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MADNESS IN THE VEINS DAY - Razzmatazz 2, Barcelona, 11/10/2015
17/10/2015 (953 letture)
Da qualche anno a questa parte, quando preparo un viaggio, ho la buona abitudine di controllare eventuali concerti nei giorni di permanenza. Vista la pochezza di eventi nel nostro paese, soprattutto a Roma, dove le strutture adibite sono relativamente carenti, approfittare dei viaggi all'estero è sempre una buona opportunità. Quando andai ad Amsterdam vi erano i Toto, ma i biglietti erano finiti, quando andai invece a Londra c'erano i Saxon, ma suonavano esattamente la sera prima del mio arrivo. Questa volta il fato è stato più benevolo e mi ha concesso un bill particolarmente ghiotto: due headliner da paura come Annihilator e Leprous, accompagnati da una serie di gruppi spalla degni di nota, come gli Harlott e gli Archer ad esempio. Arrivato in territorio catalano non ho esitato a fare mio il biglietto, recandomi a Carrer dels Tallers, lungo vicolo noto per i suoi numerosi negozi alternative, di dischi e di strumenti musicali. Un'autentica Mecca della musica, che consiglio vivamente a tutti coloro che andranno in viaggio a Barcellona.
Il Razzmatazz è un luogo storico per i concerti metal, basta infatti guardare le locandine delle serate previste nei prossimi mesi: The Ocean, Riverside, Ensiferum, Children of Bodom, Veil of Maya e Periphery sono i primi nomi che risaltano all'occhio. Giunto alla sala ho fatto subito un giro per il posto: due lunghi banconi illuminati di rosso e ricchi di bottiglie erano presenti ai lati, in fondo vi era un piccolo stand per ogni gruppo e la grossa postazione di missaggio audio era al centro della sala. Un'organizzazione abbastanza ordinata e precisa, nonostante l'ambiente fosse nel complesso molto grezzo ed underground nell'aspetto. Dopo il canonico giretto per i banchetti del merchandising, relativamente poveri e scarni, quando le luci hanno iniziato a spegnersi mi sono avvicinato alle transenne sotto il palco, appropriandomi di una magnifica posizione in attesa delle prime note.

REDENZVOUS POINT
Ad aprire le danze ci pensa la giovanissima band proveniente dalla Norvegia, presentando un prog metal che ha diverse incursioni elettroniche e qualche venatura alternative. Nel complesso tuttavia l'atmosfera creata è abbastanza cupa, alternando rabbia e malinconia. Purtroppo, come in tutti questi concerti dai lunghi bill, i primi sono sempre quelli che soffrono l'acustica peggiore. A debilitare fortemente lo show dei Redenzvous Point infatti vi è un missaggio completamente sbagliato: la voce potente di Geirmund Hansen svetta su ogni cosa insieme alla batteria di Baard Kolstad. L'abilità di quest'ultimo dietro le pelli è sconvolgente e a volte sembra avere quattro braccia invece di due. Tuttavia l'intero show sembra un'esibizione di batteria e voce, poiché gli altri strumenti sono completamente inesistenti, quasi da qualsiasi posizione della sala. Un vero peccato, poiché vi è palesemente una gran dose di talento che rimane nascosta e che sarebbe stato bellissimo vedere, soprattutto in pezzi come Wasteland e Para.

SPHERE
Veloce cambio palco tra una formazione e l'altra: è il turno degli Sphere, connazionali dei Redenzvous Point, ma decisamente lontani da loro in termini di genere. La violenza del technical death metal incontra elementi djent e refrain melodici del metalcore in una miscela abbastanza coinvolgente e riuscita, seppur non troppo innovativa. Nonostante la batteria rimanga sempre altissima, il missaggio sembra migliorare e si riescono ad apprezzare anche alcuni elementi teatrali ed elettronici nel sound del gruppo. La presenza scenica di Isak Haugan è degna di nota, fautore di uno scream violento e di una prestazione decisamente carismatica. Anche tutti gli altri musicisti son dotati di grande abilità tecnica, creando una solida base musicale che fa apprezzare particolarmente brani come Primordial e Shock and Awe. Lo show scorre in maniera un po' troppo omogenea ma altrettanto piacevole, risultando complessivamente buono ma nulla di più.

ARCHER
A cambiare nuovamente genere ci pensano i californiani Archer, che presentano il loro nuovo full length Culling of the Weak, forte della produzione di Mike Clink, noto per aver collaborato con Megadeth, Metallica, Guns N' Roses e molti altri artisti nei loro periodi apogei. Il trio di Santa Cruz ci delizia con una miscela di heavy e thrash old school veramente notevole, che mette in risalto soprattutto la prima componente. Dylan Rose è un frontman clamoroso, dotato di una grande voce e di un'abilità tecnica alla sei corde sorprendente. Il cantante tiene il palco con grande carisma, aiutato da una buona sezione ritmica formata da David de Silva al basso e Keyhan Moini alla batteria. Lo show purtroppo risulta molto breve per via di qualche problema tecnico durante il cambio palco con gli Sphere, tuttavia il coinvolgimento è decisamente maggiore e l'ambiente si fa molto più caldo. Gli Archer sfoggiano anche una riuscitissima cover di Tornado of Souls dei Megadeth, che non fa altro che infiammare la sala, insieme a due pezzi del loro ultimo album, Dawn of Dilution e Day That Never Came. Una bella sorpresa in questa serata, ma soprattutto una grande speranza per il futuro.

HARLOTT
Tra i nomi interessanti di questa sera vi era anche quello degli Harlott. I thrasher australiani hanno fatto parlare molto di se con due ottime uscite, come Origin (2014) e Proliferation (2015), proponendo un thrash marcatamente vecchia scuola, ma realizzato con le sonorità moderne. Slayer, Nuclear Assault ed Exodus sono fra i primi nomi che vengono in mente ascoltando i ragazzi che aprono la loro setlist con due pezzi del loro ultimo disco. Proliferation ed ancora di più Denature fanno pensare tantissimo all'impostazione musicale dei primi citati, sfoggiando una violenza a tratti encomiabile. Andrew Hudson, cantante e chitarrista, ci regala una prestazione straordinaria: dallo sguardo che trasmette un senso di follia all'acidità della voce, graffiante e cattiva. La chitarra tagliente di Ryan Butler trova ancora più spazio in Heretic, tratta dal primo full length Origin e successivamente in None, uno dei primissimi brani tratto dall'omonimo EP del 2012. Nonostante lo stile sia derivativo si percepisce una freschezza ed una carica da parte di tutta la formazione veramente meravigliosa. A chiudere il concerto degli Harlott troviamo Means to an End, miscela di tutto ciò che caratterizza il gruppo, dai midtempo maligni alle sfuriate grezze e velocissime. La sala è clamorosamente calda e progressivamente sempre più piena, pronta ai due grandi nomi della serata.

LEPROUS
Dopo due setlist interessanti e trascinanti come quelle degli Archer e degli Harlott, avevo qualche perplessità su i Leprous, visto il radicale cambio genere verso il quale andavamo incontro. Fin dalle prime note elettroniche e sospese di The Flood, che apre la loro performance, si percepisce una netta "stonatura" con tutto quello che vi è stato precedentemente. Il caldo accumulato nelle ore precedenti sembra dispersi e tutto torna più freddo: il pubblico si muove decisamente di meno e si nota nei volti dei presenti un po' di coinvolgimento in meno rispetto ai gruppi precedenti. La coreografia della formazione norvegese di certo non aiuta, poiché l'intero gruppo si presenta vestito di nero e mai vede la luce dei riflettori puntata su di se, ma solo quella dei faretti colorati alle proprie spalle. Nel complesso quindi l'impatto visivo è suggestivo e piacevole, ma senza ombra di dubbio la tanto ricercata freddezza influisce anche sull'ascolto, presentando i Leprous in maniera più chiusa ed ermetica. Angoscia e ossessione sono le sensazioni predominanti che passano insieme ai primi brani, tutti tratti dal nuovo The Congregation (2015), ad eccezione di The Cloack che viene presa dal precedente Coal (2013). Quest'ultimo brano rende particolarmente bene dal vivo e la prestazione di Einar Solberg è veramente ottima, sia per la precisione con cui prende le note più acute del refrain, sia per il coinvolgimento emotivo che ci viene messo. Con un po' di perplessità continuano a essere suonate esclusivamente canzoni del loro ultimo lavoro (scelta opinabile), tuttavia il pubblico sembra scaldarsi un po' di più su The Price e Down. La prestazione, tecnicamente eccellente per tutti i musicisti, ma nella sostanza fredda e lontana va a concludersi con The Valley, cantata a gran voce da tutti i presenti nella sala. Dopo un elegante inchino i Leprous ci lasciano con qualche dubbio, come ad esempio se fosse necessario dimenticarsi tutto il repertorio antecedente a Coal, considerando che è di gran lunga la parte migliore del gruppo. La sensazione che accompagna l'attesa per l'ultimo grande gruppo della serata è l'amara consapevolezza di un'occasione abbastanza sprecata, poiché considerate le doti dei Leprous e la resa acustica decisamente migliore rispetto a coloro che hanno suonato prima, sarebbe potuta andare molto meglio.

SETLIST LEPROUS

1. The Flood
2. Third Law
3. Rewind
4. The Cloack
5. Slave
6. The Price
7. Moon
8. Down
9. The Valley


ANNIHILATOR
Ore 21:45 circa, il momento che tutti attendevamo con ansia: introdotti dalle note di Rock You Like a Hurricane degli Scorpions, entrano in scena gli Annihilator. Sua Maestà Jeff Waters viene accolto e acclamato da un boato generale, fatto di urla e applausi. L'atmosfera si infiamma immediatamente con l'adrenalinica King of the Kill, che mostra il gruppo in uno stato di grazia encomiabile. Waters regge il palco meravigliosamente, interagendo con il pubblico e avvicinandosi molteplici volte ai bordi del palco per stringere la mano ai ragazzi alle prime file. A completare la line up degli Annihilator abbiamo sul palco un carismatico Cam Dixon al basso, un tecnicissimo ed impeccabile Aaron Homma alla seconda chitarra e il mostruoso Mike Harshaw alla batteria, già presente con il gruppo sull'ultimo album e su Feast. Il materiale di Suicide Society non regge il confronto con tutto il resto, passando senza infamia e senza gloria, ma è solo una breve parentesi. Il concerto prosegue positivamente con una bella esecuzione di No Way Out, dove la mancanza di Dave Padden non si sente minimamente. La prova al microfono di Waters infatti è più che discreta e non stona minimamente con i pezzi, risultando -a mio avviso- decisamente migliore di quella del precedente cantante. Soprattutto nei pezzi tratti dai primi lavori, come Set the World on Fire, Never, Neverland e W.T.Y.D. la prestazione del leader è decisamente più carismatica e calda di quella del cantante che ha militato negli Annihilator da All for You (2004) a Feast (2013). Durante questi pezzi la seconda fila dalla quale sto ascoltando il concerto diventa bollente ed invivibile, messa a fuoco da molteplici riff leggendari e da uno sfoggio di energia che rende l'esperienza meravigliosa. Le sorprese non finiscono e vista la line up, era quasi scontato che il gruppo andasse a prendere più pezzi dal vecchio King of the Kill (1994) che vedeva il chitarrista anche cantante. Bliss e Second to None sono due perle ritirate fuori sopratutto negli ultimi anni, che dal vivo rendono tantissimo, grazie anche alla presenza di Aaron Homma che si lancia in un tapping incredibilmente preciso e frenetico. Dopo la goliardica Brain Dance, vede la luce un altro storico pezzo: Phantasmagoria è uno dei miei brani preferiti e anche il pubblico del Razzmatazz gradisce particolarmente, cantando a perdifiato i trascinanti refrain. Siamo prossimi alla fine e, dopo una breve introduzione accompagnata da alcuni ringraziamenti, salgono sul palco alcuni ragazzi degli altri gruppi che hanno suonato al Madness in the Veins Day. In un'esibizione a dir poco spettacolare di Alison Hell, vediamo sullo stage con gli Annihilator Andrew Hudson (Harlott), Keyhan Moini e Dylan Rose degli Archer. In particolar modo quest'ultimo risulta un innesto decisamente azzeccato, vista la sua capacità di prendere note adatte al ritornello acutissimo della canzone. Il finale spetta alla storica Human Insecticide, richiesta a gran voce dal pubblico e storico finale degli show del gruppo americano. Jeff Waters, completamente zuppo di sudore insieme alla sua Epiphone rosso fuoco, saluta così Barcellona, con una setlist clamorosa fatta di tutti grandi classici ad eccezione di qualche pezzo recente. In questa sera ci siamo dimenticati il mediocre Suicide Society e questo non fa altro che lasciarci una piacevole aspettativa per il futuro: per un gruppo ancora capace di dare così tanto dal vivo, non ci resta che attendere il prossimo lavoro, nella speranza che l'ultimo sia stato solo uno scivolone.

Intanto, lunga vita agli Annihilator, lunga vita a Sua Maestà Jeff Waters, The King of the Kill.

SETLIST ANNIHILATOR

1. King of the Kill
2. Suicide Society
3. Creepin' Again
4. No Way Out
5. Set the World on Fire
6. W.T.Y.D.
7. Never, Neverland
8. Bliss
9. Second to None
10. Brain Dance
11. Phantasmagoria
12. Alison Hell
13. Human Insecticide



AL
Lunedì 19 Ottobre 2015, 14.52.18
8
@Dany 71: ero a Brescia. grande serata. purtroppo mi son perso gli Archer causa traffico e pioggia. Grande batterista quello degli Annihilator. se sei iscritto al form c'è il topic della serata al Colony
BlackSoul
Domenica 18 Ottobre 2015, 13.56.09
7
Capito peccato perchè su disco è un gran pezzo.
Michele "Axoras"
Domenica 18 Ottobre 2015, 12.19.04
6
@Blacksoul: Rewind non è stato un brano particolarmente eclatante dal vivo, poiché tutta la prima parte non decolla mai e questo dal vivo pesa un po' ad un certo punto dell'esecuzione, mentre l'ultima è decisamente caotica per essere eseguita in un posto che ha un'acustica sufficiente. Il risultato finale è apprezzabile, ma nulla di più :/
BlackSoul
Domenica 18 Ottobre 2015, 8.44.12
5
Una domanda per Axoras: musicalmente, come suona Rewind dal vivo? Perchè su disco è una bomba, poi ha una drum track da paura (tra l'altro il batterista è lo stesso dei Rendezvous Point)
BlackSoul
Domenica 18 Ottobre 2015, 8.41.46
4
Strano che i Leprous non abbiano suonato pezzi da Bilateral, di solito so che non li tralasciano, e di sicuro avrei sostituito qualcosa di Coal con una Waste of Air o una Mediocrity Wins. Si vede che avevano meno tempo del solito e hanno deciso di puntare tutto sulla promozione del loro nuovo corso meno sperimentale (purtroppo, per Coal).
Dany71
Sabato 17 Ottobre 2015, 19.27.44
3
Infatti, avevo la percezione fosse un problema di bilanciamento e non lui fiacco. Peccato per il dum-solo ha bilanciato bene tra il tecnico e il terremotante, ma aspetto il giudizio di qualche altro presente. Ciao!
Michele "Axoras"
Sabato 17 Ottobre 2015, 18.41.38
2
@Dany71: Niente drum solo aimè ... da noi la voce di Waters si sentiva decisamente bene e in alcuni pezzi ha fatto proprio una bella performance!
Dany71
Sabato 17 Ottobre 2015, 18.28.37
1
Io ho dovuto "accontentarmi" di Brescia periferica e non Barcellona, confermo tutte le tue valutazioni @Axoras riguardo Harlott e Archer, per gli Annihilator peccato che la voce di Jeff non riusciva ad uscire dal micro, o almeno io che ero aggrappato alla transenna non la sentivo. Waters sempre uno dei miei guitar hero preferiti. Harshaw ha fatto il drum-solo a Barcellona?
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