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FATAL PORTRAIT - # 14 - Mercyful Fate
03/11/2015 (1771 letture)
Unici, inimitabili, inarrivabili, irraggiungibili. Quante volte avete sentito parlare di gruppi musicali, non necessariamente seminali o sconvolgenti, in questi termini? L'iperbole, quando si tratta di musica, è sempre dietro l'angolo, e lo è forse ancor di più quando si parla di metal, il genere musicale più massimalista tra quelli esistenti. Se c'è una band, nell'intera storia del metal, che si merita a pieno titolo l'etichetta di "inimitabile", beh… Citofonare Copenaghen, Danimarca, 1980 circa. Legge universale: quanto più la società si spinge sul baratro della standardizzazione, tanto più i veri artisti (inversamente proporzionali, per numero, alla massa standardizzata), lotteranno per una sincera (e talvolta violenta) emancipazione dal basso, gutturalmente contrapposta agli squilli strillanti del pensiero di massa.
Sempre in tema di leggi universali: non sempre chi inventa qualcosa, in ambito artistico, riesce a condurre quel qualcosa alle massime possibilità espressive raggiungibili.
I
Mercyful Fate non hanno inventato nulla, ma, da veri artisti, hanno scandagliato in profondità le contraddizioni dell'animo umano, per rivomitarle all'esterno in una forma nuova, contorta, aliena.
King Diamond e compagni hanno condotto il metal fino al sentiero delle estreme conseguenze, fermandosi proprio all'imboccatura.
Ecco il racconto di come la musica estrema, da Figlia del Demonio, si è fatta, in un battito di ali nere, Demonio essa stessa.


1. Nuns Have No Fun
Alice Cooper + anticristianesimo + spirito (oscuro) underground + strascichi hard rock/blues = Nuns Have No Fun. La canzone è uno dei primi mattoni posti dai cinque danesi per edificare il gigantesco, lugubre e malevolo edificio tematico-musicale noto come Mercyful Fate. Contenuto nel leggendario (e dall'ancor più leggendaria copertina: donna nuda crocifissa dice niente?) EP del 1982, il brano è un robusto assaggio di quello che i Fate andranno poi a sviluppare con maggior compiutezza in Melissa. Le basi del Fate-sound ci sono già tutte: chitarrocentrismo, sezione ritmica forsennata e ben più tecnica della maggior parte delle combo basso-batteria presenti sulla scena all'epoca, vocalism spezzato tra versi belluini e invocazioni in falsetto satanico. Quello che manca è un pizzico di equilibrio atmosferico e il coraggio di emanciparsi in toto dai modelli heavy rock degli anni '70 (UFO, primi Priest, Alice Cooper stesso), per perseguire con convinzione e certezza d'intenti una strada mai battuta in precedenza.

You're a nun you haven't had no fun
Living your life as virgin queen

I'm gonna change it and I'll get it done

Tomorrow you won't be a virgin queen


Se dal punto di vista musicale i cinque danesi non trovano ancora la giusta calibratura, sulle lyrics, invece (come si può evincere sopra), siamo già in un territorio mai battuto in precedenza. I Mercyful Fate non hanno paura di essere brutali e spietati e puntualizzeranno ancora di più il concetto nel capolavoro Melissa, il loro disco più sentito e monolitico.

2. Evil
Un manifesto, prima che una canzone. Il brano più leggendario di uno dei dischi più leggendari della storia del metal. Un rituale oscuro. Una prova di forza musicale terrificante. Queste, e tante altre cose, è Evil, traccia d'apertura del seminale Melissa, del 1983. Immaginate di essere un adolescente metallaro nei primi anni '80: le band da idolatrare non vi mancano, tra gli Iron Maiden nel pieno delle forze, i Judas Priest al top della fama e tanti altri eccellenti combo come Saxon, Diamond Head, Def Leppard, Raven, Venom e compagnia musicante (senza dimenticare i gruppi di confine come i Motorhead). Poi, dal vostro rivenditore metal di fiducia, v'imbattete in un album dalla copertina inquietante, sinistra, lugubre: un teschio cornuto e urlante che vomita scie di sangue dagli occhi e dalla bocca. Comprate il vinile, come obbligati da una forza oscura e, non appena parte la prima nota della prima canzone - Evil, per l'appunto - vi trovate istantaneamente e completamente asserviti a tale, soverchiante, forza soprannaturale: al Male in persona. Il cantore della malignità, del satanismo, della fine dei tempi, dell'Anticristo e di tutta una serie di tematiche oscene oggi come allora è nientemeno che King Diamond, l'Oscura Maestà di Ogni Nefandezza in persona.
King Diamond all'epoca era (solamente) una stella dell'undeground danese, sul punto di sfondare nella madrepatria e in Inghilterra. Melissa è proprio il disco della consacrazione, il disco che istituzionalizza un suono, un modo di essere, un modo di sentire, un look e un certo tipo di atmosfere musicali successivamente riprese da buona parte della scena metal estrema. Dove i Venom erano già arrivati con l'ironia e con tanto gusto per la provocazione, dove i Sabbath e i Coven si erano spinti con la pura forza dell'intuizione, i Fate giungono guidati dalla consapevolezza, cullati dall'inebriante brezza dell'avanguardia. Evil è una vera ventata d'aria gelida.
Il quintetto danese fonde liberamente Sabbath e Priest, aggiungendo una complessità tecnica mai sperimentata in precedenza nemmeno dai Preti di Giuda (famosi, tra le altre cose, i leggendari controtempi basso-batteria che sono diventati uno dei marchi di fabbrica dei Fate). Le grida di Diamond raggiungono nuove vette di empietà, l'assolo armonizzato Shermann-Denner è un classico istantaneo, le lyrics non fanno prigionieri.

You know my only pleasure

Is to hear you cry

I'd love to hear you cry

I'd love to feel you die


Insomma, al netto dell'importanza storica e delle innovazioni musicali e tematiche apportate, non è un'eresia definire Evil uno dei dieci brani metal più influenti di sempre. E siamo solo all'opener di Melissa...

3. Curse of the Pharaohs
La prima rappresentazione compiuta di quello che diventerà uno dei temi preferiti di King Diamond: sempre di Re stiamo parlando, nello specifico di quelli dell'Antico Egitto, famosi per i loro supposti poteri occulti.
Curse of the Pharaohs è l'ulteriore esplicitazione dello step evolutivo compiuto dai Mercyful Fate rispetto alle band precedenti: una volta aperto il Vaso di Pandora della malvagità, tutto è concesso; peggio (meglio): tutto è dovuto. Satana, faraoni, streghe, riti oscuri, racconti horror, l'universo tematico dei Mercyful Fate si allargherà sempre più, disco dopo disco, e con esso il limite del tollerato e dell'accettabile nel mondo già di per sé marginale e sub-etico del metal. L'evoluzione morale della scena metal passa ineluttabilmente per una band, curiosamente, decisamente fuori, topograficamente parlando, dalle rotte di navigazione più seguite dai bastimenti metallici (con in più l'aggravante, per la Danimarca, di essere tornata immediatamente irrilevante per la musica metal, dal tramonto dei Fate in poi).
Danimarca e Egitto, unite in una sinfonia maledetta e maledettamente accattivante, nuovamente innalzata da un impianto compositivo di livello assoluto. Il riff è di quelli di granito, i soli ipnotici di Shermann e Denner non lasciano scampo, la sezione ritmica Timi Hansen-Kim Ruzz è una delle più ingiustamente sottovalutate dell'intera storia del metal.

Don't touch, never ever steal

Unless you're in for the kill

Or you'll be hit by the curse of the Pharaohs

Yes you'll be hit and the curse is on you


Le lyrics aggiungono un'ulteriore nuova dimensione: quella del teatro. Pare quasi di assistere alla scena, alla profanazione. King Diamond è tanto un attore quanto un cantante; i suoi testi sono davvero messi in scena e acquisiscono una dimensione visiva e un range emotivo quasi tattile precedentemente inesplorato, non solo nel metal.

4. Into the Coven
Una canzone maledetta, già dal titolo. Così maledetta da essere inserita nella famigerata lista nera (la cosiddetta Filthy Fifteen) di Tipper Gore e del suo PRMC. Motivazioni: occultismo, blasfemia, incitazioni alla necrofilia e al satanismo. Tutto giusto, in effetti. La differenza tra Diamond e i suoi infiniti e fin troppo iperbolici discepoli, sta nell'inimitabile e insuperata capacità del Re di camminare in equilibrio tra iperrealismo, teatro e parodia. King Diamond rimarrà per lungo tempo il più giullarescamente infantile e al contempo il più squisitamente satanico dell'intera "black" scene. I Mercyful Fate di Into the Coven sono new wave metal nel pieno senso del termine: stanno alla musica heavy come i Joy Division stanno alla new wave canonica, oppure come Goya e i romantici occultisti stanno alle arti figurative sette-ottocentesche. C'è un prima e un dopo, in sostanza, un'avanguardia che s'inserisce in un contesto di radicato, schematico bigottismo.
La canzone si apre in modo quasi "carezzevole", per poi sconfinare nell'ormai consueta orgia sfrenata di cambi di tempo e di latrati in falsetto. L'intro chitarristica di Into the Coven, così meravigliosamente fuori contesto, così fintamente pura e incontaminata, fa percepire con ancor maggior intensità la deflagrazione del Male senza appello che viene messa in scena immediatamente dopo. Semplicemente geniali, nella loro genuina follia, i coretti cantilenanti di King Diamond, che paiono fare il verso alle filastrocche infantili. Tre canzoni, tre capolavori. E ancora dobbiamo arrivare a metà disco.

Now, now you're into my Coven

You are Lucifer's Child

Into the Coven

Lucifer's Child


Il Re delle Tenebre non fa prigionieri.

5. Black Funeral
Un rito satanico in note, né più né meno. Seguito spirituale (nel vero senso del termine) di Into the Coven, Black Funeral alza ulteriormente l'asticella della depravazione e dell'empietà di Melissa. King Diamond, nell'ultrareazionario mondo dei primi anni '80, si permette - sentite e leggete bene - di invocare direttamente il Demonio in un prodotto di massa e di uso comune come un brano musicale.

Open the black box to the altar

Her blood is still hot, so let it out

Oh hail Satan, Yes hail Satan

Now drink it, drink, forget that whore

It's a black funeral

She was a victim of my Coven


Di tutti i brani di Melissa, Black Funeral, anche per l'incedere spietato e senza soste dell'impianto strumentale, è forse il più vicino al black metal propriamente detto. Da Black Funeral ai Mayhem il passo è brevissimo. Consiglio (se non siete impressionabili, ma se siete metallari doc difficilmente lo sarete): ascoltate questa traccia a notte fonda, in cuffia, immersi nell oscurità e con una sola candela tremolante accesa nel buio. Una vera esperienza mistica, provare per credere!

6. Satan's Fall
Uno dei brani più complessi, intricati, oscuri, drammatici, evocativi della storia dell'heavy metal tutto. I Mercyful Fate - più specificamente Hank Shermann e King Diamond – dimostrano di possedere doti da storyteller di livello assoluto. In particolare, Shermann è l'addetto alla narrazione musicale, alla modellazione sonora, alla composizione dell'affresco; Diamond è il cantore delle emozioni più empie, del pathos, è colui che dà le pennellate più importanti, che rifinisce il quadro. Entrambi fanno un lavoro encomiabile nella compenetrazione, ai massimi livelli, di forma e sostanza. Nei Mercyful Fate, infatti, forma e sostanza sono la stessa cosa: i Fate sono quello che suonano e suonano quello che sono (o perlomeno l'immagine che hanno di sé stessi). Non c'è trucco e non c'è inganno; e si vede; e si sente. Satan's Fall sta al metal oscuro come "Il Grande Caprone" di Goya sta all'arte oscura, esempi raggiungibili solo a livello formale dai discepoli, ma mai in quanto a trinomio forma-sostanza-anima (il black metal norvegese, ad esempio, molto spesso ha più a che fare con la forma che con la sostanza). I Mercyful Fate sono stati i primi, i più sinceri, i meno sovrastrutturati di tutti. Forse non i più cattivi, ma il loro fine non è mai stato quello di spaventare, quanto quello di creare una zona eterica di comunicazione puramente emozionale con l'ascoltatore. Impressionare, nel senso di lasciare un'impressione duratura, non terrorizzare.
Satan's Fall è l'esempio programmaticamente più riuscito di traduzione in suoni delle geniali intuizioni del combo danese. Un'ispirazione tanto partecipe, un suono tanto potente e calorosamente gelido, una via così diretta per l'oltremondano non sarà praticamente mai più raggiunta in seguito; né dai discepoli (che - Bathory e pochi altri eletti non inclusi - perderanno per strada buona parte della componente drammatica del sound "black", per privilegiare invece quella più diretta e demoniaca), né dai Fate stessi.
Lo sforzo compositivo di Shermann, autore della struttura portante del pezzo, è semplicemente monumentale: 11 minuti e 23 secondi di durata, sedici riff distinti, infinite notti insonni passate a scrivere frasi musicali. Michael Denner, partner d'ascia di Hank, ha affermato che per la band è stato difficilissimo imparare a dovere tutta l'intricata composizione. Il risultato, in ogni caso, è di quelli che rimangono incisi a lettere roventi nella storia.

Use your demon eyes, uncover the disguise

Time is out...

Yeah, I don't need your God

On the law of Satan

Pray and obey it forever

Oh the law of Satan


Dopo un'eternità di prigionia, Satana è pronto a impadronirsi del mondo; una nuova legge, anarchica e spietata, è sul punto di spazzare via ogni retaggio del passato.

7. Melissa
È possibile commuovere cantando della storia di un'empia fatucchiera serva del Demonio? Sì, con King Diamond dietro al microfono (scheletrico) e Hank Shermann e Michael Denner alle chitarre. Melissa è contemporaneamente una serenata dedicata a Satana/Melissa e un brano di musica struggente, a tratti addirittura toccante. Dietro al "facile" massimalismo dell'invocazione al Male (tema centrale, come già rimarcato più volte, dell'intero disco) si percepisce lo scoramento tutto umano di una personalità frammentata, corrotta, intimamente danneggiata. Melissa è infatti raccontata dal punto di vista del compagno della fattucchiera, messa al rogo dalle istituzioni ecclesiastiche (chi è più demoniaco: la Chiesa, che pretende di usare le fiamme per purificare; o il Diavolo, signore primigenio del fuoco?)
Nella canzone compare per la prima volta, e forse per l'ultima con questa forza, il lato empatico, tragicamente fisico, drammaticamente pulsante della personalità di Kim Bendix Petersen. Il Re Diamante che strategicamente, soprattutto da solista, rinnegherà ben presto questa versione umana di sé, preferendo automitizzarsi all'inverosimile, fino a diventare quasi la versione incarnata di uno dei protagonisti, a lui tanto cari, dei testi di Lovecraft o Stephen King. Nel mondo della musica, si sa, i personaggi quasi sempre vendono più delle persone. Lungi da noi, quindi, criticare le scelte professionali di Diamond; unico appunto possibile: pur nella loro sfrenata, estroversa, mortale vitalità, i dischi da solista del singer danese aggiungono molto meno, rispetto ai primi dei Fate, alla scena metal coeva e successiva (il King Diamond solista è, quasi propriamente, l'Alice Cooper del metal; i Mercyful Fate migliori, al contrario, non possono essere paragonati compiutamente ad altra cosa all'infuori di loro stessi) .
Venendo al lato eminentemente musicale di Melissa, è impossibile non notare il solco che divide la canzone dai rimanenti brani del disco. Melissa è una sorta di dark-ballad, di romantico lamento funebre che s'accende come una stella cadente dalla scia infernale. La produzione sgranata mette ulteriormente in risalto la voce caracollante e colma di ansia malevola di Diamond. L'apertura strumentale della premiata ditta Shermann-Denner è una rivisitazione dei Judas Priest più emotivi, il crescendo successivo è un esempio classico di "Fate che velocizzano i Sabbath".
Melissa è la canzone dove più, in assoluto, le due anime dei danesi rischiano di giungere allo stidore, a un punto di non ritorno. È noto come la voce - unica - di King Diamond funga da primo spartiacque nei confronti della potenziale fanbase della band. Tanti ascoltatori di heavy metal, anche navigati, non riescono ad apprezzare fino in fondo i Mercyful Fate (che potenzialmente adorerebbero, per la loro componente strumentale) per via del famigerato "falsetto diamondiano". Troppo insolito, troppo farsesco, troppo poco rassicurante. In Melissa si arriva, senza passare dal via, agli scream rantolanti, dopo una partenza pressoché cantautorale. Riassumendo: per qualcuno un brano come questo è difficile da prendere sul serio; in buona parte è questione di sensibilità. Chi ha il gusto per il borderline, per l'estremo, per il parossistico, avrà pane nero per i propri denti e ostie sconsacrate in abbondanza.

Melissa, you were the queen of the night

Melissa, you were my light

I swear revenge on the priest

The priest must die

He must die in the name of Hell


Anche i Signori del Male - a modo loro - sanno essere romantici.

8. A Dangerous Meeting
LP numero 2: Don't Break the Oath (1984). Qui i Fate prendono il volo e passano dal rifarsi al cultismo di matrice satanica al divenire un culto, musicale e non, essi stessi. King Diamond (già proiettato verso l'esplosione solistica che avverrà di lì a poco) ora non è più solamente uno strumento del Male e diviene invece l'incarnazione terrena del Male stesso (con un pizzico di autocompiacimento in più e di emotività in meno); i riff di Shermann e Denner non nascono più solo sulla scia dell'urgenza espressiva e dell'ispirazione, ma hanno un che di genialmente premeditato, di sovrannaturalmente "freddo"; la coppia di pilastri costituita da Hansen e Ruzz mette a punto le poche incertezze presenti su Melissa, per diventare a propria volta un'infallibile macchina di morte ritmica.
A Dangerous Meeting apre un capitolo a tutti gli effetti nuovo nella complessa storia dei Mercyful Fate: le influenze hard rock, ancora presenti in Melissa, scompaiono quasi del tutto, per lasciare spazio al metal più heavy e a derive di matrice dark-progressive (i controtempi e i cambi di tempo rimangono un trademark imprescindibile del combo danese). I Fate di Don't Break the Oath sono più insondabili, più chirurgici, più fuori dal tempo e dallo spazio di quanto fossero in passato.
A Dangerous Meeting è uno dei brani più rappresentativi del sound del disco: un sound maturo, consapevole, guidato da un King Diamond sovrannaturalmente incisivo e del tutto incontenibile. Il Meeting del titolo è quello dei Negromanti pronti a invocare Lucifero, ma anche quello dei cinque musicisti danesi tornati sulle scene per incantare di nuovo il pubblico, dopo il successo continentale e americano ottenuto da Melissa (cui i Metallica, e Lars Ulrich in particolare, dovranno tantissimo).

They think they know the spirit to appear

Contact, the table starts to dance

Time is standing still

It's a dangerous meeting

They're gonna get themselves killed


Continuando nel parallelismo tra la band e i cultisti satanici rappresentati nella canzone, pare quasi di riuscire a presagire, leggendo tra le righe, quel che accadrà di lì a poco (con i Mercyful Fate che si rivolteranno su sé stessi a causa delle divergenze artistiche e con una conseguente uscita di scena lunga quasi dieci anni). Quando si ha a che fare con un potere tanto colossale, non sempre è facile imbrigliarlo.

9. Desecration of Souls
Notte fonda. Un'invocazione profana apre l'ennesima perla della carriera dei Fate. King Diamond si rivolge direttamente ai Maghi Bianchi, cioè a coloro che sono in grado di imbrigliare il potere della Magia Lenitiva. Il Re intima loro di rimanere lontani, perché la notte è il territorio di caccia dei servi di Satana, dei Maghi Neri che copulano coi cadaveri e che spargono il seme del Male nel mondo.
Stanotte avverà la profanazione: col favore del buio, i Negromanti si approprieranno delle anime dei morti e le consacreranno alla Stella del Mattino. L'atmosfera tratteggiata dai Fate è orridamente sacrale, ci troviamo in un mondo che non dà scampo e che segue leggi diametralmente opposte rispetto alla vita prima del crepuscolo. La prestazione della band è ancora una volta maiuscola, sia per l'intensità della performance, sia per la credibilità scenica e pressoché epica della rappresentazione sonora. Sembra quasi di assistere a un diorama medievale da parco tematico; solo, completamente cambiato di segno.

Copulation in the Night

Two Shadows upon a Grave

Screams of Pleasure and Screams of Pain

Young Lovers, you must be Insane


Il sesso, per i Mercyful Fate, conserva una carica fortemente erotica, ma perde da qui in avanti ogni legame con l'amore e con il romanticismo classicamente detti. L'atto sessuale, nel racconto dei Fate, è null'altro che lo sfogo bestiale di un istinto insopprimibile; la sublimazione nefanda del bisogno di imporre la propria presenza nel mondo.

10. The Oath
Qui King Diamond si supera e porta La Bestia Aleister Crowley direttamente su disco. Se Black Funeral era un rito satanico declinato in musica, The Oath è un rituale demoniaco vero e proprio. I primi due minuti della traccia, infatti, sono il "recital" della consegna dell'anima a Lucifero, invocazioni nefaste e anticlericali e tuoni nella notte compresi. Mai nessuno, nella storia, aveva osato spingersi così oltre (con le importanti eccezioni dei padri spirituali Black Sabbath e Black Widow, che, però, per questioni di etica e di contesto, si erano fermati a un passo dal dialogare il rito vero e proprio).
The Oath trascende ogni limite e torna alla forma musicale solo dopo lo spannung emotivo, per dare vita a una delle cavalcate più serrate e inarrestabili dell'intero parco-canzoni dei Mercyful Fate. Nelle grida di Diamond, nel drumming marziale e spietato di Ruzz, negli assoli senza spiragli di compassione della premiata ditta Shermann-Denner, si percepisce l'arrivo della fine del mondo, il moto inarrestabile di una forza oceanica pronta a prendere possesso di ogni cosa. Pare quasi di osservare, dal basso, il passaggio radente il suolo dei Cavalieri dell'Apocalisse; come se fossimo davanti al famoso quadro di Victor Vasnetsov. I Fate, inevitabilmente, molto spesso paiono più apparentati con le arti figurative che con la musica. La strada intrapresa dal quintetto danese è tanto lontana dal nucleo caldo dell'heavy metal, da dare quasi l'impressione di muoversi su di una retta perpendicolare. Il suono è l'unico punto di contatto con ciò che accadeva negli stessi anni in Inghilterra, in Germania e negli Stati Uniti; tutto il resto è Simbolismo, Preraffaelitismo, Iperrealismo.

In the name of Satan, the ruler of Earth

Open wide the Gates of Hell and come forth

From the Abyss

By these Names: Satan, Leviathan, Belial,
Lucifer

I will kiss the Goat


Invocare il Demonio non è mai stato così artistico.

11. Come to the Sabbath
Il cerchio si chiude: il Sabba sta per finire. Ultimo brano di Don't Break the Oath, Come to the Sabbath contiene una serie di riff semplicemente leggendari e un'interpretazione (nel vero senso della parola) pazzesca del Re. La canzone si rivolge esplicitamente all'ascoltatore: al di là delle semplicistiche interpretazioni letterali, i Mercyful Fate richiedono, in questo brano in modo particolarmente sistematico, una ridiscussione del corpus di valori e di convinzioni propri dell'audience. Mai fermarsi allo status quo, mai accontentarsi di accettare passivamente la verità propinata dall'alto, dai potentati economici e politici che dominano la società (Chiesa in primis).
Musicalmente parlando, la vetta di Come to the Sabbath (e una delle vette dell'intero disco) sta nella climax di fine brano, che ha inizio con gli ormai consueti versi cantilenanti e ipnotici di Diamond, per poi proseguire in un riffing conclusivo - decisamente debitore dei Led Zeppelin - che detona definitivamente con la celeberrima chiusura:

You say forgive him, I say revenge
My sweet Satan, you are the one


King Diamond, in più di un'occasione, sembra sinceramente infatuato (in senso orrendamente amoroso) del Demonio. Da qui in avanti (e con dieci anni di vuoto in mezzo), in ogni caso, le tematiche sataniche saranno sempre più accantonate, per lasciare spazio all'horror, al metafisico e al grottesco.

12. The Bell Witch
Uscita all'interno dell'EP omonimo, introdotto sul mercato nel 1994 (a seguito di In the Shadows, album della reunion), The Bell Witch è una canzone basata sulla leggenda, per l'appunto, della Bell Witch, una strega che avrebbe infestato la tenuta della famiglia Bell. La storia, tra quelle di poltergeist entrate a far parte del folklore americano, è delle più note. Quale miglior occasione dunque - per l'americano adottivo Diamond - per ripresentarsi in pompa magna ai compagni Fate?
Breve ricostruzione storica: nel 1985 King Diamond, in disaccordo con Hank Shermann (che desiderava una svolta vicina all'hair metal per i Mercyful Fate), lascia la band per fondare un nuovo moniker: i King Diamond, per l'appunto. Il gruppo inizialmente è una sorta di Mercyful Fate 2, con Michael Denner e Timi Hansen in formazione e un'allure da progetto collettivo. I tre scelgono il nome King Diamond anche e soprattutto per inseguire contratti migliori, data la fama internazionalmente consolidata dell'ormai ex leader dei Fate. La band diventa, col passare del tempo, un'emanazione diretta di Diamond, che rimane l'unico membro stabile e riesce quindi a direzionare il suono verso quel mondo grandguignolesco e gotico a lui tanto caro. Le vendite gli danno ragione e il progetto King Diamond arriva presto a oscurare i successi dei Mercyful Fate.
I Fate, nelle persone dei membri "esiliati", cercano nel frattempo di barcamenarsi nella difficile scena metal (intraprendendo percorsi artistici non sempre azzeccatissimi) ma, persa l'incisività e la forza attrattiva di Diamond, le cose paiono complicarsi sempre più. Finalmente, dopo 10 anni di attesa, la band si riunisce nel 1993, con la star King Diamond che però non rinuncia a proseguire nella propria carriera solista (giunta a una fase di stallo dopo i primi, travolgenti, successi). Risultato: In the Shadows.
Il combo danese dimostra di non aver perso il tiro, pur dopo un decennio di assenza dalle scene, anche se sarebbe ingiusto (nei confronti dei capolavori di cui abbiamo trattato in precedenza) inserire The Bell Witch nel novero dei masterpieces assoluti dei Mercyful Fate. Il brano è decisamente heavy e "arrabbiato" e si avvale di un riff portante che pare preso in prestito dai Megadeth (ricordiamo che nel mentre il thrash metal aveva avuto tempo di nascere, deflagrare e implodere). L'atmosfera decisamente horror è un mix tra i Fate dei due due dischi classici e il King Diamond di Abigail, con le lyrics che si spostano più sul "cinematografico". L'unico appunto che si può fare ai Fate di The Bell Witch e di In the Shadows riguarda la non completa emancipazione da una patina di "maniera"; in alcuni frangenti pare di trovarsi di fronte a una sorta di versione idealizzata e stilizzata dei Mercyful Fate, un ibrido riuscitissimo, ma meno vitale e pulsante che in passato. Altra costante del disco è un maggiore "controllo" di Diamond, che cerca di non strafare sul versante falsettone spiritico (che tanto aveva diviso fan e critica).

I am the air you breathe

I am the Bell Witch

I am a million years

I am the Bell Witch


Il personaggio di un film di Raimi o di Dario Argento, né più né meno.

13. Is That You, Melissa?
Seguito spirituale di Melissa, Is That You, Melissa? riprende proprio da dove la title track del disco del 1983 aveva lasciato. Anche l'atmosfera è (vagamente) paragonabile, pur se il brano di In the Shadows è decisamente più gotico, più creepy e friedkiniano (L'Esorcista - pure nella versione letteraria - sembra essere una delle ispirazioni principali del Diamond paroliere). Il romanticismo di Melissa trascende per diventare qualcosa di più metafisico, di più inquietante. Di nuovo il lato diamondiano dei Mercyful Fate 2,0 è presentissimo e a tratti trascinante, pur se gli altri membri della band (Shermann e Denner in testa, con Timi Hansen sempre un po' sacrificato e Kim Ruzz sostituito da Morten Nielsen e poi da Snowy Shaw) ci mettono la solita musicianship di livello superiore. Il vero punto di forza di Is That You, Melissa? risiede nella geniale melodia caracollante, innalzata dai rantoli di Diamond e dal solito lavoro di cesello di Shermann e Denner. La produzione - decisamente più metal che in passato - rende il brano ancora più alieno e glaciale (il che non è necessariamente un punto a sfavore, considerata la capacità dei Fate di emozionare per sovraccumulo).

Oh... Melissa, do you remember the time we shared?

Do you remember the magic nights?

I will never forget your smile

Do you remember the love we had?

Oh the love we had


Da questo estratto delle lyrics sembrerebbe quasi una canzone degli Asia, vero? Peccato che Melissa sia una strega, che sia morta e che parli al protagonista dall'Aldilà, infestandone "piacevolmente" i sogni. Evil Asia.

14. The Mad Arab
Lovecraft, my dear. Maestro di tutto ciò che è "freak", mostruoso e spaventoso, il Solitario di Providence non poteva non essere nume tutelare anche di King Diamond. The Mad Arab è la perfetta trasposizione musicale dell'ammirazione sconfinata provata dal Re nei confronti dell'opera di Lovecraft, miscelata con le altrettanto adorate nuances arabo-egiziano-orientaleggianti. L'arabo pazzo del titolo è nientemeno che Abdul Alhazred, personaggio ricorrente nei racconti lovecraftiani e supposto autore del Necronomicon, il più pericoloso e nefasto dei tomi proibiti. Alhazred nasce come doppelganger depravato di Lovecraft stesso (Alhazred = all has read; Lovecraft era un vero e proprio cannibale letterario) King Diamond, in un gioco di riflessi incrociati, diviene a propria volta elemento pulsante della catena e portatore di valori e ideali tanto necronomici quanto lovecraftiani. Chi, meglio dello sciamano Diamond, per raccontare il depravato e occulto mondo dello scrittore di Providence?
The Mad Arab è una sorta di agiografia dell'arabo pazzo, con il Re nella parte del monaco amanuense. La storia di Alhazred diviene un vero e proprio racconto del ciclo di Chtulhu, con tanto di caratteristico e progressivo scivolamento nella pazzia, da una dimensione di quasi quotidianità iniziale. La traccia s'inserisce alla perfezione nella speculazione sul tempo che è il tema centrale del disco in cui è contenuta: Time, per l'appunto (1994).
Musicalmente il brano ha una struttura piuttosto classica, perlomeno rispetto alle composizioni più "progressive" dei Fate. La canzone è quasi canonicamente suddivisa in intro (orientaleggiante), strofa (marziale) e ritornello (evocativo e orrorifico), con in più l'aggiunta della geniale coda narrativa che lascia la storia in sospeso, proprio al picco dell'intensità emotiva (tecnica mutuata proprio da Lovecraft).

Daggers held high to the sky
The chanting had turned to screams
From the pit where the rock had been
8 snake-like monsters came
And the symbols burned in red
And the priests had turned their heads


Ovviamente Diamond e compagni non si accontentano di fare il verso a Lovecraft: dalla "parafrasi" del testo dello scrittore americano, infatti, giungono ai consueti lidi ritualistici e magici, in un cerchio necromantico che pare chiudersi alla perfezione.

15. Time
Non sono i Pink Floyd gli unici maestri del tempo. Time, title track dell'omonimo disco dei Mercyful Fate, è un'intensa, straziante, melanconica speculazione sull' - insopprimibile - desiderio di eternità degli esseri umani.
Composizione fortemente diamondiana, incentrata sul clavicembalo, Time è forse uno dei brani più colmi di pathos dell'intera produzione dei Fate. Nella sua apparente semplicità, la canzone riesce a stratificarsi e a creare una dimensione empatica forte, sferzante. Time è eccellente rappresentazione di ciò che sono in grado di fare i nuovi Mercyful Fate, una band spogliatasi dell'ingombrante retaggio del passato e sempre capace di stupire, di indovinare una melodia geniale, di inquietare. Ridotti i cambi di tempo, ridotto l'elemento satanico, ridotte le componenti estreme di suono e immagine, i Fate - quando incastrano tutto alla perfezione, come in questo brano - riescono forse a intuire il nucleo della propria anima, il proprio cuore pulsante. Time è un disco fatto di canzoni ottime, senza filler, che però trova una cifra emotiva di questa intensità forse nella sola title track. I brani restanti contengono spesso una dose ancora maggiore di mestiere (grandi melodie, grandi soli, grandi performances strumentali), ma mancano dell'afflato spirituale dell traccia che dà il nome alla raccolta.
Semplicemente spettacolari i soli chitarristici, tra i più belli dell'intero parco assoli della storia dei Mercyful Fate, con Denner e Shermann in grado di innalzare ulteriormente l'emotività e l'urgenza umana del pezzo.

Time will kill... Time will heal

Time will come and go away

But time will never stay... Time will kill


Il tempo sta per scadere, la corsa dei Fate è quasi giunta alla fine.

16. Into the Unknown
Qui i Mercyful Fate iniziano davvero a mostrare il fianco, dopo una lunga e onoratissima carriera. Il disco, tuttavia, è il maggiore successo commerciale della storia del Fato Misericordioso. La vena creativa dell'inarrestabile duo Diamond-Shermann inizia a inaridirsi, con il secondo decisamente più "sterile" del primo (che si sobbarca la quasi totalità degli oneri compositivi). I Mercyful Fate schiacciasassi di Melissa e Don't Break the Oath sono un ricordo lontano: i nuovi Fate sono una band magistrale, dalla classe sconfinata, ma non più così arrembante e fuori dagli schemi come nella prima metà degli anni '80. Tanto tempo è passato dai fasti proto-black metal, tante band si sono susseguite sulla scena e tanti capolavori sono stati immessi sul mercato in due decenni. I Fate sono ancora in grado di parlare all'anima dei metallari, ma sembrano aver perso per strada la capacità di dire qualcosa di nuovo, di essere trascinanti, di fare da buoi per l'aratro costituito dal metal estremo. La band danese prova a contaminare la propria proposta, arrivando in alcuni casi vicina a snaturarla.
Esempio lampante è la title track del disco: la complessa e progressiva Into the Unknown. Il brano tenta di uscire dagli schemi prefissati della narrazione fateiana, riuscendoci con buon profitto. Interessante e straniante la scelta di aprire il brano con un arpeggio quasi grunge, ancora più peculiare di quello posto all'inizio di Into the Coven. La traccia si sviluppa poi in svariate sezioni, su cui spicca l'inquietantissimo fraseggio basso-batteria-voce posto a metà brano; il finale della canzone, invece, si apre con un'intuizione melodica quasi à la Genesis, seguita dalla reprise del leitmotiv metallico che fa da filo conduttore della canzone stessa. Il risultato conclusivo è d'indubbio interesse, pur se manca del fuoco sacro dei brani più travolgenti del passato fateiano.

The journey of a lonely soul, now you're on your own...yeah

The maker's waiting down the road, the dying has begun



Now my finger points at you

It is time for you to pay what's due

Now my finger points at you

And you must know...what you never ever knew


Into the Unknown è lungi dall'essere un canto del cigno (usciranno altri due dischi dei Mercyful Fate negli anni successivi e uno dei due - Dead Again - si rifarà prepotentemente all'afflato progressivo della canzone), ma, anche nelle lyrics, è impossibile non notare un ulteriore sviluppo del pensiero fatalista già inaugurato da brani come Time. I Fate si fanno sempre più filosofici e sempre meno carnali e paiono ormai proiettati verso l'ignoto, verso la fine dei tempi.

17. Nine
La fine è un ritorno al principio. In Nine, disco conclusivo di una carriera seminale, i Fate - alle porte del Nuovo Millennio - tornano a parlare di occultismo, di Satana e di riti oscuri. La doomy title track fa così da testamento spirituale e da sunto di un percorso incredibile e irripetibile.

God is Satan deep below, Satan is God high above

In the end it's all the same

Who are we to play their game


Pare quasi che King Diamond abbia deciso di riappacificarsi con i suoi (tanti) demoni. In fondo cambia davvero qualcosa, tra Dio e Satana? Ci piace pensare di poter rispondere così: né Dio né Satana, amici miei. La Musica è l'unica entità soprannaturale in grado di unire gli uomini.



lisablack
Domenica 13 Novembre 2016, 7.53.50
17
Condivido in pieno.
Christian death rivinus
Sabato 12 Novembre 2016, 23.15.37
16
Ormai al gods of metal non vanno piu' band valide come queste ma vanno i korn e i ramstein a chiudere i festival metal....questo e' qualcosa di triste metal musicalmente parlando
Christian death rivinus
Sabato 12 Novembre 2016, 23.13.33
15
Il re diamante e' uno dei miei idoli di sempre ,i mercilful fate sono stati e continuano ad essere una band unica. E inimitabile.....peccato che king diamond non viene in italia nei festival da anni....
lisablack
Sabato 12 Novembre 2016, 20.59.03
14
Bellissimo articolo, descrizione dei brani perfetta, complimenti..Aahhh i Mercyful Fate, non trovo parole! Che band, e che album!! Melissa e Don't Break the Oath, gioielli di rara bellezza, il top del Metal classico per me, superiori a tutti a quell'epoca, mi dispiace ma è molto dura superare questi dischi.
gianmarco
Giovedì 14 Aprile 2016, 19.08.03
13
anche The Univited Guest è mitica .
gianmarco
Venerdì 19 Febbraio 2016, 12.31.36
12
sto ascoltando Melissa , voto 9 .
gianmarco
Venerdì 19 Febbraio 2016, 11.52.09
11
Egypt , Burn In Hell son 2 gran canzoni .
Hard`n`Heavy
Mercoledì 4 Novembre 2015, 14.07.35
10
x Testamatta ride: Ti Stra-Quoto, è stato solo mancanza di memoria tutto qui. Mercyful Fate (EP'82) ''A Corpse Without Soul'' ''Nuns Have No Fun '' ''Doomed By The Living Dead'' ''Devil Eyes'' quattro canzoni leggendarie per 22 Minuti di musica 'eccelsa' niente da dire, giù il cappello.
Testamatta ride
Mercoledì 4 Novembre 2015, 8.03.45
9
@hard n heavy: non puoi escludere l'omonimo EP dell'82! 4 tracce capolavoro che valgono molto più di intere discografie di altri gruppi
jek
Martedì 3 Novembre 2015, 20.50.13
8
Articolo bellissimo, nelle prime quattrodici righe dell'intro a Evil @Elia ha reso appieno l'idea delle sensazioni provate quando ho acquistato l'LP nell'83. Ho avuto la fortuna di vederli dal vivo l'anno dopo, inutile dire che i primi due dischi sono inarrivabili. Nel dopo reunion grandi dischi ma la magia dei primi due....
mario
Martedì 3 Novembre 2015, 17.01.08
7
Bellissimo articolo che li inquadra alla perfezione.Li amo, gruppo seminale e di fondamentale importanza per l'evoluzione del metal, amo tutti i loro album.Unici, magici e leggendari.
entropy
Martedì 3 Novembre 2015, 14.38.40
6
I primi due album ancora oggi li ascolto spesso. Leggendari.
Il Cinico
Martedì 3 Novembre 2015, 13.08.48
5
Il mio gruppo preferito. Geni nel vero senso del termine. E chapeau al recensore, articolo bellissimo!
Hard`n`Heavy
Martedì 3 Novembre 2015, 13.04.28
4
i MERCYFUL FATE nella loro discografia hanno fatto solo CAPOLAVORI: 1983 - Melissa 1984 - Don't Break the Oath 1993 - In the Shadows 1994 - Time 1996 - Into the Unknown 1998 - Dead Again 1999 - 9 Quest'ultimo una vera gemma da possedere.
Lizard
Martedì 3 Novembre 2015, 12.02.51
3
Praticamente impossibile per me scegliere tra le canzoni dei Mercyful Fate, uno dei gruppi che amo più visceralmente e dissennatamente. Resto dell'idea che i dischi della reunion, pur "soffrendo" una sempre maggior omogeneità con il King Diamond solista, siano delle perle che qualunque altro gruppo pregherebbe per scrivere. Purtroppo per loro, quei primi due incredibili album restano ineguagliati ed ineguagliabili, praticamente per chiunque. Giusto ricordare anche quanto siano stati fondamentali per l'evoluzione del genere e quanto la coppia Shermann/Denner sia tra le più importanti della storia dell'Heavy, così come la sezione ritmica, sempre troppo dimenticata. Gioielli unici e inestimabili.
Doomale
Martedì 3 Novembre 2015, 11.23.56
2
Non mi bastano le parole per definire quello che penso e provo con i Mercyful Fate. Ho letto solo una parte dell'articolo che mi sembra davvero interessante. Quindi ripasso dopo.
Ulvez
Martedì 3 Novembre 2015, 9.23.37
1
bellissimo articolo, rende perfettamente l'idea dell'atmosfera creata dai Mercyful Fate.
IMMAGINI
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In the Shadows
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Time
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Into the Unknown
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Dead Again
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