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LINKIN PARK + SIMPLE PLAN - Ippodromo delle Capannelle, Roma (RM) , 06/09/2015
11/09/2015 (2302 letture)
LINKIN PARK(ING)
Febbraio 2015: l’annuncio che migliaia di fan romani attendono da anni (i commenti disperati sotto ai post del profilo Facebook del Rock in Roma erano ormai una costante) viene finalmente dato: i losangelini Linkin Park, per la prima volta nella loro carriera quasi ventennale, suoneranno il 6 settembre nella Capitale. Da parte mia, accolgo la notizia con un misto di gioia e preoccupazione: la gioia, oltre all’evento in sé, è dovuta anche al fatto di poter condividere l’emozione di questo concerto con la mia ragazza, circostanza rara ed oltremodo preziosa, stante la diversità dei nostri gusti musicali; la preoccupazione riguarda viceversa lo stato di forma della band, di cui adoro letteralmente i primi due lavori, ma apprezzo pochissimo alcune pubblicazioni più recenti, su tutti lo scialbo A Thousand Suns. Va detto che il fresco The Hunting Party è un lavoro sensibilmente migliore dei suoi predecessori post-Minutes to Midnight, ma non nascondo che la prospettiva di vedere brani splendidi di Hybrid Theory immolati in favore della super-hit Final Masquerade mi angoscia non poco. Ma, naturalmente, la gioia prevale sulla preoccupazione ed inizia il lento, inesorabile countdown verso settembre.
Il fausto giorno, infine, giunge e, come per ogni concerto romano, la preoccupazione principale non è la temperatura, il cibo o la pioggia, bensì la vera piaga biblica che affligge la Capitale: la mancanza di parcheggio. L’Ippodromo di Capannelle, come i suoi frequentatori sanno, costituisce una location eccezionale per la parte squisitamente musicale di un concerto, ma un Inferno per la parte logistica, stante la terribile esiguità di parcheggi e la scarsa ampiezza del tracciato della Via Appia. Partiamo svariate ore prima dell’inizio dei concerti, ma ciò nonostante la situazione è già compromessa, costringendoci ad una lunga ricerca, che quantomeno si conclude con un parcheggio strategicamente utile per il post-show, essendo rivolto direttamente verso la via di fuga costituita dal Raccordo. Prendiamo dunque possesso di uno spezzone di terra su cui posizionarci (la location è già molto popolata circa sei ore prima dello show dei Linkin Park!) e, fra una chiacchierata ed una bevuta, attendiamo pazientemente che la band di supporto faccia il suo ingresso sul palco.

SIMPLE PLAN
La band di supporto per la serata è costituita dai franco-canadesi Simple Plan, dediti come noto ad un pop/punk abbastanza innocuo, ancorché frizzante e gradevole. Mentirei se dicessi che questi ragazzi sono in cima alla lista dei miei artisti preferiti, pertanto non posso materialmente dare un vero e proprio giudizio, che sarebbe inevitabilmente frutto della mia avversione: i brani iniziali, ad esempio, al mio orecchio appaiono davvero troppo simili fra loro, motivo per cui apprezzo maggiormente pezzi meno convenzionali come Summer Paradise e Welcome to my Life, più coinvolgenti e piacevoli; può però tranquillamente darsi che io, non amando la band ed amando poco in generale il loro genere, non riesca a cogliere adeguatamente i loro punti di forza. Ciò nonostante, posso comunque riportare in questa sede che il pubblico sembra apprezzare la proposta dei musicisti, capitanati dal singer Pierre Bouvier, almeno fino ad un certo punto, quando iniziano i prevedibili cori a favore dei Linkin Park; benché non sia fan dei Simple Plan, trovo comunque assolutamente odiosa la pratica di inneggiare agli headliner di turno, considerandola una mancanza di rispetto nei confronti di chi sta facendo il proprio mestiere. E’ vero che tutti i presenti hanno contribuito, con il biglietto, a pagare un lauto stipendio alla band, ma ci sono sicuramente modi meno offensivi di esprimere il proprio (legittimo) disinteresse. I cori, comunque si placano fortunatamente presto e, dopo i saluti di rito dei Simple Plan, l’audience romana, che nel frattempo ha oltrepassato le 30.000 unità, si prepara per l’ingresso di Chester Bennington e compagni.

LINKIN PARK
Dopo una lunga attesa e quasi mezz’ora di ritardo rispetto all’orario stabilito, alle 22.10 circa le luci si spengono ed un boato assordante scuote l’Ippodromo delle Capannelle. Quale sarà il brano scelto dai Linkin Park per aprire le danze? Si affideranno ad una hit dell’ultimo The Hunting Party o partiranno subito in quarta con un classicone? La risposta arriva presto e, intelligentemente, la band inaugura lo show con Papercut, accolta con grandissimo entusiasmo dai presenti, che scandiscono passo dopo passo ogni sillaba dei due cantanti. Chester Bennington appare da subito in gran forma, fisica e vocale, dal momento che salta ovunque come un indemoniato e, soprattutto, regge alla grande sia le note clean che quelle in scream; l’urlo Beneath my Skin! di Papercut è infatti lacerante nella sua potenza ed il pubblico va in visibilio, con il sottoscritto che spacca regolarmente i timpani ai suoi vicini, prima che la gola inizi già a protestare per lo sforzo. La scena, come prevedibile, è monopolizzata dai due cantanti, con gli altri musicisti, a partire dal chitarrista Brad Delson, che restano un po’ in ombra, pur eseguendo diligentemente il loro compito. Senza un attimo di respiro, la band sciorina subito altre canzoni, intervallando in maniera appropriata brani più risalenti ad altri più recenti: abbiamo così l’energica Given Up, tratta dal discusso ma comunque valido Minutes to Midnight, l’evocativa Rebellion da The Hunting Party, ma anche One Step Closer e Points of Authority, provenienti dall’indimenticato Hybrid Theory e di nuovo A Line in the Sand, altro estratto dal nuovo album. Mentre Rebellion viene accolta tutto sommato con calore, A Line in the Sand sembra convincere meno gli spettatori, segno che probabilmente The Hunting Party non ha ancora fatto del tutto breccia fra i cuori dei sostenitori della band, benché si tratti con ogni probabilità del miglior lavoro da otto anni a questa parte. Il motivo, forse, va ascritto anche alla prestazione un po’ monocorde di Mike Shinoda, che costituirà forse l’unico punto debole della serata, specialmente se raffrontata all’energia di Bennington. Per ciò che riguarda i suoni, dalla nostra posizione (leggermente spostati sulla sinistra) essi appaiono buoni, ma successivamente sapremo che dalla parte opposta la situazione non sarà delle più rosee. Curiosamente, altre volte al Rock in Roma mi è capitato di ascoltare lamentele dagli spettatori situati sulla destra rispetto al palco: semplice coincidenza o reiterato errore? Ai posteri l’ardua sentenza. Forse per catturare di nuovo la piena attenzione delle migliaia di fan, i Linkin Park battono due colpi importanti quali From the Inside e Runaway, cantati nuovamente a squarciagola. Il pubblico, in sostanza, è equamente diviso fra chi predilige i pezzi più duri della discografia del gruppo e chi si scioglie per la Leave Out All The Rest di turno, ma concorda sulla grandezza dei classici, più o meno pesanti che essi siano. Molto apprezzata, ad esempio, è Castle of Glass, la cui melodia è accompagnata dai cori del pubblico, mentre la nuova Wastelands non pare gradita fino in fondo. Incostanza delle folle! Come dicevo poc’anzi, Leave Out All The Rest scioglie i cuori di molti ed i musicisti ne approfittano per costruire un medley con Shadow of the Day ed Iridescent, cui segue Robot Boy, intro per l’applauditissima New Divide. Curioso come un pezzo scritto per un blockbuster cinematografico quale Transformers abbia fatto tanti proseliti! Ma va detto che dal vivo funziona ed anche bene. E’ poi la volta della bellissima Breaking the Habit, uno dei pezzi più amati da me e dalla mia ragazza, che difatti cantiamo a squarciagola, col sottoscritto che stona che è una bellezza sul difficile ritornello. Bennington, invece, si mantiene in forma smagliante e viene da chiedersi da dove tiri fuori quella voce, considerando il suo fisico a dir poco esile. Passata la francamente inutile Darker than Blood, per la quale i Linkin Park hanno collaborato con Steve Aoki, i losangelini si mantengono comunque su sentieri più pop, suonando Burn It Down e Final Masquerade, hit stavolta molto apprezzata; su questo brano, oltretutto, l’audience espone decine e decine di palloncini, illuminati tramite telefonini ed accendini: un flash mob più che riuscito, tanto che i musicisti stessi sembrano visibilmente colpiti e commossi. Proprio quando l’empatia fra band e pubblico è giunta al massimo livello, unendo tutti in un abbraccio collettivo, Mike decide di interrompere il bel momento, proponendo due brani del suo side-project Fort Minor, inspiegabilmente accolti con grande calore dal pubblico; si tratta di due brani hip-hop abbastanza innocui, sinceramente privi di particolari pregi e, se tanti ragazzi li accolgono più che volentieri, il mio unico desiderio è che il nostro lasci spazio nuovamente a brani della band madre. Ok, probabilmente avrete intuito che il rapper non riscuote esattamente la mia simpatia, ma davvero le sue brevi proposte soliste non hanno gran senso! E’ dunque con mio enorme sollievo che, messe a tacere le manie di protagonismo di Shinoda, i Linkin Park attaccano con i brani che tutti aspettano: è finalmente giunto il momento di Numb e In the End, i due pezzi più noti del repertorio del gruppo, che non a caso deve faticare parecchio per farsi sentire al di sopra delle grida dei 30.000 “linkinparkers” di Roma. L’orgia nu metal viene momentaneamente conclusa da Faint, altro classico che non può mancare in un concerto che si rispetti e che mostra, a distanza di tanti anni, come si potessero unire in maniera efficace due generi apparentemente inconciliabili quali metal ed hip-hop. Al termine di questo applauditissimo estratto da Meteora, la band si ritira momentaneamente dal palco, al che iniziamo ad immaginare quali pezzi saranno scelti per il bis: la mia speranza, rivelatasi poi puntualmente vana, è che i nostri suonino almeno una fra With You e Somewhere I Belong, per le quali rinuncerei volentieri alle fin troppo inflazionate What I’ve Done e Bleed It Out; mi accontenterei anche di No More Sorrow, in realtà, ma verrò frustrato in tutti e tre i casi. Ciò nonostante, i losangelini riescono comunque a guadagnarsi l’amore e l’ammirazione dei propri fan anche per meriti extramusicali: al ritorno sul palco, infatti, Bennington ringrazia il pubblico e passa poi a commemorare Alessandro Di Santo, un membro molto attivo del fan club italiano del gruppo, tragicamente scomparso alcuni mesi fa in un incidente. Benché non tutti comprendano la dedica, la maggior parte dei presenti si unisce al cordoglio, con scroscianti applausi al frontman del gruppo. Le prime file, a questo punto, con cori udibili fino alla nostra posizione, “costringono” i Linkin Park ad un’aggiunta alla setlist, che risponde al nome di A Place for My Head: sapremo solo dopo il concerto che, a quanto pare, la canzone era proprio la preferita dello scomparso Alessandro Di Santo. Un bel gesto, non c’è che dire, sia da parte degli spettatori che da parte della band, che non si risparmia nell’esecuzione dell’ennesimo estratto da Hybrid Theory. Per quanto mi riguarda, si tratta di una sorpresa oltremodo gradita, dal momento che non amo particolarmente nessuno dei tre brani finali dello show, vale a dire Waiting for the End e, appunto, What I’ve Done e Bleed It Out, pur non potendo negare la loro efficacia live. Il bis mi lascia dunque un lieve amaro in bocca, ma costituisce comunque una conclusione onesta per uno show di quasi due ore, nel quale la band ha onestamente dato tutto quel che aveva. La soddisfazione, insomma, è notevolissima.

RUNAWAY
Terminato lo show, affrontiamo la ressa per procurarci da bere e, successivamente, lasciamo l’area deputata all’evento, osservando già i primi, terribili ingorghi di macchine per uscire dai vari parcheggi. La scelta dell’organizzazione di tener chiusi i cancelli del principale parcheggio interno del Rock in Roma fino a 50 minuti dalla fine dello show, se per certi versi impedisce il peggioramento del caos, dall’altro blocca moltissime persone per quasi un’ora all’interno dell’Ippodromo. Sapremo poi di altre disavventure capitate ai malcapitati automobilisti, fra cui un cancello aperto solo a metà per larghi tratti del post-concerto, ma in tutta onestà noi possiamo lamentarci di poco: attraversata con la dovuta attenzione l’Appia, il nostro parcheggio strategico ci consente di allontanarci senza il minimo problema. Basta organizzarsi, in sostanza? No, perché se è vero che l’organizzazione è fondamentale, è altrettanto vero che non si può neppure costringere la gente a trascorrere ore ed ore in automobile dopo un evento musicale che, comunque, stanca. Speriamo che il prossimo anno, dopo gli enormi disagi già registrati in occasione del concerto dei Muse si riesca a far qualcosa di meglio, da questo punto di vista.
Quanto allo show dei Linkin Park, cos’altro aggiungere? La bistrattata band ha dimostrato che, almeno dal vivo, la sua potenza è rimasta immutata rispetto agli esordi; perché, dunque, i nostri non riescono a replicare quella straordinaria potenza anche su disco, tenendo sempre presente che l’ultimo arrivato sembra comunque un passo verso la giusta direzione? Le possibili risposte sono tante e, forse, non è neppure questa la sede adeguata per un simile discorso. Ciò che conta è che, questa sera, i musicisti si sono decisamente guadagnati il loro salario (tranne Shin…no dai, si gioca) e che possiamo tornare a casa col sorriso sulle labbra.

SETLIST LINKIN PARK
1. Papercut
2. Given Up
3. Rebellion
4. Points of Authority
5. One Step Closer
6. A Line in the Sand
7. From the Inside
8. Runaway
9. Wastelands
10. Castle of Glass
11. Leave Out all the Rest/Shadow of the Day/Iridescent
12. Robot Boy
13. New Divide
14. Breaking the Habit
15. Darker than Blood (Steve Aoki cover)
16. Burn it Down
17. Final Masquerade
18. Remember the Name (Fort Minor cover)
19. Welcome (Fort Minor cover)
20. Numb
21. In the End
22. Faint


---Encore---
23. A Place for My Head
24. Waiting for the End
25. What I’ve Done
26. Bleed it Out



Saverio Proliberio
Domenica 15 Maggio 2016, 12.34.01
9
Che schifo
Andrrr
Mercoledì 16 Settembre 2015, 9.43.27
8
Bellissimo concerto quella sera...unica cosa che andavano a minarla sono: i simple plan,la continua musica monotona di sottofondo per 8 ore del rockpostpay,persone troppo accalcate che tra poco se mi montavano era più plausibile... per il resto grandi LP e nonostante i pezzi elettronici ho cantato dall'inizio alla fine!
HeroOfSand_14
Venerdì 11 Settembre 2015, 17.28.36
7
Pensandola come Barry in fatto di gusti riguardanti i Linkin Park, non posso che godere di questo bel report. Certo, Hybrid lo trovo ottimo e Meteora un po' meno, ma penso che andrei volentieri ad un loro concerto anche se mi cacciano in scaletta pezzi troppo, troppo catchy per i miei gusti (Es. What I've Done). Onore comunque a loro che hanno saputo fondere degnamente due generi così diversi, invece i Simple Plan non li sentivo nominare da anni, ma ricordo chiaramente la hit di una decina di anni fa, "Welcome to my Life", ascoltarla per radio era anche carina.
Giustino D\\\'Alessandro
Venerdì 11 Settembre 2015, 14.48.26
6
Non c'ero a questo concerto, ma sono piuttosto pratico del Rock in Roma e ho dalla mia l'esperienza di altri concerti lì che hanno avuto una quantità di pubblico simile (Radiohead) o anche maggiore (Metallica). È vero, la parte logistica dell'ippodromo è un inferno, lo posso dire anche io dopo le ore passate nel parcheggio nei post-concerti, però mi viene difficile pensare che la situazione possa migliorare più di tanto. L'Appia strutturalmente l'hai detto anche tu che ha limiti ben precisi, più di tanto non si può intervenire per migliorare la viabilità. Sinceramente non vedo possibilità di migliorie da parte dell'orgnanizzazione, il caos all'uscita dei parcheggi ci sarà sempre. Molti hanno detto però che questa volta hanno organizzato molto meglio i treni (pagati totalmente dall'organizzazione), tanto che addirittura su facebook non ci sono state proteste (!). Sinceramente credo che anche nei prossimi anni la situazione della viabilità non possa migliorare, non perché non ci sia la voglia ma perché non ci sono le condizioni. Comunque bel report, dettagliato come mi piace.
annie
Venerdì 11 Settembre 2015, 13.33.18
5
Bella la scaletta proposta da Linkin Park, hanno suonato diversi brani dei primi lavori ed è davvero una scelta azzeccata (come te amo i primi due dischi e non sopporto quasi totalmente i successivi). Al di là dei gusti personali, trovo anch'io vergognoso che il pubblico abbia acclamato a gran voce gli headliner durante l'esibizione dei Simple Plan...un po' di tatto in più non guasterebbe.
blackbird
Venerdì 11 Settembre 2015, 12.52.22
4
beh allora siamo d'accordo.
Barry
Venerdì 11 Settembre 2015, 12.42.18
3
Dipende in realtà, il rap preso singolarmente non mi fa impazzire, ma per l'appunto in alcuni casi nei quali è mescolato ad altri genere mi piace
blackbird
Venerdì 11 Settembre 2015, 12.19.52
2
Personalmente non capisco come tu riesca ad ascoltare i linkin park e allo stesso tempo non apprezzare il rap considerando che la mente della band è certamente proprio mike. A parte questa parentesi alla fine è sempre questione di gusti e perciò anche in parte irrilevante, al concerto posso dire di esserci stato ed è stata un' ottima prestazione da parte della band ed anche del pubblico. Essendo il mio primo concerto in assoluto posso dire di ritenermi più che soddisfatto. (in realtà il rap non piace nemmeno a me, nel caso dei linkin park faccio un' eccezione)
bob
Venerdì 11 Settembre 2015, 10.13.53
1
Classica band da top of the pop
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11/09/2015
Live Report
LINKIN PARK + SIMPLE PLAN
Ippodromo delle Capannelle, Roma (RM) , 06/09/2015
 
 
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