in virtù di una proposta la cui qualità non è delle migliori. Come se non bastasse, ad inizio concerto si legge delusione su più di qualche volto che si allontana dal tendone, quando si nota l’assenza della bassista Karin Axelsson.
Va detto che i metalcorers ce la mettono tutta per portare a casa una promozione, tirando fuori anche cavalli di battaglia come Jack of Diamonds e Denied, ma, tanto alla fine quanto all’esordio, faticano a convincere.

Spompati

DEMONICAL
Cambio di palco e pure di genere, ma non di nazionalità: ci si sposta infatti velocemente verso il Camel Stage, dove tocca agli svedesi Demonical tenere alto l’orgoglio nazionale. I cinque propongono infatti un death metal nudo e crudo, intepretato come dio comanda, che non manca di tutti gli elementi tipici del genere: tupa-tupa in abbondanza, chitarre ribassate e growl sepolcrale di Sverker Widgren (vocalist anche nei Diabolical); se di primo acchito la formazione potrebbe essere assimilata a numerose altre connazionali, durante la performance va riconosciuto che i nostri ci sanno fare e, complici i suoni un po’ impastati, i cinque riescono ad erigere un colossale monolite alla violenza sonora. I musicisti curano bene la presenza sul palco e sviscerano fangose note bassobollenti, in un’ondata di grossolana melmosità e badilate old school raramente attenuate da qualche passaggio melodico.
La performance è incentrata soprattutto sul recente EP Black Flesh Redemption, ma non mancano le classiche World Serpent, The Arrival of Armageddon e Death Metal Darkness, garanzia di pogo da parte del pubblico, che sembra apprezzare i tre quarti d’ora di death svedese riversati dai Demonical.

Massicci

DEATH ANGEL
Tra i nomi di punta del thrash americano, anche se sfortunatamente non per quanto hanno raccolto a fronte di una discografia solida ed onesta, i californiani Death Angel sono una garanzia di mattanza in sede live, fatto puntualmente dimostrato dall’intensità del pogo che si forma sotto il palco durante le loro esibizioni. A loro viene riservato lo slot più in vista nella serata sponsorizzata da Nuclear Blast, segno che la label crede molto nelle potenzialità del quintetto in sede live, e a ragione.
Si comincia con l’arpeggio asfissiante di Left for Dead, per poi dare inizio alle danze senza indugi con le schitarrate del duo Cavestany/Aguilar. Le plettrate si susseguono senza interruzione, supportate dalla robusta batteria di Will Carrol -autore di una prova memorabile- e dal roboante basso di Damien Sisson. A completare il quadro un Mark Osegueda in gran forma, che porta le proprie venefiche vocals senza risparmiarsi, tanto quanto non si risparmia nei profusi ringraziamenti ai presenti, talvolta prolungando anche un po’ troppo le pause tra un brano e l’altro a causa della sua loquacità. L’esibizione procede in modo lineare, offrendo un’ora di puro thrash: la groovosa Buried Alivee la classica Evil Priest al fulmicotone mostrano come le due facce della band siano ben bilanciate all’interno della setlist prescelta per la serata, decidendo di enfatizzare soprattutto l’ultimo arrivato in casa Death Angel, The Dream Calls for Blood.

Inarrestabili

ISOLE
Tra i pochissimi act doom propriamente detti del festival, troviamo gli svedesi Isole, a cui tocca esibirsi sul Camel Stage a mezzanotte. Nonostante il palco sia più piccolino e meno dotato rispetto ai suoi fratelli, il quartetto non si scoraggia e lascia che sia la propria musica a parlare, riducendo le interazioni verbali col pubblico al minimo, ma dando vita ad una prova solida e coinvolgente. I suoni sono stati curati nel dettaglio e le ritmiche sono granitiche, merito anche delle accordature ribassate delle asce e della precisione del quartetto in fase di esecuzione.
Si comincia con The Calm Hunter, dall’ultima fatica della band, che sorprende con le sue stranianti linee vocali armonizzate alla perfezione dal duo Bryntse/Olsson. Il lavoro growl invece spetta al bassista Jimmy Mattsson, che con pochi interventi mirati infonde un’aura mortifera alle composizioni. I brani si snodano su lunghe sezioni strumentali, lasciando che i lunghi arpeggi portino le nebbie del nord anche in questa calda giornata e coinvolgendo il pubblico che si fa trasportare dalle ambientazioni solenni e spettrali. Non mancano i richiami ai precedenti dischi (By Blood da Bliss Of Solitude, The Lake da Born From Shadows), anche se i pezzi più performanti sembrano proprio quelli del recente The Calm Hunter, in particolare l’enigmatica Dead to Me.

Epici

DEVILMENT
Dopo aver assistito ad una risicata (tanto per spazio quanto per tempo a disposizione) esibizione della band lo scorso novembre, la voglia di mettere nuovamente alla prova Dani Filth e soci in un contesto più adatto non mancava, con la speranza che la performance della band beneficiasse dell’apparente ritrovato slancio vocale del proprio frontman. A differenza di molte altre band alla prima esibizione al Summer Breeze, la spinta della Nuclear Blast fa la differenza, riuscendo, nella notte dedicata alla label, a riservare al sestetto un posto sul T-Stage poco dopo l’ora delle streghe, a dispetto di qualche nome più navigato (Hour Of Penance, Isole, Finsterforst, per esempio) che dovrà accontentarsi del Camel Stage.
I brani proposti per l’occasione sono tutti pescati dall’unica voce nella discografia dei britannici, The Great and Secret Show, che unisce un mix di metal moderno che strizza l’occhio a sonorità easy (quasi industrial a tratti) alla vocalità sui generis di capitan Filth, ma in definitiva molto semplice come approccio, tanto in studio quanto nella riproposizione dal vivo. Per quest’occasione i suoni sono decisamente più definiti, puntando comunque molto sulla sezione ritmica e sul groove delle basse che risultano enfatizzate dalla buona la prova del drummer Aaron Boast, risultando interessante anche su pattern piuttosto minimali.
Come di consueto, i nostri esordiscono con la piaciona Even Your Blood Group Rejects Me, sfoderando refrain di facile presa che tutto sommato sembrano riuscire nell’impresa di mobilitare il pubblico fin dalle prime battute, tuttavia soffrendo della difficoltà di non poter riproporre le sovraincisioni vocali di Dani Filth (uno dei pochi elementi davvero particolari presenti su disco) dal vivo, che si limita a fare uso di quel registro poco incisivo che lo accompagna da tempo, cercando di compensare con i classici stridenti acuti che l’hanno reso famoso. Il frontman riesce comunque ad aizzare il pubblico chiedendo supporto a più riprese e, con un urletto alla botte ed un’incitazione al cerchio, riesce a mantenere viva l’attenzione dei presenti anche quando la setlist si fa meno scorrevole (Living With The Fungus, The Girl From Mystery Island).
In definitiva, uno show in cui la qualità della proposta viene compensata dal mestiere e la capacità di tenere il palco, pur scivolando in più di qualche occasione nel kitsch.

Grotteschi

Day 1

TROLLFEST
Quale miglior modo per smaltire una sbornia che non salire su un palco? Tocca alla simpatica masnada di sporcaccioni norvegesi il compito di inaugurare il Main Stage di quest’edizione del Summer Breeze, aprendo le danze sotto il sole battente di Dinkelsbuhl. Trollmannen e soci si presentano on stage con i costumi di Kaptein Kaos ed aprono con la titletrack di quest’ultimo, pronti a mettere a ferro e fuoco il palco con il proprio “trve norwegian balkan metal”. E, nonostante la calura, gli otto decisamente non si risparmiano. Tra chitarristi che corrono all’impazzata, Trollmannen impegnato a scandire il tempo con un mini kit di percussioni e danze goliardiche, i nostri propongono i propri brani, pescando soprattutto dall’ultima fatica. Nonostante non sempre i suoni siano dei migliori (a più riprese si sentono sparire le chitarre o il rullante), i Trollfest non si perdono d’animo e continuano snocciolando molti dei brani più famosi: si va da Brumlebassen alla celebre cover di Toxic, per poi far alzare ed abbassare il pubblico a tempo con Die Grosse Echsen. La presenza femminile della violinista Sareeta (date un’occhiata al suo curriculum!) aggiunge un tocco di folklore in più alle danze e aiuta la band con i cori, riuscendo ad integrarsi benissimo con gli altri strumentisti Manskow e Drekka Dag.
La band tiene per il finale i classici Solskinnsmedisin e Helvetes Hunden Garm, chiedendo ancora una volta il supporto di un pubblico sempre più divertito e partecipe tanto nell’intonare I wanna go to the Cabana party quanto nell’abbaiare insieme al mastino infernale Garm.

Circensi

MEGAHERZ
Tra i tanti nomi legati alla Neue Deutsche Harte presenti al Summer Breeze, figurano anche i Megaherz, tra le band di punta del genere nonostante lo split con Alexx Vesselsky e Noel Pix (che hanno contribuito notevolmente all’originaria grandezza) abbia giovato più ai dimissionari (ora negli Eisbrecher) che alla band originale.
Se è vero che testare questa formazione dal vivo corrisponde a metterla a confronto con i più famosi cugini di fama internazionale, va anche detto che il quintetto prova a prendere le distanze puntando su un immaginario fatto di face painting, vestiti eleganti e mescolando quel tanto di circus’ freak e militaresco che basta ad incutere timore e ad allontanare dai paragoni con gli spettacolari e grotteschi teatrini di casa Rammstein.
Sfortunatamente per i bavaresi, lo show inizia con un ritardo di quasi venti minuti a causa di problemi tecnici, costringendoli a tagliare la propria setlist e a puntare quasi totalmente sul recente Zombieland, dal carattere decisamente più elettronico, ma che tutto sommato riesce a svincolarsi senza troppi impacci dai paragoni con i nomi più blasonati. Sul palco la band ha una discreta presenza scenica: il cantante Lex utilizza una mazza da baseball come asta per il microfono, giocando molto sul gesticolare con l’arma e facendo sentire la propria presenza fisica, il batterista Bam Bam è autore di una prova compatta e molto marziale, scandendo ritmi quadrati e massicci senza limitarsi a fare il compitino.
Il tempo a disposizione dei cinque si esaurisce piuttosto in fretta, ma lascia i presenti soddisfatti: se è vero che sono soprattutto i tedeschi a sostenere questo tipo di realtà, va anche detto che i Nostri sono degli onesti mestieranti che, se sapessero distinguersi un po’ di più dai colleghi nel settore, potrebbero aspirare ad un pubblico internazionale. Zombieland potrebbe essere il primo passo in questa direzione, a loro la scelta.

Quadrati

THE SIRENS
Alla notizia di qualche tempo fa che tre cantanti seminali per il gothic avrebbero congiunto le forze per riproporre dal vivo alcuni dei classici delle band che le hanno rese famose l’opinione del pubblico metallaro si era divisa: chi semplicemente si felicitava di poter vedere dal vivo le tre frontwomen insieme per il piacere degli occhi, chi ha fiutato la necessità di questi tre nomi di batter cassa e tornare alla ribalta dopo aver perso quel posto in luce conquistato con capolavori come Velvet Darkness They Fear, Mandylion o Painting on Glass e spianando la strada ad filone del female-fronted; chi invece ha sperato di poter assistere per la prima volta ad una riproposizione di grandi classici da parte delle voci che hanno contribuito a renderli unici.
È quindi con un pizzico di curiosità che ci si avvicina al Main Stage per mettere alla prova le tre sirene e verificare quanto ci fosse il bisogno di un simile progetto. Se è vero che Anneke Van Giersbergen, Liv Kristine e Kari Rueslåtten puntano a vincere facile riproponendo brani il cui fascino è imperituro, va anche detto che le Nostre riescono ad allestire uno spettacolo in cui intervallano brani più leggeri tratti dalle proprie produzioni recenti come soliste (Treat Me Like a Lady, Vervain, Push) a grandi classici (Venus, Strange Machines, Death-Hymn), eseguiti talvolta da soliste, ma anche come duetti o in formazione a tre. Il risultato sono tre piacevoli quarti d’ora in cui è evidente come le tre cantanti si divertano e siano libere di lasciarsi andare a qualche virtuosismo in più, giocando anche sul proprio carisma. Personalmente continuo a trovare Liv Kristine molto rigida sul palco, mentre Kari Rueslåtten mostra un carattere più introverso, lasciando che sia Anneke Van Giersbergen a fare molto del lavoro di presenza scenica. L’olandese infatti è la vera mattatrice, danzereccia e naturale nelle movenze, riesce a catalizzare il pubblico a più riprese e a tenere viva l’attenzione dei presenti.

Piacevoli

NE OBLIVISCARIS
Tra i nomi sicuramente più in vista per questa edizione del Summer Breeze spiccano gli australiani Ne Obliviscaris, protagonisti di una folgorante ascesa dopo il debutto Portal of I, che li ha portati a firmare nientemeno che per Season of Mist. Dopo aver dimostrato di non essere una semplice meteora, ma di saper bissare e superare il successo dell’esordio con Citadel, è arrivato finalmente il momento di mettere alla prova i Nostri in sede live.
Si comincia senza indugi, con Devour Me, Colossus (part I): Blackholes e da subito il sestetto dimostra di saper riproporre perfettamente dal vivo quanto eseguito su disco: la batteria al fulmicotone di Daniel Presland non perde un colpo e inonda di blast-beat e doppia cassa il pubblico, le asce implacabili della coppia Baret/Klavins sciorinano un fiume di note (con Benjamin Baret che dimostra di essere in formissima anche nei frangenti solisti) ed il bassista Brendan Brown dimostra di non essere da meno, riuscendo a farsi notare per la perizia tecnica grazie a diversi passaggi eseguiti in tapping.
Anche il comparto vocale è decisamente in forma, tanto Xenoyr con il growl, quanto Tim Charles (vero e proprio frontman, dotato di un carisma naturale) nelle linee di voce pulita, che non presentano esitazioni nell’esecuzione. Dopo la maestosa opener è il turno della violenta Pyrrhic, trascinante fiume nei meandri di Citadel che scatena le prime file del T-Stage; il violino quasi stridente di Charles sviscera assoli di classe anche nei passaggi più concitati, emergendo in suoni quasi strozzati, assoli dalle sfumature gitane, addolcendosi il necessario nei passaggi finali.
Segue Painters of the Tempest (part II): Tryptich Lux,
Prima di salutare a malincuore il proprio affezionato pubblico, gli australiani sorprendono i presenti chiedendo l’attenzione di una coppia: David ha infatti contattato la band chiedendo di suonare And Plague Flowers the Kaleidoscope per fare la proposta di matrimonio a Katharina. Dopo qualche momento di silenzio in attesa Tim Charles esclama: ”Hope she said yes, or it would be embarassing!”, e dal pubblico arriva la conferma del fidanzamento ufficiale. Succede anche questo al Summer Breeze! I sei quindi ringraziano ancora ed eseguono l’unico brano in scaletta tratto da Portal of I, lasciando che l’introduzione movimenti i fan come ad un ballo. I colpi di archetto a più riprese si fanno così intensi da dare i brividi e l’appassionata esecuzione conquista definitivamente il pubblico europeo.
Pochi fronzoli e tantissima passione, questo è quanto emerge dall’esibizione dei Ne Obliviscaris, uno spettacolo di intensità memorabile, che dimostra la veridicità di un detto come ”Where words fail, music speaks”.

Magnifici

CORVUS CORAX
Tra i padri della musica medievale suonata ai giorni nostri, i Corvus Corax non necessitano certo di molte presentazioni: la loro proposta -tra le più intransigenti in quanto a rigore- ed il loro look parlano a sufficienza. Pur non essendo un act metal, l’ottetto riesce a non risultare fuori posto e dimostra di saper movimentare i presenti anche più di molte band tradizionali, grazie ai cavalli di battaglia Venus, Vina, Musica, In Taberna e Havfrue. La band appare in gran forma e Castus Rabensang è molto abile nelle vesti di mastro delle danze, inneggiando a gran voce i testi e chiedendo risposta dall’audience. Nonostante la ricerca di un’accuratezza storica nelle musiche, è evidente come i berlinesi non perdano lo spirito originario dei menestrelli e mettano molto cuore nella propria esibizione, puntando a coinvolgere il pubblico ed incitandolo continuamente ad intonare cori e cantare insieme alla band. Anche se la dimensione che più si addice alla band sarebbe intorno ad un grande falò di notte, per un momento i Corvus Corax riescono a far sentire fratelli tutti i presenti e decidono di omaggiare i propri fan con la cover di Twilight of the Thunder God degli Amon Amarth, riscuotendo un discreto successo.
Lo spettacolo si conclude con la danzereccia Chou Chou Sheng, incalzata in un crescendo dal ritmo delle percussioni, tra salti e balli.

Coinvolgenti!

DIE APOKALYPTISCHEN REITER
Tra le più interessanti formazioni di casa in questa edizione ci sono i cinque cavalieri dell’apocalisse, che se su disco finiscono da sempre per dividere la critica tra guizzi di genialità e trovate al limite del pacchiano, dal vivo hanno il merito di saper catalizzare molto bene il proprio pubblico, specie giocando in patria. Fuchs e soci si presentano sul palco al termine di un’intro fatta di urla su un megafono dal tono propagandistico, che sfuma in modo naturale in Freiheit, Gleichheit, Brüderlichkeit, singolo apripista del recente . I toni sono grevi, cupi, a tratti distopici, e ben si adattano all’abbigliamento militare del singer, ma è presto tempo di virare umori ed abbigliamento: abbandonato il giaccone da ufficiale, il barbuto vocalist sfoggia una camicia rossa e dei pantaloni alla moda levantina, mentre attacca la classica Revolution, dai toni più calorosi. Come un vero condottiero, durante la lunga sezione centrale Fuchs prende una bandiera da dietro le quinte ed inizia a sventolarla, raccogliendo l’entusiasmo del pubblico.
Una volta archiviato il capitolo del nuovo disco Tief.Tiefer, omaggiato con un paio di brani più lenti dell’opener (Wir, Ein Leichtes Mädchen), è tempo di continuare ad aizzare il pubblico, quale miglior modo se non rispolverare i numerosi ed immancabili classici? C’è ampio spazio per Riders on the Storm (da cui non possono mancare Der Adler e Seemann) e, naturalmente, Es Wird Schlimmer; avanza pure il tempo di andare a richiamare la prima fase della carriera dei nostri, ai tempi del sound estremo di All You Need Is Love (da cui è ripescato il trittico Rausch, Reitermania, Die Schönheit der Sklaverei); l’audience sembra gradire e non manca di cercare di raggiungere i propri beniamini facendo crowd-surfing.
Se da un lato la formazione si dimostra più composta e meno caciarona del solito -anche l’abbigliamento di Dr. Pest lo testimonia!-, va detto che i Nostri sanno tenere molto bene il palco e sembrano aver raggiunto una maturità tale da poter fare affidamento sul carisma del proprio coinvolgente frontman, che per la folkeggiante Friede Sei mit Dir rispolvera addirittura la chitarra. In definitiva, l’ora in compagnia dei Die Apokalyptischen Reiter è garanzia di grande eterogeneità e divertimento.

Collaudati

OST+FRONT
Potrei aprire e chiudere tale sezione dell’articolo con pochissime parole: gli Ost+Front sono i Rammstein quando facevano i Rammstein. Punto.
Non servono molti altri giri di parole per descrivere i teutonici Ost+Front che, sia nella presentazione, sia nell’interpretazione della materia musicale, seguono con ossessivo metodo le orme dei loro più famosi conterranei. Mi avevano parlato molto bene di questi berlinesi e non posso che confermare, per quanto concerne la sede live.
I nostri si muovono sul palco con tempistiche marziali, lasciando ai soli Herrmann (frontman) e (synth) la libertà di riempire il palco a piacimento, con anche scenette un po’ surreali. Anche questo espediente ricorda Lindemann e soci.
Se l’originalità non può in alcun modo essere annoverata tra le qualità del combo, è altresì vero che lo spettacolo che propongono (peraltro scandito dalle urla da migliaia di fan letteralmente impazziti) è piacevole e di notevole impatto, anche visivo. Tutti i brani alternano secche schitarrate ritmiche a fasi di greve e profondo parlato/cantato che ricordano in tutto e per tutto i successi dei Rammstein. Perfino i testi (o meglio le “parole chiave”) risuonano molto simili, così come la teatralità di abbigliamento e i colori del setting luci. Nessuna ombra nemmeno a riguardo del bilanciamento suoni: per quanto sia estremamente semplice settare in modo limpido il sestetto, stante la semplicità della proposta, va confermata un’ottima risposta del “minore” T Stage, sempre all’altezza degli interpreti che lo calcano. Sull’abilità esecutiva tratterrei il giudizio, non essendo un esperto della loro discografia, anche se a orecchio non ho notato sbavature condizionanti un mio giudizio positivo.

Spassosi!

OPETH
Gli svedesi capitanati da Mikael Åkerfeldt sono un esempio calzante di quanto un’esibizione curata nei dettagli -sia nei suoni che nell’esecuzione- non necessiti di altro per essere memorabile. Niente orpelli, salvo qualche irrinunciabile battuta tra un brano e l’altro (questa sera Åkerfeldt, visibilmente smagrito, insiste diverse volte sul fatto che a breve stiano per esibirsi i Kreator e chiede al pubblico se sia eccitato), ma tanta classe ed una prova ad dir poco impeccabile trasformano i settantacinque minuti di prog in compagnia del quintetto in uno show memorabile.
I cinque esordiscono con Eternal Rains Will Come (insieme a Cusp of Eternity gli unici estratti dal recente Pale Communion), riuscendo da subito a risultare convincenti: i suoni dal vivo riescono a rendere più corpose le partiture, i giochi alla batteria di Martin Axenrot si fanno ipnotici, mentre Joakim Svalberg tesse tappeti di synth retrò e cesella con suoni di pianoforte l’operato delle chitarre, riuscendo a rendere alla perfezione la delicata bellezza dell’intro di Eternal Rains Will Come.
Le armonie vocali (per cui Åkerfeldt trova supporto da parte di Åkesson e Svalberg) sono riproposte in modo impeccabile, i brani si sviluppano in modo naturale e senza forzature, riuscendo a mostrare come la nuova anima degli Opeth -piaccia o non piaccia- è comunque sempre frutto di un’intensa ricerca sonora. È quasi superfluo fare considerazioni sulla qualità dell’esecuzione, non solo impeccabile, ma anche molto curata dal punto di vista sonoro.
Lo show prosegue andando a richiamare molti grandi classici: l’angosciante The Drapery Falls dai tempi di Blackwater Park, la nostalgica To Rid the Disease direttamente da Damnation, la spettrale Heir Apparent con il suo ardente finale da Watershed, per poi rievocare le visioni tetre di Ghost Reveries
con la maestosa The Grand Conjuration. L’unico sbadiglio sopraggiunge con The Devil’s Orchard, forse non la scelta più azzeccata per andare a tributare l’album della svolta degli svedesi, ma il finale tutto in crescendo con Deliverance non lascia dubbi: gli Opeth sanno ancora benissimo come compiacere i propri fan, anche se parte di questi ancora fatica a digerire la direzione intrapresa con gli ultimi lavori.

Signorili

EISREGEN
Passati alla ribalta più per essere stati censurati più volte a causa delle liriche splatter, volgari e molto controverse che per reali meriti sul campo, i turingi Eisregen si apprestano a festeggiare oramai vent’anni di carriera: quale migliore occasione per celebrarlo se non la pubblicazione di una nuova fatica? Marschmusik, questo il titolo dell’undicesimo full-length, viene presentato in anteprima al Summer Breeze, regalando al pubblico ben quattro estratti (Marschmusik, Blutkreis, Gott der Panzer, Panzerschokolade) dal nuovo lavoro che sembra avvicinarsi a toni decisamente più militareschi. Nonostante ciò, il mix proposto dal quartetto resta grossomodo invariato e pesantemente ancorato alla Neue Deutsche Harte: un dark metal che ingloba qualche influenza gotica (riscontrabile soprattutto nell’uso degli archi e in una certa vena melodica), cantato rigorosamente in lingua madre e qualche sporadica sfuriata estrema mutuata da death o black metal. Se questo tipo di proposta trova un grande riscontro nella terra d’origine (l’opener Eisenkreutzkrieger fa esultare il pubblico bavarese), merito soprattutto del cantato in tedesco, va segnalato che qualitativamente risulta piuttosto ripetitivo e questo pesa parecchio nell’esibizione dei Nostri, che si protrae per circa un’ora. Le vocals di Blutkehle oscillano tra uno scream recitato ed un pulito dai toni solenni neanche sempre troppo intonato, le ritmiche quadrate -quadratissime!- si protraggono lente, pachidermiche, ma in fin dei conti prive di quel guizzo compositivo capace di far scattare la scintilla ed inchiodare l’ascoltatore davanti al palco. Le soluzioni armoniche tendono a ripetersi ed essere piuttosto spartane, fattore che conferisce durezza al sound della band, ma anche notevole prevedibilità all’ascolto.
La riproposizione di qualche classico (Scharlachrotes Kleid, N8Verzehr) riesce a far smuovere maggiormente l’audience, ma in definitiva il ritmo dell’esibizione è molto lento e omogeneo, caratteristica che rende difficoltoso evidenziare momenti salienti nei sessanta minuti su palco degli Eisregen. La band saluta i propri fan con Elektro-Hexe, che drizza le orecchie di più di qualche presente, grazie ad un giro che sembra mutuato direttamente da Song 2 dei Blur.

Pesanti

AGALLOCH
Le ore serali ed il T-Stage risultano ancora una volta il contesto migliore per i gruppi più intimi, in cui il connubio tra musica e luci soffuse conta di più dei giochi con fumogeni e fuochi. Tra essi troviamo gli statunitensi Agalloch, che in un’ora di tempo riescono a riproporre diversi grandi classici del proprio repertorio incantando letteralmente gli ascoltatori.
Senza ombra di dubbio John Haughm e soci sono un esempio di formazione che in sede live trova la propria dimensione migliore, quando i suoni sono liberi di espandersi andando a riempire tutto lo spazio a disposizione, i riverberi si dilatano all’infinito, la dimensione della musica si moltiplica a dismisura. I brani, compatti e molto curati dal punto di vista degli arrangiamenti, trovano un’esecuzione impeccabile che ne esalta ogni passaggio. Non c’è tempo per stare a pensare a quale etichetta fitti meglio i Nostri, perché le lunghe sezioni strumentali incantano; la vena melodica emerge di continuo, come materia grezza e pulsante, il groove aumenta giro dopo giro. La sezione ritmica, curata da un implacabile Aesop Dekker alle pelli e Jason William Walton alle basse, respira in modo libero, facendosi cadenzata ed affannosa durante i climax, alleggerendosi quando le linee di chitarra si fanno più ariose, riuscendo sempre a mantenere vivo un groove incredibile. L’impressione è che la musica sia dotata di una vita propria e si incanali attraverso i quattro strumentisti senza conoscere pause, limitando le parole al minimo, spesso senza nemmeno annunciare i brani, facendo ondeggiare i corpi al suo passaggio.
Si comincia con Limbs, pescata da Ashes Against the Grain, ma c’è tempo anche per toccare Pale Folklore (con l’incantevole Hallways of Enchanted Ebony) e naturalmente premere il piede sull’acceleratore quando si lambisce Marrow of the Spirit, qui omaggiato con l’incalzante Ghosts of the Midwinter Fires e la furente Into the Painted Grey, in cui i nostri mostrano gli artigli. Nei frangenti più serrati il mix si impasta, l’assenza di trigger nella batteria e le distorsioni calde delle chitarre si mescolano rendendo arduo distinguere gli strumenti nel fumoso marasma, ma senza compromettere la resa globale dei pezzi. Nonostante il minutaggio dei brani sia elevato, l’attenzione degli ascoltatori rimane costantemente alta, quasi come se gli americani avessere gettato un incantesimo sull’audience con i propri brani.
Il tempo a disposizione degli Agalloch è quasi allo scadere quando viene intonato il riff di apertura di Plateau of the Ages, regalando questa perla strumentale agli ascoltatori prima di accomiatarsi.
Certamente una formazione che merita di essere vista in sede live, possibilmente in un contesto che consenta al quartetto di esprimersi al meglio delle proprie potenzialità, senza che né il tempo né lo spazio a disposizione siano compressi.

Ipnotici

AMORPHIS
A vent’anni di distanza dalla pubblicazione di Tales from the Thousand Lakes, gli Amorphis decidono di fare un regalo ai propri fan, riproponendo per intero l’album che li ha consacrati e resi celebri. Tra le tappe del tour di celebrazione, non poteva certo mancare il Summer Breeze, per cui Tomi Joutsen e soci hanno voluto rispolverare le proprie radici estreme, regalando uno show unico ai propri fan. Il classico dei finlandesi viene quindi riproposto nella sua interezza, accompagnato da banner che raffigurano le grafiche di Black Winter Day. Non si tratta però di una mera esecuzione dei brani nella versione originale, ma di un vero e proprio revamping con la potenza dei suoni attuali, riuscendo a mostrare come il seminale lavoro partorito quattro lustri fa sia ancora del tutto attuale e capace di far impallidire formazioni più recenti, ma meno geniali dal punto di vista compositivo. Tales from the Thousand Lakes è semplice nelle scelte melodiche e negli arrangiamenti, ma cela tra le proprie pieghe tesori nascosti, che chi è disposto a cercare può scoprire e fare propri; melodie arabescate, tocchi di folklore, ferocia death ed echi sognanti si mescolano, liberate dai tasti di Santeri Kallio e dalle asce del duo Koivusaari/Holopainen, protagoniste dei fraseggi più intensi dello show. La batteria è diretta e compatta, ma sa lasciarsi andare a momenti di groove (First Doom). Il growl di Tomi Joutsen, che impugna un sofisticato microfono con due impugnature laterali (quasi come se tenesse una cloche e fosse sempre pronto a far decollare lo show), è belluino ed assolutamente soddisfacente, risultano quasi sorprendenti le rare occasioni in cui sono presenti le clean vocals a cui il frontman ci ha abituati recentemente. Tra la classica Black Winter Day, che raccoglie un grande entusiasmo da parte del pubblico, e la cover degli Abhorrence (Vulgar Necrolatry), che riesce a strappare qualche lacrimuccia agli amanti delle sonorità più estreme, lo show procede dividendo la folla tra fan di vecchia data, colti da emozioni che non si sarebbero aspettati, e fan più recenti, la cui sorpresa è malcelata: alcuni di loro infatti abbandoneranno la zona davanti al Pain Stage per la delusione.
Nel finale c’è tempo per qualche richiamo ad Elegy, qui omaggiato con la sognante Better Unborn, la folkeggiante Against Widows e il classico My Kantele. Lo show si chiude con la strumentale Folk of the North, regalando uno spettacolo che in pochi potranno dimenticare.

Nostalgici

DEATH TO ALL
Avvicinandomi al T Stage per assistere al concerto dei Death To All, cerco un segnale amichevole, sia per godermi al massimo il momento, sia per digerire la promiscuità con lo spettacolo degli Amorphis che mi sarebbe stato molto gradito, vista la promessa di eseguire per intero l’album che mi fece scoprire ed apprezzare la band (Tales from the Thousand Lakes). Cerco in primis di comprendere chi si siederà dietro alle pelli, dato che mi sono volutamente disinteressato alla formazione di questo tour estivo. Non nego di essermi immediatamente sentito appagato alla vista della doppia cassa logata di Gene Hoglan, musicista che identifico in pieno con il progetto che fu di Chuck Schuldiner.
Accanto al gigante del drumkit si presentano i “soliti” Steve Di Giorgio e Max Phelps, assieme alla seconda ascia Bobby Koelble, tale che figura nel retrocopertina di uno dei platter più importanti nella storia del metal novantiano: Symbolic.
Che dire del concerto: riguardo alla scaletta nulla da eccepire dato che i nostri si muovono lungo tutti i dischi del mitico combo; particolarmente “battuto” Leprosy con il merge iniziale tra la titletrack e Left to Die e la pazzesca chiusura con Pull The Plug. Tali brani, assieme a Living Montrosity, Symbolic, Spirit Crusher erigono un muro piuttosto granitico che rammenta a tutti che i Death non sono stati solo l’origine del technical death e, perché no, del prog death, ma -soprattutto- il big bang da cui nacque il filone principale del genere omonimo, che da 30 anni spopola negli open air e nelle discografie di ogni extreme metaller. È chiaro che non possono mancare episodi più articolati (Spirit Crusher, Crystal Mountain, Overactive Imagination) in modo da celebrare tanto la seconda parte di carriera di Schuldiner, quanto la sopraffina capacità esecutiva degli artisti impegnati in questo revival. In tal senso mi “aggancio” alla formazione on stage: Di Giorgio si immola inaspettatamente nel ruolo di anchorman, presentando la successione di brani e ricordando di tanto in tanto lo sfortunato mastermind deceduto nel 2001, mentre i colleghi si concentrano al 100% nell’esibizione individuale, senza trascinarsi in inutili egocentrismi. Se è vero che basta un cenno di Hoglan per incendiare i presenti (peraltro in numero piuttosto risicato), Koelble si mostra molto più anonimo, nonostante il suo impegno (e il risultato strumentale) siano assolutamente incontestabili. Discorso a parte per Phelps che non nasconde la voglia di emulare il suo idolo: Max è un clone di Schuldiner in tutto e per tutto, dall’abbigliamento alle movenze alla timbrica della voce, effettivamente molto simile a quella originale. Provo in più di un’occasione ad ascoltare la jam ad occhi chiusi ed il risultato è sorprendente: pare per sul serio di essere ancora davanti ai veri Death!
In tutto ciò l’ora a disposizione dei quattro passa con una rapidità impressionante e mi ritrovo alla fine del concerto in men che non si dica. Premesso che ritengo questa esibizione la migliore a cui ho assistito in questa edizione del Summer Breeze, vorrei chiudere con una riflessione, probabilmente non gradita ai più. In questi due anni di Death To All ho sentito di tutto a riguardo della band, delle sue intenzioni, dei suoi interpreti. Onestamente non sono interessato, né tantomeno attratto, a/da questioni “morali” e a/da processi alle intenzioni: analizzo e valuto quello che vedo e sento. In questo senso mi sono trovato di fronte ad uno spettacolo di prima categoria che non sminuisce, assolutamente, la memoria di colui che ideò e rese possibile tutto ciò!

Leggendari!

CARACH ANGREN
Quando la notte si fa più buia e gran parte del pubblico preferisce recarsi al sicuro nelle proprie tende, fanno la propria apparizione gli spettri belgi, i Carach Angren. Non più in tre, come su disco, ma con una formazione a quattro che libera Seregor dai doveri chitarristici (qui presi in mano da un turnista) per concentrarsi appieno sul cantato e, soprattutto, sulla recitazione e la presenza scenica. Bastano poche battute a dimostrare come la scelta di svicolare il frontman dalla sua sette corde sia vincente: Seregor è profondamente teatrale e capace di dare un’interpretazione molto vivida ai brani dei Carach Angren, con smorfie improvvise e pose orrorifiche. Così facendo si passa dalle tragiche movenze prima relegate ad un solo brano in tutta la scaletta (la classica recitata, per questa occasione viene selezionata Spectral Infantry Battalions) ad un intero set in cui la gestualità del frontman fa acquistare pathos ai brani.
Con un chitarrista libero di dedicarsi a tempo pieno al proprio strumento, i suoni ne guadagnano, anche se la presenza di una seconda chitarra -e soprattutto di un basso- potrebbero migliorare molto il suono della band, dando più impatto alle composizioni e formando un muro insieme alla pioggia di blast-beat di Namtar; non solo i passaggi più tragici, ma anche quelli più epici (When Crows Tick on Windows, Bitte Tötet Mich) ne beneficerebbero. Le orchestrazioni di Ardek creano una solida base su cui si inserisce il drammatico cantato e, grazie all’ausilio di basi, vengono riproposte appieno, risultando particolarmente agghiaccianti nei brani del recente This Is No Fairytale (la cui resa live sembra essere più convincente che in studio). Non mancano i richiami alla precedente fatica (Lingering in Imprint Haunting) ed ai primi due album, con le classiche The Carriage Wheel Murder e Bloodstains on the Captain’s Log.
Nonostante la resa sonora rimanga tuttora migliorabile, i tre quarti d’ora in compagnia dei belgi sono piacevoli e ricchi di momenti spettrali. Complice la tarda ora e la musica tetra del quartetto, più di qualcuno nel pubblico sembra essere percorso da brividi lungo la schiena.

Teatrali!

CONCLUSIONI
Al termine delle prime giornate di concerti la soddisfazione non manca: molti sono i nomi che si sono alternati sui palchi e in tanti hanno dimostrato di meritare il posto che si sono guadagnati. Vorrei soffermarmi a fare due considerazioni: forse non tutti hanno notato come i tedeschi abbiano l’abitudine di valorizzare le proprie realtà, non solo includendole nel bill dei propri eventi, ma andando fisicamente a sostenere le proprie band. Un esempio di questo atteggiamento che -si ricordi- non è sinonimo di sostegno incondizionato a priori, ma è la volontà di credere che investendo nelle proprie realtà si possa aiutarle a crescere ed a migliorarsi è particolarmente palese nel caso della banda del paese di Dinkelsbühl che, pur essendo di fatto un outsider, da anni apre il festival e ad ogni occasione viene sostenuta dai metallari teutonici, a dimostrazione che, pur essendo appassionati di un certo tipo di musica, è vivo in questi l’orgoglio delle proprie tradizioni. Un esempio significativo.


CREDITS: tutti i report a cura di Giovanni Perin “GioMasteR”,report di OST+FRONT e Death to All a cura di Massimiliano Giaresti “Giasse”.
Tutte le foto a cura di
Vincenzo Maria Cappelleri “Viç”, eccetto quelle di
OST+FRONT ed Amorphis, a cura di Cristina Mazzero.



klostridiumtetani
Venerdì 4 Settembre 2015, 22.59.46
3
Che magone!!!! Quest'anno ho dovuto saltarlo!!! Il più bel festival al mondo!
Radamanthis
Venerdì 4 Settembre 2015, 21.02.54
2
Death to all!!!!!!!!!!!
Lizard
Mercoledì 2 Settembre 2015, 22.28.24
1
Il ritorno di Giasse sempre un piacere leggervi ragazzi!!! E grazie a Cristina per le foto.
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La locandina del festival
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