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FATAL PORTRAIT - # 12 - Led Zeppelin
09/10/2015 (1789 letture)
E’ un tranquillo giorno di settembre dell’anno 2007, più precisamente il 12: le scuole sono in via di riapertura, la frenetica vita cittadina torna a farla da padrona dopo l’estate e ricomincia il campionato di calcio, con tutti gli annessi e connessi del caso. Niente sembra poter turbare l’atmosfera di questa giornata. Sembra.
Di colpo, infatti, una delle notizie più clamorose degli ultimi anni, dal punto di vista musicale, squarcia la normalità di quella giornata come un fulmine: di lì a due mesi (successivamente divenuti tre), per commemorare la scomparsa di Ahmet Ertegun, fondatore della Atlantic Records, i Led Zeppelin sarebbero tornati a calcare un palcoscenico, a ben ventisette anni dalla tragica dipartita di John Bonham. Quasi immediatamente, il sito internet incaricato di vendere i biglietti per l’irripetibile show va in crash a causa dell’impressionante numero di richieste; un paio di anni dopo, il Guinness dei Primati avrebbe certificato l’evento come il singolo concerto musicale con la maggior richiesta di biglietti della storia: il totale assommò, sembra, alla cifra monstre di venti milioni. Basterebbe questo dato a far comprendere l’affetto ai limiti della venerazione che lega tuttora vecchi aficionados e nuove generazioni alla band inglese, nonché l’importanza imprescindibile dell’eredità lasciata da Jimmy Page e compagni. Dubitiamo di cadere in errore se definiamo i Led Zeppelin come uno dei gruppi più importanti della storia della musica, senza parlare dell’influenza diretta che essi ebbero, unitamente ai Deep Purple ed ai Black Sabbath, sullo sviluppo dell’heavy metal. I riff indimenticabili di Jimmy Page, i suoi vorticosi ed intensi assolo, le vocals lancinanti di Robert Plant, l’estro del compianto John Bonham e la versatilità di John Paul Jones ci hanno lasciato un patrimonio musicale immenso, inestimabile, che ha influenzato ed influenza tuttora il rock per come noi abbiamo imparato ad amarlo. Sì, i Led Zeppelin sono davvero così importanti, se qualcuno dovesse ancora, incredibilmente, ignorare il loro lascito artistico. Ci è dunque sembrato doveroso ripercorrere, attraverso la nostra rubrica, la carriera di questi quattro musicisti leggendari, ben consci del fatto che, con una discografia costellata di capolavori, il numero di quindici brani appaia quasi offensivo, se non estremamente riduttivo.
A tal proposito, scusa Babe I’m Gonna Leave You, lasciarti fuori è stato straziante almeno quasi quanto il tuo testo, forse non casuale.

1. Dazed and Confused
Come è noto, i bravi artisti copiano, i grandi rubano. L’abilità dei Led Zeppelin, in certi casi, è stata quella di rielaborare soluzioni e brani musicali che non erano farina del loro sacco, rimodellando tuttavia versioni passate poi alla storia. Il primo, mozzafiato esempio di questa loro abilità è rinvenibile già nel primo album della band ed è naturalmente la magistrale Dazed and Confused: scritta inizialmente dal musicista folk Jake Holmes come pezzo per voce e chitarra, venne notata da Jimmy Page durante uno show del 1967, quando il chitarrista era ancora in forza ai The Yardbirds. Da quel momento, una versione rimaneggiata del brano iniziò ad animare gli show dal vivo della band, con Page che aggiunse svariate parti di chitarra, compreso il celebre passaggio suonato con l’archetto di un violino, su suggerimento del violinista David McCallum Sr.. Benché la canzone non sia mai stata registrata ufficialmente dalla band, appare tuttavia nel Live Yardbirds del 1971, dove ricorda più da vicino la Dazed and Confused che conosciamo; tuttavia, eloquentemente, il titolo è I’m Confused e non sono indicati i crediti…una volta conclusa l’avventura con i Gallinacci, il chitarrista personalizzò ulteriormente la canzone, scrivendo un nuovo testo ed aumentando ulteriormente il minutaggio, dando vita al capolavoro che tutti apprezziamo, introdotto dal basso di John Paul Jones e magnificato dalle acrobazie vocali di Plant. La sezione centrale, nella quale Page fa sfoggio del suo archetto, divenne per anni una delle vette dei concerti dei Led Zeppelin, come dimostra la spaventosa versione, della durata di ben ventisei minuti, inclusa in The Song Remains the Same. Tuttora, quando il primo album del dirigibile risuona nei nostri stereo, Dazed and Confused è uno dei momenti che regalano la maggior dose di brividi.
Curiosamente, Jake Holmes si risolse solo nel 2010 (a distanza dunque di ben 41 anni) a far causa alla band per plagio, salvo poi accordarsi con i musicisti al di fuori delle aule di tribunale. Quali siano stati i termini dell’accordo, non è dato saperlo, ma ci piace l’idea di rendere un po’ di giustizia al cantautore, senza il quale, probabilmente, Jimmy Page non ci avrebbe dato uno dei suoi più noti pezzi di bravura.

2. Communication Breakdown
I brani di fine anni 60 che presentano alcune caratteristiche riconducibili al futuro heavy metal, pur non essendo ancora al 100% tali, rientrano oggi nella definizione piuttosto particolare di proto-metal. Ebbene, se c’è un brano dei Led Zeppelin che può davvero fregiarsi di tale qualifica, questo è senza dubbio Communication Breakdown, incluso al pari di Dazed and Confused nel primo LP del 1969: il riff iniziale in downstroke, che Page suona con una Telecaster, è un fulgido esempio di riff a metà fra hard rock e…qualcos’altro, qualcosa di impalpabile che solo successivamente, grazie ad un altro mostro sacro della chitarra e dei riff come Tony Iommi, avrebbe assunto il nome di heavy metal. Il riffing di Page, oltretutto, ispirerà enormemente anche il punk, come dichiarato, fra i tanti, da Johnny Ramone, che successivamente, a suo dire, svilupperà la sua tecnica in downstroke provando e riprovando proprio il riff di Communication Breakdown. Al pari di Dazed and Confused, la canzone si trasformò ben presto in un punto fermo degli show dal vivo della band, anche grazie al testo che mandò in visibilio i giovani fan e scandalizzò i loro genitori. A differenza del brano originariamente scritto da Holmes, infatti, Communication lascia assai poco spazio all’immaginazione. E, in fondo, ci piace moltissimo anche così.

3. Whole Lotta Love
Può un riff divenire immortale? Abbattere i confini del tempo e diventare un’icona di un genere? Ebbene, la risposta è positiva ed i Led Zeppelin trovarono la ricetta vincente nel secondo album, targato ancora 1969: il riff che apre l’album ed il primo brano è uno dei più famosi e riconoscibili della storia della musica ed appartiene a Whole Lotta Love, classico imprescindibile di ogni concerto del gruppo e non solo (anche Robert Plant, ad esempio, la include sovente nei suoi spettacoli solisti). Come nacque quel passaggio di poche note indimenticabili, che sfociano poi in un brano altrettanto superbo, dal primo all’ultimo urlo orgasmico del biondo cantante? La questione, a dire il vero, è dibattuta: a detta di John Paul Jones, l’embrione si sviluppò durante una sezione live di Dazed and Confused; secondo il diretto interessato, invece, il riff ebbe origine semplicemente in studio, durante la composizione del secondo album. Quale che sia la verità, la canzone assurse subito a classico della band e leggenda vuole che, in Vietnam, i soldati andassero in guerra proprio sulle note di Whole Lotta Love. Naturalmente, anche in questo caso i Led Zeppelin saccheggiarono a piene mani il repertorio blues degli anni precedenti: il testo spudorato di Whole Lotta Love attinge largamente da You Need Love, brano scritto dal celebre bluesman Willie Dixon, portato al successo da Muddy Waters nel 1962 e già riadattato nel 1966 dagli Small Faces. Nel 1985, con un discreto ritardo (ma comunque prima di Jake Holmes!), Dixon agirà in tribunale per il riconoscimento dei propri diritti, venendo risarcito con una somma mai divulgata. Come avrà a dire Robert Plant, molti artisti rivendicano i propri diritti soltanto quando il presunto plagio diventa davvero famoso…ma, in fondo, siamo tutti contenti che sia divenuto tale.

4. Heartbreaker
Un altro riff tutto sommato semplice, un altro riff di ispirazione blues, un altro pezzo da novanta. I primi album dei Led Zeppelin presentano con notevole frequenza questo trittico, ma Heartbreaker fa un ulteriore passo avanti, consegnandoci uno degli assolo di chitarra più famosi della band e non solo. Curiosamente, il vorticoso assolo centrale di Heartbreaker venne registrato a parte rispetto al resto del brano, dal momento che si tratta di un’idea avuta da Page successivamente alla stesura della canzone; anche il suono della chitarra, non a caso, è diverso! Hammer-on, pull-off e bending vari sprigionano, nel caso di specie, da una classica Gibson Les Paul, amplificata da un Marshall Stack. Una combinazione che, pare, anche grazie a Jimmy Page diventerà una delle icone stesse del rock. Dal vivo, come accadde per Dazed and Confused, il musicista si sbizzarriva, aggiungendo alla sua creatura porzioni di Bach, Simon and Garfunkel, nonché passaggi di brani folk tradizionali. Descrivere l’influenza successiva del pezzo di bravura di Page è pressoché impossibile: basti dire che, oltre agli attestati di devozione da parte di vari mostri sacri, quale ad esempio Steve Vai, leggenda vuole che un certo Eddie Van Halen abbia sviluppato la sua celebre tecnica in tapping cercando, appunto, di riprodurre l’assolo di Heartbreaker. Come si suol dire, It’s only rock ‘n’ roll, but we like it.

5. Moby Dick
Finora, un po’ ingiustamente, abbiamo parlato in abbondanza di Jimmy Page, in misura minore di Robert Plant e John Paul Jones ed abbiamo a malapena citato John Bonham. La macchina da guerra britannica, considerato da molti addetti ai lavori uno dei migliori batteristi della storia del rock, se non addirittura il migliore, costituisce senza ombra di dubbio una delle chiavi del successo dei Led Zeppelin, grazie al suo stile fatto di estro, aggressività, creatività e tecnica, fino a quel momento riscontrabile in pochi batteristi. Keith Moon, Ian Paice, Neil Peart sono altri nomi del periodo che potrebbero legittimamente aspirare al ruolo di miglior batterista rock della storia, ma Bonham, bontà sua, era dotato di una forza selvaggia, istintiva che ce lo rende se possibile ancor più caro. Il fulcro della sua abilità è, naturalmente, Moby Dick, la strumentale tratta da Led Zeppelin II ed ulteriore punto fermo delle scalette live della band. Introdotta dal consueto riff di ispirazione blues di Page, dopo circa un minuto il brano lascia interamente campo a Bonham, che fornisce un indimenticabile assaggio della sua bravura e foga; curiosamente, come è possibile ascoltare e come si nota anche nelle registrazioni degli shows dal vivo, l’attenzione del batterista era rivolta molto più a tom e tamburi che non ai piatti, considerati evidentemente oggetti di contorno. La storia ci tramanda inoltre che, essendo abituato a lanciare le bacchette al pubblico durante Moby Dick, Bonham continuasse imperterrito a suonare con le mani fino a sanguinare. Ovunque tu sia, Bonzo, ci manchi moltissimo.

6. Immigrant Song
Led Zeppelin III fu un punto di svolta nella carriera della band inglese: se i primi due lavori avevano tratto manifestamente ispirazione dal blues, il terzo album introdusse sonorità nuove, riconducibili al folk; come è noto, l’atmosfera del disco fu figlia del soggiorno bucolico dei musicisti in quel di Bron-Yr-Aur, sperduto villaggio del Galles, dove pure si erano ritirati per prendersi una pausa dalle fatiche del 1969. Proprio qui, evidentemente incapaci di riposarsi, Page e Plant iniziarono a rispolverare il folk britannico e statunitense, mostrando a fan e critici (molti dei quali, per la verità, stroncarono l’album giudicandolo fiacco) che non erano capaci solo di pestare duro. Ciò nonostante, uno dei brani più noti dell’album, che pure negli anni è stato ampiamente rivalutato, è proprio uno dei più pesanti e squisitamente rock: parliamo naturalmente di Immigrant Song, introdotta da un tipico riff staccato di Page e, naturalmente, dalle iconiche urla del cantante. Musicalmente pregevole come al solito, la canzone si distingue anche per un testo particolare, dedicato ai vichinghi, che ispirerà in maniera netta molti compositori negli anni successivi; power metal, epic metal e naturalmente viking metal attingeranno a piene mani dal testo di Immigrant Song, così epico, energico e quindi ideale per esser considerato come il Padrino di un certo filone musicale. L’importanza di questa canzone all’interno della discografia dei Led Zeppelin è ulteriormente confermata dal fatto che uno dei versi, Hammer of the Gods, ha dato il titolo alla più celebre biografia della storia della band, ad opera di Steven Davis. Per quanto riguarda la commistione fra rock, blues e folk, la band lo porterà tuttavia alla perfezione soltanto nel quarto album, ad oggi unanimemente considerato il loro punto più alto e, probabilmente, uno degli album più importanti della storia della musica. Ma, prima di addentrarci alla scoperta dei pezzi da novanta di Led Zeppelin IV (dove fare una cernita è stato oltremodo arduo), resta ancora da analizzare un capolavoro contenuto nel bistrattato Led Zeppelin III.

7. Since I’ve Been Loving You
Il pezzo blues più riuscito, suggestivo e celebrato dei Led Zeppelin fu inizialmente concepito per essere incluso in Led Zeppelin II; tuttavia, a posteriori, siamo molto felici che una simile gemma spicchi all’interno del terzo album anche per la sua radicale diversità rispetto a molti dei brani ivi contenuti. Since I’ve Been loving You si apre con una progressione di chitarra che farebbe sciogliere anche il cuore degli Estranei del Trono di Spade ed evolve poi in un lungo, soffocante blues dove la band è al suo massimo espressivo. Tutti e quattro i musicisti danno il loro meglio: Plant, nel suo declamare la storia di un uomo portato alla follia dall’amore per una donna, raggiunge vette inesplorate con la sua voce, Page tesse trame strumentali indimenticabili, Jones si cimenta con ottimi risultati all’Hammond e Bonham puntella il tutto con abilità. La canzone, a quanto pare, fu registrata in presa diretta con pochissimi ritocchi e, a detta del gruppo, fu in assoluto la più difficile da registrare, proprio a causa della sua progressione del tutto particolare. L’ispirazione per la composizione di Since I’ve Been Loving You venne forse da Never, intrigante composizione dei misconosciuti Moby Grape, ma dubito che qualcuno si offenda se definiamo il brano dei Led Zeppelin di un altro Universo. Curiosamente, la struttura di Since I’ve Been loving You sarà di notevole ispirazione per Blues Za Moju Bivsu Dragu, ottimo blues dei serbi Bijelo Dugme, il più celebre gruppo rock jugoslavo, nel quale militava Goran Bregovic, noto musicista e compositore.

8. Black Dog
Il più importante album dei Led Zeppelin, nonché una delle pietre miliari della musica, è curiosamente privo di un titolo ufficiale. Passato alla storia come Led Zeppelin IV, in accordo con la numerazione dei precedenti, è stato anche chiamato Four Symbols, Runes, Sticks, The Hermit, ZoSo. Quale che sia il nome che più vi aggrada, la verità è che, forse, sarebbe persino presuntuoso pretendere di dare un nome, finito, ad un album infinito. Il brano che inaugura il magnum opus di Page e soci nacque da un’intuizione di John Paul Jones, che voleva comporre un electric blues ricco di cambi di tempo. Ci è riuscito, secondo voi? Il risultato, intitolato Black Dog, è uno dei brani più noti del gruppo e beneficia di un ritmo incalzante, che faceva faville nei leggendari concerti dal vivo del dirigibile. In questi, peraltro, per introdurre il cantato a cappella di Plant nella parte iniziale, i musicisti solevano suonare l’intro di Out on the Tiles, come è possibile ascoltare, fra gli altri, nel live How the West Was Won. Quanto al testo, pare che la fervida penna dei Led Zeppelin abbia tratto ispirazione da un labrador nero che girovagava nei pressi dello studio di registrazione, non più giovanissimo ma ancora piuttosto vigoroso dal punto di vista sessuale.

9. Rock and Roll
“Semplice” progressione di blues in 12 misure ed ecco che i Led Zeppelin -peraltro, sembra, mediante una semplice jam atta a completare Four Sticks- sfornarono un altro pezzo da novanta della loro carriera: inizialmente intitolata It’s Been a Long Time, Rock and Roll è uno dei pochi pezzi della band a portare la firma di tutti e quattro i musicisti. Introdotta dalla batteria di John Bonham, presenta una linea vocale incalzante ed intrigante, fra le più riuscite della carriera di Plant, che culmina in ritornello discendente e noto, probabilmente, anche ai sassi. E’ significativo il fatto che, a quanto pare, la stesura dell’intera canzone portò via alla band all’incirca una mezzora. Nel tempo in cui un automobilista romano percorre mediamente un chilometro, immerso nel tentacolare traffico della Capitale, i Led Zeppelin composero un capolavoro. Dà da pensare…
Nel corso degli anni, peraltro, il cantante del gruppo inglese si troverà costretto a riadattare spesso la tonalità della propria voce, non riuscendo più a raggiungere certi picchi, come peraltro per molti altri brani del dirigibile. Ciò nonostante, il fascino della canzone resterà immutato in saecula saeculorum.

10. Stairway to Heaven
E’ destino, probabilmente, che il decimo brano della nostra analisi sia proprio Stairway to Heaven: si tratta infatti del brano più noto dei Led Zeppelin, di una canzone letteralmente da 10, perfetta in ogni suo istante; in poche parole, si tratta di uno dei pezzi più belli e celebrati della storia della musica. Tutto, in Stairway to Heaven, contribuisce ad alimentare la magia: quell’arpeggio iniziale inconfondibile, che milioni di aspiranti chitarristi hanno provato, spesso invano, a padroneggiare (fra cui uno scoraggiato sottoscritto); quel flauto che accompagna la chitarra sul disco, sostituito dal mellotron negli show dal vivo; quel testo volutamente misterioso, scritto da Plant in ossequio allo spiritualismo celtico; sì, perfino la sterile polemica su quei versi che, ascoltati al contrario, conterrebbero un inno a Satana; infine, naturalmente, la sfuriata rock conclusiva, benedetta da un assolo spesso considerato il più bello della storia del rock. Non c’è niente che non sia al proprio posto.
Come nacque un simile capolavoro? La sua storia, per la verità, è abbastanza semplice, se si considera l’eredità del brano: durante il già citato soggiorno gallese, Page unì alcuni passaggi di chitarra che aveva registrato in varie occasioni (portava sempre con sé un registratore), vi lavorò sopra assieme a Jones e Plant, pare, abbozzò sul momento buona parte del testo. Per quanto riguarda l’assolo, il chitarrista registrò tre versioni della parte solista prima di decidere quale inserire e, per tutte e tre, utilizzò una Telecaster regalatagli da un altro discreto chitarrista, tale Jeff Beck; dal vivo, come è noto, il musicista utilizzava invece una chitarra a doppio manico, con la quale eseguiva abilmente sia le parti acustiche, sia quelle elettriche. Tutto qua, a volte canzoni del genere nascono in maniera apparentemente fin troppo semplice, quasi fosse destino che vedessero la luce. Tuttavia, non tutti hanno la medesima opinione; nel 2014, anche in questo caso a distanza di qualche annetto, qualcuno ha avuto da ridire rispetto all’origine di Stairway to Heaven: Mark Andes, bassista degli Spirit, assieme ad un fondo che cura gli interessi del defunto chitarrista della medesima band, Randy California, ha citato in giudizio i Led Zeppelin, accusandoli di plagio rispetto alla loro Taurus. La vicenda non ha ancora conosciuto un epilogo, ma, anche se venisse data ragione agli Spirit, dubitiamo che ciò possa scalfire una leggenda ormai consolidata da quarant’anni.

11. The Song Remains the Same
Alcuni considerano gli album post-Led Zeppelin IV episodi minori della discografia del dirigibile. Se questa considerazione può anche essere accettata a proposito degli ultimissimi album, è difficile reputare Houses of the Holy un episodio minore…e, se lo è, è solo perché i primi quattro LP sono pietre miliari del rock. Rispetto ad essi, peraltro, Houses of the Holy vide una diminuzione delle influenze blues, con divagazioni musicali di vario genere, dal reggae al funk, senza ovviamente dimenticare i vecchi folk e rock. In questa evoluzione, probabilmente la più marcata della storia del gruppo, diede un grande contributo John Paul Jones, emerso come compositore geniale mai come su questo lavoro. The Song Remains the Same, che darà poi il titolo al noto, monumentale live, è l’esempio perfetto di questi Led Zeppelin 2.0: inizialmente concepita per essere una strumentale, intitolata The Overture, venne poi trasformata in una canzone con tutti i crismi grazie all’intervento di Plant e, a quel punto, completata con grande rapidità; l’intento di Plant, evolutosi come compositore al pari dei suoi compagni, era quello di omaggiare il valore universale della Musica ed il suo potere di unire popolazioni di tutto il mondo. Il veicolo per tramandare questo messaggio (un po’ hippie, a dire il vero) è un brano complessivamente più arioso rispetto ad altri classici della band, con alcune soluzioni che verranno riprese dai Queen: grandi protagonisti, tanto per cambiare, sono un Page più schizofrenico che mai ed una sezione ritmica in forma smagliante, che si esalta con i continui cambi di ritmo.

12. No Quarter
Può una canzone non introdotta da un riff geniale di Jimmy Page risultare egualmente uno dei brani più celebri e riusciti dei Led Zeppelin? La risposta è sì, quando il consueto riff è sostituito da una delle più celebri intro di sintetizzatore della storia. L’artefice di questa mirabile introduzione, eseguita con un Moog Taurus in sequenza con tastiere ed ampiamente arricchita con improvvisazioni varie dal vivo, è naturalmente John Paul Jones, che, come dicevamo, su Houses of the Holy raggiunse indubbiamente il suo massimo livello compositivo. Tuttavia, non sono solo le tastiere di Jones ad offrirci un effetto particolare: anche la voce di Plant, difatti, è sapientemente effettata e la chitarra di Page tocca tonalità molto particolari, ottenute –pare- con una elevata compressione del suono. La combinazione di questi accorgimenti, unita al testo incentrato sulla pratica militare di non dare quartiere ad un nemico sconfitto, diede vita ad una canzone unica nella discografia del gruppo britannico, ancora oggi celebrata ed oggetto di molte cover, non ultima quella dei Tool. A proposito di No Quarter, il produttore Rick Rubin, non esattamente uno degli ultimi arrivati in campo musicale, ebbe a dire che un brano dalla struttura tanto particolare contribuì a ridefinire il concetto stesso di musica popolare, per come allora veniva inteso. Forse si tratta di una esagerazione, ma chi siamo noi per contraddirlo?

13. In My Time of Dying
Come abbiamo visto, i Led Zeppelin non si facevano pregare per “rielaborare” canzoni già esistenti, sia tradizionali che farina del sacco di altri musicisti, spesso NON riconoscendo agli autori il dovuto. Nel caso di In My Time of Dying, per fortuna loro e dei tribunali del Commonwealth, il brano originario era un vecchio gospel registrato per la prima volta negli anni 20, di tal che Plant e soci non dovettero far altro che rielaborarlo secondo le proprie abilità, senza dover scucire una sola sterlina. Non che negli altri casi lo avessero fatto, del resto…
Ma a fare la differenza, ancora una volta, è il modo in cui la band rese proprio il gospel, al punto che oggi la loro versione è di gran lunga la più celebre e non sono pochi a ritenere che essa sia interamente farina del capiente sacco del dirigibile; alzi la mano, ad esempio, chi sa che anche un certo Bob Dylan registrò una sua versione sul proprio album di debutto. Come da tradizione, un ruolo fondamentale è svolto dalla chitarra di Page, che qui offre alcuni dei suoi più celebri passaggi in slide, assistito dal basso freetless di John Paul Jones e dalla batteria riverberata di Bonham. In My Time of Dying è il brano più lungo mai registrato dai Led Zeppelin e, ciò nonostante, i suoi undici minuti di durata non stancano mai, scorrendo anzi in maniera sorprendentemente veloce, segno che non solo sull’immediatezza si basava la bellezza dei brani di questi artisti. Basterebbe questo, in fondo, per far guadagnare all’ex gospel un meritato posto nella nostra speciale classifica.

14. Kashmir
Physical Graffiti, come peraltro Houses of the Holy prima di lui, fu un album dove i Led Zeppelin sperimentarono vari stili musicali, riuscendo peraltro a risultare convincenti in tutti quelli che testarono. Si tratta anche del lavoro più lungo e complesso mai partorito dalla band, contente ben quindici tracce per la durata complessiva di circa un’ora e venti minuti. Quale può essere la perla di un simile album? Uno dei pezzi più brevi ed immediati, in pieno stile Zep di qualche anno prima? Naturalmente no, anzi la canzone più nota e particolare di Physical Graffiti, nonché una delle più famose della band, è anche una delle più lunghe dell’album, seconda per durata alla sola In My Time of Dying. Già dall’inizio, affidato ad un memorabile riff ascendente di Jimmy Page, Kashmir mostra la sua atmosfera diversa rispetto ad un brano del passato, anche di quello più recente come poteva essere una The Song Remains the Same: basata su un metro insolito, vede la presenza di un’orchestrazione, composta da Jones, nonché di un’intera sezione di archi. Proprio gli archi costituiscono una delle chiavi di volta del brano, dal momento che vi aggiungono quel qualcosa in più che rende Kashmir una vera e propria gemma ed un perfetto esempio di prog rock alla Led Zeppelin. Curiosamente, quando l’album venne pubblicato, nel 1975, nessuno dei membri della band aveva mai visitato la regione del Kashmir, con i soli Page e Plant che, quantomeno, vi si erano avvicinati, essendosi recati nel 1972 a Bombay; l’idea per il titolo era stata partorita, sembra, durante un soggiorno in Marocco, immediatamente successivo al tour del 1972 negli States. Tutto ciò rende Kashmir, con i suoi ben tre anni di gestazione, anche uno dei brani dalla composizione maggiormente lunga della storia della band. Il risultato finale, però, omaggiato da innumerevoli musicisti, fra cui Tom Morello (vi ricorda nulla il riff iniziale di Wake Up?), ha indubbiamente ripagato le attese.

15. Achilles Last Stand
Il nostro viaggio attraverso la storia di una delle più grandi band di tutti i tempi si conclude con l’album Presence, terzultimo lavoro dei Led Zeppelin ed il penultimo pubblicato con John Bonham in vita. Questa brusca conclusione è forse dovuta al fatto che disprezziamo un lavoro come In Through the Out Door? Niente affatto: sarebbe da pazzi non considerare il valore di canzoni come In the Evening o All My Love, anche se è fuor di dubbio che In Through the Out Door non sia il miglior lavoro del dirigibile. Il motivo, molto più semplice, risiede nel fatto che proprio in Presence è contenuto l’ultimo, autentico capolavoro firmato dai Led Zeppelin, che oltretutto ci interessa molto da vicino, essendo stato fonte di ispirazione per tutta la scena NWOBHM: il favoloso canto del cigno di questi musicisti è Achilles Last Stand, dieci minuti e mezzo epici che, composti solo cinque anni dopo, sarebbe pienamente rientrata nella definizione di heavy metal. Tutto, in Achilles, rievoca soluzioni in cui poi diverranno maestri gli Iron Maiden: chitarra lanciata al massimo, basso impegnato in una tipica cavalcata che avrà mandato in visibilio l’allora 21enne Steve Harris ed una batteria più possente che mai. Anche in questo caso, i dieci minuti di durata scorrono via che è una bellezza e ci offrono l’ultimo, straordinario sussulto di una band mai troppo celebrata. Pochi anni dopo, John Bonham ci lascerà, con i suoi compagni di band che metteranno fine ad una carriera di appena undici anni, durante i quali i Led Zeppelin cambiarono per sempre il volto della musica. Una scelta, quella di scrivere la parola fine, mai rinnegata nonostante le offerte milionarie e nonostante l'affetto di milioni di fan (almeno venti milioni, come abbiamo visto nel 2007); per quanto ci pianga il cuore al pensiero di non vedere mai più il dirigibile dal vivo, non possiamo che tributare loro il meritato rispetto anche per la loro coerenza.



Gimlet
Venerdì 9 Ottobre 2015, 16.03.39
10
Articolo scritto veramente bene, leggendo mi è sembrato di viaggiare indietro nel tempo e ripercorrere la storia dei LZ passo dopo passo, anzi nota dopo nota!! In più era davvero molto difficile estrapolare "solo" 15 gemme dalla discografia di questo gruppo immenso. Complimenti Barry!
galilee
Venerdì 9 Ottobre 2015, 13.48.36
9
Carino l'articolo. Per quanto riguarda le song scelte direi che sono abbastanza d'accordo. Probabilmente almeno 13 su 15 sarebbero state le stesse. Dico così perchè c'è un po l'imbarazzo della scelta. Devo però ammetterlo, Coda e In through The out door non li ho mai ascoltati.
Il Cinico
Venerdì 9 Ottobre 2015, 12.06.54
8
Bell'articolo! Cmq all'epoca fumavano bene scopavano bene bevevano bene ,erano dei geni...insomma partivano già col piede giusto!
Barry
Venerdì 9 Ottobre 2015, 11.25.02
7
@ASHER: Grazie, un orribile lapsus E grazie anche a tutti per i complimenti!
ASHER
Venerdì 9 Ottobre 2015, 11.14.52
6
@Barry bell'articolo ma occhio al refuso:ad essere morto è John Bonham, il figlio Jason sta benissimo
ricco96
Venerdì 9 Ottobre 2015, 10.20.07
5
Bellissimo articolo che rende giustamente onore alla più grande band Hard Rock (e non solo) della storia
Lele 12 *DiAnno
Venerdì 9 Ottobre 2015, 2.49.53
4
C'era qualcosa nell'aria in quegli anni.. .. A proposito di Immigrant Song, provate ad ascoltare Ride the Sky dall'esordio dei Lucifer's Friend.. ..c'era qualcosa nell'aria.. ..
ledb
Venerdì 9 Ottobre 2015, 2.12.09
3
Complimenti al recensore per questo fantastico portait. La scelta dei Best 15 era cosa ardua. Io che adoro persino Carouselambra, figuriamoci se avessi dovuto scegliere solo 15 pezzi... Da patito quale sono, nella descrizione di Since I've Been Loving You avrei aggiunto anche come "tratto unico" della canzone persino il cigolio del Ludwig Speed King che si sente all'inizio e nelle parti più pulite nel resto della canzone Per il resto, che aggiungere.. Personalmente devo molto ai LZ. Ho imparato a suonare la batteria da solo ascoltando e provando le loro tracce. Sento (da illuso!) come se avessi preso lezioni da Bonzo in persona, tante sono state le volte che ho provato e riprovato sui materassi e su batterie sgangherate i suoi incastri rullante-grancassa-tom, le sue ghost notes, le sue doppiette e triplette. Il capire quando è il momento giusto per un fill e quando no. Il cercare di riprodurre così difficilmente quei suoni così potenti ma mai fuori luogo, puliti e senza sbavature. Così musicali, capaci di avere vita propria allo stesso livello degli altri strumenti (basti ascoltare i Bonzo Drum Outtakes). Non potrò mai ringraziare abbastanza i LZ per quello che mi hanno dato. Per come mi hanno saputo "educare" musicalmente a tutto quello che ho ascoltato dopo di loro. Ed è bello sapere che ci sono tante altre persone che hanno provato (e provano) le stesse cose per loro, dopo praticamente 35 anni dal loro epilogo.
MiltonKeef
Venerdì 9 Ottobre 2015, 1.26.10
2
Non c'è nemmeno da discutere, dai: i migliori di sempre, da sempre e per sempre! Presi singolarmente erano i migliori interpreti del loro strumento, tutti insieme hanno scritto il Vangelo di tutto ciò che è rock, malvagio, scabroso e sessuale. Lunga vita al Dirigibile, lunga vita ai Led Zeppelin!
unknown
Venerdì 9 Ottobre 2015, 0.06.14
1
Insieme ai Deep Purple e ai Grand Funk Railroad, sono la leggenda del rock, e tra i gruppi hard rock che piu' amo ancora oggi, le loro soluzioni e trovate musicali, il loro songwriting, i loro testi, il modo di suonare la batteria , il basso e la la chitarra, il cantato di Plant selavaggio , sensuale e potententemente espressivo, hanno fornito ispirazione a tanti, grande gruppo veramente.Non riesco a sceglierne una perche' le amo tutte, tra quelle qui elencate. Complimenti per l'articolo a @Barry per la sua bella descrizione, e' stato un piacerla leggerla tutta di un fiato.
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