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MITOLOGIA, LETTERATURA E METAL - #2 - Nightfall in Middle-Earth (Parte Terza)
12/10/2015 (1359 letture)
1. FINGOLFIN: L'ESISTENZA TRAGICA DELL'EROE.
L'apice poetico di Nightfall in Middle-Earth è senza dubbio Noldor (Dead Winter Reigns). Il pezzo è sicuramente uno dei più oscuri per parole e musica tra quelli scritti dai bardi di Krefeld. La voce di Hansi si fa ancora più gutturale e, in alcuni punti, decisamente stridula e soffocata. Anche senza leggere il testo, non si può far altro che notare una spiccata componente di tragicità fluire dalle sue note.
Protagonista è Fingolfin che, abbandonato e tradito, come abbiamo visto nel precedente episodio, da Fëanor, è costretto a seguire la strada per Helcaraxë, una striscia di ghiaccio che collegava a nord la terra di Aman e la Terra di Mezzo.
La canzone si apre con uno stupendo spaccato poetico e profetico:

Noldor,
Blood is on your hands;
Your bane's
A tearful destiny.

Black clouds will carry
Rain of blood; –
I've seen it rain.

Noldor,
il sangue è sulle vostre mani;
la vostra rovina è
un desino grondante di lacrime.

Le nere nuvole recheranno
una pioggia di sangue…
ho visto piovere.


A differenza di quanto visto in precedenza per Fëanor, nel lungo snodarsi di Noldor…, si può avvertire la presenza di più narratori (il bardo, Fingolfin e l'Helcaraxë stesso) che si susseguono e si alternano, senza mai intervenire direttamente tra di loro per creare un dialogo, agendo su tempi e spazi diversi.
Innanzitutto, il bardo. Il suo è il tempo del passato/futuro. Quando prende la parola, egli si rivolge ai Noldor che, visto il rogo di Losgar, decidono di affrontare il ghiacciaio. Ed ecco, dunque, la profezia di cui sopra. Egli, quasi posto al di sopra di una nuvola, sembra osservare la partenza dei Noldor e ricordare loro il fratricidio di Alqualondë (Blood is on your hands) e, in virtù di tale peccato, come la sconfitta, la rovina e la morte penderanno sul capo degli Elfi. Si ritorna alla figura del bardo che abbiamo già lungamente analizzato in precedenza.

τὸν περὶ Μοῦσ' ἐφίλησε, δίδου δ' ἀγαθόν τε κακόν τε·
ὀφθαλμῶν μὲν ἄμερσε, δίδου δ' ἡδεῖαν ἀοιδήν.

La Musa lo amò molto, ma un bene e un male gli diede:
degli occhi lo fece privo e gli donò il dolce canto.
("Odissea", libro VIII, vv. 63-64; Omero


Il bardo di Nightfall in Middle-Earth è cieco, vecchio e smemorato. Hansi gioca e giostra gli eventi del Silmarillion lungo binari diversi: è il bardo, è il personaggio/eroe protagonista degli eventi e, infine, è popolo. Se riguardo al popolo avremmo modo di ritornare successivamente, quando approfondiremo gli aspetti prettamente "marxisti" del modo di raccontare del musicista tedesco, è utile innanzitutto soffermarsi sulla questione del bardo e del personaggio/eroe.
Come ho appena detto, il bardo è necessariamente cieco. La cecità era vissuta, nell'epoca classica, come una punizione. Tuttavia, a bilanciare questa condanna, vi era un perfezionamento degli altri sensi. Per alcuni autori antichi, infatti, questo stato costituiva una condizione necessaria per il possesso di doti soprannaturali, in particolare dell'arte della profezia. Il dono profetico e la cecità furono da sempre interpretati come una sorta di compensazione; gli indovini, ad esempio, diventavano a volte ciechi proprio per la loro conoscenza superiore o per aver raccontato agli uomini ciò che sapevano. Un esempio dei più noti è dato dal personaggio di Tiresia, descritto da Omero nell'Iliade come un veggente cieco al quale l'arte profetica era stata concessa a confronto della cecità inflittagli dopo aver visto Atena nuda. La poesia, in quest'ottica, poteva essere interpretata al pari dell'arte profetica come dono degli dèi; così i poeti, in un certo senso veggenti e profeti, acquistavano una forza spirituale interiore direttamente correlata alla loro cecità. Il bardo di Noldor (Dead Winter Reigns), ma anche di tutte le altre canzoni, è cieco e profeta. E lo deduciamo dalle parole stesse della canzone:

I know where the stars glow,
And the sky's unclouded,
Sweet the water runs, my friend.
But, Noldor,
Blood is on your hands.
Tears unnumbered,
You will shed and dwell in pain.

Io so dove brillano le stelle,
dove il cielo non è velato dalle nubi,
dove scorrono dolci le acque, amici miei.
Ma, Noldor,
c'è sangue sulle vostre mani.
Lacrime innumerevoli
piangerete e riposerete nel dolore.


Il bardo rivela ai Noldor le delizie della Terra di Mezzo. Tuttavia, non le rivela attraverso un verbo di percezione, ma con il verbo "conoscere". Il verbo "to know" è mutuato dal greco γιγνώσκω che, al suo interno, contiene la radice γνω che indica la conoscenza e che ritroviamo, appunto, anche nel corrispettivo inglese e nel nostro "conoscere". È bene ricordare, tuttavia, che il verbo inglese, così come il nostro, ha una funzione unica per molti significati, cosa che non succede nel tedesco, la lingua di Hansi, dove il vocabolo è scinto sostanzialmente tra quattro significati diversi: "wissen", che sostanzialmente indica il "sapere un fatto"; "kennen", traducibile come "aver fatto conoscenza"; "kennenlernen", che indica il momento precedente l'acquisizione di una conoscenza; e, infine, "koennen" sottolinea una qualsiasi capacità cognitiva acquisita. Quel I know, che sostanzialmente regge l'intera prima terzina, fino al vocativo finale my friend, è figlio di un'esperienza che non è visiva, ma piuttosto mnemonica. Dunque, il bardo non sa in quanto vede, ma sa in quanto ha appreso e, dunque, per ciò che ricorda, evidenziando una sfumatura di significato necessariamente ereditata dalla lezione di "koennen". L'esperienza, infatti, non si presenta come un atto pratico o fisico, ma puramente cognitivo. Ricorda di aver appreso di tali luoghi, ricorda di aver imparato dove questi si trovino, ma non li ha mai vissuti da un punto di vista pratico, non li ha né toccati con mano né tramite una forte esperienza. La cecità, dunque, è sia letterale che metaforica. Ed è proprio da questa cecità che è partorito il suo dono profetico che chiude, con l'ultima quartina, il ritornello.
Il personaggio/eroe, invece, si snoda lungo due diversi binari e due diverse canzoni: la tragedia e l'epica, Noldor (Dead Winter Reigns) e Time Stands Still (At the Iron Hill).
Fingolfin è diametralmente opposto a Fëanor. È un personaggio irretito nel caos della propria coscienza, tra un fratellastro e re che richiede sangue come fonte di pace per la propria anima e i dubbi etici e metafisici del suo stesso pensiero; un eroe il cui mondo apre le porte alla morte.

We were lost,
On griding ice,
In fear and hunger.
Dead winter reigned
In Araman.

Eravamo dispersi
sul ghiacciaio stridente,
spaventati e affamati.
Un morto inverno regnava
in Araman.

MARCELLUS. Something is rotten in the state of Danemark.

MARCELLO. C'è del marcio in Danimarca.
("Amleto, atto I, scena 4, v.90"; William Shakespeare)


Come nell'Amleto di Shakespeare, la chiusa dead winter reigned in Araman è un mirabile e apparente "non sequitur". Il bardo di Avon si serve della chiusa di Marcello per riferirsi agli strani avvenimenti e alla presunta follia del principe, ma anche al precedente commento di Amleto che descrive la Danimarca e il mondo stesso come

… 'tis an unweeded garden,
That grows to seed; things rank and gross in nature
Possess it merely.

[…] È un giardino non sarchiato
che va in seme; a possederlo sono solamente
cose putride e mefitiche.
("Amleto", atto I, scena 2, vv. 135-37; William Shakespeare)


e introduce, infine, l'atroce verità che il fantasma del padre rivela ad Amleto. Allo stesso modo, Hansi, si serve di questa chiusa innanzitutto per sottolineare il tradimento di Fëanor che, già in apertura, era stato velatamente dichiarato. Infatti, Fingolfin e la sua schiera è descritta come perduta (We were lost), ma non da un punto di vista meramente geografico, dal momento che essi conoscono e sanno quale strada intraprendere per giungere nella Terra di Mezzo, quanto piuttosto da un punto di vista sociale. Sono stati abbandonati dal loro re e, dunque, hanno perso la loro validità in quanto comunità, sono dei reietti e dei senza patria, un popolo abbandonato a se stesso e alla propria volontà di sopravvivenza. Inoltre, con quella chiusa, ci viene anticipata la tragedia del passaggio per il ghiacciaio, la morte e la rovina dei Noldor.
La morte è ovunque. Fine naturale e punizione adeguata per i crimini degli Elfi per il ghiacciaio, interrogativo esistenziale davanti alla sconfinata distesa gelata per Fingolfin.

You can't escape
From my damnation,
Nor run away
From isolation.

Guilty spoke the one:
This deed can't be undone.
Hear my words,
Fear my curse.

… Your homeless soul
Shall come to me.
There's no release.
Slain you might be,
Slain you will be –
Slain you will be!
And the lost,
Who will not reach the
House of Spirits,
Will grow old and weary.

Non potete sfuggire
alla vostra dannazione,
né scappare
dall'isolamento.

Colpevole è colui che parla:
quest'impresa non può essere dimenticata.
Ascoltate le mie parole,
temete la mia maledizione.

… Le vostre anime senza casa
verranno a me.
Non ci sarà redenzione.
Potreste essere uccisi
e sarete uccisi –
sarete uccisi!
E lo sventurato
che non raggiungerà anzitempo
la Casa degli Spiriti,
invecchierà e s'ingrigirà.


Il ghiacciaio è un crudele strumento di punizione. D'altra parte, però, la meta per l'assoluzione è comunque sottoposta al patire dell'Io, le cui future gioie sono sottoposte alla capacità di trascendere le proprie difficoltà.

… Long is the way
And hard, that out of Hell leads up to Light.

[…] Lunga è la strada
ed impervia, che dall'Inferno si snoda verso la Luce.
("Paradiso Perduto", libro II, vv.432-33; John Milton)

… facilis descensus Auerno:
noctes atque dies patet atri ianua Ditis;
sed reuocare gradum superasque euadere ad auras,
hoc opus, hic labor est.

[…] È facile discendere all'Averno:
la notte, ma anche il giorno, è aperta la porta dell'oscuro Dite;
ma ritrarre i passi e in su uscire, ai soffi dell'aria,
ecco ciò che vi è di difficoltoso.
("Eneide", libro VI, 126-29; Virgilio)


Il personaggio di Fingolfin è più complesso di Fëanor. Mentre, infatti, il re dei Noldor assume caratteristiche superomistiche, Fingolfin tende a rimanere più defilato. È assolutamente privo di colpe, ma, nello stesso tempo, è colui che viene atrocemente punito a causa dei tragici misfatti orditi da Fëanor.
Fingolfin è testimone privilegiato dell'evoluzione morale e sociale che accompagna la rottura tra i Noldor e i Valar. Fëanor, infatti, si propone una nuova morale che si fonda sull'onore individuale, il dovere di proteggere chi da lui dipende e, tra questi due sentimenti, in Fingolfin, a differenza di quanto avvenga nel fratellastro, appaiono delle sfaldature, dei conflitti, si produce una presa di coscienza.

I've seen this bitter end,
As I've foreseen:
The storm and ice;
And I could see it,
How a million died.
And I?
The blame's on me
'Cause I was not there.

… Condemned and betrayed,
Now everything is said.
See my eyes,
Are full of tears,
And a cruel price
We've paid;
But still I can't claim
That I'm innocent.

Lost…

Ho veduto questa triste fine,
così come l'avevo predetta:
la tempesta e il ghiaccio;
e potei vedere
come morirono a migliaia.
E io?
La colpa è mia
Giacché non ero là.

… Condannati e traditi,
ora ogni cosa è stata detta.
Guarda i miei occhi,
son pieni di lacrime;
e pur se un orrendo prezzo
abbiamo pagato,
non posso affermare ancora
d'esser innocente.

Perduti…


Fingolfin reclama la colpa per sé. La morte è ovunque. Paralizzato dal concentrarsi del suo spirito sulla degenerazione alienante che, per mezzo di Fëanor, è avviata alla morte attraverso il caos, intellettuale senza più meta, egli non vede più nulla di certo nella vita e nella morte se non la propria colpa. Moralista cosciente in un mondo incosciente, è attratto all'azione malgrado il timore di non poterne chiarire i moventi, né controllare le conseguenze, né sa più se la nausea del male è motivo sufficiente per agire.
La tragedia inizia con il più ignaro degli errori, in tutta fiducia. Come nell'Edipo re sofocleo, la macchina infernale di Hansi è sollecitata al massimo, in modo tale che la molla si svolga con la lentezza di un'intera vita umana. Dal punto di non ritorno, vi è comunque la faticosa strada che conduce alla salvezza, alla luce. Così, mentre Edipo arriva alla consapevolezza del peccato che ha compiuto, seppure non ne fosse cosciente, e si cava gli occhi con la spilla di sua madre, Fingolfin mantiene la sua carica, pur sentendone il peso, come possiamo dedurre dal lies urlato nell'ultima strofa.
Tolkien, invece, è meno interessato alla costruzione psicologica dei propri personaggi. Il suo, infatti, è il maniacale lavoro dello storiografo, del narratore distaccato dell'intera saga. Dunque, così come per Fëanor, pure per Fingolfin, ogni suo sentimento o tormento è lasciato alla libera interpretazione della sensibilità del lettore.

2. FINGOLFIN: LA VOLONTÀ TITANICA DELL'EROE.
La redenzione di Fingolfin avviene nella successiva Time Stands Still (At the Iron Hill). Emblematico è, infatti, l'incipit della seconda strofa:

Finally I've found myself.
In these lands –
Horror and madness I've seen here.
For what I became a king of the lost?
Barren and lifless the land lies.

Finalmente, ho ritrovato me stesso.
In queste terre, –
ho veduto qua orrori e pazzie.
Per cosa son diventato un re dei dispersi?
Spoglia e sfiorita giace la terra.


Egli, ora, accetta la sua condizione di re.
Dopo l'attraversamento del ghiaccio di Helcaraxë, infatti, Fingolfin giunge nel Beleriand al sorgere della Luna e stabilisce, con la sua gente, nella regione dell'Hithlum. Intanto, l'incendio delle navi nel Losgar fu avvistato anche da Morgoth, oltre che da Fingolfin, che ebbe così modo di sapere dell'arrivo dei Noldor e di preparare le sue armate in Angband. Si svolse, tra le forze di Fëanor e quelle del Signore Oscuro, una grande battaglia nella regione di Mithrim, detta Dagor-uin-Giliath, la Battaglia Sotto le Stelle, che fu vinta dai Noldor, che dispersero le legioni di Morgoth. Fëanor, esaltato dalla vittoria, insieme ai figli, mosse alla volta di Angband. Nella sua foga, però, si staccò troppo dal resto del contingente e, circondato dai Balrog, fu abbattuto da Gothmog, il loro capitano. Tuttavia, sebbene i figli, giunti coi rinforzi, fossero riusciti a disperdere le forze di Morgoth e a riportare il padre all'accampamento, le ferite riportate da Fëanor, ed egli, maledicendo ancora una volta Morgoth ed esortando i figli a tener fede al giuramento, morì.
Fingolfin, così, morto il fratellastro, divenne Re Supremo dei Noldor. Morgoth, allora, credendo che i Noldor non si curassero della guerra, decise di devastare i loro regni appena fondati. Ma Maedhros, il maggiore dei figli di Fëanor, e Fingolfin, distrussero tutte le forze del Nemico nella Dagor Aglareb, la Battaglia Gloriosa, e posero sotto assedio la fortezza di Angband. Dopo quattrocento anni di assedio, Morgoth, in una notte d'inverno, scatenò fiamme dalla sua fortezza che incenerirono la pianura sottostante, uccidendo molti degli Elfi. Dunque, scatenò i propri eserciti: Orchi, Balrog e il drago Glaurung si avventarono sui Noldor causando la distruzione dei loro regni, la morte e la dispersione di tutti i figli di Fëanor. Fingolfin, in preda a una rabbia furibonda, si lanciò da solo contro il nemico. Giunto a Thangorodrim, urlò a Morgoth la sua sfida e i due duellarono davanti ai cancelli di Angband. Fingolfin riuscì a ferire il Signore Oscuro sette volte e a tagliargli il piede ma, tuttavia, la stanchezza ebbe il sopravvento, e il re elfico cadde sotto i colpi di Grond, il martello di Morgoth, il quale avrebbe fatto scempio del cadavere se non fosse stato per l'intervento del re delle aquile.
Come ho detto in precedenza, Fingolfin acquista la completa consapevolezza di sé. Egli è il re.

You will be the land, and the land will be you. If you fail, the land will perish; if you thrive, the land will blossom.

Tu sei la terra e la terra è te. Se tu fallirai, la terra morirà; se tu vincerai, la terra risplenderà


La stupenda concezione panica della regalità che ci consegna l'immortale capolavoro di John Boorman, Excalibur, ben si sposa con l'idea che ha della propria identità il re dei Noldor. Come Artù, nel film di Boorman, bevendo dal Santo Graal riacquista la consapevolezza della sua natura d'intermediario tra il Dio e l'Uomo, Fingolfin davanti alla devastazione della propria terra ritrova se stesso. La figura fëorniana del regnante si rinnova, pur rimanendo lontano da quelle caratteristiche estreme che facevano sprofondare il personaggio di Fëanor nel machiavellismo e nel dubbio. Egli è, infatti,

Lord of all Noldor,
A star in the night,
A bearer of hope.

Signore di tutti i Noldor,
stella nella notte,
portatore di speranza.


Egli è la speranza, qualcosa che non può essere infranto, seppure nei momenti bui e disperati. La sua consapevolezza deriva dalla presa di coscienza, come abbiamo detto, di essere non un uomo o un fratello, ma un Re. Egli, dunque, non può più, come Artù, vivere la propria vita attraverso gli altri: come il re britannico dichiara al fratello

Lancelot carried my honour, and Guenevere, my guilt. Mordred bears my sins. My knights have fought my causes. Now, my brother, I shall be King.

Lancillotto ha sorretto il mio onore, e Ginevra, la mia colpa, Mordred i miei peccati; i miei cavalieri hanno combattuto le mie cause. Ora, fratello mio, io sarò Re.


così, Fingolfin è consapevole del suo intrinseco rapporto di coesistenza con il popolo Noldor. Il processo superomistico di Fëanor, infatti, pur non portando alla costruzione fisica dei progetti del re, nel fratello si rinnova nella sua forma più pura. L'estetica del dominio, del machiavellismo, della menzogna e della necessità del male scivolano via e appassiscono, il personaggio diviene alfiere della purezza degli ideali del perfetto cavaliere cristiano. Egli è, in Tolkien, l'Uomo, il Re che affronta da solo il Nemico e, sebbene incapace di sconfiggerlo, con il proprio valore riesce a fissare quei determinati ideali che veicoleranno la morale e la storia del proprio popolo che, da questo episodio, viene nobilitata attraverso, appunto, la tragedia.
Gli esempi, sia storiografici che puramente letterari, sono numerosi. Uno dei più chiari esempi è incarnato nella figura di Giacomo di Mailly. Dopo la morte di Baldovino IV, si creò una delicata situazione politica nel regno di Gerusalemme: Raimondo III di Tripoli, infatti, che aveva governato come reggente, si rifiutò di accettare come nuovo sovrano Guido di Lusignano i cui diritti a regnare poggiavano sul matrimonio contratto con Sibilla, sorella del defunto re lebbroso. In quel determinato contesto d'instabilità e fragilità del regno cristiano, si va ad inserire l'azione di disturbo alla pace tra Crociati e Musulmani di Rinaldo di Châtillion, che spinge Salah al-Din a far penetrare un grosso esercito al comando del proprio figlio, al-Afdal, nel territorio del regno di Gerusalemme. Speranzoso di poter stringere un'alleanza privata che potesse elevarlo al ruolo di sovrano, Raimondo III permise all'esercito musulmano di penetrare nel territorio di Tiberiade. A questo affronto e tradimento perpetrato da un cristiano ai danni dei propri fratelli di fede, un piccolo contingente di Templari guidati dal Gran Maestro Gerard de Ridefort e il Gran Maestro dell'Ordine degli Ospitalieri, Roger de Moulins, affrontò sulle sponde del fiume Cresson l'esercito degli Ayyubidi. Sovrastati in numero, furono massacrati. Il valore di Giacomo di Mailly, maresciallo del Tempio che si era opposto all'attacco e del cui coraggio de Ridefort aveva dubitato, entrò nella leggenda. Si cominciò a narrare, infatti, che accerchiato da migliaia e migliaia di nemici, avesse affrontato la moltitudine da solo e che i soldati musulmani, pieni di ammirazione di fronte al suo coraggio, lo avessero pregato di arrendersi. Egli, tuttavia, non prestò ascolto alle loro esortazioni e, pur essendo sopraffatto da una pioggia di giavellotti, pietre e lance, piuttosto che arrendersi continuò a battersi finché i nemici lo massacrarono. La sua anima, dunque, volò trionfante nel Regno dei Cieli reggendo la palma del martirio. La storia fu abbellita, ovviamente, anche da molti altri dettagli: si disse che de Mailly quel giorno avesse combattuto con indosso un'armatura bianca su un cavallo bianco; si cominciò ad ipotizzare che san Giorgio in persona avesse combattuto in sua vece.
Nell'esempio storiografico di de Mailly echeggiano anche il ricordo della Chanson de Roland, che narra in chiave epica la battaglia di Roncisvalle, nella quale l'esercito di Carlo Magno fu sconfitto e perse la vita il suo più famoso dei suoi paladini, Orlando, e del Cantar de mio Cid, oltre ovviamente al ben più tardo Le Mort Darthur di Sir Thomas Malory. Tutti esempi ben noti, ovviamente, al Professore, che così descrive il combattimento tra Morgoth e Fingolfin:

… But he could not now deny the challenge before the face of his captains; for the rocks rang with the shrill music of Fingolfin's horn, and his voice came keen and clear down into the depths of Angband; and Fingolfin named Morgoth craven, and lord of slaves. Therefore Morgoth came, climbing slowly from his subterranean throne, and the rumor of his feet was like thunder underground. And he issued forth clad in black armour; and he stood before the King like a tower, iron-crowned, and his bast shield, sable on-blazoned, cast a shadow over him like a stormcloud. But Fingolfin gleamed beneath it as a star; for his mail was overlaid with silver, and his blue shield was set with crystals; and he drew his sword Ringil, that glittered like ice.
Then Morgoth hurled aloft Grond, the Hammer of the Underworld, and swung it down like a bolt of thunder. But Fingolfin sprang aside, and Grond rent a mighty pit in the earth, whence smoke and fire darted. Many times Morgoth essayed to smite him, and eacht time Fingolfin leaped away, as a lightning shoots from under a dark cloud; and he wounded Morgoth with seven wounds, and seven times Morgoth gave a cry of anguish, whereat the hosts of Angband fell upon their faces in dismay, and the cries echoed in the Northlands.
But at the last the King grew weary, and Morgoth bore down his shield upon hint. Thrice he was crushed to his knees, and thrice arose again and bore up his broken shield and stricken helm. But the earth was all rent and pitted about him, and he stumbled and fell backward befor the feet of Morgoth; and Morgoth set his left foot upon his neck, and the weight of it was like a fallen hill. Yet with his last and desperate stroke Fingolfin hewed the foot with Ringil, and the blood gashed forth black and smoking and filled the pits of Grond.
Thus died Fingolfin, High King of the Noldor, most proud and valiant of the Elven-kings of old.

[…] Ma non poteva non raccogliere la sfida al cospetto dei suoi capitani; le rocce infatti echeggiavano del suono stridulo del corno di Fingolfin, la cui voce scendeva, forte e chiara, nelle profondità di Angband; e Fingolfin tacciava Morgoth di esser vile nonché signore di schiavi. Fu per questo che Morgoth venne a lui, ascendendo lentamente dal suo trono sotterraneo, e il rumore dei suoi passi era come tuono che provenisse dal basso. E sbucò all'aperto, protetto da una nera armatura; e stette davanti al Re simile a torre, coronato di ferro, e il suo vasto scudo fosco e senza riflessi proiettava su Fingolfin un'ombra come di nube temporalesca. Ma Fingolfin splendeva sotto di essa come una stella, poiché la sua cotta era contesta d'argento e il suo scudo azzurro rivestito di cristalli; e sguainò la spada Ringil che balenò come ghiaccio.
Allora Morgoth levò in alto Grond, il martello degli Inferi, e lo calò come un fulmine. Ma Fingolfin balzò di lato, e Grond scavò un'enorme fossa nella terra donde saettarono fumo e fuoco. Molte volte Morgoth tentò di schiantare Fingolfin, e ogni volta Fingolfin balzò via, come un lampo che scocchi da sotto un'atra nube; e trafisse Morgoth di sette ferite, e sette volte Morgoth diede in un grido di dolore, sul che le schiere di Angband caddero bocconi in preda all'angoscia, e le strida riecheggiarono per le Terre Iperboree.
Alla fine, però, il Re ne fu sfiancato e Morgoth calò lo scudo su di lui. Tre volte Fingolfin fu premuto ginocchioni, e tre volte si risollevò, rialzando lo scudo infranto e l'elmo ammaccato. Ma tutt'attorno a lui la terra fessa e sfondata, ed egli incespicò e cadde supino ai piedi di Morgoth; e Morgoth gli posò sul collo il sinistro, e fu il peso di una collina che crolli. Ma, con un ultimo, disperato fendente, Fingolfin tagliò il piede con Ringil, e il sangue ne zampillò nero e fumigante e andò a riempire le fosse scavate da Grond.
Così morì Fingolfin, Supremo Re dei Noldor, fierissimo e valentissimo tra tutti i re degli Elfi dell'antichità.


Lo stile di Tolkien, così lontano nel Silmarillion dalla prosa ordinata e scevra di barocchismi de Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, risente pesantemente dell'influenza della letteratura scandinava, la più complessa e ricca tra le letterature germaniche medioevali.
I norvegesi che fuggirono, alla fine del IX secolo, dalla tirannia di Haraldr Hárfagri, il signore che riunì i trenta cantoni della Norvegia per amore di Gyda e, dunque, il primo re della storia norvegese, produssero una vasta letteratura in versi e in prosa che, a differenza di quanto accadde nei regni d'Inghilterra e Germania, ben si coniugò con la nuova fede cristiana, delineandosi come un malinconico ricordo intriso di nostalgiche emozioni.
Oltre all'Edda Maggiore, apice dell'antica poesia germanica, grande risalto hanno le saghe. All'inizio, fu un'arte orale che, successivamente, intorno al X secolo, si trasformò in un'epopea in prosa, che prende il suo nome da un'ovvia correlazione con i verbi "sagen" e "say". Le saghe sono le biografie degli uomini dell'Islanda. Lo stile è conciso, chiaro, quasi orale; di solito comprende, come abbellimento, delle allitterazioni. Vi abbondano le genealogie, i litigi, i combattimenti. L'ordine è rigorosamente cronologico; non c'è analisi dei caratteri; i personaggi si mostrano nelle azioni e nelle parole. L'autore non commenta ciò che racconta. Un chiaro esempio di ciò, lo troviamo nella Njáls Saga.
In uno dei capitoli iniziali, infatti, ci viene riferito che Hallgerðr la Bella, una volta, agì in modo meschino e che il suo signore, Gunnarr di Hlíðarendi, il più coraggioso e pacifico degli uomini, le diede uno schiaffo. Anni dopo, i nemici assediano la sua casa. Le porte sono chiuse; la casa silenziosa. Uno degli aggressori si arrampica fino al bordo di una finestra e Gunnarr lo ferisce con un colpo di lancia.

«Gunnarr è in casa?», domandano i suoi compagni.
«Lui non lo so; ma c'è la sua lancia», dice il ferito, e muore con questa battuta sulle labbra.


Gunnarr li tiene a bada con le sue frecce, ma alla fine gli tagliano la corda dell'arco.

«Fammi una corda con i tuoi capelli», dice a Hallgerðr.
«Ne va della tua vita?», domanda lei.
«Sì», risponde Gunnarr.
«Allora ricordo lo schiaffo che mi desti una volta e ti guarderò morire», dice Hallgerðr.


Così Gunnarr morì, sconfitto da molti uomini. Il testo non ci aveva detto nulla di quel rancore; lo scopriamo all'improvviso, presente e terribile, con lo stesso stupore di Gunnarr.
L'arte medioevale è spontaneamente simbolica; nella stessa Vita nova di Dante, che riferisce in forma autobiografica la sua passione per Beatrice, ci sono complicati giochi numerici e uno degli editori avverte che l'opera non può essere interpretata letteralmente, e aggiunge che Dante non ha inteso raccontare fatti concreti. È bene ricordare questa circostanza per apprezzare il carattere eccezionale e sorprendente di un'arte realistica come quella delle saghe, in pieno Medioevo. Il realismo spagnolo della picaresca ha sempre un fine morale; il realismo francese oscilla tra l'impulso erotico e ciò che Paul Groussac ha definito la fotografia dei rifiuti; il realismo nordamericano va dal crudele al sentimentale; quello delle saghe corrisponde all'osservazione imparziale. Ed è ancora più strettamente collegato a Tolkien se consideriamo, parimenti, il contesto in cui la sua opera nasce. Nell'epoca tra le Due Guerre, che partorisce la spinta esistenziale di Jean-Paul Sartre e di Albert Camus, che porta alla negazione stessa dell'uomo e dei propri valori, Tolkien dipinge con lucidità e onestà un mondo che, agli occhi degli intellettuali dell'epoca, dovette sembrare barbaro, con un realismo che ammette il soprannaturale, per la semplice ragione che il narratore immagina un uditorio che crede nei fantasmi e nelle magie.
Al realismo delle saghe unisce, Tolkien, anche il simbolismo proprio del Medioevo (come possiamo notare nel testo, la ricorrenza dei numeri), e l'influenza della poesia scaldica, i cui poeti, innamoratesi delle immaginifiche perifrasi degli antichi poemi anglosassoni e dell'Edda Maggiore, finirono per elaborare un sistema poetico di enorme complessità.

I tingitori dei denti del lupo
prodigarono il sangue del cigno rosso.
Il falco della rugiada e della spada
si nutrì di eroi nella pianura.
Serpenti della luna dei pirati
compirono la volontà dei Ferri.
(Ergill Skallagrímsson)


I tingitori dei denti del lupo sono i guerrieri, perché il sangue dei nemici uccisi tinge i loro denti; il cigno rosso è l'uccello rapace che divora i cadaveri, l'uccello insanguinato; la rugiada della spada è il sangue e il suo falco è ancora un uccello rapace; la luna dei pirati è lo scudo e il serpente dello scudo è lancia; i Ferri sono gli dèi.
Tolkien, invece, nel Silmarillion, riesce quantomeno a bilanciare queste similitudini, pur abbondandone, come possiamo vedere nel testo. Hansi, al contrario del Professore, tende ad abbandonare questo realismo imparziale per sondare attentamente l'animo umano. Ciò che maggiormente interessa al bardo di Krefeld è il tormento dell'uomo di fronte alla propria tragedia interiore. Abbiamo già argomentato sufficientemente il discorso quando ci siamo trattenuti su Fëanor e, poco prima, quando abbiamo osservato la tragedia epica di Fingolfin.
Tuttavia, anche Hansi deve sottostare alle regole del realismo di Tolkien e piegarsi, di quando in quando, alle rigide costruzioni della saga. E così, come un omaggio, ne riprende leggere pennellate e tratteggia, unita alla musica, il quadro dell'epica.
Lo svolgersi del duello tra Fingolfin e Morgoth è, dunque, scandito dalla carica della chitarra di Olbrich che, dopo un quieto inizio, tesse trame veloci, sottolineate da un glockenspiel di quando in quando, quasi a tratteggiare rapidamente lo scambio di colpi tra il Noldor e Morgoth.
L'inizio è leggermente più quieto, come ho appena detto. Dopo il ritornello, la chitarra di Olbrich ordisce una melodia spezzata, sorretta dalla batteria di Thomas Stauch che, man mano, va ad acquistare forza.

"I stand alone,
No one is by my side.
I'll dare you!
Come out! –
You, coward!
Now it's me or you".

"Sono rimasto da solo,
nessuno mi è accanto.
Ti sfiderò!
Vieni fuori! –
tu, codardo!
Siamo solo tu ed io!".


Fingolfin, rispetto a quanto non avvenga in Tolkien, acquista un carattere ben più delineato. Nel Silmarillion, infatti, della sfida lanciata dal re dei Noldor ci giunge notizia per mezzo del narratore, mentre Hansi si trasforma nel personaggio con lo stesso artificio letterale che abbiamo potuto apprezzare in Noldor (Dead Winter Reigns).
E trasformandosi nel personaggio, Hansi ci propone una chiave di lettura diametralmente opposta a quella del Professore.

He gleams like a star
And the sound of his horn's
Like a raging storm.
Proudly the high lord
Challenges the doom;
"Lord of slaves", he cries.

Brilla come una stella
e il suono del suo corno è possente come
una tempesta che infuria.
Fiero, il possente signore
sfida il destino;
"Padrone di schiavi", urla.


La figura del re è tratteggiata usando quasi le medesime metafore di Tolkien. Fingolfin è infatti detto brillare come una stella, così come lo troviamo nelle pieghe delle parole del Professore (… gleamed beneath it as a star). Ben diverso, invece, è il suono del corno: Hansi, infatti, lo descrive come like a raging storm, mentre Tolkien ci tramanda ch'esso emettesse shrill music. L'aggettivo "shrill", documentato in testi del tardo XIV secolo, è mutuato probabilmente dall'aggettivo Tardo Inglese "scralleton"; benché la preziosa e magnifica traduzione di Francesco Saba Sardi ci tramandi la lezione di "stridulo", l'aggettivo è prettamente legato alla capacità penetrativa del suono e, solo in seguito, il termine acquisì un connotato negativo quale l'aggettivo usato nella traduzione. Dunque, né un suono che è pari a una tempesta che infuri (probabile confusione con l'aggettivo tedesco "schallende"), né un suono prettamente stridulo, quanto piuttosto un suono capace di penetrare le rocce e arrivare come un riecheggiare lontano alle orecchie di Morgoth.
Tolkien, infatti, non vuole dare l'idea di un eroe irato e furioso, quanto di un eroe che, di fronte al proprio destino, ben consapevole di sacrificare se stesso, rimane impassibile e calmo. Di qui, la descrizione della sua voce: keen and clear, mentre nella canzone dei Blind Guardian, addirittura, lo "udiamo" urlare. Il Bardo di Krefeld, invece, preferisce infondere in Fingolfin le qualità dell'eroe titanico. Egli, dunque, in Hansi, arriva alla completa conoscenza di sé nella prima strofa, come abbiamo già visto (Finally I've found myself); dunque, proclama la riscossa dell'irrazionalismo contrapponendo alla ragione il sentimento, la fede, l'intuito, la spontaneità e la sfrenatezza. Fingolfin perfeziona il proprio processo superomistico divenendo titano che trova piena espressione in raffigurazioni di un'umanità che aspira a raggiungere impossibili mete vietate, connotando la propria insofferenza verso il finito con una ribellione vana e senza sbocco.

Bedecke deinen Himmel, Zeus,
Mit Wolkendunst
Und übe, dem Knaben gleich,
Der Disteln köpft,
An Eichen dich und Bergeshöhn;
Mußt mir meine Erde
Doch lassen stehn
Und meine Hütte, die du nicht gebaut,
Und meinen Herd,
Um dessen Glut
Du mich beneidest.

Ich kenne nichts Ärmeres
Unter der Sonn als euch, Götter!
Ihr nähret kümmerlich
Von Opfersteuern
Und Gebetshauch
Eure Majestät
Und darbtet, wären
Nicht Kinder und Bettler
Hoffnungsvolle Toren.

[…] Ich dich ehren? Wofür?
Hast du die Schmerzen gelidert
Je des Beladenen?
Hast du die Tränen gestillet
Je des Geängsteten?
Hat nicht mich zum Manne gescmiedet
Die allmächtige Zeit
Und das ewige Schicksal,
Meine Hernn und deine?

Wähntest du etwa,
Ich sollte das Leben hassen,
In Wüsten fliehen,
Weil nicht alle
Blütenträume reiften?

Hier sitz ich, forme Menschen
Nach meinem Bilde,
Ein Geschlecht, das mir gleich sei,
Zu leiden, zu weinen,
Zu genießen und zu freuen sich,
Und dein nicht zu achten,
Wie ich!

Copri il tuo cielo, Giove, di nubilosi vapori ed esercitati, pari a fanciullo che decapiti i cardi, su le querce e le cime dei monti; ma lasciarmi tu devi la mia terra e la mia capanna, che tu non costruisti, e il focolare, la cui fiamma m'invidi!
Nulla conosco io sotto il sole più povero di voi, dèi! Di sacrifici e d'incensi a stento nutrite la vostra maestà e languireste se non ci fossero speranzosi pazzi, mendicanti e bambini.
[…] Io onorarti? Perché? Hai forse tu mai alleviato il dolor dell'oppresso? Hai forse tu mai asciugato le lacrime dell'afflitto? E me non han forse fatto uomo il Tempo onnipotente e il Fato eterno, signori miei e tuoi?
Vaneggeresti forse ch'io dovessi odiare la vita, nel deserto fuggirmene perché non tutti i sogni diedero frutti?
Qui fermo io sto, formo a mia immagine uomini, una stirpe a me simile, destinata a soffrire, piangere, godere e gioire, e a non curarsi di te, come fo io!
("Prometheus", Johann Wolfgang von Goethe)


Ancora, dunque, il bardo di Krefeld veicola all'ascoltatore un'immagine ben più forte e passionale rispetto al corrispettivo tolkeniano. Da una minuzia, come la descrizione del corno, infatti, l'intero personaggio risulta cambiato. Lo stesso discorso diretto, la stessa sfida lanciata da Fingolfin denota quel carattere prometeico che stupendamente Goethe ha tratteggiato nel suo poema. In Tolkien leggiamo "craven", aggettivo del tardo XIII secolo di stampo francese, a sua volta mutuato dal latino ("crevante", participio passato del verbo "cravanter", deriva dal verbo latino "crepare"), che più che il significato di "codardo", delinea un qualcuno che si dichiara sconfitto. Dunque, il Noldor dichiara l'Ainur rinnegato sconfitto, lui che altri non è che un signore degli schiavi (… and Fingolfin named Morgoth craven, and lord of slaves). In Hansi, Fingolfin, è ben più deciso nel suo parlare: come Prometeo, non nutre alcun rispetto per il nemico e lo chiama apertamente you, coward. È interessante, inoltre, come il termine "coward" non sia in relazione con la dicitura di lord of slaves, a differenza di quanto avvenga in Tolkien. Questo non è un particolare di poco conto, quanto piuttosto una maggiore sottolineatura dell'intento titanico e della volontà superomistica di Fingolfin. Ancora, in Hansi, la paura di Morgoth e il suo accogliere la sfida in modo riluttate non trova alcuno spazio, a indice che il Noldor si sta per scontrare in una lotta impari (proudly the high lord / challenges his doom) tra lui, Uomo che aspira all'infinito, contro il proprio nemico, il Divino che lo costringe a vivere nel mondo del finito. E la natura divina di Morgoth è ulteriormente chiarificata nella strofa dove egli stesso prende la parola:

Slowly in fear,
The dark lord appears:
"Welcome to my lands.
You shall be damned!".

Lentamente tra la paura,
il signore oscuro fece la sua comparsa:
"Benvenuto nelle mie terre.
Sarai dannato!".


Questa altri non è che l'unica e ovvia risposta che il Divino può proferire di fronte alla sfida dell'Uomo. Come la ribellione al prepotere di Zeus, la Titanomachia, si risolse con la reclusione dei Titani nel Tartaro; come il desiderio di Prometeo fu condannato a essere incatenato nudo, alla mercé di un'aquila che gli dilaniasse ogni giorno il fegato che la notte gli ricresceva, e gli uomini suoi protetti con la sciagurata curiosità di una donna, Pandora; così, Fingolfin è punito con la morte e la distruzione e la dispersione del suo popolo, pure se il suo spirito e il suo sacrificio perdureranno nei secoli e nei racconti.
La volontà titanica, dunque, è necessariamente destinata ad esaurirsi nella morte di colui che la esercita, dal momento che l'Uomo, ovvero colui che abita nel mondo del finito, non può aspirare a superare la propria condizione ed elevare il proprio spirito alla visione dell'infinito, caratteristica che è propria del Divino. Quindi, Hansi, ribalta completamente la visione del cavaliere medioevale tanto cara a Tolkien per consegnarci, in un'ultima analisi, un vero e proprio eroe tragico rinascimentale. Mischiando Fingolfin con Faust, Prometeo e Werther, Hansi, come aveva già fatto con Fëanor, avvicinandolo ai grandi villani shakespeariani, rinnova completamente l'iconografia statica del Professore con mirabile arte.

The iron-crowned
Is getting closer,
Swings his hammer
Down on him, –
Like a thunderstorm
He's crushing
Down the Noldor's
Proudest king.

"Under my foot,
So hopeless it seems.
You've troubled my day:
Now, feel the pain".

The Elven-king's broken,
He stumbles and falls.
The most proud and most valiat, –
His spirit survives.
Praise our king!

Il coronato di ferro
si avvicina,
mulina il martello
su di lui
e come una tempesta di tuoni
si abbatte
sul più fiero
tra i re dei Noldor.

"Sotto il mio piede,
sembra così insignificante.
Hai tormentato i miei giorni:
ora ne pagherai il fio".

Il re degli Elfi è affranto,
inciampa e cade.
Il più fiero e il più coraggioso –
il suo spirito perdurerà.
Lodate il nostro re!



Cristiano Elros
Martedì 20 Ottobre 2015, 21.40.55
3
Continuate così!
Luca
Lunedì 12 Ottobre 2015, 18.32.36
2
Bellissimo, come gli altri 2 d'altro canto
Nyarlathotep
Lunedì 12 Ottobre 2015, 13.01.34
1
Complimenti davvero! Da un filologo e appassionato di Tolkien, complimenti.
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